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L'ombra è l'opposto del sole, ma si nutre di esso.
Un cielo grigio non genera ombre: nessun contrasto, nessun pensiero.


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lunedì 18 luglio 2011

Poesia

Un cuore

Io intesi un cuore in fondo alla sua nicchia
a colpi sordi palpitare, in fretta.
Domandai : — È il mio cuore o il tuo che picchia ?
Noi l'ascoltammo urtare nella stretta
sua cella, in ansia, come si dibatte
forzata in prigionìa la passeretta.
Ascoltammo con anime disfatte
dalla dolcezza i palpiti concordi
chiedendoci : — È il mio cuore o il tuo che batte ?
Udimmo rallentare i colpi sordi
e tanto attenuarsi nel languore,
che sospirammo, come chi si scordi
di vivere : — È il mio cuore o il tuo che muore ?

Amalia Guglielminetti

domenica 17 luglio 2011

La lepre d'argento

Quando il filtro e la sortiera
preparavano gl'incanti
(ascoltate tutti quanti!)
c'era, allora, c'era... c'era...

... un principe chiamato Aquilino, che aveva vent'anni e voleva condurre in moglie la più bella principessa del mondo. Pubblicò un bando di nozze e giunsero centinaia di ritratti, ch'egli fece esporre nelle gallerie del castello; e là meditava sulle belle sorridenti dalle grandi cornici dorate.
La scelta cadde su Nazzarena, principessa di Bikarìa, e per mezzo ad ambasciatori furono concertate le nozze.
Nel castello di Aquilino si fecero grandi preparativi per la cerimonia e all'alba del giorno sospirato il principe era già sulla torre più alta, alle vedette. Il corteo doveva giungere tra poco; tra poco avrebbe visto per la prima volta quella bellezza famosa.
Ma il corteo non giungeva.
Si vide apparire una sola carrozza e ne scese un vecchietto gobbuto e barbuto.
- Io sono il Re di Bikarìa. E questa è la mia figliuola Nazzarena che chiedete per moglie.
La principessa era nana, pallida, vizza, per nulla rassomigliante al ritratto della scelta.
Il vecchietto se n'avvide.
- La stanchezza del viaggio e l'emozione l'hanno sfinita. Si rimetterà e la ritroverete bella.
Aquilino voleva disdire le nozze, ma la parola era data e bisognava mantenerla.
Chiese che la cerimonia fosse rimandata di due giorni e ospitò il vecchio e la figlia nel castello.
Al mattino seguente, per distrarsi dallo sconcerto e dalla delusione, uscì a caccia, solo, con una bella spingarda d'oro, costellata di gemme. Camminò per campi e prati, giunse in una foresta millenaria.
Attraverso un sentiero gli apparve una lepre d'argento che brucava l'erba e lo guardava fisso, per nulla spaurita di lui.
Il principe puntò l'arma e fece fuoco. Ma il fumo del fuoco si dissipò e la lepre riapparve al medesimo posto, incolume e tranquilla.
Il principe s'avanzò. La lepre fuggì, si arrestò dopo un tratto, fissandolo coi suoi calmi occhi umani. Aquilino sparò ancora. Il fumo si dileguò e la lepre riapparve ancora calma ed intatta, seduta sulle sue zampe, un orecchio su e l'altro giù, con gli occhi supplichevoli, col muso palpitante, proteso verso di lui. Ma come il principe gettò l'arme e s'avanzò, essa dié un balzo e disparve fra i tronchi degli abeti. Aquilino restò perplesso.
Si trattava di un malefizio.
S'appoggiò al tronco d'un albero gigantesco, ripensando lo sguardo dolce della vittima invulnerabile. E gli parve di sentire dietro di sé, dall'interno del tronco, una eco lontana di musiche e di voci; si volse, fece il giro dell'albero: nessuno. Si riappoggiò al tronco. E riudì il suono e le voci.
Picchiò la corteccia col pugno impaziente.
La corteccia cigolò, s'aprì a due battenti, e al principe sbigottito apparve una scala abbagliante. Egli salì i primi scalini, trasognato, udì il colpo della porta che si chiudeva. Il palazzo era immenso. Le scale, gli atrii, i corridoi, le logge, le sale si succedevano senza fine, ricche di marmi, di porfido, di diaspro, di gemme. Aquilino s'avanzava trasognato.
Si faceva notte e nessuno appariva nel palazzo incantato. Solo due mani lo precedevano: l'una recando una lucerna, l'altra facendogli segno di seguirla. Giunsero così in una sala vastissima da pranzo; Aquilino si sedette a tavola. E le due mani cominciarono a recar cibi e vini prelibati.
Egli guardava quelle due mani isolate, volanti, cercava di afferrarle quando le aveva vicine, ma quelle deponevano i piatti e guizzavano via come farfalle. Mangiò, poi si sentì prendere dal sonno, s'alzò per andare a dormire. Le due mani lo precedettero in una camera di damasco vermiglio, gli fecero un gesto d'addio e d'augurio, disparvero.
Egli si cacciò fra le lenzuola fini, e si addormentò. Sognava di riveder la principessa Nazzarena, non quella condotta dal gobbo barbuto, ma quale gli era apparsa nel quadro, bellissima e bionda.
Quand'ecco uno schiamazzo lo svegliò. Socchiuse gli occhi. La stanza era illuminata e molte paia di mani, eguali a quelle della sera prima, guizzavano, s'intrecciavano, accennando verso di lui.
- A che giuoco si gioca?
- Alla palla.
- Giochiamo alla palla con quel tale che dorme?
- Chi dorme?
- Là, nel letto, non lo vedete?
E attraverso le ciglia socchiuse, il principe vide le mani avvicinarsi. Afferrarono le lenzuola e, tenendole tese agli orli, cominciarono a farlo sbalzare con risa rauche e sibili acuti.
Egli teneva le ciglia chiuse, fingendo di dormire.
- Non vuole svegliarsi!
- Lo sveglieremo! Lo sveglieremo!
E raddoppiarono la foga del gioco crudele.
Al primo canto del gallo le mani lo sbalzarono nel letto e disparvero.
Aquilino si palpava le ossa indolenzite, quando udì un fruscio e si vide accanto la lepre d'argento. Invece delle quattro zampe aveva due piedi e due mani bianchissime di donna.
- Principe Aquilino, io sono la principessa Nazzarena, quella che il vostro cuore scelse per compagna. Quando giunsi col mio corteo nel bosco, un mago mi trasformò, imprigionandomi con la mia gente in questo castello. Sarò salva se passerete qui dentro tre notti simili a questa. Il mago è quegli stesso che si presentò al vostro cospetto tentando di farvi sposare la sua nanerottola.
La lepre disparve.
Aquilino attese ansioso la seconda sera. Mangiò, servito dalle due mani volanti, andò a letto, s'addormentò. Si svegliò allo schiamazzo: molte mani lo ripresero dal letto, sollevarono le lenzuola, cominciarono il gioco, più furenti della sera innanzi.
- Non vuole svegliarsi!
- Se non si sveglia siamo perduti!...
Allora le mani lo sbalzarono un'ultima volta, appiccandolo a un chiodo delle travi. E disparvero sibilando.
Aquilino aprì gli occhi, vide la lepre d'argento. Aveva ormai tutto il corpo di donna; solo la testa restava di lepre e lo guardava con dolci occhi umani.
- Povero principe! Soffrite per amor mio ancora una notte e saremo salvi.
Giunse la terza notte. Riapparvero le mani più furiose che mai.
- Si gioca?
- Giochiamo!
- Ma questa notte dobbiamo finirlo!
- Dobbiamo finirlo!
E cominciò il rimbalzello crudele.
Aquilino giungeva al soffitto, picchiava, restava aderente come una tartina di pasta, ricadeva nel lenzuolo teso, rimbalzava ancora tra le risa infernali. E non apriva gli occhi per amor di Nazzarena.
- Non si sveglia! Siamo perduti!
- Siamo perduti!
- È l'alba! Siamo perduti!
Le mani furibonde s'appressarono alla finestra, tesero le lenzuola, sbalzarono Aquilino ad un'altezza vertiginosa. Egli salì, salì, cadde per dieci minuti, picchiò sull'erba, si tastò le ossa peste, aprì gli occhi, ancora vivo. Si trovava ai piedi dell'albero incantato.
Presso di lui stava la sua vera fidanzata Nazzarena, bella di una bellezza mai più vista. E aveva il suo seguito di carrozze, di dame, di cavalieri liberati con lei dal malefizio del mago.
Il principe li condusse al suo castello, adunò tutta la Corte nella sala del Gran Consiglio, fece condurre il gobbo barbuto e la figliuola laida, e rivoltosi ai ministri disse:
- Avevo ordinato un cofano d'oro e di gemme; un malandrino me lo tolse strada facendo e lo sostituì con un altro di legno tarlato. Fortuna vuole che io ritrovi il primo. A quale darò la preferenza?
- Al primo! - sentenziò la Corte.
- E del ladro e del cofano tarlato che dovrò farne?
- Bruciarli sulla stessa catasta!
Così fu fatto. E la sentenza e le nozze ebbero luogo fra gli applausi di tutto il popolo.

Guido Gozzano

sabato 16 luglio 2011

L' Amico

L' amico

Beh cos’è quella faccia eh? Dài su, non ne facciamo un dramma.
Vedrai che quando sarai guarito ci ridi sopra!

Ma cosa fai? Ma cosa fai?
Dài non piangere, sei peggio d’un bambino!
Ma guarda un po’, alla tua età!
Dài finiscila, che vuoi che sappiano le suore!
Ma smettila fissato, è chiaro che guarisci!
Ma che ti metti in mente, vedrai che starai bene.

Vedrai, vedrai…

Vedrai, andremo in giro insieme e troveremo il bosco pieno di animali
e poi andremo con la barca dove il mare è alto in mezzo ai pescecani
e poi stanchi morti andremo fuori a cena dalla zia Morina
che ci farà il coniglio e ci darà quel vino che c’ha solo lei.

Vedrai, vedrai…

Ci ubriacheremo insieme e canteremo in coro le nostre canzoni
e poi ci butteranno fuori e sveglieremo tutti pieni d’allegria.

Ma cosa fai? Ma cosa fai?
Ma piangi ancora, dài, non è poi tanto grave.
Non far così, dà retta a me, non hai niente,
ho già parlato col dottore.
Ti senti di morire, ma via, che cosa dici?
Vedrai che domattina starai senz’altro meglio.

Vedrai, vedrai…

Vedrai, ti porterò a ballare e ti farò sentire in forma come allora
vedrai, le nostre mogli a casa, andremo in giro soli in cerca d’avventura
e come da ragazzi tu sarai il migliore e mi farai soffrire
mi ruberai la donna e mi dirai ridendo che ami solo lei.

Vedrai, vedrai…

Ci ubriacheremo insieme e canteremo in coro le nostre canzoni
e poi ci butteranno fuori e sveglieremo tutti pieni d’allegria.

Vedrai…
Vedrai…
Vedrai…

Giorgio Gaber
 
 

venerdì 15 luglio 2011

Gerardo Diego

Gerardo Diego Cendoya (Santander, 3 ottobre 1896 – Madrid, 8 luglio 1987) è stato un poeta e scrittore spagnolo, appartenente alla cosiddetta Generazione del 27.
Nacque il 3 ottobre del 1896 a Santander. Alunno dell'Università di Deusto dove segue il corso di Filosofia e Lettere, e dove conosce colui che sarebbe stato poi un amico essenziale nella vita litteraria, Juan Larrea. Terminato il corso, si addottoró a Madrid. Fu cattedratico di Lingua e Letteratura all'Intituto di Soria, Gijón, Santander e Madrid. A Santander diresse due delle più importanti rivistae del '27, Lola e Carmen. Fu uno dei principali seguaci dell'avanguardia poetica spagnola, e precisamente dell'Ultraismo e del Creazionismo. Nel 1925 ottenne il Premio Nazionale di Letteratura spagnola (Premio Nacional de Literatura de España), ex aequo con Rafael Alberti.
Elaboró le due versioni della famosa Antología di poesia che fece conoscere gli autori della Generazione del 27. Come professore, diede corsi e conferenze in tutto il mondo. Fu inoltre critico letterario, musicale e taurino oltre che editorialista di vari periodici.
Si sposa nell'anno 1934, e l'anno seguente si trasferisce come cattedratico all'Instituto de Santander. Prosegue il suo lavoro poetico, compendiandolo con i suoi studi su differenti temi, aspetti e autori della letteratura spagnola, con il suo lavoro di conferenziere e la sua rimarchevole critica musicale, realizzata su differenti periodici.

La Guerra Civile scoppia quando si trova in vacanza a Sentaraille (Francia). Finito il conflitto, ritorna in Spagna e si trasferisce all'Instituto Beatriz Galindo di Madrid, nel quale rimase fino al suo ritiro.
Dal 1947 fu membro della Real Academia Española. Nel 1979, gli venne concesso il Premio Cervantes.
Morì l'8 luglio del 1987 a Madrid.
Rappresentó l'ideale della Generazione del 27 alternando con maestria la poesia tradizionale e l'avanguardista, del quale si trasformò in uno dei massimi esponenti durante la decade degli anni venti. La sua opera poetica prosegue, dopo, secondo questi due tracciati.
È da sottolineare l'influenzaa di Gerardo Diego in altre figure di rilevanza tanto nel'ambito nazionale come regionale. Emerge tra i suoi seguaci il poeta Cantabrico Matilde Camus, del quale fu professore all'Istituto di Santa Clara a Santander. Gerardo Diego invió nel 1969 una poesia il cui titolo è Canción de Corro (canzone del girotondo) con il prologo nel primo libro di Matilde Camus intitolato Voces e che fu fatto conoscere all'Ateneo di Madrid. Comunque, presto verrà publicata la corrispondenza che tenne con Matilde Camus.
La sua poesia tradizionale comprende poesie di taglio tradizionale e classicista, dove ricorre con frequenza al romance, alla décima e al sonetto. I temi sono molto variati: il paesaggio, la religione, la musica, i tori, l'amore, ecc. È suo il considerato da molti il migliore sonetto della letteratura spagnola, El ciprés de Silos, così per altre poesie importanti come Nocturno (Notturno), Las tres hermanas (Le tre sorelle) o La despedida (L'addio).
La sua inclinazione per la nuova arte dell'avanguardia lo porta a iniziarsi prima al creazionismo.
La mancanza di segni di punteggiatura, la disposizione dei versi, i temi immanenti e le straordinarie immagini caratterizzano questa poesia.




Davvero?

Ti servono davvero le mie rime?
Ti dan cibo, coraggio, nelle terse
tue oscure solitudini squisite
- tu, vortice, epicentro, climi in frane -?

Quando ti alieni e senza te ti insinui
e l'intimo tuo vuoto hai smascherato
e non odi la pietra che hai scagliato
giù per l'anima all'imo dei tuoi abissi,
i miei versi potranno rivolare
nelle concave spiagge tue interiori?

potranno accarezzarti, alzarti un cielo,
accenderti un tremore di rossori,
sussurrarti dolcissimo un assillo
di sillabe fiorite, e tu ne pianga?

Gerardo Diego
 
¿De Veras?

¿De veras necesitas de mis rimas,
te alientan, te alimentan en tus claras,
en tus oscuras soledades raras
- tú, vórtice, epicentro, alud de climas -?

Cuando te extrañas y sin ti te intimas
y tu propia oquedad desenmascaras
y ya no oyes la piedra que arrojaras
alma abajo en la sima de tus simas,
¿pueden mis versos remontar el vuelo
por tus cóncavas playas interiores?

pueden acariciarte, alzarte un cielo,
encenderte un anhelo de rubores,
susurrarte un dulcísimo martelo
de sílabas en flor para que llores?

Gerardo Diego


giovedì 14 luglio 2011

Poesia

RICORDO

Non lascio che neanche un singolo fantasma del ricordo
svanisca con le nuvole,
ed è la mia perenne consapevolezza del passato
che causa a volte il mio dolore.
ma se dovessi scegliere tra gioia e dolore,
non scambierei i dolori del mio cuore
con le gioie del mondo intero.

Kahlil Gibran

mercoledì 13 luglio 2011

Il pittore del silenzio


Autoritratto

Jean-Baptiste-Siméon Chardin (Parigi, 2 novembre 1699 – Parigi, 6 dicembre 1779) è stato un pittore francese, autore soprattutto di pregevolissime nature morte e di quadri aventi come soggetto i giochi semplici dell'infanzia. Celebri anche i suoi ritratti eseguiti a pastello.
Figlio di un ebanista fabbricante di biliardi a servizio del re, diversamente dai suoi contemporanei non frequentò l'Accademia né soggiornò a Roma, ma si formò come apprendista nello studio del pittore Pierre Jaques Cazes e poi in quello di Noël Coypel: ancora giovane, partecipò al restauro degli affreschi del Primaticcio nella reggia di Fontainebleau.
Sin dalla prima sua fase artistica evidenziò un'attrazione verso la corrente rococò ed una predilezione per le composizioni basate su frutta, animali ed oggetti.
La notorietà procuratagli dalle sue prime opere (un'insegna da chirurgo, la Razza, il Buffet) gli fruttarono l'ammissione all'Accademia (1728), presso la quale rivestì prestigiose cariche.
Nel 1737, dopo un'esposizione al Salon raggiunse l'apice del suo successo, concretizzato sia con l'apprezzamento di Luigi XV sia con la diffusione svolta dai popolari incisori Cochin e Lépicié delle sue opere.
Durante l'annata 1743 divenne cancelliere dell'accademia e dodici anni dopo ne assunse il ruolo di tesoriere, mentre nel 1761 ricevette l'incarico di organizzare il Salon.
Riuscì a realizzare uno dei suoi sogni giovanili quando nell'anno 1757 iniziò a soggiornare al Louvre, dove vi resterà fino al decesso.
In questa fase creativa, l'artista affondò il suo pennello alla ricerca della profondità dei sentimenti umani e del mondo, mentre da un punto di vista tecnico perseguì nuove tonalità di colore e nuove forme di luminosità accarezzanti gli oggetti immersi in una atmosfera di contemplazione e in una consistenza sempre più sfumata.
Il bouquet di fiori
A causa della sua malferma salute e della caduta in disgrazia dei suoi protettori a corte, a partire dagli anni '70 del XVIII secolo, rallentò il ritmo di lavoro e iniziò a servirsi quasi solo dei pastelli, venendo progressivamente abbandonato dal favore del grande pubblico (Wikipedia).
Tra le più prestigiose mostre d'arte troviamo quella di "Chardin. Il pittore del silenzio", ospitata al Palazzo dei Diamanti di Ferrara in collaborazione con il Museo del Prado di Madrid, che la ha ospitata, come seconda sede espositiva, sino al 29 maggio 2011.
Curatore di una mostra di così alto prestigio è stato Pierre Rosenberg, massimo esperto di Chardin, membro dell'Académie Française e già direttore del Musée du Louvre.
E' la prima volta che Italia e Spagna ospitano congiuntamente una mostra dedicata a Jean Siméon Chardin uno dei più celebri protagonista della pittura europea del Settecento.
Straordinarie sono le sue nature morte.
La selezione dei dipinti proviene da musei, collezioni pubbliche e private di tutto il mondo, tra cui il Musée du Louvre che ha concesso in prestito dieci capolavori di Chardin.
Di interesse mondiale non potevano mancare i grandi nomi dell'informazione, come il Corriere della Sera, La Repubblica, The New York Times, International Herald Tribune, Il Venerdì di Repubblica, Il Sole 24 Ore, La Stampa, Il Giornale, Panorama, mentre ampi servizi le sono stati dedicati da Rai Uno, Rai Due, Rai Tre, Rai News, Canale 5, Rete 4.
E per chi avesse perduto questa stupenda mostra non rimane che il rimpianto e la corsa alle prenotazioni per quella che si sta svolgendo al Museo del Prado di Madrid (dalla rete).

La bolla di sapone

Elegia del silenzio

Silenzio, dove porti
il tuo vetro appannato
di sorrisi, di parole
e di pianti dell'albero?
Come pulisci, silenzio,
la rugiada del canto
e le macchie sonore
che i mari lontani
lasciano sul bianco
sereno del tuo velo?
Dove vai se al tramonto
li feriscono le campane
e spezzar;o il tuo riposo
gli sciami delle strofe
e il gran numero dorato
che cade sopra i monti
azzurri singhiozzando?

Federico Garcia Lorca

Bicchiere d'acqua
 

martedì 12 luglio 2011

Poesia

 
STELLE VESPERTINE

O eternamente avverse
e a me sempre dilette
stelle vespertine,
vivide luci su opposti poli!
Vi guardo dall’alto della vigna
nel quieto firmamento
splendere sopra le case del mio borgo
stelle nemiche, stelle
in opposizione.
Mi calma il vostro scintillio, stelle
della promessa e dell’addio.

Leonardo Sinisgalli

lunedì 11 luglio 2011

Preludio, corale e fuga

ho già scritto di questo brano di César Frank in un  vecchio post a cui rimando (Ipotesi, racconto e fuga scritto in tre progressioni datato 17 giugno 2007) ora ci ritorno perchè ho trovato nel mondo del web questa riduzione (viene eseguito il solo preludio) e trascrizione per due arpe.
Devo dire che il fascino del brano, originariamente per solo organo, si circonda di un certo non sò che che dà sicuramente adito ad interpretazioni e personalismi.

Il tema è così bello che non può che piacere
(anche la versione pianistica è eccellente)
e lascerà sicuramente un momento di serenità.
Buon ascolto 


Frank, un pezzo per organo ed una trascrizione per pianoforte… poi l’ascolto si perde nella musica a seguire melodie secondarie non meno belle della principale.
Il pezzo “Preludio, fuga e variazione op.18” trovo sia molto più bello e suggestivo nella trasposizione pianistica rispetto alla versione originale per organo ed è così che amo ascoltarlo nei rari momenti di solitudine ricercata.
Il riferimento all’ organo è dimostrato da come funziona bene il Preludio, Fuga e Variazione tradotto sul pianoforte (da Bauer) dalle Six Piéces pour grand orgue, scritte tra il ’60 e il ’62 – anni chiave della ‘presa di coscienza’ franckiana – e opera di passaggio verso i lavori assoluti che il compositore realizzerà o ultimerà nei suoi tre ultimi decenni a partire dal ’60.Nel trittico a dar vita al Preludio è un tema cullante di Siciliana che sarà poi nelle corde di Faurè e Ravel, sigla dell’ Ars Gallica.
Una cadenza divisa tra stile severo e modi ornamentali porta alla Fuga il cui soggetto è ricavato per via ciclica da quello del Preludio, che, torna in forma variata come congedo…”

domenica 10 luglio 2011

Poesia

Sensazione

"Nelle azzurre sere d'estate, andrò per i sentieri,
punzecchiato dal grano, a pestar l'erba tenera:
trasognato sentirò la frescura sotto i piedi
e lascerò che il vento mi bagni il capo nudo.

io non parlerò, non penserò più a nulla:
ma l'amore infinito mi salirà nell'anima,
e me ne andrò lontano, molto lontano come uno zingaro,
nella Natura, lieto come con una donna."

Arthur Rimbaud





sabato 9 luglio 2011

Poesia

Avidità di vivere

Avidità di vivere, tu ieni
non vorace così mi straziasti,
e avrai domani morsi anche più fieri.
I desideri tuoi, via via più vasti,
temon che a farli spiriti di gioia
giovinezza col suo fervor non basti.
Temono ch'essa troppo presto muoia,
e tagli loro i belli artigli e l'ali
il tempo con la sua fi-edda cesoia.
E m'incitano ardendo : — I beni e i mali
tentar bisogna. Vivere si deve.
Ama e combatti e odia e piangi e sali.
La vita è chiusa nel tuo pugno breve.

Amalia Guglielminetti