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L'ombra è l'opposto del sole, ma si nutre di esso.
Un cielo grigio non genera ombre: nessun contrasto, nessun pensiero.


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sabato 31 marzo 2012

Pioppi francesi

Claude Monet, Pioppi lungo il fiume
Piccoli dettagli presi in prestito dalla natura, trasfigurati dalla luce in un sublime spettacolo delle forme. E' quello che accade ad un filare di pioppi sulle rive del fiume Epte, immortalato da Claude Monet nel 1891.
Un motivo semplice, addirittura modesto se si pensa ai tappeti sconfinanti di papaveri o alle baluginanti ninfee nel giardino di Giverny o alla maestosa cattedrale di Rouen che tante volte il pittore francese - la cui opera "Impression. Soleil levant" esposta nel 1874 nella prima mostra del famigerato gruppo, diede il nome al movimento dell'impressionismo - ha dipinto.
Un tema, quello dei pioppi, dove l'artista cattura la spinta verticale dell'esile albero che quasi sembra perdersi nel cielo infestato di nuvole, per poi giocare con quello stesso sviluppo verticale dei fusti riflessi nell'acqua.
E la luce, nella serie di tele, fa la differenza.
Le pennellate brevi e audaci raccontano la foschia mattutina di un paesaggio autunnale regalando l'effetto di un raggio soffuso che accarezza la natura.
Claude Monet, Pioppi nel sole
Oppure possono cogliere il caldo di una giornata d'estate attraverso una brillantezza più piena.
Il bello della luce di Monet è proprio questo, afferrare l'atmosfera, ritrarre le radiose giornate di sole, accanto a quelle grigie di pioggia, attraverso la nebbia e sotto gli azzurri cieli dell'estate.
E anche lo spettacolo più plumbeo e cupo diventa affascinante.
Magari scegliendo un unico soggetto per condensare una serie sotto l'influenza meteorologica.
Come accade ai suoi pioppi.
Cézanne diceva che Monet era "soltanto un occhio, ma che occhio!".
Un occhio che fagocitava luce, albe e tramonti, soli allo zenit e opacità invernali, riverberi acquatici e bagliori notturni.
Un occhio talmente accanito da consumare la sua vitalità visiva e da declinare nello spasmo della cecità.
Di passione per la luce si può anche soccombere, e gli occhi di Monet cominciarono a soccombere dal 1908, a 68 anni, per essere operato alle cataratte nel 1923 a tre anni dalla morte a 86 anni (dalla rete).

Claude Monet, I pioppi

direi che i colori esplodono ed implodono
in queste meravigliose tele di Monet,
sicuramente uno dei pittori che preferisco.
Amo  colori e i pastelli,
mi danno pace e serenità
anche se sono a volte racchiusi in piccole opere,
grandi poco più di niente, eppure così carichi
di cose dal sapore di buono...

venerdì 30 marzo 2012

Charles Cros

Charles Cros
(Fabrezan, 1 ottobre 1842 – Parigi, 9 agosto 1888) è stato un poeta, inventore e scrittore francese.
Charles Cros fu un poeta e uno scrittore umoristico.
Sviluppò vari metodi, in fotografia, per la lavorazione del colore, pertanto lo si può ritenere il padre delle foto a colori.
Contribuì altresì al miglioramento della tecnologia del telegrafo.
Charles Cros, basandosi sui risultati di Scott, congegnò una macchina, il fonografo, per la riproduzione del suono, e la riproduzione di registrazioni.
Depositò i suoi studi presso l'Accademie des Sciences di Parigi il 30 aprile 1877, anche se questa macchina non fu mai costruita.
La lettera che mandò fu poi resa pubblica il 3 dicembre: nella sua lettera veniva spiegato il metodo in cui pensava di riprodurre i suoni, tramite una membrana che si muoveva in base alle oscillazioni prodotte dai suoni, tenendo conto anche dell'intensità e della durata del suono, aggiungendo che la forma cilindrica era la più pratica per l'apparato di ricezione.
I problemi che principalmente fermarono il suo progetto furono quelli economici; infatti si era rivolto per la costruzione di questo apparecchio alla azienda di orologi Breguet che aveva chiesto un corrispettivo di 3.000 franchi.
Questo genio aveva molteplici passioni e forse non fu mai stimato pienamente dai propri contemporanei, egli lavorò nei campi della fisica, letteratura, chimica, pittura ed era anche musicista.
L'istituto di registrazione francese è stato chiamato in suo onore Académie Charles-Cros (da wikipedia).

GEROGLIFICO

Ho tre finestre nella mia camera:
l'amore, il mare, la morte,
sangue vivo, verde terso, violetto.
O donna, dolce e pesante tesoro!
Freddo vitreo, campane, odore d'ambra,
il mare, la morte, l'amore,
sentire solo ciò che mi piace
donna, più chiara del giorno!
In questa sera dorata di settembre
la morte, l'amore, il mare,
annegare nell'oblio completo.
Donna! Donna! Resa della carne!

Charles Cros



giovedì 29 marzo 2012

Solitudine

XXIII

«Cullo una solitudine mortale
nel mortale mattino, che da sempre... »
Il verso dell'amico si era imposto
da qualche giorno. Il fiume, come un olio
lucido e calmo nello stanco agosto...
Forse mia madre era perduta. Solo
lucido e calmo mi era intorno, specchio
a quello specchio nell'ampio silenzio,
quegli che poi doveva il mio silenzio
- già triste come di un lontano assenzio -
rompere con tanto mio consenso...
(Il suo odore, la sera, come un cane
sporco e fedele dopo le campane).
Notte d'inverno, la tua dolce boria
fa lontana, fa buffa questa storia.

Sandro Penna
Una strana gioia di vivere


conto le innumerevoli storie
che passano e sfiorano me,
in uno stato di confusione totale
mi illudo di illuminarmi ancora;
rivivo le estatiche gesta
di un eroe fanciullo e solo
che cantava la pioggia nel sole...



Nel corso della vita ogni uomo ha provato l’esperienza della solitudine, e quando l’ha confrontata con gli altri si è accorto che non ne esiste una sola.
Ognuno di noi ha un modo proprio di rappresentarsela, di viverla e perché no, d’immaginarsela. Esiste dunque una solitudine diversa per ognuno di noi? Io credo di sì, e, se spiegarla non è sempre facile, un tentativo è doveroso. Ho quindi utilizzato le parole del Piccolo Principe per tradurre le immagini in forma scritta. Ascoltiamolo.
“Dagli uomini”, disse il Piccolo Principe, “coltivano cinquemila rose nello stesso giardino... e non trovano quello che cercano” “E tuttavia quello che cercano potrebbe essere trovato in una sola rosa o in un po’ d’acqua”... “Ma gli occhi sono ciechi. Bisogna cercare col cuore “ (Saint-Exupéry, 1943, pag. 108).

Partendo dall’uomo, ritengo che queste parole esprimano la condizione umana d’oggi; proteso nel ricercare all’esterno i significati delle cose, non si rende conto che s’allontana sempre più dalla fonte originaria interiore. Con queste parole, il Piccolo Principe lancia un messaggio di ricerca ed indica la strada che vorrei percorrere con voi.
Perché parlare, dunque, della solitudine?
Se esiste una spiegazione essa può essere ricondotta alla natura della solitudine: essa tocca profondamente tutti gli uomini, è ineliminabile, ci accompagna per tutta la vita e, soprattutto, perché, per alcuni, i più fortunati, può diventare la strada della ricerca interiore.
Etimologicamente il termine solitudine rimanda alla parola “separare” composta da “se” e “parare”. La prima indica “divisone”, la seconda “parto”. Il termine solitudine rimanda alla separazione del nascituro dalla madre con la conseguente perdita di uno stato particolare. La stessa parola solitudine rammenta all’uomo la perdita che ha vissuto, in quanto ne rappresenta l’evento avvenuto. Nessuno può negare che sia un’autentica esperienza di vita vissuta.
L’uomo, oggi come ieri, è solo, con gli anni ha imparato a convivere con la solitudine, ma a quale sacrificio?
La solitudine, nonostante offra all’uomo innumerevoli opportunità per maturare e divenire un soggetto autonomo, è spesso ricettacolo di valenze negative. È una condizione spiacevole, a volte spaventevole, che spesso diventa un nemico da fuggire a qualsiasi costo. Tutto ciò visto come il risultato di un vivere caotico aggravato anche dall’eredità biblica, conseguenza delle azioni peccaminose compiute dall’individuo: perfino Adamo ed Eva perdono il paradiso celeste e sono condannati ad una vita di sofferenze e di dolore. Il dolore della perdita, della separazione.
La solitudine, dunque, esiste prima dell’uomo.
L’ovulo, al momento della fecondazione, è solo. Assunto il patrimonio genetico del partner, le reazioni fisico-chimiche dell’organismo separano l’ovulo dagli altri spermatozoi e lo isolano definitivamente dalla popolazione cellulare materna. È un organismo estraneo che conserva l’eco della madre e del padre. La fecondazione stessa è fautrice di separazione. A partire dalla quattordicesima settimana, l’embrione, che si chiamerà feto, è sperduto nell’oceano del ventre materno, è solo.
In futuro, la nascita, la crescita, l’adultità rievocano la solitudine originaria.
Socialmente, poi, la solitudine la riconosciamo con chiarezza.
Pensiamo ai milioni di bambini abbandonati nel mondo che vagano soli, senza una meta precisa.
I nostri vecchi, quanti sono abbandoni nell’anonima città?
Quante famiglie, sempre più estranei gli uni agli altri, vivono isolate nell’orrore della televisione?
Quanti ragazzi sono soli, nella prigione dorata del loro Walkman?
Quante persone, robotizzate dal lavoro, dalla spada di Damocle del licenziamento, della disoccupazione, sono costrette ad una solitudine forzata?
L’abbandono e dunque la solitudine, non risparmia nessuno. Dio stesso, essendo uno, è solo.La solitudine presenta moltissime sfaccettature: ve ne sono di forzate, in genere imposte dalle circostanze della vita, quali la prigionia, gli handicap e la malattia, l’isolamento percettivo o l’abbandono di una persona cara.
Vi sono poi solitudini volute e ricercate. Quelle del creativo, dell’asceta o di chi, nella quotidianità, sente il bisogno di ricercare un momento suo, per recuperare le energie disperse nel mondo, per ritrovare quella parte soffocata dall’affanno della vita, quando, invece, non è altro che una fuga dalle situazioni che non riesce a gestire.
Vi sono ancora solitudini imposte dalla società. I mezzi di comunicazione, i mass-media, gli slogan pubblicitari che invitano ad isolarsi, a distinguersi esprimendo modi di vita “unici” che accentuando l’individualismo. In realtà la meta proposta è solo illusoria, dato che è raggiungibile solo con comportamenti ed oggetti uguali per tutti. Questi messaggi, per loro natura contraddittori, alimentano la fuga e la ricerca di un rifugio che, visto come un luogo d’opposizione all’esterno, limita la crescita e lo sviluppo dell’autonomia individuale.
Le reazioni sono le più disparate e a volte le più paradossali. L’uomo contrappone alla solitudine un mondo costellato da relazioni, disseminato di immagini ed affastellato da azioni. Nel tentativo, perenne, di placare l’immagine della solitudine che si porta addosso come una seconda pelle, si procura le sofferenze e le gioie della vita. Sarà poi la sua natura profonda, o il terreno psicobiologico, a far pendere la bilancia da una parte piuttosto che dall’altra.
Per non ripetere l’esperienza della solitudine, l’uomo è disposto a tutto, anche alla guerra. È disposto addirittura ad abbandonare, per non sentirsi solo, ad uccidere, per non sentirsi morire dentro. Il continuo bisogno di potere, espresso da persone influenti o da intere nazioni, può essere letto come una reazione alla solitudine.
La solitudine contiene, quindi, sia la depressione sia la reazione, sia la fuga sia la ricerca e quando l’uomo riesce a contrapporre la disperazione della vita alla speranza le opere che realizza sono geniali.
La solitudine non essendo solo disperazione è speranza e forza, conquistata nel riconoscimento di una propria individualità. Esiste dunque una felicità nella solitudine.
Cercando d’individuare un percorso, si rende necessario rieducare le persone alla solitudine rendendola uno strumento che permette sia di realizzare un vero incontro, con il proprio sé, sia di far germogliare le emozioni che proviamo, leggiamo, sentiamo, compiamo ed inventiamo, sia di ridare valore al silenzio, come atto preparatorio al comunicare con gli altri.
Mi riferisco alla solitudine feconda che non può prescindere dalla relazione con l’altro, senza scadere in isolamento, poiché condurrebbe nell’estremo soggettivismo, nell’autosufficienza, nel rifiuto dell’altro come diverso da sé. Quest’ultimo aspetto è contrapposto al concetto di autonomia, intesa come capacità di distinguere tra sé e gli altri con chiarezza. La mente, in ogni caso, deve saper trovare da se stessa la propria felicità.
Esistono dei casi in cui l’individuo non può sfuggire alla solitudine: benché la società tenti di deprezzarla, esistono delle condizioni in cui l’esterno impone alle persone la solitudine. In questo caso all’uomo non rimane altro che soccombervi o servirsene. Le segregazioni in celle d’isolamento, le prigionie di guerra, le privazioni o le limitazioni sensoriali, dovute ad esempio a certe malattie (cecità, sordità, interventi chirurgici deprivanti), sono solo alcuni esempi di solitudini forzate.
In alcuni casi, la solitudine forzata è diventata, per qualche personaggio della storia, la condizione che ha permesso l’espressione della fantasia. La creatività ha avuto l’opportunità di esprimersi, tant’è che alcune delle più grandi espressioni artistiche sono nate in condizioni d’isolamento. Dostoevskij, trovando in sé risorse spirituali che gli permisero di sopportare la prigionia, scrisse memorabili opere. Beethoven, la cui sordità l'ha portato ad isolarsi dal mondo, ha potuto sviluppare una grande sensibilità interiore, le sue opere più belle hanno visto la luce nel silenzio.
La creatività, come modo per esprimere un mondo interno, non è solo prerogativa degli artisti, si può ritrovarla negli hobbies, talora unici, delle persone comuni, come mezzo per esprimere le proprie attitudini. Sono casi in cui “dal fango è potuto nascere un fiore di loto”.
Si parla molto del desiderio e della paura della solitudine, poco della capacità d’essere soli. Durante il nostro sviluppo psicofisico, se non abbiamo subito dei traumi gravi, dall’infanzia ad oggi, abbiamo sperimentato, magari gradualmente, un essere soli anche in presenza dell’altro. La fiducia, costruita dentro di noi negli anni della crescita, ci ha permesso di controllare la solitudine di riconoscere i sentimenti che animano la parte profonda della nostra mente e di esprimerli.
La solitudine diviene, così, condizione privilegiata e da ricercarsi per aiutare l’individuo ad integrare i pensieri interni con i sentimenti. La meditazione, la preghiera e, a livello inconscio, il sonno operano questa trasformazione. Costruire un momento di solitudine e di silenzio aiuta la persona a ritrovare se stesso nell’oceano della vita. L’anelito di questo momento permette l’abbandono a qualcosa o qualcuno sopra di lui, in grado di dare significato alla vita, alle emozioni quotidiane ed al silenzio ricercato.
Abbiamo visto che il saper star soli, rappresenta una preziosa risorsa. Permette agli uomini di entrare in contatto con i propri sentimenti più intimi, di riorganizzare le idee, di mutare atteggiamento. In alcuni casi, persino l’isolamento forzato può rappresentare un incentivo alla crescita dell’immaginazione creativa.
Esiste ancora una forma di solitudine, quella più semplice, di tutti i giorni, che si realizza come via di fuga dalla tensione della vita quotidiana. Alcune persone isolandosi riescono ad evitare un leggero stato di depressione o di apatia ed investono in creatività.
Si può arrivare ad affermare che questo tipo d’investimento permette una vera e propria fuga dalla malattia mentale. Osservate le persone dedite prevalentemente al lavoro, sembra che non ne possano fare a meno. A volte si ha addirittura l’impressione che siano drogate. Non vi è da stupirsi se appaiono avide di lavoro. Per loro, forse, l’incapacità di reggere le emozioni di una relazione umana alla pari, le spinge alla solitudine. Spesso queste persone appaiono fredde, distaccate e poco accattivanti, ma è solo una conseguenza, volta a mascherare la debolezza e la vulnerabilità verso gli altri.
Per concludere mi sono chiesto qual è il destino dell’uomo. Può uscire dalla solitudine?
Temo di no, anzi ne sono convinto, ma l’uomo vivendo in solitudine ha imparato a conviverci. Per quelli che non sono caduti nella disperazione la ricerca di vita, sia materiale sia spirituale, ha fornito una ragione per tentare, per vivere. Ognuno di noi, con le proprie capacità e con le proprie convinzioni, ha cercato una via e tracciato dei percorsi. Cercando di descriverli, ho riconosciuto quattro cammini. Non ritengo uno più meritevole di un altro, li interpreto, semmai, come dei tentativi, neutri se vogliamo, volti a recuperare una situazione di benessere, fortemente integrati nella complessità della vita.
Ho visto persone che hanno delegato a Dio la loro stessa vita, consapevoli che esiste una forza più grande dell’uomo, sempre disposta ad operare per la crescita umana. Sono le persone che all’apparenza soffrono meno della solitudine, per loro la fede, oltre che una guida alla vita, rappresenta un faro che non farà calare la notte nell’animo.
Ho visto persone che hanno percorso la via che dall’esterno porta al centro. Esercitando il controllo hanno percorso la via della disciplina, del proprio corpo, della propria mente. Sono persone che hanno trovato un equilibrio discreto nel rispetto delle norme, dei precetti morali e nel rispetto di sé e degli altri. Sono persone che soffrono molto le ingiustizie, perché queste le rendono sole.
Ho visto persone che avvertivano il bisogno di condividere con altri la propria solitudine, salvo poi soffrire della stessa quando si lasciano. Sono persone molto orientate alle relazioni esterne, amanti della vita sociale, ricevono calore e sostegno in gruppo.
Ho visto persone, infine, che hanno cercato di metabolizzare la solitudine. Utilizzando gli strumenti che la società e la cultura mettevano loro a disposizione, hanno tentato una ricerca: abbandonati i precetti religiosi, politici e sociali si sono messi in gioco intimamente elaborando le esperienze di vita vissuta, le debolezze e la forza, propria di ogni individuo. Sono persone che hanno fatto i conti con il proprio vuoto interiore, con la paura della morte e dell’abbandono. Sono persone che hanno affrontato un percorso di analisi profonda e che hanno avuto il coraggio di chiedere aiuto, consapevoli che metabolizzare la solitudine è un percorso di ricerca continuo, che dura tutta la vita e che spesso rievoca i grandi dolori vissuti (dalla rete Ambrogio Zaia).

mercoledì 28 marzo 2012

Il giardino in primavera


Claude Monet, giardino a primavera

La primavera è il periodo delle potature e della preparazione per rendere il giardino colorato e gradevolmente profumato con dei bei fiori. Ma per avere già a primavera dei bellissimi fiori si dovrà cominciare a seminare a novembre.
I fiori da piantare nel periodo autunnale sono quelli con il bulbo; questo perchè essendo piantati a circa 10cm sotto terra non risentono del gelo invernale e a febbraio quando quando è vicina la primavera iniziano a spuntare per poi fiorire a marzo.
I fiori bellissimi con il bulbo sono: Crochi, Tulipani, Giacinti, Fresie.
In piena primavera si può iniziare a piantare i fiori che renderanno bellissimo il nostro giardino in estate. Proprio in piena estate è il momento di comprare Gerani di tutti i colori, Petunie, Margherite, Roselline nane, Begonie. Sono tutti fiori che amano stare in pieno sole o con poca ombra. Petunie e Rose devono essere innaffiate abbondantemente tutti i giorni.
Una particolarità delle petunie è l'odore non proprio buono che emanano quando sono bagnate, ma la loro bellezza compensa questa unica pecca.
Queste piante durante la fioritura tendono ad allargarsi, quindi per avere un'aiuola sempre in ordine è necessario potarle quel tanto che basta; in questo modo acquisteranno anche più forza e la rigogliosa fioritura ne sarà la prova.
La cosa migliore da fare se nel nostro giardino vi sono fiori a stelo lungo è quella di fornire loro un sostegno con dei rami secchi o delle cannette di bambù in modo che quando piove lo stelo non rischi di spezzarsi con il peso dell'acqua.
In commercio esistono delle retine di filo metallico fatte appositamente per creare e dare forme diverse alle aiuole (dalla rete).

NEL GIARDINO

Col guardingo terror d’un masnadiero
Io m’avanzava, al lume de le stelle,
Tra le cupe gaggìe roride e belle
Premendo appena il candido sentiero.

Quindi carponi, in un boschetto nero,
I panni crivellandomi e la pelle,
Lento lento giungea fra le mortelle
A una casetta piena di mistero.

E rampicavo là con disperato
Impeto su per la muraglia annosa,
Muto, caldo, fremente, insanguinato,

E l’aperta finestra appena tocca
Sentìa dentro a una nuvola odorosa
La celeste pietà de la sua bocca.

Edmondo De Amicis


dilavate grigie accolgono
il mio riflesso di sempre
in un contiguo preciso ripongo
speranze, a volte rare gioie
come un scrigno richiudo
momenti sereni in teche mentali...

martedì 27 marzo 2012

Frammento di XX° secolo

un fremito l'aria scuote
e percuote il mio corpo disteso,
dopo attimi di vento le note
di un accenno di suono disceso
nell'anima che ora riposa
nell'ora che vivo gioiosa
di lacrime di nuova stagione
è meno dura è questa prigione...

anonimo del XX° secolo
frammenti ritrovati


Alessandro Kokocinski, se nel dormire sognasse, 2001


lunedì 26 marzo 2012

Sorriso ancora

Il sorriso manifesta serenità, benessere e apertura nei confronti di un'altra persona.
L'espressione viene usata sia per manifestare uno stato emotivo, sia come strumento di comunicazione nel rapportarsi con gli altri. Nel primo caso il sorriso è spontaneo e involontario, compatibilmente con il carattere e le attitudini della persona. Nel secondo caso invece il sorriso è incanalato in un codice di comportamento e può essere dunque semplicemente una forma convenzionale di approccio. Un sorriso può essere dunque più o meno sincero e spontaneo, e non sempre sottintende un atteggiamento di apertura verso l'altro quanto piuttosto l'espressione di un personale stato d'animo.
Il sorriso rappresenta comunque nella cultura comune l'espressione della felicità. È quindi preso a riferimento e spesso stereotipato: nei disegni dei bambini, le persone vengono rappresentate con pochi semplici tratti con un'espressione sorridente. Questo accade spesso anche in illustrazioni e immagini di carattere umoristico, come cartoon o vignette. Il sorriso è poi l'espressione privilegiata per le pose nelle fotografie[2]; è uso comune, nella posa di una foto, pronunciare la parola inglese cheese per stirare la bocca alla vocale i, producendo quindi il sorriso.
Il sorriso si presenta spontaneamente in tutti i bambini, non viene dunque appreso per imitazione. Nasce come reazione fisiologica per poi diventare una espressione con intenti comunicativi. In questo senso il sorriso può essere considerato un comportamento tipico e distintivo della specie umana nei confronti delle altre specie animali.
Nei neonati, quello che sembra un sorriso è un semplice stiramento delle labbra. Esso si osserva soprattutto durante il sonno ed è la conseguenza di stimoli dell'attività del sistema nervoso, o da stimoli rumorosi esterni, ad esempio la voce di una persona.
Verso la quinta settimana di vita del bambino, il sorriso viene provocato alla visione di un volto umano, ancora non ben definito e quindi ancora non riconosciuto dal bambino. Questo viene considerato il primo sorriso sociale. Allo stiramento della labbra si aggiunge lo strizzamento degli occhi.
Dal quarto mese, il sorriso acquista un'ulteriore maturazione, diventando non più o non solo una semplice reazione ad uno stimolo, ma una vera e propria espressione dell'individuo. Durante la conoscenza dell'ambiente e il riconoscimento degli oggetti, del proprio corpo e delle altre persone, il bambino utilizza sempre più il sorriso come linguaggio, rivolgendosi prima agli oggetti che ha intorno, come ad esempio le proprie mani, e poi alle altre persone, diventando a tutti gli effetti uno dei primi strumenti comunicativi. Anche l'espressione in sé ormai non coinvolge più solo la bocca ma tutto il volto.
Dopo i sei mesi, il sorriso diventa definitivamente una forma di socializzazione.
La rappresentazione simbolica del sorriso è lo smiley o smile (traduzione inglese del termine).
Lo smile venne creato nel 1963 dall'artista americano Harvey Ball ed è costituito da un cerchio di colore giallo, due punti neri ad indicare gli occhi e un arco verso l'alto ad indicare il sorriso.
Lo smile, prima utilizzato semplicemente come logo, si è inserito nello slang degli SMS e soprattutto in internet, sviluppandosi e differenziandosi in più faccine che esprimono non più solo il sorriso ma diverse espressioni, chiamate emoticon.
Le faccine possono essere espresse sia con caratteri testuali, come ad esempio :) , XD e :-O oppure, come si utilizza adesso nelle chat e nei forum attraverso immagini appositamente create (da wikipedia).


Il sorriso

C'è un Sorriso d'Amore,
e c'è un Sorriso d'Inganno,
e c'è un Sorriso dei Sorrisi
in cui questi due Sorrisi si incontrano.

E c'è uno Sguardo d'Odio,
E c'è uno Sguardo di Disprezzo,
e c'è uno Sguardo degli Sguardi,
che tentate di scordare in vano;

perché si pianta nel profondo del Cuore,
e si pianta nel profondo della Schiena,
e nessun Sorriso che mai fu Sorriso,
ma un solo Sorriso soltanto,

che fra la Culla e la Tomba
si può Sorridere soltanto una volta;
ma, quando è Sorriso una volta,
c'è una fine a tutta l'Angoscia.

William Blake

domenica 25 marzo 2012

Novilunio

i lontani anni del progressive rock italiano
mi affascinano ancora oggi,
ricordo suite infinite e sfibranti
eppure a volte così coinvolgenti.
In un attimo tutta appariva e spariva
lasciando scie di colori musicali
in un rock mai troppo aggressivo.


Il novilunio (o luna nuova) è la fase della Luna in cui l'emisfero visibile risulta completamente in ombra.
La luna nuova avviene quando nel corso della sua orbita il nostro satellite si frappone tra la Terra e il Sole e si dice che è in congiunzione.
Durante la fase di luna nuova, non è possibile vedere la Luna in quanto essa è presente in cielo di giorno a poca distanza apparente dal Sole.
Quando l'orbita della Luna risulta allineata perfettamente con la Terra e il Sole allora avviene il fenomeno delle eclissi di Sole.




La luna nuova

Cielo di Marzo
di luna nuova
sogni di fortuna
saggi ubriachi tra i fuochi accesi
a bruciar paure
Canta il vechio la follia
dell'ultimo dei re
canta il bimbo la magia
di un'alba che vedrà
tace 1'uomo attende già
la pioggia che cadrà…
Piccola pietà
gioco che non ha
mai mai mai fine

Premiata Forneria Marconi
Artista: P.F.M. (Premiata Forneria Marconi)
Album: L'Isola Di Niente
Titolo: La Luna Nuova

sabato 24 marzo 2012

Su un muro di campagna


quasi come in un soffio
il vento appaga il respiro
e un fiato riprende vigore;
là dove sosta la mia anima
è verde accecante e dolce
di questa prima, vera, dolcezza
che nuova si spande e placa
il sordo furore si acquieta...


Andrea Zanzotto
Tutte le poesie


«Quando uscì La Beltà (1968), Eugenio Montale ne trovò l’autore “indubbiamente aumentato” rispetto al “posto di rilievo” da Andrea Zanzotto già tenuto “in quella”, soggiungeva ironicamente Montale, “che vien definita generazione di mezzo (non so quando cominci e quando stia per finire)”. Ciò che tradotto in chiaro, e aggiunta tutta la grossezza inerente a siffatte graduatorie, significa: il più importante poeta italiano dopo Montale», così iniziava la storica prefazione di Gianfranco Contini a Il Galateo in bosco (1978), come ci riferisce il prefatore Stefano Dal Bianco nella esaustiva introduzione al volume.
Le prime opere di Zanzotto lo avevano segnalato come uno di poeti più significativi della «generazione di mezzo», quella che veniva dopo i maestri Montale, Ungaretti, Caldarelli che avevano esordito negli anni Trenta e Quaranta. Dietro il paesaggio (1951), Elegie ed altri versi (1954), Vocativo (1957) sono libri di un brillante interprete della poesia del post-ermetismo, con alcune chiaroveggenze e prestiti dalla tradizione, ma nulla di più. Già si intravedono le tematiche base che faranno da fondamento della produzione maggiore: la problematica della bellezza, quella della natura e del paesaggio e, centrale, la problematica della destrutturazione dell’«io» poetico che va di pari passo con la degradazione del paesaggio. Ma il tutto è ancora dentro la tradizione. La tradizione non è ancora implosa.
È con La Beltà che la poesia zanzottiana cessa di essere un discorso innocente per il cui godimento c’è un lettore in carne ed ossa ad attenderlo, c’è un cavalletto (che sono i fogli bianchi del poeta) posto dinanzi al paesaggio etc.; non c’è più un poeta «onesto» che officia la liturgia di una poesia «onesta», di una poesia salvifica alla Luzi per intenderci; insomma, la poesia si è improvvisamente emancipata, è questa la sconvolgente scoperta del poeta di Pieve di Soligo. Per Zanzotto la poesia non può non assumere su di sé la struttura dell’artificio che domina nel mondo delle merci: la poesia è diventata una merce linguistica che vuole sottrarsi con tutte le forze alla propria condizione di merce, di vassallaggio alla funzione dell’«utile» e del consumo. La grande novità che l’opera zanzottiana mette in evidenza è che la forma-poesia è diventata una funzione del segno e che quest’ultimo indica un significante legato da un patto, da una convenzione, con l’altra faccia del segno che si chiama il significato. Il segno ha cessato di essere innocente, è diventato ambiguo, rivela il proprio carattere di artificio, indica una connotazione e non più il denotatum. Il segno, al pari di un feticcio linguistico, ammicca ad una assenza, ad una presenza che non c’è.
La poesia zanzottiana, che ha fatto ricetto della lezione lacaniana del significante, scopre il carattere di feticcio del segno linguistico, e lo carica di sottigliezze metafisiche e di arguzie teologiche, lo rende libero; parimenti, libera gli oggetti dalla loro schiavitù al significato (come avveniva nella poesia della tradizione) per ancorarli alla aerea leggerezza del significante: libera il segno linguistico dalla schiavitù dell’utile e dell’uso pratico per conferire loro il mandato di una libera leggerezza. È la forma-poesia che è diventata libera. E con la conquistata libertà la poesia zanzottiana scopre anche la propria vulnerabilità: cessa di essere intelligibile alla tradizione, rispetto alla quale essa assume una parvenza di inafferrabilità e di inintelligibilità. Ciò significa che la poesia zanzottiana deve rinunciare alle garanzie che venivano dal suo inserimento in una tradizione, grazie alla quale la poesia si poneva come ponte e saldatura fra presente e passato, vecchio e nuovo, ma fa della propria autonegazione la sua legge di sopravvivenza, in linea di continuità con i poeti romantici, verso i quali già Hegel aveva parlato delle loro esperienze come di un «autoannientantesi nulla». Non a caso i poeti di cui ricorrono continui rimandi testuali e riferimenti impliciti ed espliciti sono Hölderlin e Leopardi. La poesia zanzottiana erige così una inespugnabile fortificazione proclamando l’autodissoluzione e la propria invulnerabilità e impenetrabilità rispetto al regno della prassi dell’utile e del pratico. È questo il prezzo che la poesia zanzottiana deve pagare alla modernità: la poesia si sottrae alla tirannia dell’economico e all’ideologia del progresso, non ha altro fine all’infuori del significante, non può essere soggetta né alla curiosità della critica turistica né a quella di matrice utilitaristica. Da un altro versante, invece, la resistenza al progresso renderà la poesia zanzottiana sempre più penetrabile alle esigenze della modernizzazione linguistica richiesta dallo sperimentalismo. È questo il nodo attorno al quale si imbriglierà la poesia zanzottiana a venire, l’essere la modernizzazione linguistica della forma-poesia un riflesso e un aspetto della modernizzazione del Moderno.
Con La Beltà la poesia zanzottiana attinge un altissimo grado di astrazione e di de-letteralizzazione, si ipersemantizza, si carica di segni che manovra con una stupefacente versatilità ed abilità. Lo sperimentalismo giunge così, d’un colpo, al vertice delle sue possibilità espressive. Il 1968 è una data spartiacque, e non solo per la poesia italiana ma per la società tutta: il boom economico è ormai una realtà, e con esso anche la poesia italiana inizia quel complesso percorso che la porterà a ragionare in termini di modernizzazione del linguaggio poetico e di rapporto con il Moderno.
L’intangibile e l’inafferrabile per la poesia di Zanzotto è il segno linguistico, il significante.
Che cos’è che si sottrae al regno del significante? L’immobilità della natura costituisce l’hypokeimenon, il sostrato immutabile che giace al di sotto della mutevolezza dei significanti, ciò che resta intangibile e inalterabile se non sottoposto allo sfruttamento intensivo della macchina del Moderno.
Con Il Galateo in Bosco (1978) la lingua di Zanzotto si è stabilizzata, la rivoluzione linguistica è già alle spalle, non sarà più possibile andare avanti per la via tracciata da La Beltà. Scrive il prefatore: «dal punto di vista dell’autore l’Ipersonetto è anche una fase di felice ripiegamento nel borbottio rassicurante del canone. Esso nasce da quella stessa pulsione liberatoria che genera l’esplosione comunicativa di Filò (1976): un bisogno di riposo dopo gli eccessi di agonismo linguistico della trascorsa stagione poetica».
Le opere che seguiranno: Fosfeni (1983), Idioma (1986) e, ancor più, Meteo (1996), segnano le tappe di un progressivo smottamento del soggetto che è costretto ad accusare il colpo dello scacco dell’utopia di una ecologia della natura e di una ecologia della mente. Lo sperimentalismo zanzottiano perde carburante mentre perde il soggetto che doveva guidare il processo della scrittura poetica; ma è la scrittura poetica che subisce un processo di mutismo indotto dalla violenza dello sfruttamento intensivo della natura. Il paesaggio è diventato una utopia. La minaccia al paesaggio si è mutata nel frattempo in autentico eccidio della natura, in una «devastazione». Con le parole del poeta di Pieve di Soligo: «uso la parola devastazione perché si ha una proliferazione-metastasi di sopravvivenze distorte, di sincronie e acronie velenose, di rovesciamenti di senso pur rimanendo identico il segno, ed è stato, per altro, proprio sul finire degli anni Ottanta che si è palesata la corruzione». Le composizioni assumono la forma di diari di eventi atmosferici senza soggetto, vedute aeree, impressionismo e pointillisme dove il soggetto è visto come se fosse situato all’esterno del quadro, un estraneo rispetto agli eventi della storia della natura (che tende a sottrarsi al soggetto, a non essere più percepibile se non in una forma adulterata). Le figure umane tendono a scomparire, adesso ci sono i morti che abitano una parte del paesaggio naturale, anzi, sono una funzione del paesaggio come in Sovrimpressioni (2001); nel libro successivo Conglomerati (2009) la terza persona e la forma impersonale prendono del tutto il sopravvento sulle residue vestigia del soggetto il quale non è più in grado di raccontare granché, non ha più il punto di vista da cui osservare:
il significante ha guidato l’utente
l’ha pilotato in begli scioglilingua
sciogli niente.
È la presa d’atto di un lunghissimo percorso iniziato sessant’anni prima che si è rivelato un vicolo cieco. È forse questo il momento più doloroso della parabola di Andrea Zanzotto, l’aver toccato con mano che la rivoluzione linguistica operata sul linguaggio poetico si è risolta, ha avuto (e ha) un senso soltanto all’interno del linguaggio poetico, quel linguaggio poetico che le nuove generazioni di fine Novecento tenteranno di mettere tra parentesi per poter ricominciare a narrare in versi.
A questo punto, noi lettori posti negli anni Dieci, non possiamo non chiederci: la parabola poetica di Zanzotto che significato lascia alle nuove generazioni che sono nate nel bel mezzo della rivoluzione telematica e nella susseguente epoca della stagnazione economica e stilistica? Qual è il suo messaggio? Quale testimone ci lascia?
Domande inquietanti alle quali soltanto il futuro potrà rispondere.
Giorgio Linguaglossa (dalla rete).


Colloquio

"Ora il sereno è ritornato le campane suo-
nano per il vespero ed io le ascolto con
grande dolcezza. Gli ucelli cantano festosi
nel cielo perché? Tra poco è primavera i
prati metteranno il suo manto verde, ed io
come un fiore appassito guardo tutte que-
ste meraviglie."

SCRITTO SU UN MURO DI CAMPAGNA

Per il deluso autunno,
per gli scolorenti
boschi vado apparendo, per la calma
profusa, lungi dal lavoro
e dal sudato male.
Teneramente
sento la dalia e il crisantemo
fruttificanti ovunque sulle spalle
del muschio, sul palpito sommerso
d'acque deboli e dolci.
Improbabile esistere di ora
in ora allinea me e le siepi
all'ultimo tremore
della diletta luna,
vocali foglie emana
l'intimo lume della valle. E tu
in un marzo perpetuo le campane
dei Vesperi, la meraviglia
delle gemme e dei selvosi uccelli
e del languore, nel ripido muro
nella strofe scalfita ansimando m'accenni;
nel muro aperto da piogge e da vermi
il fortunato marzo
mi spieghi tu con umili
lontanissimi errori, a me nel vivo
d'ottobre altrimenti annientato
ad altri affanni attento.

Sola sarai, calce sfinita e segno,
sola sarai fin che duri il letargo
o s'ecciti la vita.

Io come un fiore appassito
guardo tutte queste meraviglie

E marzo quasi verde quasi
meriggio acceso di domenica
marzo senza misteri

inebetì nel muro.

Andrea Zanzotto
 Vocativo 

venerdì 23 marzo 2012

Violette ancora

Storiella di marzo

Marzo è un fanciullo che ride da un occhio,
dall'altro piange.
Sua mamma lo tiene su un ginocchio
a cavalluccio, lo bacia sulle guance.
"Com'è, figliolo, che di qua bruci
e di là agghiacci?"
Marzo non sa; spalanca le luci,
poi si nasconde nei suoi stracci.
"Fa' un po' di sole, che devo lavare
la camicina bella nuova".
Il bimbo corre fuori, a guardare
'l'aria che brilla tra la piova.
Tocca lo spino, tocca il pesco,
e tutto è in fiore sotto ,il sole.
Nel campo il grano si leva dal cespo,
il vento odora di viole.

Diego Valeri



anche il colore delle viole mi piace,
un umile fiore che macchia il prato,
gli anfratti ombrosi dei fossi;
mi piace la violetta, sfuma all'azzurro
e mi rende conscio del senso di rinascita...

VIOLETTA

Nel linguaggio dei fiori ha un significato mutevole, ma parla soprattutto di amore e di intrighi femminili ad esso correlati.
La violetta è anche simbolo di modestia, sincerità e amabilità.
E' usato come nome femminile.
Ha un gambo molto corto, con un piccolo fiore molto profumato a cinque petali.
Dalla violetta si ricava un'essenza profumata, che era molto in voga agli inizi del secolo scorso.
Le viole odorose si utilizzano anche nell'industria confettiera per produrre fiori freschi cristallizzati nello zucchero.
I bonbons à la violette sono una specialità della città di Tolosa in Francia.

giovedì 22 marzo 2012

Confidare

confidare[con-fi-dà-re] v.• v.tr. [sogg-v-arg-prep.arg] Rivelare qlco. a qlcu. fidandosi della sua discrezione: c. un segreto a un amico; anche con l'arg. diretto espresso da frase (introd. da che, di): gli confidò che si era innamorato; mi ha confidato di aver avuto paura
• v.intr. (aus. avere) [sogg-v-prep.arg] Avere fiducia in qlcu. o qlco.: c. in Dio; con arg. espresso da frase (introd. da di, che), sperare di riuscire a fare qlco.: confido di partire presto; confidava che sarebbe arrivato in tempo
• confidarsi
• v.rifl. [sogg-v-prep.arg] Comunicare i pensieri e i sentimenti più intimi a qlcu. di cui ci si fida: c. con la mamma (dalla rete).


Confidare

Ho tanta fede in te. Mi sembra
che saprei aspettare la tua voce
in silenzio, per secoli
di oscurità.

Tu sai tutti i segreti,
come il sole:
potresti far fiorire
i gerani e la zàgara selvaggia
sul fondo delle cave
di pietra, delle prigioni
leggendarie.

Ho tanta fede in te. Son quieta
come l’arabo avvolto
nel barracano bianco,
che ascolta Dio maturargli
l’orzo intorno alla casa.

Antonia Pozzi
8 dicembre 1934