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L'ombra è l'opposto del sole, ma si nutre di esso.
Un cielo grigio non genera ombre: nessun contrasto, nessun pensiero.


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domenica 31 agosto 2014

L'isola dei morti parte 2


un brano musicale interessante
per accompagnare la visione
delle 5 versioni del pittore elvetico
Arnold Boecklin;
è suggestivo valutare il risultato,
vedere se è quello che avremmo fatto
e ascoltare chiudendo la mente
agli elementi di disturbo


L'isola dei morti anche detto l'isola della morte (op. 29) è inoltre un famosissimo poema sinfonico composto da Sergej Rachmaninov fra il 1907 e il 1908, ispirato all'omonimo dipinto del pittore Arnold Böcklin che il compositore visionò a Parigi nel 1907. 
È considerato un classico esempio di tardo-romanticismo russo agli inizi del XX secolo.
Il brano inizia suggerendo il suono dei remi di Caronte mentre incontrano le acque del fiume Stige. 
Rachmaninov poi usa una figura ricorrente in tempo 5/8 che suole rappresentare il movimento del vogatore o dell'acqua, e come in molte altre sue opere cita il canto piano del Dies Irae, un'allusione alla morte.
In contrasto con il tema della morte, il tempo 5/8 rappresenta anche il respiro, la creazione e una riflessione olistica di come la vita e la morte siano tra di loro intrecciate.
(wikipedia)






si riflette nell'acqua
un onda mentale,
accosta le rive
dimenticate,
lambite;
ritorno alla casa,
alla pace;
convinto dal fato
rotolando, stravolto,
è un mare sereno

Anonimo
del XX° secolo
frammenti ritrovati

Riflessi nell'acqua, di NelyS

sabato 30 agosto 2014

L'isola dei morti

Prima versione
L'isola dei morti 

(in tedesco, Die Toteninsel) è il più noto dipinto del pittore simbolista svizzero Arnold Böcklin (1827-1901). 
Böcklin dipinse diverse versioni del quadro fra il 1880 e il 1886. 
L'opera fu estremamente popolare all'inizio del XX secolo e affascinò personaggi come Sigmund Freud, Lenin, Georges Clemenceau, Salvador Dalí e Gabriele D'Annunzio. Adolf Hitler ne possedeva una versione originale, acquistata nel 1936.
Tutte le versioni del dipinto raffigurano un isolotto roccioso sopra una distesa di acqua scura. Una piccola barca a remi, condotta da un personaggio a poppa, si sta avvicinando all'isola.
A prua ci sono una figura vestita interamente di bianco e una bara bianca ornata di festoni.
L'isolotto è dominato da un bosco fitto di cipressi, associati da lunga tradizione con i cimiteri e il lutto, circondato da rupi scoscese. 
Nella roccia sono presenti quelli che sembrano essere portali sepolcrali. L'impressione complessiva è quella di uno spettacolo di desolazione immerso in un'atmosfera misteriosa e ipnotica. 
Arnold Böcklin non ha fornito alcuna spiegazione pubblica circa il significato del suo dipinto, anche se l'ha descritto come "un'immagine onirica: essa deve produrre un tale silenzio che il bussare alla porta dovrebbe fare paura".
Seconda versione
Il titolo, che gli è stato dato dal mercante d'arte Fritz Gurlitt nel 1883, non è stato specificato da Böcklin, anche se deriva da una frase scritta in una lettera inviata nel 1880 ad Alexander Günther, che aveva commissionato l'opera.
Non conoscendo la storia delle prime versioni del dipinto, molti critici d'arte hanno interpretato il vogatore come una rappresentazione di Caronte, che nella mitologia greca conduceva le anime agli inferi. 
L'acqua dovrebbe quindi essere il fiume Stige o il fiume Acheronte, e il passeggero vestito di bianco un'anima recentemente scomparsa in transito verso l'aldilà. 
Il quadro evoca, in parte, il Cimitero degli Inglesi a Firenze, dove vennero dipinte le prime tre versioni. Il cimitero era vicino allo studio di Böcklin e fu anche il luogo dove sua figlia Maria venne sepolta (Böcklin perse otto dei suoi quattordici figli). 
Quale sia stato il modello per l'isolotto roccioso è fonte di dibattito fra i critici d'arte: secondo alcuni fu l'isola di Pontikonissi, vicino Corfù, una piccola isola adornata da una cappella in mezzo a un boschetto di cipressi; secondo altri Capri e i suoi faraglioni, o il castello aragonese di Ischia.
Terza versione
È tuttavia da evidenziare, come anche lo stesso pittore elvetico non abbia mai dichiarato espressamente a quale luogo si fosse ispirato per dipingere il quadro e nemmeno se il quadro fosse stato dipinto dal vivo o se la sua realizzazione sia stata effettuata a partire da una incisione o dipinto di altro artista. Ultime più recenti ricerche sembrano ricollegare l'isola dei morti all'Isola di San Giorgio (chiamata dai montenegrini isola dei morti), davanti le coste perastine presso le Bocche di Cattaro, nell'attuale Repubblica del Montenegro. 
Quest'isola, ospita infatti una chiesetta e un camposanto di costruzione veneziana, così come il quadro dipinto dall'artista. Böcklin dipinse cinque versioni dell'isola dei morti dal 1880 al 1886. L'artista completò la prima versione del dipinto nel maggio 1880 per Alexander Günther, ma la tenne per sé stesso.
Nel mese di aprile del 1880, a Firenze, Böcklin venne visitato da Marie Berna.
La donna fu talmente colpita dalla prima versione del quadro (ora esposta al Kunstmuseum di Basilea) che chiese a Böcklin di realizzarne una copia per lei (ora al Metropolitan Museum di New York). 
Su richiesta di Berna, Böcklin aggiunse nella seconda versione la figura bianca e la bara, un'allusione alla recente scomparsa del marito. Successivamente, l'artista aggiunse questi due elementi anche alla cosiddetta prima versione, chiamando entrambe le opere Die Gräberinsel ("L'isola dei sepolcri").
La terza versione fu dipinta nel 1883 per Fritz Gurlitt. 
A partire da questa versione, una delle camere sepolcrali nella roccia sulla destra porta le lettere "AB", le iniziali di Arnold Böcklin. Nel 1933 questa versione venne acquistata da un noto ammiratore di Böcklin, Adolf Hitler. 
Quarta versione
Hitler collocò il quadro prima al Berghof, sull'Obersalzberg, e, nel 1940, nella cancelleria del Reich a Berlino. 
Esiste una celebre fotografia che ritrae Hitler nel suo studio insieme al ministro degli esteri sovietico Molotov e al ministro degli esteri tedesco Ribbentrop, scattata subito dopo la firma del patto di non aggressione russo-tedesco del 1939, nella quale si vede il quadro appeso al muro alle spalle del dittatore.
Nel maggio 1945 l'opera venne sequestrata dall'Armata Rossa come "bottino di guerra" e spedita in Russia. Successivamente tornò a Berlino e oggi è esposta presso l'Alte Nationalgalerie della capitale tedesca. 
Il bisogno di denaro portò alla realizzazione di una quarta versione, nel 1884, che venne acquistata dal collezionista d'arte Heinrich Thyssen-Bornemisza e appesa nella sede della Berliner Bank. Questa versione è andata distrutta a Berlino durante la seconda guerra mondiale e ne resta solo una foto in bianco e nero.
Una quinta versione venne commissionata nel 1886 dal Museum der bildenden Künste di Lipsia, dove si trova tuttora.
Quinta versione
Le cinque versioni

1.- Olio su tela, 111 x 115 cm, maggio 1880: Collezione di arte pubblica (Öffentliche Kunstsammlung) presso il Kunstmuseum di Basilea.

2.- Olio su tavola, 74x122 cm, giugno 1880: Metropolitan Museum di New York, fondo Reisinger.

3.- Olio su tavola, 80x150 cm, 1883: Alte Nationalgalerie, presso i Musei statali di Berlino.

4.- Olio su rame, 81 x 151 cm, 1884: distrutto a Berlino durante la seconda guerra mondiale.

5.- Olio su tavola, 80x150 cm, 1886: Museum der bildenden Künste di Lipsia.


Vividi

I morti sono furfanti che fingiamo di amare.
I loro visi di cera un rimprovero severo.
Impariamo i loro segreti con disgusto:

le loro azioni li rendono cattivi
almeno come noi – anche peggio visto
che sono morti e noi vivi e possiamo migliorare.

I morti sono furfanti che fingiamo di amare.
Sono morti volutamente, per dispetto
succhiandoci la linfa per la loro arsura.

Vestiamo le loro colpe di virtù irreali
soltanto per farli stare al loro posto
là dove devono, a una giusta distanza.

I morti sono furfanti che fingiamo di amare
benché a volte li sentiamo parlare
esattamente come ci parlarono,

e li vediamo sorridere come un tempo sorrisero,
con i capelli vividi che avevano in vita.

Traduzione di
Antonella Anedda
Jamie McKendrick

Arnold Böcklin. L'isola dei morti,
olio su tela, 1880-1886


dove sono e
cosa fanno?
cosa faremo
e saremo?
un fiore
per parlare
basterebbe
un bianco asfodelo...

venerdì 29 agosto 2014

Frammento#6


Essenze orientali
(strani effluvi sensoriali)
lasciano scie di segreti aromi,
la mia mente risiede le pieghe del tempo
come un attimo vale un altro
ricorro le cose perdute, nel sogno;
cariatidi alternano gargoyles
agli occhi che credono vedere
eppure così nitido è il cerchio
eppure è così fantastico.

Lanterne in lontananza,
odore di muschio, bagnato, umido,
intriso di umori del bosco;
seguo il fruscio,
eppure sono fermo,
viaggia il percorso dei sensi,
lontano, sfumato;
le pieghe del tempo si stirano ora,
dov'è che mi trovo?
chi sono?


Anonimo
del XX° secolo
frammenti ritrovati

giovedì 28 agosto 2014

Sabbie mobili

Succede, ma solo nei film!
Per quanto siano profonde, infatti, le sabbie mobili sono troppo dense perché ci possano sommergere completamente: al massimo si può essere risucchiati più o meno per metà.
Questo non vuol dire che non siano comunque pericolose: per uscire dal fango è necessaria molta forza e senza un aiuto esterno le conseguenze di una caduta possono essere fatali.
Il motivo per cui queste trappole naturali sono così insidiose sta nella loro struttura.
Si formano quando l'acqua satura gli strati di sabbia, che così perdono la capacità di sostenere pesi.
In condizioni di riposo si presentano come terreno solido, ma basta la pressione di un piede perché i granelli di sabbia perdano il contatto fra loro, restando sospesi nell'acqua e causando lo sprofondamento (da Focus).
Tutti avremo visto senz’altro almeno una volta  nella vita la scena di qualche film d’azione o d’avventura in cui qualcuno sprofonda nelle sabbie mobili.
A proposito di queste ci sono alcuni luoghi comuni da sfatare: anzitutto le sabbie mobili esistono davvero in natura, ma non sono sabbie, bensi argille; si tratta infatti di argille fini disperse all’interno di una gran quantità d’acqua che prevale sull’attrito delle particelle.
È vero però che la sua consistenza non è in grado di supportare il peso di una persona che ci finisce dentro, ed è vero che è molto difficile uscirne poiché tali argille aderiscono impeccabilmente alla superficie del corpo.
Ma il più delle volte le sabbie mobili non sono mai profonde ed è molto raro che esse riescano a ricoprire più della metà del corpo di un umano. Si può morire comunque con le sabbie mobili, infatti se si rimane intrappolati e nessuno ti da una mano per venirne via, ci si deve augurare che arrivi qualcuno prima di rimanere assiderati o consunti per fame o sete.
E quindi possiamo dire che è vero che i film sono film, ma attenzione! Meglio non finirci a mollo nelle “argille mobili”.

 
Sabbie mobili

Dèmoni e meraviglie
Venti e maree
S'è ritirato già il mare in lontananza
E tu
Come alga dolcemente dal vento accarezzata
Nelle sabbie del letto ti agiti sognando
Dèmoni e meraviglie
Venti e maree
Il mare s'è ritirato già in lontananza
Ma nei tuoi occhi socchiusi
Due piccole onde son rimaste
Dèmoni e meraviglie
Venti e maree
Due piccole onde per farmi annegare.

Jaques Prevert

insabbiati, spesso soffocati,
sabbie mobili dentro di noi,
il nostro io che soccombe
soffoca un grido,
ad occhi chiusi
si ritrova il mare...

 
Le sabbie mobili sono costituite da una massa di sabbia fine, più o meno satura di acqua, caratterizzata da una debole capacità di sostenere pesi: dal punto di vista fisico, si tratta di un gel idrocolloidale.
Può essere costituita da un miscuglio di argilla ed acqua dolce o salata e trattiene bene l'umidità grazie ai minuscoli pori presenti nei granelli.
Il fenomeno delle sabbie mobili si ritrova in diverse forme in natura ed è conosciuto sotto il nome di tissotropia; può essere sperimentato in casa scuotendo un flacone di ketchup e osservando come la massa di pomodoro diventi più liquida dopo essere stata agitata: la sua viscosità varia a causa delle sollecitazioni a cui è sottoposta; è possibile inoltre notare una variazione della viscosità di un vasetto di yogurt in seguito al mescolamento con un cucchiaino.
Accade nello stesso modo che la massa di sabbia possieda, a seconda delle circostanze, diverse caratteristiche fisiche:
  1. Se non disturbata, la massa di sabbia può formare effettivamente un corpo solido.
  2. Disturbata, la massa tende a liquefarsi: a causa della presenza di acqua, essa può reagire vistosamente alla tensione interna e comportarsi come un liquido se meccanicamente sollecitata. Può bastare che il corpo di una persona agisca sulla massa (o con la pressione esercitata dal suo peso, o semplicemente con una scossa) affinché i legami presenti tra i granelli di sabbia vengano allentati: infatti, essi perdono il contatto tra di loro e restano sospesi nell'acqua. Per questo, in assenza di frizione, potranno muoversi più liberamente, con conseguente calo della viscosità.
Se lasciata a riposo la massa recupera piuttosto in fretta la sua viscosità, tornando quindi a solidificarsi.
Questo tipo di terreno è stato un motivo drammatico abbastanza sfruttato nel filone d'avventura. Nelle scene di vecchi film si vedeva spesso come la sabbia, simile ad un liquido, non era in grado di sostenere il corpo di chi tentava di camminarci sopra, portandolo quindi a sprofondare.
Resta il fatto che, dato il peso specifico o meglio la densità di un essere animato, è possibile che questo affondi nelle sabbie mobili solamente per metà del suo volume. La sabbia pesa più dell'acqua e più del corpo di una persona o di un animale, sicché galleggiare sulle sabbie mobili dovrebbe essere, almeno in teoria, parecchio più facile che sull'acqua di un lago. In ogni caso non è praticamente possibile, come invece maliziosamente suggerito nei film o nella coscienza collettiva (vedi immagine), che il soggetto sprofondi completamente (è inoltre raro che le sabbie mobili siano molto profonde).
Vero è invece che le sabbie mobili possono costituire un pericolo mortale; di solito sono necessarie forze notevoli per tirare fuori una persona dalla melma e essere intrappolato in tali sabbie può portare indirettamente la morte dell'individuo: non sono però le sabbie in sé ad uccidere, ma le condizioni in cui portano il soggetto che vi resta intrappolato a lungo senza essere soccorso, come la disidratazione, la fame oppure, nel caso di sabbie mobili marine, il ritorno dell'alta marea (Wikipedia).

mercoledì 27 agosto 2014

Mura...o muri?

Vengono generalmente dette mura le fortificazioni estese intorno ad un centro abitato: in opposizione a castello o fortezza, le mura sono quindi la fortificazione urbana per eccellenza. 
Come per le altre fortificazioni, si debbono distinguere sostanzialmente due tipi di mura: quelle erette prima dell'introduzione delle artiglierie e quelle che, per difendersi dalle nuove armi, seguono i principi della fortificazione alla moderna.

Mura
 
Mura ch' io vidi in un sogno d' infanzia
cadermi addosso a strapiombi di torri,
a blocchi d' ocra fulva e di tufo
sulla silenziosa via del sonno,
 
vi ritrovo, passati tanti anni,
lungo la stessa strada sonnolenta,
altissime mura deserte di voci;
tremano al cielo pochi fili d' erba.
 
Per miglia e miglia un sentiero solingo
circonda le altissime mura di sonno:
immobile il sole vi batte sul giallo
e ferma è l' ora in un colore eterno.
 
Giorgio Vigolo
 
mura intorno a noi,
le nostre,
quelle erette in fretta,
quelle fatte di furia;
circondano noi
e a volte
si sgretolano....

MURI o MURA?
dizionario TRECCANI 

Il sostantivo muro ha due plurali, che rispondono a sfumature di significato diverse.

• Il plurale maschile muri indica la singola opera muraria, considerata separatamente
i muri portanti, i muri di collegamento

• Il plurale femminile mura si usa quando ci si riferisce all’opera muraria considerata nel suo complesso, in quanto serve a chiudere, recingere o proteggere
le mura della città, le mura domestiche, le mura di casa.


martedì 26 agosto 2014

Acheo contemporaneo

Acheo contemporaneo

Meglio aver vissuto ai tempi di Troia.
Potevo fare allora qualcosa di più, chissà,
invece di questa paralisi e incertezza
e questa paura ogni giorno, queste traversie
nell'ultima metà del ventesimo secolo.

Forse allora con una cetra, traversando di corsa
su e giù l'accampamento, avrei cantato
carmi epici, per infondere coraggio ai Greci,
forse avrei potuto dar consigli ad Achille,
far finire prima la guerra e certo
con esempi più nobili e generosi,
senza cavalli di legno, senza gli inganni
degradanti per gli eroi e soprattutto senza
quell'incendio e quella spada
che annientarono Ilio. Allora forse
non sarebbero periti Ettore e altri numerosi,
belli come i Greci.

Forse
poi avrebbe preso anche me Ulisse,
uno in più tra i suoi compagni,
per dieci anni o anche oltre, – che importa?
una mia Itaca io non l'avevo – e forse gli dèi
non adirati, ma benevoli ci avrebbero
mantenuto propizio il tempo per la nave.

Meglio aver vissuto ai tempi di Troia,
e non ora, quando fuggendo lontano dalla patria
(ma Troia non è caduta, le nostre bandiere
ormai lacere, ed Elena
abbandonata alle nostre spalle) vado errando
da trent'anni, di qua e di là nei apesi degli amici,
senza Itaca, senza fede, senza compagni.

1974 

Traduzione di Gilda Tentorio
Riplasmare il mondo con versi di luce

Nikifòros Vrettakos.

 


Elena, 
dov'è ora Elena?
sospiri dai banchi di scuola;
lutti agli achei
sospiri leggendo parole



Sulla collina di Hissarlik, Troia non c’è più. Più esattamente: la Troia di Priamo, Elena e Paride, cantata da Omero nell’Iliade, ritrovata per avventura (e ipotesi) da Heinrich Schliemann due millenni e mezzo dopo, non c’è mai stata – almeno allo stato attuale dei ritrovamenti archeologici. Ha pochi dubbi, Frank Kolb, storico dell’antichità e professore all’università tedesca di Tübingen, la stessa in cui ha sede il Projekt Troia, che da anni è la centrale degli scavi e degli studi nel sito di Hissarlik, a ridosso della costa turca, nell’Ellesponto, a Sud dello stretto dei Dardanelli. «Se vogliamo, chiamiamola pure Troia. Però nessuno degli insediamenti che si sono succeduti a Hissarlik ha le caratteristiche di una città. Si può parlare al massimo di una fortezza che dominava una vasta area rurale. Ma nulla fa pensare a un importante centro commerciale o a una civiltà autonoma, come hanno sostenuto generazioni di archeologi, amplificando i risultati degli scavi».
Fabio Sindici su “La Stampa” del 31 gennaio 2010 (dalla rete).

lunedì 25 agosto 2014

Avorio

In Africa il bilancio di elefanti uccisi per l’avorio delle loro zanne è arrivato alla media di quattro esemplari ogni ora (Bloody Ivory).
Ma, anche se a premere il grilletto sono gli abitanti della zona, è il crimine organizzato internazionale a incassarne i profitti, che finiscono per finanziare guerra e terrorismo.
È quanto rivela il New Scientist, che cita il rapporto realizzato dal gruppo ambientalista Born Free USA e dall’organizzazione no profit
C4ADS. Si tratta del primo studio che analizza il problema del traffico illegale di avorio non solo dal punto di vista della tutela degli animali, ma anche per le sue implicazioni politiche e di sicurezza nazionale.
Le sue conclusioni non sono certo confortanti: la strage di elefanti, rivela, è in qualche misura legata pressoché a tutti i conflitti africani degli ultimi decenni. È il caso del gruppo terrorista somalo al-Shabaab, che si finanzia col traffico di avorio kenyota, della guerra civile nella Repubblica Centrafricana, o ancora dei fondamentalisti Boko Haram, collegati al traffico di avorio camerunense.

In Sudan le milizie filogovernative coinvolte nella guerra in Darfur hanno finanziato le proprie operazioni con la caccia di frodo degli elefanti in Ciad, Camerun, Repubblica Centrafricana e Congo.
Qualche cifra: nel 2013 sono state smerciate circa 400 tonnellate di avorio, vale a dire le zanne di 50 mila elefanti.
Si tratta di un business da un miliardo di dollari all’anno.

Il mercato più importante è quello cinese, dove il prezzo dell’avorio è lievitato dai 6 dollari al chilo di quarant'anni fa ai 3 mila dei nostri giorni.
C’è da dire che fortunatamente, come spiega al New Scientist lo zoologo e ambientalista Iain Douglas-Hamilton, gli elefanti sono «creature sorprendentemente resilienti», in grado di mantenere in vita le proprie comunità anche in condizioni molto critiche. Quando però i decessi causati dagli umani superano la metà del totale, come è accaduto in molte regioni africane, le nascite non riescono più a rimpiazzare le perdite. Gli autori del rapporto hanno elaborato un indice che prende in analisi elementi come la corruzione e la disponibilità di armamenti per capire quali siano le zone più a rischio (dalla rete).


Avorio

Parla il cipresso equinoziale, oscuro
e montuoso esulta il capriolo,
dentro le fonti rosse le criniere
dai baci adagio lavan le cavalle.
Giù da foreste vaporose immensi
alle eccelse città battono i fiumi
lungamente, si muovono in un sogno
affettuose vele verso Olimpia.
Correranno le intense vie d'Oriente
ventilate fanciulle e dai mercati
salmastri guarderanno ilari il mondo.
Ma dove attingerò io la mia vita
ora che il tremebondo amore è morto?
Violavano le rose l'orizzonte,
esitanti città stavano in cielo
asperse di giardini tormentosi,
la sua voce nell'aria era una roccia
deserta e incolmabile di fiori.

Mario Luzi

Là lungo le vie dell'Oriente
gialla visione ritorni
ad accompagnare il mio astio;
la rabbia cancella la mente
e urlo cattivo e insolente...


avòrio
s. m. [lat. ebŏreus, agg. di ebur ebŏris «avorio»]. – Vocabolario TRECCANI

1. a. Tipo di tessuto osseo, che costituisce le zanne dell’elefante, del tricheco, dell’ippopotamo, ecc., di color bianco caratteristico che ingiallisce col tempo, usato – per la sua durezza e elasticità – come materiale da scultura e da intarsio, e per la fabbricazione di tasti di pianoforte, palle da biliardo, ecc.; a. fossile, quello delle zanne dei mammut o dei mastodonti. Nero di a., polvere finissima ottenuta per calcinazione di ritagli e raschiature di avorio, usata come colorante o per levigare.
b. Al plur., avorî, oggetti d’arte in avorio: una collezione di a. cinesi.

2. Nei denti dell’uomo e degli altri mammiferi, sinon. di dentina.
3. Nel linguaggio com. il termine è usato per distinguere un particolare tono di bianco, il bianco a., ed è assunto spesso come termine di similitudine: ha i denti d’a., bianchi come l’a., cioè bianchissimi. Nel linguaggio poet. è simbolo del candore della pelle: mani, collo, seno d’a.; Candido leggiadretto e caro guanto, Che copria netto a. e fresche rose (Petrarca); Di terso a. era la fronte lieta (Ariosto). Per l’espressione fig. torre d’a., v. torre.
4. A. vegetale: sostanza simile all’avorio di origine animale, ricavata dai semi di varie palme della zona tropicale, usata spec. per bottoni.
5. Carta avorio: tipo di cartoncino ricoperto con colla e gesso.
6. Punto avorio: tipo di trina, sinon. di puncetto.

domenica 24 agosto 2014

Fine delle vacanze

Vacanza

Intervallo di riposo, di uno o più giorni, che, nella ricorrenza di una festività o per altra circostanza, viene concesso agli studenti e agli impiegati, mentre le scuole e gli uffici rimangono chiusi.
Al plur., le v., periodo di più giorni (come le v. natalizie o di Natale e le v. pasquali o di Pasqua) o anche di più mesi (come le v. estive) durante il quale le scuole restano chiuse; quando non siano determinate, s'intende per lo più le v. estive: l'inizio delle v., alla fine dell'anno scolastico. V. intelligenti, locuz. di recente introduzione per indicare il tipo di vacanze nelle quali il riposo si concilia con attività di svago culturale. V. bianca, v. sulla neve, che se della durata di una settimana è definita anche settimana bianca. V. sostenibilev. che tende a armonizzare momenti di riposo, di divertimento e di scoperta di località nuove con la conoscenza e il rispetto dell’ecosistema.
Nel parlamento e in altre assemblee, periodo durante il quale sono sospese le sedute.

Fine delle vacanze

Ero uno che sollevava la pietra
affondata nell’erba tra la malva
scoprendo un mondo di radicole bianche
di città color verde pisello;
ma partite le ultime ragazze
che ancora ieri erano ferme in bicicletta
nascoste da grandi foglie di settembre
alle sbarre del passaggio a livello
mi sento io stesso quella pietra.
Anche le nuvole sono basse sui campi di tennis
e il nome dell’hotel scritto sul muro
a nere, grandi lettere è tutto intriso di pioggia.

Luciano Erba

rientri piovosi,
assolati, di venti;
così finisce l'estate,
nel caos;
un ritorno
di niente
e mi rivedo...
nel caos...



I giorni di v. negli istituti e scuole di stato, pareggiate e legalmente riconosciute, sono precisati dal calendario scolastico che disciplina lo svolgimento dell'intero anno di scuola. Le v. estive coincidono con il periodo intercorrente tra la fine delle lezioni previste dal calendario e l'inizio del nuovo anno scolastico; in tale periodo si svolgono però, quando previste, le operazioni di esame. Durante le v. dev'essere fruito il mese di congedo ordinario cui hanno diritto gli insegnanti, i quali, per il resto, continuano a essere considerati in servizio, sicché a essi possono essere richieste legittimamente prestazioni inerenti alle loro funzioni nel restante periodo di sospensione delle lezioni (TRECCANI).

sabato 23 agosto 2014

Il passato


Passato
 
I ricordi, queste ombre troppo lunghe
del nostro breve corpo,
questo strascico di morte
che noi lasciamo vivendo
i lugubri e durevoli ricordi,
eccoli già apparire:
melanconici e muti
fantasmi agitati da un vento funebre.
E tu non sei più che un ricordo.
Sei trapassata nella mia memoria.
Ora sì, posso dire che
che m'appartieni
e qualche cosa fra di noi è accaduto
irrevocabilmente.
Tutto finì, così rapito!
Precipitoso e lieve
il tempo ci raggiunse.
Di fuggevoli istanti ordì una storia
ben chiusa e triste.
Dovevamo saperlo che l'amore
brucia la vita e fa volare il tempo.


Vincenzo Cardarelli


passato
Il passato definisce l'insieme degli eventi già accaduti o conosciuti, ovvero quella dimensione del tempo cronologico che riguarda gli intervalli temporali già trascorsi.
Esso si contrappone al futuro e si distingue dal presente.
Teorie scientifiche (relative ai buchi neri e la velocità della luce) o fantascientifiche (su macchine del tempo) ipotizzano che esso possa essere modificato, o che si possa tornare indietro viaggiando quindi nel tempo, ma la conoscenza attuale ritiene che il passato è ciò che è stato e che mai più sarà; esso non è mai ripetibile né modificabile. Di esso si può avere una visione mnemonica a base di elettro-scariche neurali tramite i ricordi, o una visione materiale solo attraverso fasci di luce (registrazioni su pellicole o fotografie) o di luce antica pervenuta attraverso la percorrenza delle distanze spaziali.
Il passato può essere remoto (evento molto lontano), prossimo (evento avvenuto di recente), addirittura collegato al presente. Se la distanza del tempo è ridotta al secondo, questo presente è già passato.
Quanto avvenuto nel passato, è da noi saputo tramite le informazioni tramandate dalla conoscenza umana grazie alla scrittura. La notevole distanza, determina la perdita di conoscenza d’avvenimenti lontani, infatti, il passato ha questa caratteristica: oltre a non essere modificabile, quando è molto lontano si perde la sua conoscenza. Il passato avvenuto prima della scrittura, è difficilmente riconoscibile e la scienza si muove su diversi campi per scoprirne i contenuti. Una delle domande che l'uomo si pone sul suo passato è quella della propria origine e della nascita dell'universo; le molteplici teorie non offrono certezze e l'origine dell'uomo rimane un mistero. Il concatenarsi di fattori fisici, chimici, spaziali e temporali ha determinato il nostro presente e l'unica certezza che si ha sempre è il dato di fatto, che tutto ciò che c’è, è frutto di quanto successo prima. Dalla scrittura, l'uomo conserva una discreta conoscenza del passato.
La storia dell'uomo e del mondo, racconta di una razza animale intelligente che ha preso il dominio del pianeta terra.
Il presente planetario, è quanto causato e determinato dalle azioni passate dell'umanità, oltre dalle erosioni, dagli invecchiamenti, dai movimenti della terra.
Il presente universale è quanto causato e determinato dal movimento cosmico (da Wikipedia).


il passato è ricordo,
episodi indistinti
a volte
a volte troppo nitidi;
eppure il passato è qui,
con noi riposto in noi... 



venerdì 22 agosto 2014

Gabbia e leone

La gabbia
è un oggetto, spesso di metallo o di legno limitante parzialmente o totalmente la libertà di animali in generale.
Struttura di forma e dimensioni svariate, di metallo o di legno, costituita generalmente da un telaio, che sostiene una trama a sbarre, nella quale si tengono rinchiusi mammiferi, uccelli o altri animali, in cattività.
Le dimensioni, i materiali e gli accessori all'interno della gabbia dipendono dal numero e dal tipo di animali che si trovano in essa.
Le gabbie trovano impiego anche nella caccia, per contenere gli uccelli che debbono servire da richiamo.
Questo tipo di caccia è permessa in Italia solo in particolari condizioni, regolamentate strettamente dalla legge
(Wikipedia e TRECCANI).


La gabbia con il leone

Il leone è colui che emana fiori di sangue,
baffuto Maupassant, la morte con la criniera,
inspira col respiro le belle donne oltre le sbarre
e lecca la soave durezza dei loro ventri.

I loro capelli fluttuano attraverso il ferro,
i loro fianchi si muovono, tremanti,
le loro dita nella criniera, come in un bosco,
sono camosci pavidi, goccioline amare,

le gole di cristallo, gli occhietti
fumosi, le lingue vivaci...
S'intreccia un dolce sospiro nella criniera,
urlano le leonesse, impallidiscono i giovani.


Traduzione di Paolo Galvagni
Bu-Ba-Bu, L'ironia e la parodia della poesia ucraina

Viktor Neborak



Eugene Delacroix, Testa di un leone
 



fiere nel verde
 e nel marrone;
una tigre
uccisa,
un elefante
divelto:
un mondo così
cos'è?..