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L'ombra è l'opposto del sole, ma si nutre di esso.
Un cielo grigio non genera ombre: nessun contrasto, nessun pensiero.


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sabato 31 ottobre 2009



Giorno grigio
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Tutto il giorno odo il rumor delle acque
che si lamentano,
tristi come l'uccello marino
che solitario va
e ode i venti gemere alle
acque tanto monotone.
Grigi venti, freddi venti soffiano
dovunque io vada.
Odo giù il rumore d'infinite
acque remote
...
James Joyce

venerdì 30 ottobre 2009

L'Uragano

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L'uragano tutto svelle intorno a me
L'uragano svelle in me foglie e parole futili.
Turbini di passione sibilano in silenzio
Ma pace è sul tornado arido, sulla fuga della stagione delle piogge!

Tu Vento ardente Vento puro, vento della-bella-stagione, brucia ogni fiore ogni pensiero vano
Quando la sabbia ricade sulle dune del cuore.
Anvella, ferma il tuo gesto di statua e voi, fanciulli, fermate i vostri giochi e le vostre risa d'avorio.
A te consumi la voce insieme col corpo, secchi i profumo della tua carne
La fiamma che illumina la mia notte, come una colonna e come una palma.
Infiamma le mie labbra di sangue, Spirito soffia sulle corde della mia kôra
Che si levi il mio canto, puro come l'oro di Galam.

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Léopold Sédar Senghor
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giovedì 29 ottobre 2009

L'Acca in Fuga


C'era una volta un'Acca.
Era una povera Acca da poco: valeva un'acca, e lo sapeva. Perciò non montava in superbia, restava al suo posto e sopportava con pazienza le beffe delle sue compagne. Esse le dicevano:
E così, saresti anche tu una lettera dell'alfabeto? Con quella faccia?
Lo sai o non lo sai che nessuno ti pronuncia?
Lo sapeva, lo sapeva. Ma sapeva anche che all'estero ci sono paesi, e lingue, in cui l'acca ci fa la sua figura.
" Voglio andare in Germania, - pensava l'Acca, quand'era- più triste del solito. - Mi hanno detto che lassù le Acca sono importantissime ".
Un giorno la fecero proprio arrabbiare. E lei, senza dire né uno né due, mise le sue poche robe in un fagotto e si mise in viaggio con l'autostop.
Apriti cielo! Quel che successe da un momento all'altro, a causa di quella fuga, non si può nemmeno descrivere.
Le chiese, rimaste senz'acca, crollarono come sotto i bombardamenti. I chioschi, diventati di colpo troppo leggeri, volarono per aria seminando giornali, birre, aranciate e granatine in ghiaccio un po' dappertutto.
In compenso, dal cielo caddero giù i cherubini: levargli l'acca, era stato come levargli le ali.
Le chiavi non aprivano più, e chi era rimasto fuori casa dovette rassegnarsi a dormire all'aperto.
Le chitarre perdettero tutte le corde e suonavano meno delle casseruole.
Non vi dico il Chianti, senz'acca, che sapore disgustoso. Del resto era impossibile berlo, perché i bicchieri, diventati " biccieri", schiattavano in mille pezzi.
Mio zio stava piantando un chiodo nel muro, quando le Acca sparirono: il " ciodo " si squagliò sotto il martello peggio che se fosse stato di burro.
La mattina dopo, dalle Alpi al Mar Ionio, non un solo gallo riuscì a fare chicchirichi': facevano tutti ciccirici, e pareva che starnutissero. Si temette un'epidemia.
Cominciò una gran caccia all'uomo, anzi, scusate, all'Acca. I posti di frontiera furono avvertiti di raddoppiare la vigilanza. L'Acca fu scoperta nelle vicinanze del Brennero, mentre tentava di entrare clandestinamente in Austria, perché non aveva passaporto. Ma dovettero pregarla in ginocchio: Resti con noi, non ci faccia questo torto! Senza di lei, non riusciremmo a pronunciare bene nemmeno il nome di Dante Alighieri. Guardi, qui c'è una petizione degli abitanti di Chiavari, che le offrono una villa al mare. E questa è una lettera del capo-stazione di Chiusi-Chianciano, che senza di lei
diventerebbe il capo-stazione di Ciusi-Cianciano: sarebbe una degradazione
L'Acca era di buon cuore, ve l'ho già detto. È rimasta, con gran sollievo del verbo chiacchierare e del pronome chicchessia. Ma bisogna trattarla con rispetto, altrimenti ci pianterà in asso un'altra volta.
Per me che sono miope, sarebbe gravissimo: con gli "occiali" senz'acca non ci vedo da qui a lì.


Gianni Rodari

mercoledì 28 ottobre 2009

FORSE UN MATTINO ANDANDO
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Forse un mattino andando in un'aria di vetro,
arida, rivolgendomi vedró compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.
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Poi come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto
alberi case colli per l'inganno consueto.

Ma sarà troppo tardi; ed io me n'andró zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.
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Eugenio Montale


martedì 27 ottobre 2009

Un Vaso che tutti abbiamo


Non bisogna mai aprirlo.
Non si deve aprire mai.

Il vaso dove tutto c'è e si confondono bene e male in un'entità inscindibile e terribile allo stesso tempo, piena di fascino e mistero, dove non esistono confini precisi ma solo aree di passaggio che mescolano colori ed umori a formare sentimenti ed impressioni, la nostra anima insomma.
Quando in preda alla curiosità sbirciamo nel vaso succede di tutto e troppo in fretta.
Lasciamo che il tempo ci aiuti nella scoperta e ricordiamoci le cose che siamo e quelle che facciamo, tutto sarà più chiaro una volta diventato vissuto..."panta rei!"...nella ricerca assennata del senso che troppo a lungo ci sfugge e si incista in malevoli pensieri di negatività e tristezze.
Teniamo con noi il tempo del ricordo ed il nostro vaso rimarrà chiuso, pieno o svuotato poco importa, ma che rimanga chiuso.
Noi sappiamo bene cosà c'è dentro, che senso ha cercare di vederlo con gli occhi quando abbiamo la mente?
Non sfidiamo gli Dei, impariamo a conviverci

Per punire gli uomini Zeus ordinò ad Efesto di creare una bellissima fanciulla, Pandora (dal greco "pan doron" = "Tutti I Doni"), alla quale gli dei donarono grazia e ogni sorta di virtù.
Ermes, che aveva dotato la giovane di astuzia e curiosità, venne incaricato di condurre Pandora dal fratello di Prometeo, Epimeteo (fratello stupido). Questi nonostante l’avvertimento del fratello di non accettare doni dagli dei, sposò Pandora. Ella aveva con sé un vaso regalatole da Zeus, che però le aveva ordinato di lasciare sempre chiuso. Ma, spinta dalla curiosità, Pandora disobbedì: aprì il vaso e da esso uscirono tutti i mali del mondo (la vecchiaia, la gelosia, la malattia, la pazzia, ecc.) che si abbatterono sull’umanità.
Sul fondo del vaso rimase solo la speranza, l’ultima a morire.
Secondo un’altra versione il vaso, aperto da Epimeteo, conteneva tutti i beni, che volarono verso gli dei, lasciandone sprovvisti gli uomini.
« Così disse ed essi obbedirono a Zeus signore, figlio di Crono.
E subito l’inclito Ambidestro, per volere di Zeus, plasmò dalla terra una figura simile a una vergine casta; Atena occhio di mare, le diede un cinto e l’adornò; e le Grazie divine e Persuasione veneranda intorno al suo corpo condussero aurei monili; le Ore dalla splendida chioma, l’incoronarono con fiori di primavera; e Pallade Atena adattò alle membra ornamenti di ogni genere. Infine il messaggero Argifonte le pose nel cuore menzogne, scaltre lusinghe e indole astuta, per volere di Zeus cupitonante; e voce le infuse l’araldo divino, e chiamò questa donna Pandora, perché tutti gli abitanti dell'Olimpo l’avevano donata in dono, sciagura agli uomini laboriosi. Poi, quando compì l’arduo inganno, senza rimedio, il Padre nabdò a Epimeteo l’inclito Argifonte portatore del dono, veloce araldo degli dèi; né Epimeteo pensò alle parole che Prometeo gli aveva rivolto: mai accettare un dono da Zeus Olimpio, ma rimandarlo indietro, perché non divenisse un male per i mortali. Lo accolse e possedeva il male, pria di riconoscerlo. Prima infatti le stirpi degli uomini abitavano la terra del tutto al riparo dal dolore, lontano dalla dura fatica, lontano dalle crudeli malattie che recano all’uomo la morte; (rapidamente nel dolore gli uomini avvizziscono.)
Ma la donna di sua mano sollevò il grande coperchio dell’orcio e tutto disperse, procurando agli uomini sciagure luttuose. Sola lì rimase Speranza nella casa infrangibile, dentro, al di sotto del bordo dell’orcio, né se ne volò fuori; ché Pandora prima ricoprì la giara, per volere dell’egioco Zeus, adunatore dei nembi.
E altri mali, infiniti, vanno errando fra gli uomini. » (da Wikipedia)
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Il mito di Pandora è sequenziale al mito di Prometeo il quale, rubando il fuoco agli dei per restituirlo agli uomini, fece infuriare il padre degli dei Zeus (Giove per i romani).
Secondo il racconto di Esiodo (il più antico poeta greco di cui si abbia notizia, che visse tra l’VIII e il VII secolo a.C.), Zeus ordinò a Efesto (Vulcano, dio del fuoco e fabbro degli dei) di forgiare una bellissima figura femminile: Pandora, dicendo: "essi (gli uomini) riceveranno da me, in cambio del fuoco, un male di cui gioiranno, circondando d'amore ciò che costituirà la loro disgrazia".
Gli dei dell'Olimpo donarono a Pandora ogni sorta di pregio e di virtù, da cui il nome che significa "tutta un dono".Ma il dio Mercurio le donò la curiosità e Zeus un vaso da custodire, ma con il divieto di aprirlo.Pandora però, spinta dalla curiosità lo aprì e dal vaso uscirono tutti i mali: la vecchiaia, la morte, la malattia, la pazzia, solo per ultima uscì la speranza. Forse non tutti sanno che il termine sanscrito che traduce "speranza", ha in realtà un senso negativo che lo avvicina più all’italiano "aspettativa" che non a "speranza"; per questo la "speranza" rimasta sul fondo del vaso di Pandora è forse il più terribile dei beni o il più dolce dei mali .

lunedì 26 ottobre 2009


Poesia di Saffo

A me pare uguale agli dei
chi a te vicino così dolce
suono ascolta mentre tu parli
e ridi amorosamente. Subito a me
il cuore si agita nel petto
solo che appena ti veda, e la voce
si perde sulla lingua inerte.
Un fuoco sottile affiora rapido alla pelle,
e ho buio negli occhi e il rombo
del sangue alle orecchie.
E tutta in sudore e tremante
Come erba patita scoloro:
e morte non pare lontana
a me rapita di mente.


traduzione Salvatore Quasimodo

sabato 24 ottobre 2009

Il Profeta

Sulla Libertà
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E un oratore disse: Parlaci della Libertà.
E lui rispose: Alle porte della città e presso il focolare vi ho veduto, prostrati, adorare la vostra libertà, Così come gli schiavi si umiliano in lodi davanti al tiranno che li uccide.
Sì, al bosco sacro e all'ombra della rocca ho visto che per il più libero di voi la libertà non era che schiavitù e oppressione.
E in me il cuore ha sanguinato, poiché sarete liberi solo quando lo stesso desiderio di ricercare la libertà sarà una pratica per voi e finirete di chiamarla un fine e un compimento. In verità sarete liberi quando i vostri giorni non saranno privi di pena e le vostre notti di angoscia e di esigenze.
Quando di queste cose sarà circonfusa la vostra vita, allora vi leverete al di sopra di esse nudi e senza vincoli.
Ma come potrete elevarvi oltre i giorni e le notti se non spezzando le catene che all'alba della vostra conoscenza hanno imprigionato l'ora del meriggio?
Quella che voi chiamate libertà è la più resistente di queste catene, benché i suoi anelli vi abbaglino scintillando al sole.
E cos'è mai se non parte di voi stessi ciò che vorreste respingere per essere liberi?

L'ingiusta legge che vorreste abolire è la stessa che la vostra mano vi ha scritto sulla fronte. Non potete cancellarlabruciando i libri di diritto né lavando la fronte dei vostri giudici, neppure riversandovi sopra le onde del mare. Se è un despota colui che volete detronizzare, badate prima che il trono eretto dentro di voi sia già stato distrutto.Poiché come può un tiranno governare uomini liberi e fieri, se non per una tirannia e un difetto della loro stessa libertà e del loro orgoglio? E se volete allontanare un affanno, ricordate che questo affanno non vi è stato imposto, ma voi l'avete scelto. E se volete dissipare un timore, cercatelo in voi e non nella mano di chi questo timore v'incute.In verità, ciò che anelate e temete, che vi ripugna e vi blandisce, ciò che perseguite e ciò che vorreste sfuggire, ognuna di queste cose muove nel vostro essere in un costante e incompiuto abbraccio. Come luci e ombre unite in una stretta, ogni cosa si agita in voi. e quando un'ombra svanisce, la luce che indugia diventa ombra per un'altra luce. E così quando la vostra libertà getta le catene diventa essa stessa la catena di una libertà più grande.

venerdì 23 ottobre 2009

Eldorado


Abbigliato gaiamente,
Un leggiadro cavaliere,
Con la luce e con le ombre,
Da gran tempo ormai viaggiava
E cantava una canzone,
Per cercare l'Eldorado.
Ma avvenne che invecchiava,
Un tal prode cavaliere,
E sul cuore un'ombra scese
Perché egli non trovava
Nessun luogo della terra
Che era come l'Eldorado.
E così quando alla fine
Gli mancarono le forze,
In un'ombra pellegrina
S'imbatté e le chiese: «Ombra
Dove mai si può trovare
Questa terra d'Eldorado?».
«Laggiù oltre le montagne
Della Luna, su cavalca
Per la valle delle Ombre,
Oh mio prode su cavalca»
«Se tu cerchi l'Eldorado!»
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Edgard Allan Poe

giovedì 22 ottobre 2009

Babino lo Sciocco

Un giorno, uno sciocco di nome Babino si mise in cammino per vedere il mondo e per mostrare a tutti quant'egli fosse cortese. Ed ecco, cammina cammina, trovò sulla sua strada una casa disabitata. Guardò nella cantina e vide alcuni diavoli coi baffi irti, con gli occhi accesi e grossi còme bocce, con la testa a pera. I diavoli, con le loro lunghe dita ricurve, giocavano a carte e a dadi. Babino li salutò: Dio vi aiuti, buona gente! Non l'avesse mai detto! I diavoli, furibondi, afferrarono lo sciocco e lo percossero a sangue. Solo quando lo videro più morto che vivo, lo lasciarono andare. Allora Babino tornò a casa piangendo. La madre gli si fece incontro e, saputo ciò che era successo, gli disse: Babino, sei proprio uno sciocco. Lo vedi? Hai parlato a sproposito. Ai diavoli bisogna dire: «Dio vi sprofondi nell'inferno!». Se tu avessi parlato così, i diavoli sarebbero fuggiti, lasciando sul tavolo la posta del gioco, e tutto l'oro sarebbe stato tuo. Impara, Babino! Ho capito fece lo sciocco.
Ho sbagliato, ma un'altra volta starò attento. E Babino si mise di nuovo in cammino. Sulla strada trovò quattro fratelli che stavano trebbiando il grano. Babino si accostò e disse: Dio vi sprofondi nell'inferno! I quattro fratelli, a quell'insulto, gli saltarono addosso e gliene diedero tante e poi tante da lasciarlo a terra tramortito. Quando Babino rinvenne, se ne tornò a casa malconcio peggio dell'altra volta. Sua madre, saputo ciò che era successo, lo rimproverò aspramente: Sei uno sciocco, Babino: anche questa volta hai parlato a sproposito. Ai fratelli tu dovevi dire, indicando i sacchi di grano: «Possiate portarne cento ogni giorno di quei carichi, amici miei». Ho capito fece Babino. -Sono stato uno sciocco. ma non succederà più. E si mise nuovamente in cammino. Strada facendo, incontrò sette fratelli che gemevano e piangevano, portando a seppellire un loro caro, morto da poco.S alve, amici miei! gridò lo sciocco ai sette fratelli. Possiate portarne cento ogni giorno di quei carichi! All'udire quelle parole, i sette fratelli si asciugarono le lacrime, saltarono addosso allo sciocco, e giù botte da orbi! Babino, pesto e malconcio, se ne tornò a casa piangendo. Raccontò ogni cosa a sua madre, ed ella scosse la testa desolata. Quando mai riuscirò a farti capire che bisogna parlare a proposito? Sei uno sciocco, Babino. Tu avresti dovuto accostarti ai sette fratelli e dir loro: «Requiem aeternam nel paradiso di Dio...». Ho capito fece Babino. E si mise di nuovo in cammino. S'imbatté questa volta in un corteo nuziale. Tutti erano vestiti a festa e gli sposini erano seguiti da un gruppo di robusti giovanotti che cantavano in coro. Babino si accostò agli sposi e disse tutto contento: «Requiem aeternam» nel paradiso di Dio! Gli sposini si guardarono spaventati. Ma i giovanotti del corteo gli saltarono addosso e lo picchiarono di santa ragione. Anche lo sposo, riavutosi dalla sorpresa, non restò indietro, e gliene diede la sua parte... Babino, anche questa volta, tornò a casa in lacrime. Sei stato uno sciocco! gridò la madre spazientita. Agli sposi dovevi dire: « Il Signore vi conceda nozze felici e numerosi figli! ». Ho capito: fece Babino sono stato uno sciocco, ma non sbaglierò più. E si mise di nuovo in cammino. Giunse finalmente presso la grotta di un eremita. Salve, amico disse Babino. Il Signore ti conceda nozze felici e figli numerosi. L'eremita si rannuvolò. Per quanto egli fosse abituato ad avere pazienza, questa volta gli saltò la mosca al naso. E prendendo le parole di Babino come una beffa, afferrò il bastone che gli serviva per scacciare i diavoli e lo ruppe sul groppone di Babino. Sciocco che non sei altro! lo rimprovero la madre. All'eremita tu dovevi dire: Benedicimi, padre! Ho capito fece Babino. E si mise di nuovo in cammino. Questa volta incontrò un orso che stava divorando una mucca. Babino gli si avvicinò incuriosito e disse all'orso: Benedicimi, padre! L'orso, disturbato nel bel mezzo del suo pasto principale, afferrò Babino tra le sue zampe, lo gettò a terra, lo pestò ben bene e alla fine lo fece rotolare in un fosso. E' stato un orso anche tropo gentile! commentò la madre appena seppe la cosa. Sciocco di un Babino! All'orso tu dovevi dire: Fatti da parte, brutta bestiaccia! Ho capito fece Babino. Sono stato uno sciocco, ma un'altra volta non succederà: più. E si mise di nuovo in cammino. Mentre stava attraversando la pianura, Babino incontrò un capitano coi suoi soldati. Lo sciocco gli andò incontro e gli disse: Fatti da parte, brutta bestiaccia! Allora il capitano fece un cenno ai suoi uomini: questi afferrarono Babino e gliene diedero tante e poi tante da lasciarlo a terra più morto che vivo. Quando Babino si rialzò, aveva le ossa tutte rotte. Se ne tornò a casa piangendo e, da quel giorno, non ebbe più voglia di mettersi in cammino per vedere com'era fatto il mondo, né per mostrare a tutti la sua cortesia.

Lev Nikolajevic Tolstoi

mercoledì 21 ottobre 2009


L'ULTIMA INFEDELTA'
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Dolce tristezza, pur t'aveva seco,
non è molt'anni, il pallido bambino
sbocconcellante la merenda, chino
sul tedioso compito di greco...
Più tardi seco t'ebbe in suo cammino
sentimentale, adolescente cieco
di desiderio, se giungeva l'eco
d'una voce, d'un passo femminino.
Oggi pur la tristezza si dilegua
per sempre da quest'anima corrosa
dove un riso amarissimo persiste,
un riso che mi torce senza tregua
la bocca... Ah! veramente non so cosa
più triste che non più essere triste!
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Guido Gozzano

martedì 20 ottobre 2009

Avalon

Avalon è un'isola leggendaria, situata da qualche parte nelle isole britanniche, famosa per le sue belle mele. Secondo alcune teorie, la parola Avalon è una traslitterazione inglese del termine celtico Annwyn, cioè il regno delle fate, o Neverworld. Nella sua Historia Regum Britanniae Goffredo di Monmouth ha dato al nome il significato di Isola delle Mele, cosa molto probabile, visto che in bretone e in cornico il termine usato per indicare mela è Aval, mentre in gallese è Afal, pronunciato aval. Il concetto di un'"isola dei beati" è presente anche altrove nella mitologia indoeuropea, in particolare nel Tír na nÓg e nelle greche Esperidi (queste ultime famose per le loro mele).
Secondo alcune leggende (cfr. il poeta Robert de Boron), Avalon sarebbe il luogo visitato da Gesù e da Giuseppe d'Arimatea e quello dove, proprio Giuseppe d'Arimatea, dopo aver raccolto il sangue di Cristo in una coppa di legno (il Sacro Graal), si rifugiò, fondando anche la prima chiesa della Britannia. Oggi l'isola di Avalon è normalmente associata alla cittadina di Glastonbury, in Inghilterra. Sarebbe anche il luogo in cui fu sepolto Re Artù, trasportato nell'isola su una barca guidata dalla sorellastra, la Fata Morgana. Secondo la leggenda, Artù riposa sull'isola, in attesa di tornare nel mondo quando questo ne sentirà nuovamente il bisogno.
Per alcuni Avalon andrebbe identificata con Glastonbury. A partire dagli inizi dell'XI secolo, prese corpo la tradizione secondo cui Artù fu sepolto nella Glastonbury Tor, che in passato era circondata dall'acqua, proprio come un'isola. Durante il regno di Enrico II, secondo il cronista Giraldo Cambrense e altri, l'abate Enrico di Blois commissionò una ricerca, che, a una profondità di 5 metri, avrebbe portato alla luce un enorme tronco di quercia o una bara con un'iscrizione: "Qui giace sepolto l'inclito re Artù nell'isola di Avalon". I resti furono sotterrati di nuovo davanti all'altare maggiore, nell'abbazia di Glastonbury, con una grande cerimonia, a cui parteciparono anche re Edoardo I e la sua regina. Il luogo divenne meta di pellegrinaggio fino al periodo della Riforma protestante. Una vicina vallata porta il nome di Valle di Avalon. Comunque, la leggenda di Glastonbury è stata spesso considerata falsa.
Secondo altre teorie, Avalon sarebbe l'Ile Aval o Daval, sulla costa della Bretagna, oppure Burgh-by-Sands, nel Cumberland, che al tempo dei romani era il fortilizio di Aballava, lungo il Vallo di Adriano, e vicino Camboglanna, al di sopra del fiume Eden, ora Castlesteads. Per una coincidenza, il sito dell'ultima battaglia di Artù si sarebbe chiamato Camlann. Per altri Avalon sarebbe da ubicare sul Monte di san Michele, in Cornovaglia, che si trova vicino ad altre località associate con le leggende arturiane. Questo monte, è in realtà isola che si può raggiungere quando c'è bassa marea. La questione è confusa da leggende simili e toponimi presenti in Bretagna.
Avalon, comunque, resta nell'immaginario collettivo un'isola magica, dove continuano a vivere le vecchie tradizioni dei celti e dove la Grande Dea viene onorata dai druidi e dalle sacerdotesse. Sono proprio queste ultime, sempre secondo le leggende, ad aver nascosto l'isola con una fitta nebbia, rendendo il luogo accessibile solo a chi ha la conoscenza per aprire questo incantesimo. L'isola di Avalon veniva chiamata anche "Inis witrin" (cioè "isola di vetro") per l'abbondanza di guado, pianta che sfuma sull'azzurro e che i guerrieri celti utilizzavano per tingersi la faccia per andare in battaglia. (Wikipedia)

Questa bella canzone dei Roxy Music (è anche il tiolo dell'album) è stata magistralmente in terpretata da Brian Ferry riuscendo così a ricreare quel clima pieno di mistica atmosfera che circonda questa leggenda.
Io personalmente la riascolto sempre volentieri e l'ho messa da tempo in tutte le mie selezioni musicali di brani scelti.

Anche il video non è male.



lunedì 19 ottobre 2009

I Sette Peccati Capitali


La vita dell'uomo nell'immaginario di un folle?
O il folle in realtà è solamente l'uomo che vive la sua vita nel peccato?
Sarebbe interessante sapere il vero intento di Bosch prima di descrivere questa stranissima sua opera che si guarda dall'alto in basso, cosa assolutamente unica per un'opera pittorica.
Vero è che una volta di più la lucida follia di un genio ha fermato attimi di vita quotidiana con uno scatto fotografico impietoso dell'essere umano nelle sue manifestazioni più animalesche e brutali.
Problemi vostri sembra dirci l'autore...forse è veramente così!
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Tra il 1475 e il 1480 Hieronymus esegue la tavola con I sette peccati capitali.
La tavola è costituita da cinque medaglioni; il più grande, posto al centro, rappresenta l’occhio di Dio. Nell'iride centrale, intorno al Cristo nel sepolcro, è posta la scritta: CAVE CAVE DOMINUS VIDET («Fai attenzione, il Signore ti sorveglia»).
Intorno a quest'Occhio sono distribuiti i sette peccati capitali tradotti in scenette (Ira, Vanità, Lussuria, Pigrizia, Gola, Avarizia, Invidia), collocati nei quattro angoli: la Morte dell’uomo, il Giudizio Universale, l’Inferno e il Paradiso. Sui cartigli i testi biblici: in alto «È un popolo privo di discernimento e di senno; o, se fossero saggi e chiaroveggenti, si occuperebbero di ciò che li aspetta» e in basso «Io nasconderò il mio volto davanti a loro e considererò quale sarà la loro fine» (da Wikipedia).

domenica 18 ottobre 2009




Mattina alla Finestra


Sbattono piatti da colazione nelle cucine del seminterrato,
E lungo i marciapiedi che risuonano di passi
Scorgo anime umide di donne di servizio
Sbucare sconsolate dai cancelli che danno sulla strada.
Ondate brune di nebbia levano contro di me
Volti contorti dal fondo della strada,
Strappano a una passante con la gonna inzaccherata
Un vacuo sorriso che s'alza leggero nell'aria
E lungo il filo dei tetti svanisce.


Thomas Stearns Elliot

sabato 17 ottobre 2009

Ode al Giorno Felice


Questa volta lasciate che sia felice,
non è successo nulla a nessuno,
non sono da nessuna parte,
succede solo che sono felice
fino all’ultimo profondo angolino del cuore.
Camminando, dormendo o scrivendo,
che posso farci, sono felice.
Sono più sterminato dell’erba nelle praterie,
sento la pelle come un albero raggrinzito,
e l’acqua sotto, gli uccelli in cima,
il mare come un anello intorno alla mia vita,
fatta di pane e pietra la terra
l’aria canta come una chitarra.
Tu al mio fianco sulla sabbia, sei sabbia,
tu canti e sei canto.
Il mondo è oggi la mia anima
canto e sabbia, il mondo oggi è la tua bocca,
lasciatemi sulla tua bocca e sulla sabbia
essere felice,essere felice perché sì,
perché respiro e perché respiri,
essere felice perché tocco il tuo ginocchio
ed è come se toccassi la pelle azzurra del cielo
e la sua freschezza.
Oggi lasciate che sia felice, io e basta,
con o senza tutti, essere felice con l’erba
e la sabbia essere felice con l’aria e la terra,
essere felice con te, con la tua bocca,
essere felice.
---
Pablo Neruda

venerdì 16 ottobre 2009

Agliè nel Canavese cercando Guido Gozzano


Ancora mi sembra di veder svolazzare le sue cinquecento vanesse a sfiorare la tela insidiosa del ragno crociato.
Sono sicuro, tra i fiori, l'erba e i buchi delle talpe del suo giardino di Agliè Guido Gozzano trovava pace ed ispirazione e respirava gli odori del tempo, quello dei libri e della polvere che gli anni depongono su di loro.
E la musica, perchè c'era anche la musica, ne sono sicuro.
Lo vedo seduto su un dondolo a scrivere le lettera all'amata Amalia cercando non la vena poetica ma quella del cuore per dirle il suo amore e quanto tenesse alla vita.
I chiaroscuri giochi dei raggi di sole tra le persiane socchiuse e l'aria, nè calda nè fredda dei giorni di mezza stagione, il profumo delle mele ed il ronzio degli insetti...e quell'ombra fresca per il riposo pomeridiano delle afose giornate estive.
Così mi immagino lui ad Agliè, tranquillo in quella serenità che gli era dovuta.


VILLA MELETO
e Guido Gozzano

Villa Meleto, così chiamata perché il viale d’ingresso e buona parte del terreno attiguo era coltivato a frutteto, fu il soggiorno del poeta Guido Gozzano.
Guido Gozzano nacque a Torino nel 1883, studiò giurisprudenza, ma la lasciò per la poesia.
La sua prima raccolta di liriche uscì nel 1907 con il titolo La via del Rifugio a cui seguirono nel 1911 I Colloqui .
Nel 1908 fu colpito da tisi e, a soli 33 anni, morì nella sua casa di Torino; la sua salma fu trasportata ad Agliè, prima nella tomba della famiglia paterna nel cimitero, poi nel 1951 per desiderio del fratello Renato venne tumulata nella cappella Mautino (famiglia materna) all’interno della chiesa di San Gaudenzio.

Villa Meleto cessò di essere di proprietà dei Gozzano già dal 1912-13.
Dopo la seconda guerra mondiale la villa fu acquistata dalla signora Edvige Gatti Facchini che cercò di ritrovare gli arredi mancanti per renderla il più possibile simile a quella descritta dal poeta nelle sue liriche.
Alla sua morte la villa passò al dottor Francesco Conrieri che la restaurò secondo lo stile "liberty" tipico degli inizi del ‘900.
Oggi, visitando il Meleto, possiamo ricordare il salotto di Nonna Speranza con "Loreto impagliato…le buone cose di pessimo gusto, …gli scrigni fatti di valve, …il cucù dell’ora che canta, …le sedie parate a damasco chermisi…".
Sfiorando gli oggetti cari a Gozzano ci si sente invadere da quel senso ironico-crepuscolare che ha dominato tutta la sua breve vita. (Edy Gambillare)
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La statua e il ragno crociato

Io so il mistero di colei che abbassa
l'antiche ciglia in vigilanza estrema,
quasi, nel marmo trepidando, tema
d'aggrovigliare un'esile matassa.
Io so. Guardate contro il sole: passa
dall'una all'altra mano e splende e trema
il filo che un'epeira diadema
conduce senza spola e senza cassa.
Aracne fu pietosa. E chi non mai
più rivedrà la terra sacra abbassa
le ciglia illuse e vede il mare Egeo,
vede una schiava al ritmo dei telai,
appenderle dal plinto una matassa:
e canta un canto dolce il gineceo.
---
Guido Gozzano
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giovedì 15 ottobre 2009

In Attesa che l'Amico Torni


Tu non sai cosa sia la notte
sulla montagna
essere soli come la luna;
nè come sia dolce il colloquio
e l’attesa di qualcuno
mentre il vento appena vibra
alla porta socchiusa della cella.
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Tu non sai cosa sia il silenzio
nè la gioia dell’usignolo
che canta, da solo nella notte;
quanto beata è la gratuità,
il non appartenersi
ed essere solo
ed essere di tutti
e nessuno lo sa o ti crede.
---
Tu non sai
come spunta una gemma
a primavera, e come un fiore
parla a un altro fiore
e come un sospiro
è udito dalle stelle.
E poi ancora il silenzio
e la vertigine dei pensieri,
e poi nessun pensiero
nella lunga notte,
ma solo gioia
pienezza di gioia
d’abbracciare la terra intera;
e di pregare e cantare
ma dentro, in silenzio.
---
Tu non sai questa voglia
di danzare
solo nella notte
dentro la chiesa,
tua nave sul mare.
E la quiete dell’anima
e la discesa nelle profondità,
e sentirti morire
di gioia
nella notte.
---

David Maria Turoldo

mercoledì 14 ottobre 2009

Ai Gatti Si Può Dir Tutto


Sulle scale una ragazza
tiene un gattino grigio in braccio.
"Tre per tre fa ventidodici",
gli sussurra all'orecchio.
"Ma non dirlo a nessuno!"
gli dice seria seria.
Ma non c'è da preoccuparsi
su cosa dire o non dire,
ai gatti puoi dir tutto,
tutto quello che sai.
Tanti i tuoi segreti
non li diranno mai!

---
Josef Guggenmos

martedì 13 ottobre 2009

Il Lago della Leggenda


Ogni lago ha la sua leggenda: una leggenda che ricorda le sue origini con precisione fantastica, e si tramanda di padre in figlio finché vien fissata sulla carta e stampata, nera sul bianco, da qualche raccoglitore. Quanto al nostro lago, questo nostro magnifico lago di Varese, bianco sul nero se lo vedete nelle notti di luna, che si lascia comprendere d'un sol colpo d'occhio, non ha, ch'io mi sappia, una leggenda che ne racconti la nascita: nessuno dei buoni antichi ha trovato nipotini tanto poco amanti del sonno da dover inventare, per addormentarli, che gli Angeli riempirono con secchi d'oro tutta una valle, gli Angeli fecero spuntare l'isolotto, buon cane da guardia, e gli Angeli fecero questo, fecero quello. Che lago prosastico, direte voi. Adagio: c'è un compenso. Non avete mai visto, scendendo o salendo la strada così detta del Sasso, tra Comeno e Gavirate, a mano destra, una Chiesuola con un piccolo portico ed un campaniletto muto? No: voi non vi siete mai fermati. Se avete la macchina rombante, non vi siete accorti di nulla: se eravate pellegrini francescani, non vi siete fermati a guardare, attraverso una finestrella, nella penombra di questa chiesa. E nemmeno vi siete seduti sul muricciolo del portico a guardare quel po' di lago che trema lontanamente. Questa chiesa ha una leggenda. A me l'ha raccontata una vecchina di quelle che si incontrano nelle favole o negli angoli ignoti dei paesi. Dunque ai tempi dei tempi (quando, e chi lo sa!) avvenne ad un cavaliere che si trovasse a percorrere in pieno inverno questi paesi. La neve era tanta che pareva che tutti i mulini del cielo avessero rovesciato la loro farina, su questa piana terra di Lombardia. Si trova dunque d'un tratto il cavaliere davanti ad una distesa di neve dove non un arbusto, uno stecco ed un albero ischeletrito, drizzava le braccia al cielo. Una prateria che si allargava improvvisamente, come un miracolo. In fondo, lontano, poche casupole indicavano l'esistenza d'un villaggio. Il cavaliere affronta decisamente la pianura: sprona il cavallo, e sollevando turbini di neve vola a galoppo sfrenato. Gli sferza in volto un'aria più fredda: quasi direbbe gelida. In poco più di mezz'ora ha percorso tutto il prato di così insolite dimensioni. Eccolo ora davanti alle casupole in rovina del villaggio. Chiama, passando, perché qualcuno gli risponda. Chiama, chiama e nessuno risponde. Scalpita il cavallo ed egli batte ad una porta. "Buona gente!". S'apre finalmente la porticina cigolando sui cardini, ed emerge dall'ombra nera una vecchina piccina piccina (forse una delle nonne più lontane di quella che mi raccontò la storia). "Buon dì, cavaliere di Dio!". Egli l'interpella in modo deciso: "Dite: chi è il padrone di quel prato senz'alberi né stecchi che vedete laggiù? L'ho attraversato or ora e mi punge voglia di comprarmelo!". "Signore Iddio!" esclama la vecchia crocesegnandosi: "Passaste là sopra?". "Sì. Ma che avete che vi segnate su tutte le parti del corpo? Ho forse l'aria di un pagano?". La vecchina, commossa, accenna a rispondere: "Signor mio, no. Voi non siete un pagano: ché altrimenti il Signore non vi avrebbe fatto sì leggero da passare sul lago senza che il ghiaccio si rompesse sotto gli zoccoli del cavallo!". Ora è la volta del cavaliere ad essere stupito: ché molte avventure gli son capitate, ma giammai passò sui ghiacci di un lago scambiandoli per prati distesi sotto il cielo. Si fa gente e tutti lo guardano con meraviglia: il Cavaliere del miracolo egli è ormai per essi. Da le casupole le donne lo mostrano ai fantolini: il Cavaliere che passò sul lago. Quando infine egli si riebbe dalla sorpresa, trasse una borsa d'oro e parlò ai contadini: "Buoni terrieri, uditemi. Io voglio che in ringraziamento al Signore, voi costruiate una Chiesa e vi facciate orazione". E come quelli annuirono, egli li ringraziò, diede loro il denaro e se ne partì, né fu più visto. Cominciarono essi a costruire la Chiesa, secondo che dicono le storie. Poi cambiarono i tempi, Gavirate divenne un borgo popoloso ed industre, la Chiesa ebbe bisogno di essere rimessa a punto, forse non è più come a quei tempi. Ma il lago è sempre quello: a volte gela, a volte ride. E' sempre il lago che noi amiamo, quello che alcuni vecchi dicono sia un avanzo delle acque del diluvio, che lasciarono sepolto un paese per volontà del Signore. In verità un paese ci fu, dove ora le acque ondeggiano contro le molli rive. Come rimase sepolto e quando? Sedete sul muricciolo della Chiesa di cui vi ho raccontato la storia: guardate quel tratto di lago che trema al vostro sguardo e forse vi parrà di vedere tra le onde le risate dei ragazzi che furono sepolti un giorno, ma molto lontano, con le loro vecchie case di legno.
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Gianni Rodari

lunedì 12 ottobre 2009

Ottobre


Strade d'ocra leggere, solitarie
in quell'aria dorata, dal timone
dei rossi carri l'uomo silenzioso
guarda lontano, va la vigna bassa
fino alla proda: come canta l'ora
d'autunno prima del tramonto! Un fumo
di pienezza felice la rallegra,
evàpora e rallenta
tutta la vita. Contemplavo a valle
le crete digradanti intorno i poggi
con i paesi. A chi rubavo quella
felicità così calma e stordita?
Ed ero come il grappolo che resta
legato al tralcio dopo la vendemmia.
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Lino Curci,
Un fuoco nella notte, 1959

domenica 11 ottobre 2009

Il Profeta


SULL'AMICIZIA
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E un adolescente disse:
Parlaci dell'Amicizia.
E lui rispose dicendo:
Il vostro amico è il vostro bisogno saziato.
E' il campo che seminate con amore e mietete con riconoscenza.
E' la vostra mensa e il vostro focolare.
Poiché, affamati, vi rifugiate in lui e lo ricercate per la vostra pace.
Quando l'amico vi confida il suo pensiero, non negategli la vostra approvazione, né abbiate paura di contraddirlo.
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E quando tace, il vostro cuore non smetta di ascoltare il suo cuore: Nell'amicizia ogni pensiero, ogni desiderio, ogni attesa nasce in silenzio e viene condiviso con inesprimibile gioia.
Quando vi separate dall'amico non rattristatevi:
La sua assenza può chiarirvi ciò che in lui più amate, come allo scalatore la montagna è più chiara della pianura.
E non vi sia nell'amicizia altro scopo che l'approfondimento dello spirito.
Poiché l'amore che non cerca in tutti i modi lo schiudersi del proprio mistero non è amore, ma una rete lanciata in avanti e che afferra solo ciò che è vano.
E il meglio di voi sia per l'amico vostro.
Se lui dovrà conoscere il riflusso della vostra marea, fate che ne conosca anche la piena.
Quale amico è il vostro, per cercarlo nelle ore di morte?
Cercatelo sempre nelle ore di vita.
Poiché lui può colmare ogni vostro bisogno, ma non il vostro vuoto.
E condividete i piaceri sorridendo nella dolcezza dell'amicizia.
Poiché nella rugiada delle piccole cose il cuore ritrova il suo mattino e si ristora.

sabato 10 ottobre 2009

THE CROW ON THE CRADLE
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The sheeps in the meadow The cows in the corn Now is the time for a child to be born Hell laugh at the moon And cry for the sun And if its a boy hell carry a gun Sang the crow on the cradle And if it should be that this baby?s a girl Never you mind if her hair doesnt curl With rings on her fingers And bells on her toes And a bomber above her wherever she goes Sang the crow on the cradle The crow on the cradle The black and the white Somebodys baby is born for a fight The crow on the cradle The white and the black Somebodys baby is not coming back Sang the crow on the cradle Your mother and father will sweat and theyll slave To build you a coffin and dig you a grave Hush-a-bye little one, never you weep For weve got a toy that can put you to sleep Sang the crow on the cradle Bring me my gun, and Ill shoot that bird dead Thats what your mother and father once said The crow on the cradle, what can we do Ah, this is a thing that Ill leave up to you Sang the crow on the cradle Sang the crow on the cradle
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IL CORVO SULLA CULLA

Le pecore sono nel prato E le mucche al pascolo È il momento che nasca un bambino Sorriderà al sole E piangerà per la luna E se è un maschio porterà una pistola Cantò il corvo sulla culla E se dovesse essere una bambina Non datevi mai pensiero per i capelli che non sono ricci Con gli anelli alle dita E campanellini alle caviglie E l'ombra di un bombardiere che la segue dovunque andrà Cantò il corvo sulla culla Il corvo sulla culla Il bianco e il nero Il bambino di qualcuno è nato per una guerra Il corvo sulla culla Il nero e il bianco Il bambino di qualcuno non tornerà mai più Cantò il corvo sulla culla Tua madre e tuo padre suderanno sangue Per costruirti una bara e scavarti una tomba Shh, dormi, piccolino, non piangere mai Ché abbiamo un giocattolo che ti farà addormentare Cantò il corvo sulla culla Portami la pistola, ché ammazzo quel corvo Dissero una volta tua madre e tuo padre Corvo sulla culla, che cosa possiamo fare Ah, questa è una risposta che lascio a voi Cantò il corvo sulla culla Cantò il corvo sulla culla

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Un brano della tradizione popolare nelle corde di un grande cantautore americano che lo ha accompagnato nella sua splendida parabola artistica, Jackson Browne insieme a David Lindey resiste al tempo che passa ed invecchia con una dignità ammirabile riuscendo ad ironizzare senza essere per questo stupidamente retorico. Quelli della mia generazione dovrebbero ricordare le sue battaglie contro il nucleare nel M.U.S.E. il gruppo di musicisti americani di "No Nukes". Il nucleare arriverà da noi quando tutti avranno capito che non è poi così utile, forse che siamo meno veloci ad apprendere?

venerdì 9 ottobre 2009

Aurore


E' uno spettacolo meraviglioso, che toglie il fiato e lascia senza parole. Sono immagini che ci fanno sentire bene, in pace, sereni e pieni di tanta buona volontà (a volte per un tempo comunque troppo breve, breve come loro).
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I cieli del mondo si incorniciano in aurore fantastiche, siano esse boreali o australi poco importa, quello che conta è lo spettaciolo ed il messaggio che il nostro pianeta ci manda continuamente e noi sembra non lo riesca ad ascoltare.
Siamo un minscolo niente disperso nell'universo in un angolo di una minuscola galassia ma pieno di colori, sensazioni, emozioni.
le vie del sapere ci stanno portando sempre più lontano ma la nostra terra ci ricorda continuamente che siamo di passaggio, siamo attimi di incontri e solitudini, di chiacchiere e riflessioni.
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Un'antica favola nordica, ormai quasi dimenticata, racconta di un enorme masso che rotolando impedisce ad un uccellino di raggiungere il proprio nido, l'uccellino non demorde e continua a versare una goccia d'acqua raccolta col becco da un ruscello sulla roccia perchè sa che l'acqua col tempo sgretolerà la pietra... quando questo avverrà non sarà passato che un niente dell'eternità.
A voi la morale.
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Noi ci crediamo perfetti e sempre nella ragione, ma non è così e violentiamo il nostro pianeta a più non posso con schifezze di ogni genere e lui sta reagendo sempre più violentemente alla nostre cecità fatte di interessi e globalità varie.
La nostra visione del mondo è fatta di gesti quotidiani con cartacce per terra, mozziconi e quantaltro senza troppo preoccuparci dell'impatto ambientale (tanto, ci diciamo, non sarà mica per questo che tutto va a catafascio). Tutti insieme dovremmo animare e riempire la nostra vita di piccoli gesti che portino a grandi risultati ed insegnarli ai nostri figli in modo che si imprimano nel loro DNA come fosse questa la giusta normalità.
E' più facile dirle certe cose che farle, almeno diciamole csì che qualcuno tra tanti le ascolti e le attui, i pochi diventeranno sempre di più ed alla fine il concetto avrà un senso.
Deve obbligatoriamente arrivare il tempo della riflessione, della meditazione.
Non è ancora troppo tardi.
Affrettiamoci.

giovedì 8 ottobre 2009

Un' Alba



Com'è spoglia la luna, è quasi l'alba.
Si staccano i convogli, nella piazza
bruna di terra il verde dei giardini
trema d'autunno nei cancelli.
È l'ora fioca in cui s'incide al freddo
la tua città deserta, appena un trotto
remoto di cavallo, l'attacchino
sposta dolce la scala lungo i muri
in un fruscìo di carta. La tua stanza
leggera come il sonno sarà nuova
e in un parato da campagna al sole
roseo d'autunno s'aprirà. La fredda
banchina dei mercati odora d'erba.
La porta verde della chiesa è il mare

Alfonso Gatto

mercoledì 7 ottobre 2009

Che Cosa E' Questo, Amore ?


Come puo' esser, ch'io non sia piu' mio ?
O Dio, o Dio, o Dio!
Chi m'ha tolto a me stesso,
ch'a me fosse piu' presso
o piu' di me potessi, che poss'io?
O Dio, o Dio, o Dio!
Come mi passa el core
chi non par che mi tocchi?
Che cosa e' questo, Amore,
c'al core entra per gli occhi,
per poco spazio dentro par che cresca;
e s'avvien che trabocchi ?
...
Michelangelo Buonarroti

martedì 6 ottobre 2009

Il Profeta


SULLE LEGGI
...
Allora un legislatore disse: Che cosa pensi delle nostre Leggi, maestro?
E lui rispose: A voi piace emanare leggi, Ma più ancora vi piace trasgredirle.
Come fanciulli che ostinatamente innalzano per gioco torri di sabbia in riva al mare per poi distruggerle con una risata.
Ma intanto che innalzate queste torri, il mare trascina altra sabbia sulla riva, E quando le distruggete il mare ride con voi.
In verità, il mare ride sempre con l'innocente. Ma cosa pensare di quelli per cui le leggi dell'uomo non sono torri di sabbia e la vita non è un mare, Bensì una roccia, e la legge uno scalpello con il quale inciderla a propria somiglianza?
E dello storpio che odia i danzatori?
E del bue che ama il suo giogo e crede l'alce e il cervo della foresta smarriti e vagabondi?
E della vecchia serpe che non squama più e stima gli altri vergognosi e nudi?
E di chi va al banchetto nuziale di buon'ora e torna sazio e stanco definendo ogni banchetto una profanazione e i convitati trasgressori?
Che dirò di loro se non che si stagliano nella luce, ma con la schiena rivolta al sole?
Essi vedono soltanto la loro ombra, e questa è la loro legge.
E che cos'è il sole per loro se non un seminatore di ombre?
Riconoscere le leggi non è forse chinarsi e tracciare la propria ombra sulla terra?
Ma voi che camminate rivolti al sole, quali immagini tracciate sulla terra possono mai trattenervi?
E voi che andate con il vento, quale banderuola dirigerà la vostra corsa?
Quale legge vi legherà se spezzerete il vostro giogo, ma non sulla soglia di una prigione umana?
Quali leggi temete, se danzerete senza inciampare nelle catene dell'uomo?
E chi vi porterà in giudizio se, spogliandovi dei vostri indumenti, non li lascerete sulla strada di alcun altro uomo?
Popolo di Orfalese, potrai soffocare il suono del tamburo e spezzare le corde della lira, ma chi comanderà che l'allodola non canti?

lunedì 5 ottobre 2009

Lothlorien

Lorien, conosciuta anche come Lothlorien, é uno degli ultimi regni elfici nella Terra di Mezzo. Dama Galadriel, portatrice dell’anello elfico Nenya, utilizza i suoi poteri per preservare, e conservare il ricordo dei giorni della gloria degli elfi.
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La magia ci manca così tanto nel quotidiano.
Autori più o meno conosciuti cercano di immaginarla e descriverla come meglio possono e nascono personaggi, luoghi e situazioni.
Lothlorien è uno di questi, magicamente uscito dalla penna di Tolkien e sapientemente descritto dal brano di Enya che con poche note riassume pagine e pagine di libro.
Gioia e tristezza, dolcezza e malinconia tutto si fonde in un melodico sprazzo.


Un vento si destò
e soffiando forte e libero,
portò la nave dagli elfici lidi
al di là del mare.
Oltre le onde le rive erano grigie,
e le montagne sprofondavano;
salato come lacrime lo spruzzo sferzante
il vento un grido di dolore.
Quando Amroth vide la spiaggia svanire
oltre il mare ondeggiante
egli odiò l'infida nave che lo portava
lontano da Nimlothel.
Re Elfico egli era anticamente
prima della nascita degli uomini
quando per la prima volta i rami d'oro pendevano
nella bella Lothlórien.
[...]
La schiuma era nei suoi fluenti capelli,
una luce risplendeva intorno a lui;
Lungi videro le onde sostenerlo
così come galleggia il cigno del Nord.

domenica 4 ottobre 2009

Ottobre è Qui



Ottobre è qui a regalarci l'ultimo sole prima delle buie giornate d'Inverno.
Ci resta qualche sprazzo, qualche gioco di luce ed è bello riposare dopo una camminata e sentire il sudore che rabbrividisce sul nostro corpo.
Chi vive della terra e dei suoi frutti si prepara al riposo riempiendo con l'ultimo fieno i silos, raccogliendo castagne e grappoli d'uva e respirando le brume delle mattine con le prime nebbie.
Il fiume in ottobre scorre già lento, si prepara alle fredde giornate.
Ottobre è già qui e mi rinnova gli amori della mia vita e il mio girovagare mentale alla ricerca di pace e sereno.

sabato 3 ottobre 2009

Fronde


Le fronde, quando c'è vento, si muovono e frusciano suonando un ritornello infinito.
E' la pace del mondo, la natura che cerca di porci domande e di darci risposte e noi non riusciamo a sentirla, udiamo solo quello stormire che ci pare fruscio, non parola.
Le fronde, quando ci parlano, ci dicono cose che mai non sapremmo, ci raccontano i sogni che viviamo di notte ma non ricoerdiamo ci sussurrano amori lontani e perduti, ci inebriano aliti di fiato e nel terso si può sprofondare come impotenti naufraghi in balia del mare.
Le fronde ci parlano e noi che ascoltiamo confondiamo i ricordi, i riflessi del raggio di luce che appare e scompare e ci si sente diversi, più soli ma anche sereni.





ALLE FRONDE DEI SALICI
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E come potevano noi cantare
Con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento
..
Salvatore Quasimodo
....
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Al gioco del vento le fronde rispondono col canto della terra e dei giorni che vanno a creare stagioni e passaggi; le fronde nel bosco agitano le anime dei passi degli uomini e le riportano al senso della vita, dell'esistenza senza fare trambusto o creare disagio, in modo sommesso nel rispetto del silenzioso rumore di boschi e foreste. Molto spesso è lì in quell'attimo che capisco di essere vivo.
...

venerdì 2 ottobre 2009

Vanga e Latte


Quanta fatica,
quanto amore.
Una maternità bellissima fatta di fieno e lavoro nei campi di un pianura qualunque nell'Italia di fine secolo fervente di talenti artistici schiacciati dalla vicina Francia.
Non imitatori ma singolari portavoce di quel quarto stato che prendeva coscienza di sè e muoveva dalle campagne alle città alla ricerca di una vita appena più dignitosa.
Teofilo Pantini, già garibaldino poi pittore per dovere o per scelta...e l'Italia che si conformava su modelli di altre nazioni.

giovedì 1 ottobre 2009


Poiché l'alba si accende, ed ecco l'aurora,
poiché, dopo avermi a lungo fuggito, la speranza consente
a ritornare a me che la chiamo e l'imploro,
poiché questa felicità consente ad esser mia,
facciamola finita coi pensieri funesti,
basta con i cattivi sogni, ah! soprattutto
basta con l'ironia e le labbra strette
e parole in cui uno spirito senz'anima trionfava.
E basta con quei pugni serrati e la collera
per i malvagi e gli sciocchi che s'incontrano;
basta con l'abominevole rancore! basta
con l'oblio ricercato in esecrate bevande!
Perché io voglio, ora che un Essere di luce
nella mia notte fonda ha portato il chiarore
di un amore immortale che è anche il primo
per la grazia, il sorriso e la bontà,
io voglio, da voi guidato, begli occhi dalle dolci fiamme,
da voi condotto, o mano nella quale tremerà la mia,
camminare diritto, sia per sentieri di muschio
sia che ciottoli e pietre ingombrino il cammino;
sì, voglio incedere dritto e calmo nella Vita
verso la meta a cui mi spingerà il destino,
senza violenza, né rimorsi, né invidia:
sarà questo il felice dovere in gaie lotte.
E poiché, per cullare le lentezze della via,
canterò arie ingenue, io mi dico
che lei certo mi ascolterà senza fastidio;
e non chiedo, davvero, altro Paradiso.
--
Paul Verlaine