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L'ombra è l'opposto del sole, ma si nutre di esso.
Un cielo grigio non genera ombre: nessun contrasto, nessun pensiero.


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lunedì 21 maggio 2018

Endimione

Endimione
(gr. ᾿Ενδυμίων)
Eroe della mitologia greca; nelle versioni più importanti del suo mito appare amato da Selene (la Luna). Secondo Pausania e Apollodoro era re di Elide; ebbe da Selene 50 figlie; da Zeus ricevette la possibilità di sostituire la morte con un sonno eterno. Il motivo del sonno ricorre nella versione asiatica: qui è Selene stessa che immerge in un sonno eterno l’eroe in una grotta del monte Latmo in Caria.
Secondo altre tradizioni il dio Ipno avrebbe dato la possibilità a E., del quale si era innamorato, di dormire a occhi aperti.
La straordinaria bellezza dell’eroe fu soggetto frequente dell’arte antica, che lo presenta come pastore o cacciatore (TRECCANI).

Nicolas-Guy Brenet
"Sonno di Endimione"
(1756)

Endimione

Lì se ne va, il raccoglitore di versi, il perdigiorno
dell’universo. Non rivela perché lo guidi
il suo senso intimo per lo sfavillio.
È positivo, assoluto nei riguardi della luna,
questa butterata alleata dell’universo.
Quel che si dice di lei, lo lascia indifferente.
È ritornato, ora scopre sulla terra
i crateri e i deserti. Nel suo eremitaggio tiene

la porta aperta, vive in incognito, rivolto a tutto.

 Durs Grünbein
da "Librazioni lunari e liriche"
 traduzione di Gio Batta Bucciol

 

 
George Frederic Watts.
"Endymion"
1872
Nella mitologia greca, Selene è la personificazione della Luna.
E’ la sorella di Helios (il Sole) e Eos ( l’Aurora).
I tre fratelli ricevono in dono, dalla nascita, un compito prezioso ma anche gravoso: quello di non potersi incontrare mai, e doversi sempre rincorrere nella volta celeste, per dare ad ogni ora luce all’umanità.
Così ogni giorno, Selene attraversa il cielo con il suo carro trainato da due cavalli d’argento, per poi lasciare il posto ai colori caldi rassicuranti delle ali di Eos (l’Aurora), la quale lascia poi il passo all’indomabile carro infuocato di Elios.
Sospese lassù per l’eternità, a queste divinità astrali capita di osservare spesso e volentieri le varie esistenze degli esseri umani.
Così una notte, mentre brillava bianca e algida sulla valle di Olimpia, Selene vede un bellissimo giovane, di nome Endimione: un pastore che al calar del sole fa riparare le sue greggi in una grotta del monte Latmo. Affascinata dalla sua bellezza, Selene si innamora perdutamente di lui e con la sua luce entra nella grotta. Anche Endimione è subito catturato dallo splendore della Dea d’argento vestita. Ma Endimione è un semplice umano, mentre Selene è una Dea, quindi immortale, inoltre ha un compito da portare a termine: deve continuare il suo viaggio, ha solo poche ore per portare il carro a destinazione, verso Ponente, dove si tuffa ad ogni alba nelle acque fredde di Oceano, le quali ogni giorno rinnovano lo splendore della sua pelle morbida e candida. Selene però è affranta, vuole rivedere il bellissimo mortale, lo vuole rivedere per sempre. Non sopporta l’idea di vivere l’eternità senza di lui e chiede pietà a Zeus. Questi accoglie il suo desiderio e stabilisce che Endimione dormirà per sempre, Selene lo andrà a trovare ogni sera nella stessa grotta, dove lo sfiorerà, l’osserverà, lo bacerà.  Endimione, per contro, diverrà l’oggetto eterno di un amore divino, un amore immobile, inerte, ma sempre giovane e bello. Dormirà con gli occhi aperti, in modo che il mondo possa ammirare in eterno la meraviglia del suo volto.
E così Selene continua ogni notte a visitare Endimione, così come ogni notte la Luna solca il cielo stellato.
Endimione ancora dorme in quella grotta del monte Latmo, dove gli dei lo hanno deposto. Ancora sogna quell’amore lucente che lo stregò in una sola, singola notte, e ancora fissa con lo sguardo immobile lo splendore argenteo della Luna che si staglia nel profondo cielo blu (dalla rete).

quante cose non si sanno, conoscono,
eppure ci atteggiamo tutti a vati,
siamo imperiosi nelle nostre pochezze;
io, per me, altero e stupito mi spiego...

domenica 20 maggio 2018

Cerilo

Il Cerilo

O fanciulle che il dolce suono seguite con soave
voce, non più le membra ho docili. Fossi il cerilo
che con le alcioni passa sereno sul fiore dell’onda,
uccello di primavera, colore delle conchiglie!
 
Alcmane
Traduzione di Salvatore Quasimodo
 
dal gr. rýlos
(lett.): favoloso uccello marino identificato con l’alcione maschio
La fonte cita il frammento per evidenziare che gli alcioni maschi, chiamati cerili, secondo la credenza, quando diventano deboli per la vecchiaia e non sono più in grado di volare, sono trasportati dalle femmine sulle loro ali.
 Quello che
Alcmane
si augura con le vergini del coro è che, debole per la vecchiaia e incapace di danzare con i cori e balli delle ragazze, vorrebbe, in un ultimo, malinconico slancio, essere trasportato da loro.
(da Wikipedia)
  
uccelli marini, lontani e grandi,
volano cieli infiniti e tempestosi;
piccolo passero guardo ed ammiro,
nel mio piccolo volo, volo anch'io...
 
 

sabato 19 maggio 2018

Infine


infine
(meno comune: in fine) avverbio
-TRECCANI-

-. Alla fine, da ultimo: infine confessò tutto; attendemmo a lungo, ma infine arrivarono.
In conclusione, insomma (per lo più come inciso): bisogna infine che ci decidiamo; non capisco, infine, che cosa voglia da me; in fine, la vita debb’esser viva, cioè vera vita (Leopardi).

 
Infine
 
Infine uscimmo a respirare ancora
assensi nel buio, le cose, sole,
vidi un istante bruciare nel cielo,
vidi la luna velarsi, sparire.
 
Infine uscimmo a tentar fortuna
nel brivido la schiena provata
flettè innaturali posture, inchini
al mondo di cui facemmo parte.
 
Infine uscimmo a piangere insieme,
le ombre assolate e indistinte fuori
in un calamaio di sentimenti e gioie
infine uscimmo, uscimmo ancora...
 
Anonimo
del XX° Secolo
poesie ritrovate
 

venerdì 18 maggio 2018

Tutto muta

Tutto muta – notte, giorno,
nubi, sole, estate, inverno,
fiori sbocciano e avvizziscono
anni ed epoche svaniscono.
Batte il cuore a una trepida magia,
poco dopo sobbalza in agonia;
dove brillava un tenero sorriso,
lacrime amare solcheranno il viso.
È questa l’aspra legge di natura:
nessuno può sfuggire alla sventura;
distilla il dolce, e poi cupi pensieri.
Siamo liberi tutti – e prigionieri.
 
Charlotte Brönte
da "Un cuore fedele e passionale "
traduzione di Silvio Raffo
 
muta
[mù-ta] sostantivo femminile
1.- Azione e risultato del mutare, del cambiare:
la muta del corpo di guardia, delle sentinelle, del custode
SINONIMO:  cambio, avvicendamento 
 
è vero, tutto si modifica, cambia,
immagini di luci ed ombre
sagomano diversamente ogni cosa;
perpetuo sogni indicibili e grandi...

giovedì 17 maggio 2018

Verdeggiante

V, 292

a Paolo Silenziario
La terra verdeggiante sotto i rami
in fiore mostra qui grazia di fronde
ricche di frutti. Qui cantano all’ombra
dei cipressi gli uccelli ai loro teneri
nati, il fringuello gorgheggia e la tortora
si lamenta tra le spine
del roveto. Ma io non sono felice;
vorrei sentire la tua voce dolce
più del suono della cetra di Delo.
Anzi due desideri mi tormentano,
vedere te, mio caro, e la fanciulla
che nel ricordo
mi consuma. Ma il lavoro mi tiene
lontano dalla mia agile gazzella.
 
Agazia Lo Scolastico
 
 
verdeggiante
 aggettivo [part. pres. di verdeggiare]
-TRECCANI-

- 1. [di luogo e sim., ricco di vegetazione: colle, bosco v.] ≈ lussureggiante, rigoglioso, verde, (lett.) verdicante, (lett.) verzicante, (lett.) virente. ↔ arido, brullo, deserto, nudo, secco, spoglio.
- 2. (estens.) [di pianta e sim., che è in rigoglio] ≈ fiorente, florido, lussureggiante, rigoglioso, verde. ↔ spoglio.
 
malgrado il freddo, il clima pazzo,
la terra verdeggia ancora, fatica;
uomini folli distruggono la loro casa,
possibile che non si riesca a capire?

mercoledì 16 maggio 2018

L'abito (non fa il monaco)

L’abito
 
Nevica. Che volevi tu, anima,
Di nascita eterna, che non abbia avuto?
Guarda, tu hai qui
Una veste di festa ancora per la morte.
 
Un abito come nell’adolescenza,
Di quelli che uno prende con cura in mano
Poiché la stoffa è trasparente e resta
Tra le dita che la svelano alla luce,
Si sa che è fragile come l’amore.
 
Ma foglie e corolle vi sono ricamate
E già la musica si intende
Nella stanza vicina, illuminata,
Un misterioso ardore ti prende la mano.
 
E vai, il cuore ansimante, nella grande nevicata.

Yves Bonnefoy
da "L'esilio e il sacrificio"
traduzione di Davide Bracaglia


 
L’abito non fa il monaco
è un noto detto di origine proverbiale
molto utilizzato anche al giorno d’oggi.
 
Il detto viene citato anche ne 
I promessi sposi
(il Conte zio, rivolgendosi al Padre provinciale che aveva difeso Fra Cristoforo e
“la gloria dell’abito”, capace di far sì
“che un uomo, il quale al secolo ha potuto far dir di sé, con questo indosso diventi un altro”,
risponde:
“Vorrei crederlo; ma alle volte, come dice il proverbio…
l’abito non fa il monaco).
 
Il significato del detto è decisamente intuitivo; con questa espressione si vuole sottolineare che è sempre opportuno diffidare delle apparenze perché molto spesso sono ingannevoli; in altri termini, si vuole ricordare che non è sufficiente l’apparenza a cambiare la realtà e che l’aspetto esteriore non rende migliori di quello che si è veramente.

L’origine del detto si perde in tempi lontani; varie sono le ipotesi.
È possibile che abbia tratto ispirazione dall’antico detto latino
Cucullus non facit monachum ovvero Il cappuccio non fa il monaco.
 
Si deve considerare che in epoca medievale, molti viaggiatori erano monaci che ricevevano accoglienza ed erano molto rispettati in virtù dell’abito che indossavano; ciò suggerì però anche a molti malfattori di utilizzare l’abito monacale per trarre in inganno le loro vittime (dalla rete).
 
il vestito addosso, l'abito,
i miei, non sempre a luogo,
ingiusti spesso dimessi e lisi
ma dignitosi sempre, come sono io...

martedì 15 maggio 2018

Sbalestrato

Balestriere Ayyubide, di Andrea De Simeis

Sbalestrato
sba-le-strà-to
Disordinato, squilibrato
sostantivo e aggettivo
 
composto di s- allontanamento e balestra
arma da lancio che scaglia frecce,
derivata dalla più antica balista, di dimensioni maggiori,
che prende il nome dal greco: ballo lancio.
La perfezione mortifera della balestra era leggendaria: con la forza del suo meccanismo riusciva a scagliare dardi a enorme distanza e con forza tale da rendere vana ogni armatura - tanto che papa Innocenzo II, durante il Concilio Laterano II del 1139, ne vietò l'uso nelle belligeranze (fra cristiani, ovviamente).
I significati attribuiti allo sbalestrare sono molteplici: si va dallo sbagliare il colpo con la balestra, al divagare (schizzando via dal discorso a mo' di freccia, e poi chi la ritrova più), al mandar via, all'allontanare (come se si mettesse qualcuno al posto del dardo, stile Willly Coyote).
Si tratta comunque di usi che, per quanto vividi, non sono molto comuni.
Di peso è invece l'aggettivo sbalestrato, che ci racconta di uno squilibrio, di qualcosa di scomposto. 
All'esattezza precisissima dei meccanismi e dei colpi della balestra si contrappone un disordine disorientato, confuso e approssimativo, a cui quasi manca terra solida sotto i piedi - e che mira ci vuoi avere?
Ci si potrà sentire sbalestrati quando cambia qualcosa di importante della propria vita - quando ci si trasferisce o si smette di fumare; condurrà una vita sbalestrata l'ex militare che indulge nell'alcol, o chi si improvvisa artista viaggiatore; ci si potrà sentire sbalestrati al ritorno da Bali (il jet lag ti investe come un treno) o con una laurea in mano. (Testo originale pubblicato su unaparolaalgiorno.it)
 
immagini scempio appaiono
con frequenza allarmante, nel modo,
quello che circonda noi umani;
mi trovo sbalestrato dai fatti,
vorrei tanto che il sospiro finisse
in un respiro che ridia tutto il fiato che manca.
 
Gujil