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L'ombra è l'opposto del sole, ma si nutre di esso.
Un cielo grigio non genera ombre: nessun contrasto, nessun pensiero.


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giovedì 30 giugno 2011

Poesia

Alba


Odoravano i fior di vitalba
per via, le ginestre nel greto;
aliavano prima dell'alba
le rondini nell'uliveto.
Aliavano mute con volo
nero, agile, di pipistrello;
e tuttora gemea l'assiolo,
che già spincionava il fringuello.
Tra i pinastri era l'alba che i rivi
mirava discendere giù:
guizzò un raggio, soffio su gli ulivi;
virb...disse una rondine; e fu
giorno: un giorno di pace e lavoro,
che l'uomo mieteva il suo grano,
e per tutto nel cielo sonoro
saliva un cantare lontano.

Giovanni Pascoli

mercoledì 29 giugno 2011

Poesia

Ogni Alba

Ogni Alba porta un nuovo giorno,
lavando con la luce della speranza
le macchie e la polvere dello spirito
vuoto di ogni giorno passato.
Vuoi celare te stesso!
Il cuore non ubbidisce,
diffonde luce dagli occhi.
Nella vita non c’è speranza
di evitare il dolore:
che tu possa trovare nell’animo
la forza per sopportarlo.
Cieco, non sai che l’andare e il venire
camminano sulla stessa strada?
Se sbarri la strada all’andata
perdi la speranza del ritorno…

Rabindranath Tagore

martedì 28 giugno 2011

Impression, soleil levant


Impressione. Levar del sole (in francese: Impression, soleil levant) è un dipinto ad olio su tela di 48 x 63 cm realizzato nel 1872 dal pittore francese Claude Monet, dal cui titolo deriva il nome Impressionismo.
È conservato al Musée Marmottan Monet di Parigi.
Il dipinto, realizzato en-plein-air, ossia al momento all'aria aperta, rappresenta il porto di Le Havre all'alba, come suggerito dal titolo stesso.
Sullo sfondo appaiono delle industrie mentre in primo piano c'è una barca di pescatori che sta partendo per la pesca notturna. Nell'acqua si vedono dei pesci neri e il riflesso del Sole. Fu esposto nel 1874 alla prima mostra indipendente degli impressionisti (non ancora noti sotto questo nome).
Il critico Louis Leroy, ispirandosi al titolo del quadro, intitolò la sua recensione, con intento dispregiativo, L'esposizione degli impressionisti; gli impressionisti, però, adottarono questo nome in spregio alla critica, divenendo così noti a tutti sotto questa denominazione. È, però, probabile che il quadro in questione non sia l'originale esposto alla mostra del '74, poiché, riguardo quest'ultimo, lo stesso Monet descrive «alberature in primo piano» (che in quest'opera, invece, sono distanti).
Inoltre, il Sole rosso sembra tramontare, piuttosto che sorgere. È dunque ragionevole supporre che quello esposto alla mostra del '74 sia un altro dipinto, che si trova attualmente a Parigi, in una collezione privata, mentre questa sia un'opera dello stesso autore, dipinta nel 1872, rappresentante il tramonto del Sole, esposta alla mostra impressionista del 1879.
Un particolare interessante è costituito dal colore del Sole, che presenta un grado di luminosità pressoché identico al cielo circostante (a differenza di quanto si verifica in natura).
Si tratta però di una caratteristica che sembra conferire un carattere fantastico e soprannaturale all'aspetto dell'astro, facendo sì che esso spicchi in modo molto più accentuato sullo sfondo del cielo di quanto avrebbe consentito una resa più realistica. (dalla rete)

E’ l’alba

E' l'alba.
S'illumina il mondo
come l' acqua che lascia cadere sul fondo
le sue impurità. E sei tu, all' improvviso
tu, mio amore, nel chiarore infinito
di fronte a me.

Giorno d' inverno, senza macchia, trasparente
come vetro. Addentare la polpa candida e sana
d' un frutto. Amarti, mia rosa, somiglia
all' aspirare l' aria in un bosco di pini.

Chi sa, forse non ci ameremmo tanto
se le nostre anime non si vedessero da lontano
non saremmo così vicini, chi sa,
se la sorte non ci avesse divisi.

E' così, mio usignolo, tra te e me
c'è solo una differenza di grado:
tu hai le ali e non puoi volare
io ho le mani e non posso pensare.

Finito, dirà un giorno madre Natura
finito di ridere e piangere
e sarà ancora la vita immensa
che non vede non parla non pensa.

Nazim Hikmet

lunedì 27 giugno 2011

Poesia

Alba

prima dell'alba sarai qui
e Dante e il Logos e tutti gli strati e i misteri
e la luna segnata
oltre il piano bianco di musica
che stabilirai qui prima dell'alba

seta grave soffice cantante
chìnati sul nero firmamento di areche
pioggia sui bambù fiore di fumo viale di salici

chi anche se ti chini con dita di pietà
a avallare la polvere
non aggiungerà alla tua munificenza
la cui bellezza sarà un foglio davanti a me
una dichiarazione di se stessa stesa attraverso la tempesta di emblemi
sicché non c'è sole e non c'è rivelazione
e non c'è ostia
soltanto io e poi il foglio
e massa morta

Samuel Beckett

domenica 26 giugno 2011

Carlo Betocchi

Nato a Torino il 23 gennaio 1899, Carlo Betocchi è stato uno dei maggiori poeti italiani del Novecento.
Purtroppo succede facilmente che ci si dimentichi in fretta lo splendido lavoro dei poeti italiani, e così è accaduto per Betocchi, il quale ha ricevuto pochi riconoscimenti in vita ed ora il suo nome rischia davvero di finire nel cosiddetto dimenticatoio.
Si trasferisce a Firenze da bambino quando il padre, impiegato delle Ferrovie dello Stato, viene destinato al capoluogo toscano. Rimane orfano del padre nel 1911 e, dopo essersi diplomato perito agrimensore, frequenta la scuola ufficiali di Parma: viene inviato al fronte nel 1917 e tra il 1918 e il 1920 è volontario in Libia.
Successivamente si trova in Francia e in diverse località dell'Italia centro-settentrionale, per rientrare stabilmente a Firenze dal 1928 al 1938. Questo periodo corrisponde alla sua intensa partecipazione, assieme con Piero Bargellini, allo sviluppo della rivista di ispirazione cattolica "Il Frontespizio": quest'ultima, sulla quale curò a partire dal 1934 la rubrica "La più bella poesia", sarà il luogo dei suoi primi versi e nelle sue edizioni uscirà anche la sua prima raccolta poetica (Realtà vince il sogno in "Il Frontespizio", Firenze, 1932).
Nel 1953 Carlo Betocchi è di nuovo a Firenze impegnato nell'insegnamento di materie letterarie presso il Conservatorio Luigi Cherubini. Dal 1961 al 1977 è redattore della rivista "L'Approdo Letterario".
L'itinerario della poesia e del pensiero di Carlo Betocchi va da una felice fiducia nella Provvidenza ai forti dubbi e ai dolenti ripensamenti nella vecchiaia dopo una terribile esperienza di dolore.
Lo stesso Betocchi affermava "La mia poesia nasce dall'allegria; anche quando parlo di dolore la mia poesia nasce dall'allegria. È allegria del conoscere, l'allegria dell'essere e dell'essere e del saper accettare e del poter accettare".
Dal 1932 sono numerose le raccolte poetiche di Carlo Betocchi con tanti passaggi, mai inutili, da "Realtà vince il sogno" fino all'"Estate di San Martino" del 1961 e "Un passo, un altro passo" del 1967 e a "Prime e ultimissime" del 1974, "Poesie del sabato" (1980).
Dopo la seconda guerra mondiale Betocchi ha pubblicato "Notizie di prosa e poesia" (1947), "Un ponte sulla pianura" (1953), "Poesie" (1955).
In lui l'ansia di illuminazione religiosa si incontra con una tenace volontà di concretezza e di accettazione della realtà, per cui la trascendenza traspare dentro e oltre le misure visibili dei passaggi, degli interni casalinghi, degli oggetti. Nelle ultime raccolte si accentuò una più amara e dubbiosa visione del mondo.
Poeta cristiano e popolare, poeta degli affetti e della solidarietà con le creature, scabro essenziale poeta delle cose degli oggetti, dei paesaggi per balzare direttamente sul piano emozionale della voce e del canto, con il massimo, sempre, di controllo: la situazione di vita che Betocchi canta è di povertà (non di miseria).
Povertà come si può dire della cucina toscana che è cucina di "cibi poveri": necessità essenziale, dunque, come essenziali sono le manifestazioni della natura e delle esigenze vitali.
Mai il superfluo, mai l'addobbo, mai l'arredamento entrerà a turbare la linea asciutta del suo canto.
Carlo Betocchi muore a Bordighera, in provincia di Imperia, il 25 maggio 1986.
Nel 1999 è uscito "Dal definitivo istante. Poesie scelte e inediti" (Biblioteca Universale Rizzoli) con poesie scelte e molte poesie inedite, curato da Giorgio Tabanelli, con interventi di Carlo Bo e Mario Luzi. (biografie on line)


 
Quasi ubriaco

Quasi ubriaco l'amore, declinando
le vampe dei sensi, in me resiste
ed è esigente ; e le sue torbide brame
d'una in altra visione volgendo
di tormento in tormento, mi rende
stremato da questa vita di fantasmi,
simile all'acqua oleosa dei porti,
che risciacqua di chiglia in chiglia
un lamento di mare morto,
di vecchi barchi ancorati alla banchina.

Carlo Betocchi



sabato 25 giugno 2011

Farfalle

La farfalla è un insetto che, come le falene, appartiene all'ordine dei Lepidotteri.
La distinzione tra farfalle e falene non risponde a una classificazione scientifica tassonomica, ma deriva dall'uso comune. In base a tale distinzione "popolare", alcuni autori del passato hanno proposto una distinzione tra Ropaloceri o "Rhopalocera" (farfalle), che nella classificazione moderna corrispondono alle superfamiglie Hesperioidea e Papilionoidea, ed Eteroceri o "Heterocera" (falene).
Questa distinzione oggi, però, non è più scientificamente accettata.
Le farfalle hanno abitudini generalmente diurne ed hanno antenne clavate, a differenza di quelle delle falene, che sono spesso pettinate o filiformi, e chiudono le ali a libro in posizione di riposo.
Questa distinzione di comodo, al pari di quella tra macrolepidotteri e microlepidotteri, pur non essendo più ritenuta valida, viene talvolta ancora utilizzata dagli entomologi per ragioni pratiche, dato che corrisponde a differenze nei metodi di studio dei diversi gruppi.
Quattro sono i principali stadi di un ciclo vitale di una farfalla: uovo, larva, pupa e adulto.
Uovo: Poco prima del momento della schiusa l'uovo diventa scuro, ed il giovane bruco può essere visto muoversi al suo interno. Prima ritaglia una sorta di "coperchio" circolare nell'involucro rigido dell'uovo, quindi spinge il corpo fuori dell'uovo contorcendosi.
Questa è una delle fasi di maggiore vulnerabilità. Una volta uscito, il bruco generalmente mangia il guscio vuoto dell'uovo. Ciò gli fornisce l'alimentazione necessaria alla sopravvivenza fino al momento in cui sarà riuscito ad individuare la sua pianta ospite.
Bruco: Il bruco sceglie uno stelo adatto e tesse un cuscinetto di seta cui attacca la coda.
Quindi fissa una "cintura" dello stesso materiale che fa passare attorno al centro del corpo e che rimane attaccata al supporto offerto dallo stelo. La cuticola del bruco si fende lungo il dorso e la pupa inizia ad emergere. Una serie di contorcimenti sospinge la cuticola del bruco verso la coda. Questa vecchia pelle viene abbandonata, ed una serie di uncini sulla coda viene fissata al cuscinetto sericeo. A questo punto la pupa assume la sua forma definitiva.
Pupa: Poco prima dello sfarfallamento, il colore della farfalla adulta diventa vagamente visibile. L'involucro della pupa si fende e la farfalla comincia faticosamente ad uscire.
Quando è completamente uscita, la farfalla emette dall'estremità dell'addome un liquido detto meconio, contenente i prodotti di rifiuto accumulati durante lo stadio pupale.
Dopo la schiusa, la farfalla rimane con le ali ripiegate e penzolanti, e le espande pompando emolinfa nelle nervature alari.
È importante che le ali dell'insetto si espandano abbastanza in fretta prima di indurirsi; in caso contrario, rimarrebbero deformate in modo permanente.
Adulto: La farfalla completamente sviluppata ha un tipo di vita totalmente differente da quello del bruco: mentre questo si nutre di foglie per crescere, la farfalla passa il tempo a succhiare il nettare dei fiori e ad accoppiarsi.
In genere la vita da farfalla è abbastanza breve, varia da qualche giorno a una settimana o due e, solo in alcuni casi, può raggiungere il mese di vita.
Per esempio, la Vanessa io, o Occhio di pavone (Inachis io), sverna in letargo prima di deporre gruppi di oltre 500 uova alla volta ad inizio primavera, quindi è in grado di superare due stagioni.
La farfalla più grande esistente è la Ornithoptera alexandrae o farfalla della regina Alessandra che può raggiungere un'apertura alare di 31 cm, una lunghezza corporea di 8 cm e un peso fino a 12 grammi.[wikipedia]

 

Farfalla Azzurra

Piccola, azzurra aleggia
una farfalla, il vento la agita,
un brivido di madreperla
scintilla, tremola, trapassa.
Così nello sfavillio d'un momento,
così nel fugace alitare,
vidi la felicità farmi un cenno
scintillare, tremolare, trapassare.

Herman Hesse

venerdì 24 giugno 2011

Poesia

PICCOLO CONCERTO

Un rosso che come in sogno ti scuote -
attraverso le tue mani risplende il sole.
Tu senti il cuore folle di gaudio
silenzioso all'azione prepararsi.

A mezzogiorno fluiscono gialli campi.
Avverti appena ancora dei grilli il canto,
dei falciatori il duro vibrar delle falci.
Semplici tacciono i dorati boschi.

Nella verde pozza arde putrescenza.
I pesci quieti stanno. Il respiro di Dio
risveglia piano suono di corde tra i vapori.
Ai lebbrosi il flutto annuncia guarigione.

Lo spirito di Dedalo oscilla in azzurre ombre,
un profumo di latte nei rami del nocciolo.
Si sente ancora il maestro archeggiare,
nel cortile vuoto lo stridìo dei ratti.

In una taverna su orribili parati
fioriscono più freschi color di viola.
Nel litigio si spensero oscure voci,
Narciso nell'accordo di flauti.

Georg Trakl

giovedì 23 giugno 2011

I covoni

   
Claude Monet, Covoni a Giverny
Il covone, (quasi sempre inteso come di grano), è un fascio di steli di grano falciati alla base, con in sommità le spighe.
Il termine covone deriva più probabilmente dal tedesco "haufen" = mucchio, ne è stata proposta anche origine da "cavo", dato che il fascio sarebbe raccolto nel cavo (o cavità) delle braccia.
Nella raccolta tradizionale i piccoli fasci o mannelli di steli di grano, trattenuti mentre sono recisi dalla falce sono raccolti in fascio più grande, tale fascio è legato ed ha dimensione adatta per poterlo trasportare a mano.
In prima fase è mantenuto eretto per permettere la risalita della linfa e l' essiccazione dello stelo, poi i covoni sono impilati con le spighe in posizione arieggiata per permettere l' essiccazione della granella.
Solo successivamente i covoni sono passati alla trebbiatura.
Allo scopo di ridurre le spese di movimentazione si adottano attualmente sistemi meccanizzati con mietitrebbiatrici integrate che provvedono al taglio e trebbiatura degli steli ed al distacco immediato della granella.
Il covone di grano è stato simbolo di sovrani del Regno di Svezia, (regnanti anche in Polonia), appartenenti al Casato dei Vasa, che appunto in svedese significa "covone". 

Armand Guillaumin, I covoni

I covoni
anche la pittura si è occupata spesso dei covoni di grano; sono stati soggetto principale della prima serie di opere di Monet in cui l'artista cerca di fissare sulla tela l'effetto provocato dalla luce sui covoni, nei diversi momenti della giornata o in diverse condizioni meteorologiche, lavorando anche con più tele contemporaneamente e dipingendo sull'una o sull'altra a seconda dell'effetto di luce desiderato.
Altri artisti (a partire da Van Gogh) hanno dipinto nelle proprie opere questi artefatti dell'uomo carichi dei colori e del caldo dell' estate con risultati sicuramente affascinanti e pieni di colori.

Claude Monet, Une meule près de Giverny
(Covone presso Giverny), 1886

mercoledì 22 giugno 2011

Poesia

 
L'estate

A poco a poco
si appassisce nell'aria anche il clamore
d'un grido e nell'odore
largo del vento e della sera stagna
la pineta già d'ombra, la campagna
deserta nei suoi pascoli, nel raro
lume dell'acqua.

Alfonso Gatto


V. Van gogh, campo di grano e covoni

martedì 21 giugno 2011

Lo Schiaccianoci


Lo Schiaccianoci è un balletto con musiche di Pëtr Il'ič Čajkovskij, il quale seguì minuziosamente le indicazioni del coreografo Marius Petipa e, in seguito, quelle del suo successore Lev Ivanov.
Il balletto, commissionato dal direttore del Teatro di Mosca su richiesta specifica dei regnanti russi.
La storia deriva dal racconto Schiaccianoci e il re dei topi di Ernst Theodor Amadeus Hoffmann (1816).
Pëtr Il'ič Čajkovskij compose le musiche del balletto tra il 1891 e il 1892.
La prima rappresentazione, che si tenne insieme alla prima dell'opera Iolanta dello stesso Čajkovskij, ebbe luogo il 18 dicembre 1892 presso il Teatro Mariinskij di San Pietroburgo, Russia. Fu condotta interamente dal compositore italiano Riccardo Drigo e coreografata dal ballerino russo Lev Ivanov: questa esecuzione tuttavia non riscosse successo.
Tra gli interpreti di questa prima esecuzione spiccano l'italiana Antonietta Dell'Era, nel ruolo della Fata Confetto, il russo Pavel Gerdt, Olga Preobrajenska e il giovane Nicolaj Legat.
Da ricordare che il ruolo di Clara era interpretato da una bambina della scuola di ballo del teatro Teatro Mariinskij.
La suite che derivò dal balletto divenne molto popolare nell'ambiente dei concerti, tanto che lo stesso Čajkovskij decise di estrarne otto movimenti.
Una novità presente in quest'opera è la presenza di uno strumento che fu visto per la prima volta dal compositore a Parigi: la celesta. Čajkovskij lo volle assolutamente inserire nell'opera e lo aggiunse in alcuni passaggi del secondo atto.
Lo Schiaccianoci è stato ripreso più volte dal cinema, dal teatro e anche dallo sport, soprattutto le sue musiche e la sua trama.

video

Un esempio cinematografico è il film Fantasia della Disney, in cui fate, funghi, pesci, fiori, cardi e orchidee danzano al ritmo delle note della suite dello Schiaccianoci.
Ad ogni modo, la partitura musicale di Čajkovskij è stata riproposta fedelmente.
Questo non è accaduto però in molte rappresentazioni allestite di recente.
 Il balletto originale infatti dura solamente novanta minuti, quindi è più breve rispetto al Lago dei cigni o a La bella addormentata.  (da wikipedia)

lunedì 20 giugno 2011

Poesia I fiori


Probabilmente di cattivo umore dopo una cena (forse perchè come vicine di tavolo ha due donne che lo infastidiscono cercando di sedurlo), il poeta esce in giardino per trovare nelle piante e nei fiori la rettitudine ed il senso morale che gli esseri umani hanno perso, trascinati in nefandezze, miserie e oscenità di tutti i tipi.
Ma immagina che l'immoralità dilaghi anche lì, in quel giardino, un posto apparentemente così sereno, tra i fiori.
Una poesia abbastanza cruda di un inusuale Aldo Palazzeschi è stata ripubblicata anche nell'antologia "Poeti italiani del 900" curata da Pier Vincenzo Mengaldo (collana Oscar Mondadori, 1990).

I Fiori

Non so perché quella sera,
fossero i troppi profumi del banchetto...
irrequietezza della primavera...
un'indefinita pesantezza
mi gravava sul petto,
un vuoto infinito mi sentivo nel cuore...
ero stanco, avvilito, di malumore.
Non so perché, io non avea mangiato,
e pure sentendomi sazio come un re
digiuno ero come un mendico,
chi sa perché?
Non avevo preso parte
alle allegre risate,
ai parlar consueti
degli amici gai o lieti,
tutto m'era sembrato sconcio,
tutto m'era parso osceno,
non per un senso vano di moralità,
che in me non c'è,
e nessuno s'era curato di me,
chi sa...
O la sconcezza era in me...
o c'era l'ultimo avanzo della purità.
M'era, chi sa perché,
sembrata quella sera
terribilmente pesa
la gamba
che la buona vicina di destra
teneva sulla mia
fino dalla minestra.
E in fondo...
non era che una vecchia usanza,
vecchia quanto il mondo.
La vicina di sinistra,
chi sa perché,
non mi aveva assestato che un colpetto
alla fine del pranzo, al caffè;
e ficcatomi in bocca mezzo confetto
s'era voltata in là,
quasi volendo dire:
"ah!, ci sei anche te".

Quando tutti si furno alzati,
e si furono sparpagliati
negli angoli, pei vani delle finestre,
sui divani
di qualche romito salottino,
io, non visto, scivolai nel giardino
per prendere un po' d'aria.
E subito mi parve d'essere liberato,
la freschezza dell'aria
irruppe nel mio petto
risolutamente,
e il mio petto si sentì sollevato
dalla vaga e ignota pena
dopo i molti profumi della cena.
Bella sera luminosa!
Fresca, di primavera.
Pura e serena.
Milioni di stelle
sembravano sorridere amorose
dal firmamento
quasi un'immane cupola d'argento.
Come mi sentivo contento!
Ampie, robuste piante
dall'ombre generose,
sotto voi passeggiare,
sotto la vostra sana protezione
obliare,
ritrovare i nostri pensieri più cari,
sognare casti ideali,
sperare, sperare,
dimenticare tutti i mali del mondo,
degli uomini,
peccati e debolezze, miserie, viltà,
tutte le nefandezze;
tra voi fiori sorridere,
tra i vostri profumi soavi,
angelica carezza di frescura,
esseri pura della natura.
Oh! com'è bello
sentirsi libero cittadino
solo,
nel cuore di un giardino.
-Zz... Zz
-Che c'è?
-Zz... Zz...
-Chi è?
M'avvicinai donde veniva il segnale,
all'angolo del viale
una rosa voluminosa
si spampanava sulle spalle
in maniera scandalosa il décolletè.
-Non dico mica a te.
Fo cenno a quel gruppo di bocciuoli
che son sulla spalliera,
ma non vale la pena.
Magri affari stasera,
questi bravi figliuoli
non sono in vena.
-Ma tu chi sei? Che fai?
-Bella, sono una rosa,
non m'hai ancora veduta?
Sono una rosa e faccio la prostituta.
-Te?
-Io, sì, che male c'è?
-Una rosa!
-Una rosa, perché?
All'angolo del viale
aspetto per guadagnarmi il pane,
fo qualcosa di male?
-Oh!
-Che diavolo ti piglia?
Credi che sien migliori,
i fiori,
in seno alla famiglia?
Voltati, dietro a te,
lo vedi quel cespuglio
di quattro personcine,
due grandi e due bambine?
Due rose e due bocciuoli?
Sono il padre, la madre, coi figlioli.
Se la intendono... e bene,
tra fratello e sorella,
il padre se la fa colla figliola,
la madre col figliolo...
Che cara famigliola!
È ancor miglior partito
farsi pagar l'amore
a ore,
che farsi maltrattare
da un porco di marito.
Quell'oca dell'ortensia,
senza nessun costrutto,
fa sì finir tutto
da quel coglione del girasole.
Vedi quei due garofani
al canto della strada?
Come sono eleganti!
Campano alle spalle delle loro amanti
che fanno la puttana
come me.
-Oh! Oh!
- Oh! ciel che casi strani,
due garofani ruffiani.
E lo vedi quel giglio,
lì, al ceppo di quel tiglio?
Che arietta ingenua e casta!
Ah! Ah! Lo vedi? È un pederasta.
-No! No! Non più! Basta
-Mio caro, e ci posso far qualcosa
io,
se il giglio è pederasta,
se puttana è la rosa?
-Anche voi!
-Che maraviglia!
Lesbica è la vaniglia.
E il narciso, quello specchio di candore,
si masturba quando è in petto alle signore.
-Anche voi!
Candidi, azzurri, rosei,
vellutati, profumati fiori...
-E la violaciocca,
fa certi lavoretti con la bocca...
-Nell'ora sì fugace che v'è data...
-E la medesima violetta,
beghina d'ogni fiore?
fa lunghe processioni di devozione
al Signore,
poi... all'ombra dell'erbetta,
vedessi cosa mostra al ciclamino...
povero lilli,
è la più gran vergogna
corrompere un bambino
-misero pasto delle passioni.
Levai la testa al cielo
per trovare un respiro,
mi sembrò dalle stelle pungermi
malefici bisbigli,
e il firmamento mi cadesse addosso
come coltre di spilli.
Prono mi gettai sulla terra
bussando con tutto il corpo affranto:
-Basta! Basta!
Ho paura.
Dio,
abbi pietà dell'ultimo tuo figlio.
Aprimi un nascondiglio
fuori della natura!

Aldo Palazzeschi

domenica 19 giugno 2011

Poesia

La mia vita, il mio canto

L'egual vita diversa urge intorno;
cerco e non trovo e m'avvio
nell'incessante suo moto:
a secondarlo par uso o ventura,
ma dentro fa paura.
Perde, chi scruta,
l'irrevocabil presente;
né i melliflui abbandoni
né l'oblioso incanto
dell'ora il ferreo battito concede.
E quando per cingerti lo balzo
-' sirena del tempo -
un morso appéna e una ciocca ho di te:
o non ghermita fuggì, e senza grido
nei pensiero ti uccido
è nell'atto mi annego.
Se a me fusto è l'eterno,
fronda la storia e patria il fiore,
pur vorrei maturar da radice
la mia linfa nel vivido tutto
e con alterno vigore felice
suggere il sole e prodigar il frutto;
vorrei palesasse il mio cuore
nei suo ritmo l'umano destino,
e che voi diveniste - veggente
passione del mondo,
bella gagliarda bontà -
l'aria di chi respira
mentre rinchiuso in sua fatica va.
Qui nasce, qui muore i! Mio canto:
e parrà forse vano
accordo solitario;
ma tu che ascolti, recalo
al tuo bene e al tuo male;
e non ti sarà oscuro.

Clemente Rebora