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L'ombra è l'opposto del sole, ma si nutre di esso.
Un cielo grigio non genera ombre: nessun contrasto, nessun pensiero.


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lunedì 31 agosto 2009

A Cinque Lune da Nobegmor (XVII)

CAPITOLO XVII°


- ... è una storia veramente interessante - disse Arhiac a Gujil mentre passeggiavano sulle mura del castello.
Fecero alcuni passi in silenzio poi Arhiac si appoggiò al parapetto e gettò il suo sguardo oltre gli alti merli in direzione della sterminata foresta che cingeva la città.
La luna, alta nel cielo, irrorava di argentei riflessi ogni cosa esposta ai suoi deboli raggi.
- Sai Gujil - riprese Arhiac rivolgendosi al Principe - a volte ho paura e mi sveglio la notte sudata e tremante nel bel mezzo di un sogno; ed è sempre lo stesso che pare voglia affliggermi.
Sogno un cammino nel bosco ed all'improvviso ho di fronte una piccola gabbia dorata ed un piccolo uccello dal piumaggio tinto di meravigliosi colori cinguetta felice sul fondo di essa.
Io mi avvicino a guardare ed ecco che divento l'uccello e la gabbia trasforma le sue sbarre d'oro nelle mura di questo castello.
Poi, ogni volta, il sogno finisce e mi sveglio.
Una brezza leggera accarezzava i loro giovani volti.
Lei cercò di nascondere il viso allo sguardo di lui ma non vi riuscì.
Il Principe si accorse che stava piangendo, allora protese la sua mano ed asciugò con tenerezza quelle tiepide lacrime che scintillavano come diamanti al chiarore notturno.
Senza proferire parola Gujil la strinse forte a sé e lei si abbandonò sospirando a quel rassicurante abbraccio.
- Fa freddo qui fuori. - gli disse scossa da un brivido e Gujil sfilò dalle spalle il mantello e lo avvolse con cura attorno al corpo della Principessa.
- Vuoi che rientriamo? - le chiese allora il giovane Principe.
Arhiac assentì ed in pochi secondi furono nuovamente all'interno del castello.
Camminavano in silenzio e Gujil, di tanto in tanto, volgeva lo sguardo al dolce viso di Arhiac senza mai scorgervi la Benché minima traccia del più piccolo sorriso.
Le labbra di lei erano sempre serrate e tristemente inespressive.
Poco dopo giunsero alla soglia delle stanze della Principessa.
- ti prego, resta con me, - lei gli disse - è ancora lontano, dai miei occhi di stanotte, il potente richiamo del sonno e questa giovane notte è così tenera e lieve...
Disse e lo guidò con la mano quasi egli fosse un fragile bimbo e lui, docilmente la seguì fin dentro la stanza.
La porta si richiuse alle loro spalle.
La stanza era molto grande ma sobria ed elegante, non ostentava inutili ricchezze ma era arredata con gusto e praticità
Una preziosissima coperta di seta finissima ricopriva il letto di noce ai cui piedi era adagiato un grandissimo tappeto di damasco con ricamate scene campestri e di partite di caccia e di pesca.
Sopra il tappeto, in prossimità del letto, Gujil notò la presenza di un tavolino e due sedie.
- Voglio brindare con te a questa nostra nascente meravigliosa amicizia. - disse Arhiac distogliendo improvvisamente lo sguardo del Principe dal proprio assorto vagabondare in quei sottili misteri.
A quelle parole, Gujil portò istintivamente la mano a tastarsi il petto alla ricerca dell'ampolla di cui si era completamente scordato durante il ricevimento.
Il rassicurante contatto con essa gli fece trarre un profondo sospiro di sollievo.
Nel frattempo, ignara del tutto Arhiac aveva comandato ad una delle sue ancelle che venisse loro servito del vino.
Quando ogni cosa fu pronta, Principe e Principessa si sedettero l'uno di fronte all'altra e l'ancella versò loro da bere in due grandi calici d'oro massiccio dopodiché, inchinandosi, si congedò salutandoli ed uscì dalla stanza.
Gujil ed Arhiac rimasero soli.
Approfittando di un attimo di distrazione da parte della Principessa, Gujil versò velocemente l'intero contenuto dall'ampolla nel calice di lei che non si accorse di nulla.
Per molto tempo si fissarono a lungo, occhi negli occhi, senza dire parola alcuna, ascoltando la voce del proprio cuore che si ripercuoteva nella loro testa.
- Quanto tempo ho invano aspettato che qualcuno giungesse, oh Principe! - lei disse ai pensieri frastornanti e rapito do Gujil - tante notti da sola, passate a scorrere le immagini del sogno, quasi mi hanno fatto perdere ogni più tenue speranza.
Ma ora che tu sei qui, d'improvviso, questa mia stanza rischiara di una luce più forte di quella che le tante lingue di fuoco dei miei candelabri sanno produrre.
Narrami o Gujil, voglio sapere del mondo, degli uomini che vivono ed amano oltre gli sconfinati confini di Opoflop.
- No, non ora, mia dolcissima Arhiac, - disse il Principe a sua volta - non ora, mio piccolo e fragile fiore.
A suo tempo saprai.
Ora beviamo affinché questo nostro incontro sia come un suggello al realizzarsi dei nostri deboli ed importanti segreti.
Così a lei rispose il giovane Principe e, con mano un poco tremante, le porse la coppa dorata ricolma di vino.
Mentre il disegno sfumato e confuso delle loro ombre indecise danzava bizzarro sulle grandi pareti, Arhiac e Gujil bevvero in un'atmosfera di lento silenzio finché i loro calici non furono vuoti.
Un impercettibile sospiro di Arhiac ruppe l'incanto.
Sul viso emozionato di Gujil si accesero i bagliori della speranza.
Il Principe fece un timido tentativo di prendere, tra le proprie, la di lei mano, ma la Principessa si alzò.
Alloro a lui non rimase che osservarla, curioso e stupito, mentre lei muoveva i suoi corti e misurati passi verso l'imponente drappo che ricopriva la vetrata posta su di un lato della stanza.
Quando vi fu giunta la Principessa scostò i pesanti tendaggi che celavano ai loro occhi la visione dell'esterno poi, con gesto consumato da lungo tempo, Arhiac aprì la finestra.
Gujil venne investito dal gelido odore di una folata di vento che fece spegnere la fiamma di tutte le candele.
Il Principe, che d'istinto aveva prontamente serrato le palpebre, riaprì gli occhi e venne improvvisamente colpito da un luminosissimo raggio di luna che era rimbalzato sul vetro aperto.
Fu allora che vide; o almeno così si va raccontando ancora adesso.
Sul viso di Arhiac, pur'esso riflesso dal vetro, era ricomparso il sorriso creduto perduto ma, ai lati del suo volto specchiato, si materializza l'immagine oscura e sinistra di un uomo impiccato che dondolava lugubremente nel cuore della notte.
Nessuno seppe mai dire che cosa accadde con precisione.
Si sa che urlò il Principe di rabbia e di dolore squarciando, quasi fosse una tagliente lama, quel freddo silenzio e poi fuggì, come atterrito, da quella stanza.
Vagò Gujil, correndo per gli ampi saloni che il buio rendeva spettrali, per lunghi corridoi che mai pareva dovessero avere una fine.
Vagò con il fiato che gli strozzava la gola dolente finché una mano amica non bloccò la sua spalla ed interruppe quella folle lancinante corsa.
- Per di quà, mio Principe, svelto!
Ho già preparato nel cortile i nostri cavalli che frementi ci attendono.
Andiamo via ora! - disse Mizaurio.
Lo scudiero aiutò il frastornato e sconvolto suo Principe verso la più vicina uscita.

domenica 30 agosto 2009

Amore Diverso

video

La prima volta che ho sentito questa canzone ero ad un concerto alla montagnetta di Milano e, come tanti convinto che si trattasse di un gesto d'amore nei confronti di una donna. Le spiegazioni di Finardi mi lasciarono stupito...dedicata alla figlia...per me, allora fidanzato di fresco e pieno di amore passionale e giovanile, fu quasi una mezza delusione, non lo nascondo.

Un amore diverso, grande come l'universo...da padre ora so quanto avesse ragione e quanto è grande l'amore per una figlia...so anche quanto è diverso. Questa ninna nanna nata dall'ascolto di un'altro bellissimo pezzo "The lion sleeps tonight" (ripreso e citato da Finardi alla fine del pezzo) è qualcosa di struggente e meraviglioso, sicuramente uno dei pezzi che continuo ad ascoltare e che più mi piacciono.

Amore diverso:

Io ti proteggerò oh sì ti stringerò e mai niente ti farà del male. Io ti accarezzerò e poi ti cullerò per farti addormentare. E ti canterò canzoni di forti emozioni quando fuori tuona il temporale. E sempre ti sussurrerò quelle dolci parole che so ti fanno stare bene. Sarà un amore diverso grande come l'universo che il tempo non potrà toccare farò una casa di carta su un'isola deserta dove il vento verrà a giocare e una finestra sempre aperta per chi sa volare che da noi possa arrivare a riposare. E ho braccia forti e larghe spalle per poterti meglio abbracciare. E se fa freddo la notte col mio corpo ti potrai scaldare. E dopo ore e ore e ore d'amore sul mio petto ti farò dormire e sognerai di ballare a tempo col mio cuore e il sole ti verrà a svegliare. Sarà un amore diverso grande come l'universo che il tempo non potrà toccare, piccole cose da riscaldare grandi aquiloni da far volare. E sarà sempre un nuovo gioco per tenere acceso il fuoco nel lungo tempo da venire, piccole pietre da trasportare e da seguire per ritornare. Io ti proteggerò oh sì ti stringerò e mai niente ti farà del male. Io ti accarezzerò e poi ti cullerò per farti addormentare. E dopo ore e ore e ore d'amore, sul mio petto ti farò dormire e sognerai di ballare a tempo col mio cuore e il sole ti verrà a svegliare. Sarà un amore diverso grande come l'universo che il tempo non potrà toccare, piccole cose da riscaldare, grandi aquiloni da far volare. E sarà sempre un nuovo gioco per tenere acceso il fuoco nel lungo tempo da venire, piccole pietre da trasportare e da seguire per ritornare

Eugenio Finardi

sabato 29 agosto 2009

Girasole

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Sta per finire l'oasi di distacco che l'estate rappresenta e, presto, tutto tornerà come prima e ci rimetteremo alla pietà divina sperando di sopravvivere in modo decoroso al rientro nella norma quotidiana. Forse però è giusto così, tuttto deve rientare nei soliti binari risaputi per non turbare un equilibrio cosmico precostituito del quale dobbiamo accettare la grandezza intrinseca anche se non riusciamo a coglierne il significato più profondo.
Un girasole solitario si aggira nella mia mente e cerca con tutte le sue energie di ruotare continuamente alla ricerca della luce...ma ogni giorno che passa diventa più cortto e lui se ne è accorto.
Mah!

venerdì 28 agosto 2009

A Mia Madre


Non sempre il tempo la beltà cancella,
o la sfioran le lagrime e gli affanni;
mia madre ha sessant'anni
e più la guardo e più mi sembra bella.

Non ha un detto, un sorriso, un atto,
che non mi tocchi dolcemente il core!...
Ah! Se fossi pittore:
farei tutta la vita il suo ritratto.

Vorrei ritrarla quando china il viso
perch'io le baci la sua treccia bianca,
o quando, inferma o stanca,
nasconde il suo dolor sotto un sorriso...

Ma se fosse un mio pregio in cielo accolto,
non chiederei del gran pittor d'Urbino
il pennello divino
per coronar di gloria il suo bel volto,

vorrei poter cangiar vita con vita,
darle tutto il vigor degli anni miei,
veder me vecchio, e lei
dal sacrificio mio ringiovanita.


Edmondo De Amicis

giovedì 27 agosto 2009

Land's End V


dove non sono stato,
dove non sarei mai...
convinto, corretto, affannato,
collimo in un prato rugiada ed arsura
lente spirali discendono,
conseguono il fato, rapprendono
sentire di un tempo passato
presente e futuro si mentono



anonimo del 1900




Le coste della Cornovaglia occidentale si perdono tra impetuosi flutti oceanici prigioniere di maree e venti sferzanti.
La terra di fine mondo è zuppa di umidità e trasuda leggende di eroici cavalieri al servizio di impavidi Re. Eppure rimane racchiusa in quel meraviglioso abbraccio collettivo che racchiude mondi passati a cui molti si rifanno con malcelate e nostalgiche riflessioni.
Un posto della mente, un luogo di quei tanti che l'immaginario globale mitizza ed elige a baluardo da sempre.
Mi piace pensarlo ancora popolato da antichi abitanti mescolati a personaggi mitologici spazzati via e relegati nei sotterranei più bui da invasori cristiani carichi di missionarie ragioni e dogmi potenti e inattacabili. Mi piace pensare che non faccia poi così freddo e che basti sollevare un bavero qualsiasi per attutire l'impatto del vento. Qualcuno sa ancora ascoltare e qualcosa rimane a testimonianza indiscussa di presenza, consuetudini, sogni. Le vie sono aperte ma difficili da individuare perchè le visioni sono mistificate dalle situazioni e dalle contingenze, eppure le vie sono ancora aperte,basta cercarle.
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Mi piace pensare agli scogli carichi di umida vita così mite e silenziosa da non infastidire.
Mi piace l'odore intenso e marino che riempie di fragranze piacevoli il mio respiro di oggi.
Conservo le sensazioni di luci e chiaroscuri di quando ero bretone e guardavo oltre il mare illuso di poter posare il mio sguardo su queste costiere flagellate dal mare.
Un amico un tempo scrisse una canzone vicina alle barche che rollano il movimento dell onde che ne acuisce i colori. Ma soprattutto il tempo passa ed i ricordi sbiadiscono e si relegano in angoli soffocati, quasi ci si vergognasse di loro, quasi non li si volesse più presenti. Io so, adesso lo so cosa significa e quando respiro lo sento e si espande e mi penetra in ogni fibra del corpo dandomi senso di esistere.
Adesso capisco gli sguardi di altri ad indugiare sirene o lontani miraggi, adesso capisco.
Ancora mi piace mareggiare con gli occhi ed andare lontano

mercoledì 26 agosto 2009

Il Profeta



SUL TEMPO

E un astronomo disse: Maestro Parlaci del Tempo. E lui rispose: Vorreste misurare il tempo, l'incommensurabile e l'immenso. Vorreste regolare il vostro comportamento e dirigere il corso del vostro spirito secondo le ore e le stagioni. Del tempo vorreste fare un fiume per sostare presso la sua riva e guardarlo fluire. Ma l'eterno che è in voi sa che la vita è senza tempo E sa che l'oggi non è che il ricordo di ieri, e il domani il sogno di oggi. E ciò che in voi è canto e contemplazione dimora quieto entro i confini di quel primo attimo in cui le stelle furono disseminate nello spazio. Chi di voi non sente che la sua forza d'amore è sconfinata? E chi non sente che questo autentico amore, benché sconfinato, è racchiuso nel centro del proprio essere, e non passa da pensiero d'amore a pensiero d'amore, né da atto d'amore ad atto d'amore? E non è forse il tempo, così come l'amore, indiviso e immoto? Ma se col pensiero volete misurare il tempo in stagioni, fate che ogni stagione racchiuda tutte le altre, E che il presente abbracci il passato con il ricordo, e il futuro con l'attesa.

martedì 25 agosto 2009

A Cinque Lune da Nobegmor (XVI)

CAPITOLO XVI°


Mizaurio ispezionò a lungo e con minuziosa cura ogni angolo del palazzo prima di decidersi a raggiungere il suo Principe nei loro appartamenti.
Aveva attraversato cortili interni, salito scale, esplorato cantine e sotterranei.
Nella sua mente si era già prospettato un abbozzo di piano di fuga, eventualmente ce ne fosse stata la necessità.
D'un tratto l'orologio della torre scoccò sette rintocchi che gli ricordarono l'avvicinarsi dell'orario di cena.
Interpellato un valletto incontrato in un grande corridoio,si fece accompagnare nell'ala del palazzo che lo avrebbe ospitato con Gujil.
Fece un lunghissimo bagno profumato di esotiche essenze e, rivestitosi con abiti sfarzosi e sgargianti, raggiunse Gujil.
Entrambi poi, su invito dei servitori, si accomodarono su uno splendido divano di seta e damasco ed attesero pazientemente.
Fuori dalla stanza era già sceso il buio.
Gujil avvertiva crescere in lui un'eccitazione frammista ad un vago senso di inquietudine.
Un rumore di passi provenienti dal corridoio annunciò a lui e a Mizaurio l'arrivo dei loro accompagnatori.
La grande porta, poco dopo, si aprì e vi entrò Lirmein con alcune persone al suo seguito.
- Era ora! - sbottò Gujil con tono stizzito - Stavamo per mettere radici su questo divano.
- Vogliate scusarmi o Nobili Signor, - disse loro il Ministro - ma il cerimoniale di corte prevede così.
Zittì e battè, in rapida successione, alcune volte le mani.
Dopo brevi instanti entrarono nella stanza dei servi che reggevano sulle spalle una portantina.
Ad un cenno di Lirmein la adagiarono a terra al centro della stanza.
- Accomodatevi, vi prego - disse Lirmein indicando con un gesto la portantina - la mia dolce Signora vi sta aspettando per poter dare inizio al banchetto.
- Ma!... - esclamò Gujil stupito - mica si andrà con quel coso nel salone del banchetto!
Disse e si rivolse verso il Ministro poi, sotto il severo ed accigliato sguardo di questi, riprese:
- Già ... dimenticavo ... il cerimoniale di corte prevede così, nevvero?
Il Primo Ministro assentì e Gujil, scuotendo il capo più volte, seguì l'esempio di Mizaurio e salì a bordo sistemandosi di fianco all'amico.
Solo allora, ad un cenno di Liremein, i servi sollevarono la portantina e cominciarono a muoversi verso l'uscita.
- Un momento! - gridò Gujil e, senza attendere che fosse rimessa a terra, si catapultò come una freccia fuori dalla vettura in direzione della stanza dove aveva alloggiato.
Entratovi vi riuscì poco dopo e, come se niente fosse accaduto, si risistemò a bordo.
- Bene! - disse il Principe - ora possiamo anche andare.
A quell'ordine il piccolo corteo, con Lirmein in testa, si mosse.
- Cosa diavolo sei tornato a prendere? - chiese all'amico Mizaurio.
- Avevo dimenticato questa ... - rispose Gujil e, contemporaneamente alle sue parole, mostrò allo scudiero l'ampolla col filtro, ricevuta da Noretex.
Ciò detto la risistemò di nuovo nascondendola accuratamente sotto il vestito.
- Beh! - disse allora Mizaurio - Speriamo solo di non avere fatto tanta fatica e tanta strada per niente.
Ti sembrerò troppo malfidente mio Gujil, ma questo posto non mi piace ed ancora meno mi piacciono le persone che stiamo incontrando.
Mi sembrano tutti tanti fanatici ...
- Staremo all'erta Mizaurio. Ti sei portato almeno il pugnale? - chiese Gujil.
Lo scudiero assentì con un cenno del capo.
Il resto del tragitto lo fecero in silenzio cercando freneticamente di memorizzare il più grande quantitativo possibile di punti di riferimento.
Dopo alcuni minuti, ad un secco ordine di Lirmein, i servi arrestarono il passo ed adagiarono delicatamente a terra la portantina.
Gujil e Mizaurio scesero e raggiunsero il Ministro che li attendeva di fronte ad una grande porta di legno intarsiata di fregi dorati.
Invitandoli ad attendere, Lirmein varcò per primo la soglia richiudendo la porta alle sue spalle.
Passati pochi secondi la porta si spalancò di nuovo ed uno squillante suono di ottoni accompagnò il loro ingresso nell'immenso salone.
Non appena ebbero varcato quella soglia la musica cessò e loro si trovarono fermi e stupiti in mezzo a due ali di folla che, disposte ai loro fianchi, delineavano un lunghissimo corridoio.
Il silenzio del momento fu frantumato dal rumore sordo che alcuni colpi picchiati sul pavimento avevano provocato.
- Gujil Principe di Ozman e Signore della città di Nobegmor! - annunciò la voce del cerimoniere proveniente dalla loro destra accompagnando a quelle parole altri colpi che si spensero a terra.
A quell'annuncio le due ali di folla si inginocchiarono rispettosamente al cammino di Gujil che, nel frattempo, ad un esplicito invito di Lirmein, si era mosso seguendo il percorso obbligato delimitato dalla gente e, per la prima volta, finalmente, la vide.
Seduta su un trono, nel centro esatto della sala, lei lo stava aspettando.
Controllandosi, il giovane Principe a fatica riusciva a denominare l'agitazione che in lui andava crescendo.
Il sangue fluiva violento nel suo corpo e Gujil ne poteva sentire distintamente il ritmico pulsare alle tempie.
- Calmati Gujil, calmati Gujil. - Continuamente ripeteva il Principe tra sé e sé per farsi coraggio ma, ad ogni successivo passo che andava aggiungendo a quelli già camminati, il suo cuore aumentava i colpi nel petto mentre il corpo veniva scosso da fremiti incontrollabili.
La figura della Principessa si andava delineando sempre più nitida agli occhi di lui.
Finalmente quella pena ebbe termine e Gujil fu sotto il trono al cospetto di Arhiac.
Abbassando lo sguardo, Gujil posò a terra un ginocchio, piegò in avanti il capo e disse con voce satura di emozione:
- possano i miei umili omaggi esserti graditi o Signora di Opoflop poiché altro non ho di che darti.
- Non importa, Principe Gujil - disse la Principessa - non voglio altri regali, ma ora alzati ti prego.
Da tempo, come me, Sinocon attendeva che le sue porte ancora venissero varcate da qualche straniero.
Sei tu quello, Principe, ed Arhiac altro non può fare che ringraziarti per essere giunto ad alleviare la nostra solitudine.
Così disse Arhiac e si alzò accompagnata da un fruscio di finissime sete.
Gujil la scrutò e considerò che aveva una figura minuta ma ben proporzionata.
I lunghi capelli, neri come la notte più fonda, le fluivano fin sulle candide spalle e fermavano la loro ordinata cascata sul morbido promontorio dei seni.
Il volto della Principessa pareva cesellato nel marmo e in esso risaltava la luce splendente di due occhi colore smeraldo da cui traspariva un'eterea tristezza che pervadeva, come un invisibile velo, tutte le tracce dei suoi lineamenti.
Mentre lui divagava, lei si accostò e gli porse la mano graziosa.
Gujil, non senza imbarazzo, la prese nella sua.
Preceduti da Lirmein quindi si diressero verso l'enorme tavole che si apriva a semicerchio occupando un lato della sala.
Una volta arrivati Gujil aiutò la Principessa ad accomodarsi dopodiché si sedette vicino a lei.
Fu proprio in quell'istante che una violenta stilettata, localizzata al basso ventre, gli rammentò che il male covava sotto il controllo della sua mente.
Arhiac vide Gujil impallidire improvvisamente e notò sulla di lui fronte grosse stille di sudore colare a rigargli il volto provato.
- Qualcosa non va? - gli chiese con aria interrogativa.
- Non ... non è niente ... - rispose il Principe con voce appena percettibile mentre, con la mano sinistra, si comprimeva con forza l'addome - sta già passando.
Deve essere la stanchezza accumulata in questi giorni di periglioso viaggio.
Faticosamente riprese il completo controllo e, con un sorriso forzato, dissolse l'ombra della preoccupazione dal viso della bella Principessa.
Cercò poi con lo sguardo Mizaurio e lo vide seduto poco lontano, alla sua destra, in prossimità di una porta.
- Bene, - disse la Principessa alzandosi in piedi - si dia inizio al banchetto! - battè quindi le mani e, alla loro sinistra, si spalancò un uscio dal quale cominciarono ad entrare camerieri recanti vassoi stracolmi di ogni ben di dio.
Durante il banchetto, nel centro del salone, era un continuo esibirsi di giocolieri, acrobati, maghi e giullari di corte la cui abilità veniva sottolineata ora dagli applausi, ora dalle sonore risate dei tanti commensali.
Solamente Arhiac sembrava non partecipasse a quella gioiosa festa; lo sguardo serio ed inespressivo tradiva in lei una tristezza di fondo che aveva contagiato tutti coloro che le sedevano vicino.
Le ore trascorsero veloci e, a tarda notte, le ultime luci del ricevimento si spensero ed il grande salone piombò nel buio.

lunedì 24 agosto 2009

I'll Fly for You

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Una canzone con un suo "charme" particolare, molto elegante, ricercata e con una melodia sicuramente accattivante e di semplice comprensione. Il gruppo in questione andava forte in quel periodo ed aveva azzeccato una lunga serie di successi con canzoni anche discretamente impegnate nei tsti e nei pensieri.

Anche i video erano belli e ben curati. Ne è un esempio questo dove una parvenza di trama accompagna note e testi toccando tutti i punti catartici necessari (amore, sesso, bellezza, tensione, etc...) e soprattutto graditi al pubblico di massa. Non trovo la cosa assolutamente scandalosa...anzi.

Potrei muovere qualche serio dubbio sulla traduzione ma anche così trovo sia accettabile.

Un buon ascolto.

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video

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Spandau Ballet

I'll Fly for You.

Passion take the wind and break me from this tie we're mortals on the earth oh but God's in the sky I haven't got a clue I haven't got a thing but what I give to you is all that I could bring I'll give you all my time that's ev 'rything to me you know my only crime is this flight of fantasy because I've nothing else here for you and just because it's easier than the truth oh if there's nothing else that I can do I'll fly for you Passion take the wind and break me from this tie we're mortals on the earth oh but God's in the sky I haven't got a clue I haven't got a thing but what I give to you is all that I could bring I'll give you all my time that's ev 'rything to me you know my only crime is this flight of fantasy because I've nothing else here for you and just because it's easier than the truth oh if there's nothing else that I can do I'll fly for you I'm just an average boy you're more than an average girl and when you sing to me the 'sho be doos' you sing so well oh don't you know that when I'm under you I'm overjoyed.


Voglio Volare per Te.

La passione prende fiato e mi libera da questo legame siamo mortali sulla terra oh ma Dio é in cielo Non ho una definizione Non ho una cosa ma quello che ti do é tutto ciò che posso dare voglio darti tutto il mio tempo questo é tutto per me tu conosci il mio solo crimine é questo volo di fantasia perché non ho nient'altro qui per te e solo perché é piu facile della verità oh, se non c'é nient'altro che posso fare voglio volare per te la passione prende fiato e mi libera da questo legame siamo mortali sulla terra oh ma Dio é in cielo Non ho una definizione Non ho una cosa se non quello che ti do é tutto cio che posso dare voglio darti tutto il mio tempo questo é tutto per me tu conosci il mio solo crimine é questo volo di fantasia perché non ho nient'altro qui per te e solo perché é piu facile della verità oh, se non c'é nient'altro che posso fare voglio volare per te sono solo un ragazzo mediocre tu sei più di una ragazza mediocre e quando mi canti "sho be doos" canti cosi bene oh sai che quando sono sotto di te sono pazzo di gioia.

domenica 23 agosto 2009

La Preparazione del Sonno

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Qualcuno ha paura del sonno.
Vive con ansia questo momento come una indifendibile situazione di esposizione completa al mondo circostante...una sorta di balia incontrollabile dove il nostro essere non è più gestibile e si trova così allo sbaraglio.
La paura degli incubi forse li scatena veramente.
Per altri è riposo e voglia di fantasie e sogni.
E dormire diventa quindi una parte fondamentale di vita, così piacevole a cui abbandonarsi per ristoro e gratificazione, così intensa da non desiderare il risveglio e rimandarlo fino a tarda mattina.
Io, per me, amo il dormiveglia, quello stato in cui si sa ma non si può nulla.
Sono fatto così.

sabato 22 agosto 2009

Mattiniero


Il mattino è una sottile trappola.

Lo dico perchè è da tempo che sono prigioniero del suo fascino discreto, del silenzio con il quale mi accoglie e mi culla ma, in queste afose giornate d'Agosto, soprattutto per il fresco che riesce a regalarmi (almeno per alcune ore).

Il mattino è riflessione e rinascita dopo gli incubi notturni, è un nuovo inizio e la ripetittività con la quale si propone è più rassicurante che noiosa e tediosa.

Di mattina appare tutto più chiaro, meno sfumati anche i contorni riescono e delineare le situazioni in modo pulito ed univoco e questo aiuta molto nei periodi in cui le incertezze prevalgono e portano pensieri negativi.

"Il mattino ha l'oro in bocca!" qualcuno sentenziava...non so se sia veramente così, so solo che sento il mio respiro meno affannoso ed i miei occhi sono meno offuscati (o è la mente ad esserlo?) e vedono più lontano e più chiaramente.

Il caffè mi riallaccia con me stesso e mi riconduce senza scosse ogni volta al mio stato ed alla fatica per accettarlo serenamente.
La tranquillità del risveglio piano piano si allontana.
Anche questo mattino l'aria sembra essere tersa.

venerdì 21 agosto 2009

Pioggia d'Agosto

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Nel mio giardino triste ulula il vento,
cade l'acquata a rade goccie, poscia
più precipite giù crepita scroscia
a fili interminabili d'argento...
Guardo la Terra abbeverata e sento
ad ora ad ora un fremito d'angoscia...

Soffro la pena di colui che sa
la sua tristezza vana e senza mete;
l'acqua tessuta dall'immensità
chiude il mio sogno come in una rete,
e non so quali voci esili inquiete
sorgano dalla mia perplessità.

"La tua perplessità mediti l'ale
verso meta più vasta e più remota!
È tempo che una fede alta ti scuota,
ti levi sopra te, nell'Ideale!
Guarda gli amici. Ognun palpita quale
demagogo, credente, patriota...

Guarda gli amici. Ognuno già ripose
la varia fede nelle varie scuole.
Tu non credi e sogghigni. Or quali cose
darai per meta all'anima che duole?
La Patria? Dio? l'Umanità? Parole
che i retori t'han fatto nauseose!...

Lotte brutali d'appetiti avversi
dove l'anima putre e non s'appaga...
Chiedi al responso dell'antica maga
la sola verità buona a sapersi;
la Natura! Poter chiudere in versi
i misteri che svela a chi l'indaga!

"Ah! La Natura non è sorda e muta;
se interrogo il lichène ed il macigno
essa parla del suo fine benigno...
Nata di sé medesima, assoluta,
unica verità non convenuta,
dinanzi a lei s'arresta il mio sogghigno.

Essa conforta di speranze buone
la giovinezza mia squallida e sola;
e l'achenio del cardo che s'invola,
la selce, l'orbettino, il macaone,
sono tutti per me come personae,
hanno tutti per me qualche parola...

Il cuore che ascoltò, più non s'acqueta
in visïoni pallide fugaci,
per altre fonti va, per altra meta...
O mia Musa dolcissima che taci
allo stridìo dei facili seguaci,
con altra voce tornerò poeta!



Guido Gozzano

giovedì 20 agosto 2009

Il Profeta


SUL BENE E MALE


E un anziano della città disse: Parlaci del Bene e del Male. E lui rispose: Io posso parlare del bene che è in voi, ma non del male. Poiché il cattivo non è che il buono torturato dalla fame e dalla sete. In verità, quando il buono è affamato cerca cibo anche in una caverna buia e quando è assetato beve anche acqua morta. Siete buoni quando siete in armonia con voi stessi. Tuttavia, quando non siete una sola cosa con voi stessi, voi non siete cattivi. Una casa divisa non è un covo di ladri, è semplicemente una casa divisa. E una nave senza timone può errare senza meta tra isole pericolose senza fare naufragio. Siete buoni nello sforzo di donare voi stessi, Tuttavia non siete cattivi quando perseguite il vostro vantaggio. Quando cercate di ottenere, non siete che una radice avvinghiata alla terra per succhiarne il seno. Certo, il frutto non può dire alla radice: "Sii come me, maturo e pieno e sempre generoso della tua abbondanza". Poiché come il frutto ha bisogno di dare, così la radice ha bisogno di ricevere. Siete buoni quando la vostra parola è pienamente consapevole. Tuttavia non siete cattivi quando nel sonno la vostra lingua vaneggia. E anche un discorso confuso può rafforzare una debole lingua.
Siete buoni quando procedete verso la meta, decisi e con passo sicuro. Tuttavia non siete cattivi quando vagate qua e là zoppicando. Anche chi zoppica procede in avanti. Ma vi è agile e forte, non zoppichi davanti allo zoppo stimandosi cortese. Voi siete buoni in molteplici modi e non siete cattivi quando non siete buoni. Siete soltanto pigri e indolenti. Purtroppo il cervo non può insegnare alla tartaruga ad essere veloce. Nel desiderio del gigante che è in voi risiede la vostra bontà, e questo è un desiderio di tutti. In alcuni è un torrente che scorre impetuoso verso il mare, trascinando con sé i segreti delle colline e il canto delle foreste. In altri è una corrente placida che si perde in declivi e indugia prima di raggiungere la sponda. Ma chi desidera molto non dica a chi desidera poco: "Perché esiti e indugi?". Poiché, in verità, chi è buono non chiede a chi è nudo: "Dov'è il tuo vestito?", né a chi è senza tetto: "Cos'è accaduto alla tua casa?".

martedì 18 agosto 2009

Quando la figura umana è tutto


E' un gioco di specchi che si rimandano immagini la pittura di questo italiano di fine ottocento.
La scapigliatura ed i suoi scapigliati rendevano gloria a prosa e poesia cercando di innovare e rendere alla portata di tutti concetti che nel sociale avevano radici profonde.
Lui, pavese di nascita, aveva negli occhi i colori tenui della sua terra: i gialli autunnali mescolati alle brume bluastre sulle rive del fiume ticino, il rosseggiare delle foglie ottobrine ed i colori della nebbia invernale.
Non scelse il paesaggio come rappresentazione principale della sua pittura, scelse la figura umana così al centro dell'attenzione culturale dei suoi tempi e la mischiò ai colori della sua infanzia creando un risultato sorprendente e materialmente palpabile.
"Rien va plus" pensando alla Francia dello stesso periodo vengono alla mente nomi ben più famosi ed importanti ma poco importa, basta lasciare alla visione dei dipinti di Cremona la possibilità espressiva che hanno e far viaggiare l'immaginazione e la sensibilità.
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------------Il karma è tutto qui, racchiuso in sguardi di espressività indelebili e così evidenti da essere quasi disturbo per chi osserva.
Il senso dell'essere traspare e sublima, le figure prendono vita per quello che sono e quello che dicono lasciando allo spettatore un senso di vaga lontananza che si concretizza in pensieri profondi.
All'inizio le brume fluviali e quelle milanesi sono presenti nelle sue opere in modo quasi ossessivo ed i chiaroscuri sono piuttosto bui a delineare volti di bellissime fanciulle lombarde a prescindere dal lignaggio segno di un populismo crescente di limpida ispirazione francese preimpressionistica (si pensi alla francia di quel periodo, soprattutto a Millet e Courbert).
Quei colori così scuri, cupi ed autunnali si mitigheranno nella maturità degli acquarelli ritrovando tonalità sgargianti e vitali, ritrovando le tonalità del verde e dell'azzurro e ricordando a Tranquillo la sua fanciullezza pavese e le gioie dell'infanzia trascorsa coi momenti di serenità ed il calore del sole delle estati fatte di corse a perdifiato tra i campi ed i filari regolari ed ombrosi dei pioppi così tipici della pianura padana.
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Le sue figure umane sono tutto ed il contrario di tutto, trascendono e sorridono espressioni di un'epoca densa di pensiero e rivoluzione sociale; con Tranquillo Cremona altri grandi pittori, Giovanni Segantini, Mosè Bianchi, Giovanni Carnovali detto "il Piccio", ma anche poeti, scrittori, pensatori che hanno fatto grande la vecchia Milano di fine ottocento avvicinandola a quella Parigi che tutti hanno amato e ricordano.

"Il Pungolo" settimanale umoristico e satirico per un tempo seppur breve rappresentò la voce indiscussa di quel periodo, un almanacco denso e preciso come manifesto di quel periodo denso di spirito sociale e populismo.
























Così nasceva la "Scapigliatura" e Tranquillo Cremona ne fu uno dei rappresentati più significativi a fotografarne il periodo e le contraddizioni, fu qualcuno che dipinse qualcosa che a malapena è possibile sfiorare per noi moderni esempi di "politically correct".--------------------------------

Sicuramente altri esponenti di quel movimento andrebbero ricordati e valorizzati riproponendo l'attualità che la scapigliatura ancora oggi può rappresentare.

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Cremona Tranquillo
(Pavia 10-4-1837 / Milano 10-6-1878).

Figlio di un avvocato e fratello del matematico Luigi (considerato il fondatore della geometria algebrica), il pittore frequenta la scuola civica di Pavia ribellandosi, sin da piccolo, a quel mondo borghese al quale apparteneva.

Infatti, probabilmente, questa sua ribellione lo porterà a vivere quasi interamente una vita molto stentata, non avendo, talvolta, neanche di che nutrirsi.
Rimasto orfano giovanissimo, si stabilì a Venezia presso un fratellastro, Giuseppe, avvocato di cui fece un famoso ritratto.
E, dopo aver frequentato l’Accademia di Belle Arti nella città delle gondole, passò quindi a Milano dove, nel 1860, frequentò la scuola del Bertini all’Accademia di Brera.
Pittore crepuscolare, non affermato ancora nella sua più intima essenza, il Cremona iniziò la sua attività dipingendo tele ispirate al malinconico sentimentalismo dell’Hayez su temi storici e patetici, come “Visita degli amanti alla tomba di Giulietta” (Milano, Galleria d’Arte Moderna) e “Marco Polo presentato al Gran Khan”, un’opera di indiscussa preziosità cromatica sottile.

Con il “Falconiere”(Milano, Galleria d’Arte Moderna) e soprattutto con “I due cugini” (Roma, Galleria nazionale d’Arte Moderna), esposti a Torino nel 1870, l’artista inaugurò la sua caratteristica maniera, raggiungendo preziose conquiste dai massimi risultati, continuati poi, per tutta la vita.
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Dipinse anche acquerelli in epoca successiva, sempre dipinti in pieno sole che integrano con la loro evanescente luminosità il panorama più vero della pittura cremoniana.
Nelle sue tele soprattutto si notano temi romantici resi con una maniera pittorica dove il colorismo si fa sempre più meditato e complesso, ed a poco a poco, pervenendo alle più sottili ed esatte armonie cromatiche tutto pare dissolversi e divenire evanescente.

Tra le sue opere più note, che gli procurarono grande successo, ricordiamo:

“Amor materno” (Milano, Galleria d’Arte Moderna), “Melodia” (Milano, Collezione Rossello), “Silenzio amoroso” (Roma, Galleria nazionale d’Arte Moderna), “L’edera” (Torino, Galleria d’Arte Moderna), “In ascolto” (Torino, Collezione Privata).
Celeberrimi ritratti del Cremona rimangono quello della Signora Deschamps e “Ritratto dell’avv. P. A. Curti” (Milano, Collezione Privata).

Anche per il Cremona, il Bignami non mancò di esprimersi in maniera molto lodevole: “…il suo nome diventò una bandiera sotto la quale si schierarono i giovani insofferenti delle viete formule accademiche e morì mentre intorno alle sue opere ancora durava aspra battaglia fra denigratori accaniti ed ammiratori entusiasti”.

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A Cinque Lune da Nobegmor (XV)

CAPITOLO XV°


La porta era aperta e gli armigeri di guardia salutarono il loro arrivo, schierandosi ai lati dell'arco di pietra che permetteva l'accesso alla città.
Dopo i preliminari di rito i due amici si avviarono verso il palazzo accompagnati da una nutrita scorta di soldati.
Un messo era già partito anzitempo per portare, ai dignitari di corte, la notizia dell'arrivo di un Principe a Sinocon.
Sinocon era una grande città ed impiegarono parecchio tempo prima di giungere nella piazza del castello.
Durante quel tragitto i due compagni ebbero la possibilità di paragonare l'immagine mentale che si erano fatti della città, creata dagli infiniti racconti uditi, a quella reale che ora si offriva ai loro occhi.
Gujil notò che nessuna esagerazione era stata fatta a riguardo, anzi, molti particolare degni di nota non erano nemmeno stati descritti dai resoconti verbali di chi già aveva potuto varcare le soglie di Sinocon.
Era una città assai ricca, piena di botteghe e gente laboriosa.
Si respirava un'aria di frizzante alacrità dove ordine e serenità pareva regnassero ad ogni crocevia, in ogni più recondito angolo di strada.
Le persone erano apparentemente felici e gli schiamazzi gai e festosi dei fanciulli animavano i muri delle case di pietra.
- Chissà come diavolo era prima che a Phuxarius fosse resa la libertà. - pensò Gujil durante il percorso.
Si avvicinava il mezzodì e dalle finestre aperte filtrava per l'aria un buon odore di cibo.
Il Principe scoprì di sentirsi sereno.
Tra poco avrebbe visto Arhiac; era giunto alla fine del viaggio.
D'improvviso una fitta lancinante lo colpì al diaframma, tra lo stomaco ed il petto, togliendogli completamente il respiro.
Boccheggiando si rannicchiò su se stesso comprimendo con forza l'addome ed il cavallo, impaurito, si impennò con un nitrito fin quasi a disarcionarlo.
Mizaurio seguì la scena e si affrettò a sorreggerlo.
Gli uomini della scorta li guardarono sbigottiti e si arrestarono.
- Non è niente, - disse Mizaurio sorridendo e minimizzando l'accaduto - il mio Principe è molto stanco ed i morsi della fame devono avergli rammentato da quanto tempo noi non si faccia più un pasto decente.
Gli armigeri, rassicurati, sorrisero benevoli a Gujil ed affrettarono il passo.
- Che hai mio Gujil? - chiese sottovoce lo scudiero rivolgendosi al Principe.
- E' il dolore di Mizaurio, per un attimo mi sono scordato che in me cova pronto a colpire; ho allentato il controllo ed esso ha preso il sopravvento.
Ora va meglio. - disse e, rialzandosi in sella, trasse un profondo respiro.
Stille di freddo sudore gli rigavano i lineamenti tirati.
- Ad ogni assalto capisco che si è fatto più forte. - pensò Gujil preoccupato - Quanto ancora sarò in grado di resistergli?
Piano piano riprese nuovamente il controllo e, con una smorfia di sorriso, rassicurò lo sguardo incupito di Mizaurio che non gli si staccava di dosso.
- Ecco! - disse loro il comandante della scorta - Dietro quell'angolo si apre la piazza che dà accesso al palazzo.
Gujil, a quelle parole, seppe trattenersi a stento da un moto di eccitazione e percorse gli ultimi metri quasi trattenendo il fiato.
Svoltato l'angolo, ai suoi occhi ansiosi, si aprì lo spettacolo del grande piazzale prospicente il palazzo reale. il suo sguardo indugiò lungamente sulla mirabile geometria offerta dagli splendidi caseggiati che si allargavano a ventaglio, dai lati estremi del castello, fino a congiungersi, convergendo a semicerchio, al punto esatto da dove egli stava osservando.
Un alternarsi di balconi fioriti e finestre si aprivano nelle multicolori facciate delle case che davano un pittoresco tocco all'austerità severa ed elegante del palazzo.
Nel centro della piazza, a circa un centinaio di metri da loro, sorgeva una struttura in legno attorno alla quale era un continuo via vai di persone che arrivavano, sostavano un attimo e poi si riallontanavano.
A Gujil parve di riconoscere in essa la sagoma di un capestro e ben presto, quando si furono ulteriormente avvicinati, quell'ipotesi, da lui in un primo tempo considerata bizzarra, ebbe un'inequivocabile conferma.
- Hai visto Principe? - gli bisbigliò sottovoce Mizaurio - Ha tutta l'aria di essere una forca.
- Lo è, amico mio, - rispose Gujil - e c'è qualcuno che vi penzola.
Il piccolo corteo passò proprio di fianco al patibolo e, quando furono al centro di esso, il Principe fermò il suo cavallo ed osservò attentamente la macabra scena che aveva di fronte.
Il corpo di un uomo, con il capo reclinato da un lato in modo innaturale, dondolava tristemente.
I suoi occhi, spalancati nel terrore della morte, guardavano senza espressività il dileggio e gli improperi della gente sottostante.
- Chi è mai costui? - chiese Gujil mentre fissava l'impiccato.
- E' un medico di Opoflop, - rispose malcelando il disprezzo il capo delle guardie - ora che è morto finalmente la vendetta di Arhiac è compiuta ed il reame tornerà come era un tempo.
E' stato catturato due notti or sono alle porte di Sinocon e giustiziato ieri al meriggio per volere del popolo intero.
Possa questo atto di giustizia rendere ad Arhiac, nostra Signora, ciò che da tempo ella più non possiede.
Ciò detto sputò con rabbia in direzione del cadavere.
Gujil non seppe mai per quale motivo quelle parole provocarono al suo petto un sospiro di sollievo.
Dopo pochi minuti giunsero alle porte del castello e, varcatole, giunsero nell'ampio cortile.
Furono ricevuti da un uomo di aspetto severo, con una lunga barba grigia ed un'evidente stempiatura che contribuiva a marcare maggiormente l'austerità del personaggio.
- Sono Lirmein, - disse - consigliere della Principessa e Primo Ministro di Opoflop.
Siate i benvenuti, da tempo, lungo tempo, aspettavamo qualcuno che ora è giunto.
Gujil e Mizaurio smontarono da cavallo.
- vai con lui Gujil. - disse Mizaurio - Io penso a sistemare i cavalli; vi raggiungerò più tardi.
Ciò detto salutò e, scortato da alcuni stallieri, si avviò in direzione delle scuderie.
- Sono qui per parlare con Arhiac! - disse Gujil rivolgendosi al Ministro.
- Non ora Principe, - disse Lirmein a sua volta in modo cortese ma perentorio - non vorrai presentarti al cospetto di una Principessa vestito di stracci?
Seguimi e pazienta, ti saranno dati abiti degni di te, sarai lavato e rifocillato.
Stasera, al grande banchetto organizzato in tuo onore, vedrai la nostra Signora perché ella vuole così.
- E sia! - disse Gujil.
Con un gesto di invito, Lirmein fece strada a Gujil accompagnandolo in un'ala del palazzo dove erano state approntate le stanze che avrebbero dovuto ospitarlo.
Dopo essersi personalmente assicurato che ogni cosa era a posto, il Ministro si congedò da Gujil con un profondo inchino ed il Principe, in compagnia di alcuni servitori, si ritirò nelle sue stanze.

lunedì 10 agosto 2009



Stella, mia unica stella,
Nella povertà della notte sola,
Per me, solo, rifulgi,
Nella mia solitudine rifulgi;
Ma, per me, stella
Che mai non finirai d’illuminare,
Un tempo ti è concesso troppo breve,
Mi elargisci una luce
Che la disperazione in me
Non fa che acuire.


Giuseppe Ungaretti

domenica 9 agosto 2009

Meditazione Agostana


Nelle afose notti d'Agosto è più facile pensare.
Il sonno è impedito dal caldo e sudaticcio giaciglio e quindi il tempo si conta a innumerevoli pecore...tanto vale fermarsi a fare alcune considerazioni.

Non è certamente il periodo migliore dell'anno ma è sicuramente quello in cui confidiamo le giornate di riposo e di tedio ad oziare bicchieri di beveroni gelati per reintegrare le risorse idriche individuali.

Io, per me, amo i covoni di grano e l'odore del fieno, il ronzio degli insetti molesti e le gocce di sudore a rigare le guance; basta un fazzoletto sulla testa e il frinire delle cicale poi il gioco è fatto e ci si ritrova in piena estate ad agognare vacanze incantevoli su spiagge incontaminate e perfette. Il gioco delle parti è comunque diverso per ciascuno di noi e come tale è assolutamente personale e condivisibile, le sfuriate estive sono come i temporali ed il caldo, si sà, a volte può anche dare alla testa e creare allucinazioni e piacevoli deliri.
Chissà quanto tempo ancora.
Chissà per quanto tempo ancora.
Chissà se c'è tempo ancora.
Chissà?

venerdì 7 agosto 2009

A Cinque Lune da Nobegmor (XIV)

CAPITOLO XIV°


- Hai fame Principe Gujil?
La voce arrivò alla mente del giovane Signore di Ozman come un invito lontano, ma il cervello la percepì distintamente.
A quello stimolo le palpebre si sollevarono di scatto e la luce gli colpì le pupille.
Roteando lentamente il capo verso la fonte di quelle parole la vide.
Era seduta al suo fianco, poco lontano ed alla luce delle fiamme ricamava una camicia di candida tela con le piccole mani.
- Da quanto tempo mi trovo qui? - chiese Gujil alla fanciulla.
- Da quando ti trovai ferito e tremante due notti e due giorni sono trascorsi. Hai ancora a tua disposizione il corso di tre lune per raggiungere quello che insegui con tanto affanno. - gli disse smettendo il lavoro.
- Ma come puoi tu sapere di me? - chiese interrogandola il Principe - E chi sei? - continuò e si pose a sedere sul letto.
Si accorse con meraviglia che le ferite più non gli dolevano.
- Vlisia mi chiamo, ma ha forse importanza questo mio nome? - disse la donna - Ho saputo di te dal delirio che animava il tuo corpo dando voce ai tuoi incubi.
Qui, in questa mia casa, ti ho curato le ferite ed ho atteso il tuo risveglio.
Ma avrai fame dopo tanto digiuno.
Perché ora non smetti le tue domande e mangi qualcosa?
- Si. - rispose il Principe - Farò ciò che mi hai detto.
Sono affamato.
Non sento più il dolore nè al fianco nè alla spalla. Ti ringrazio e mi scuso per essere stato scortese.
Dov'è Mizaurio?
- E' arrivato nel tardo pomeriggio ed ora è intento a preparare i cavalli per affrettare la vostra partenza.
Tieni. - disse la giovane donna e porse a Gujil la bianca camicia.
Il Principe si alzò dal letto e si vestì molto in fretta.
Durante quell'atto un ricordo improvviso bussò alla soglia dei suoi pensieri ed egli disse:
- Perdonami Vlisia, ma con me portavo un tascapane di pelle ... - non fece in tempo a formulare completamente la richiesta.
- E' là! - gli rispose Vlisia indicando l'ingresso della piccola casa - Lo troverai appeso dietro la porta con il prezioso contenuto che tu ben conosci ancora intatto.
In quel preciso istante la porta si aprì e vi entrò lo scudiero.
- Ti sei svegliato finalmente! - disse Mizaurio a Gujil -Ora preparati perché ce ne torniamo immediatamente a Ozman di gran carriera.
Forse tu non rammenti ma già due lune sono trascorse dalla profezia di Aulis.
- Cosa? - ribattè il Principe - sei piuttosto smemorato amico mio. Noi si andrà verso Sinocon, non a Ozman!
- Ma tu devi essere diventato pazzo! - riprese infuriato Mizaurio - Non ti è forse bastato ciò che ci è finora accaduto?
Oltre alla serenità ci vuoi forse rimettere anche la vita in questa assurda e tragica farsa?
Manda al diavolo amico mio, Opoflop, Sinocon, Arhiac ...
Non vale la pena rischiare così tanto, credimi, ed in cambio di cosa poi?
Bada mio Principe, udisti le parole di Noretex, dobbiamo andarcene in fretta o Nobegmor, la tua bella città, mai più avvertirà la tua regale presenza nelle sue grandi torri.
Andiamocene Gujil, ascoltami almeno una volta, ti scongiuro!
- No! - fu la secca risposta di Gujil.
Ciò detto si sedette a quella povera mensa, accuratamente preparata da Vlisia, e cominciò a mangiare con appetito.
Avvertì che, dentro di lui, la belva temuta stava ricominciando a crescere.
Ancora una volta riuscì ad arginarla.
- Manca molto cammino alla città di Sinocon? - chiese rivolgendosi a Vlisia.
- No Gujil, - ella rispose - se ti affacci alla mia finestra ne potrai scorgere le immense luci proprio di fronte.
Nella stanza ridiscese il silenzio e, nel silenzio, Gujil finì la sua cena.
Mizaurio, appartato in un angolo, aspettava.
- Andiamo! - disse Gujil rivolto all'amico e si alzò dalla sedia.
- Aspetta giovane Principe! - la voce di Vlisia fermò i movimenti di lui che volse lo sguardo a quello della donna.
- La notte è ormai fonda - ella riprese - e Sinocon dorme; non uno ti aspetta stanotte e le guardie di Arhiac hanno già sbarrato le porte di accesso alla città con il tassativo ordine di non lasciare entrare nessuno.
Sarebbe inutile il tuo arrivo fino al nuovo mattino.
Solo allora le porte riapriranno i battenti e voi potrete raggiungere indisturbati il palazzo di Arhiac.
Ascoltatemi, sedetevi ed aspettate pazienti, non v'è altro modo che attendere il giorno.
- Maledizione! - esclamò Gujil con un moto non controllato di stizza - ma, forse, è meglio così.
Domani, alla luce del giorno, sarà tutto più facile.
Che ne dici Mizaurio!
Il servo grugnì come risposta ed uscì sbattendo dietro di sé la porta.
Gujil non si meravigliò di quel comportamento e non reagì alla provocazione del gesto compiuto, con rabbia palese, dallo scudiero.
Sapeva che avrebbe comunque potuto contare su di lui fino alla fine.
Si accorse anche che quella forzata sosta imprevista non gli provocava sensazioni spiacevoli o pesanti; inoltre considerò che sarebbe giunto a Sinocon fresco e riposato e questo mitigò l'impazienza che fremeva in lui al desiderio di vedere, finalmente Arhiac.
Prese dalla tavola un pezzo di pane e cominciò a sgranocchiarlo dirigendosi alla volta del camino dove si sedette su un coccio di legna ad osservare i movimenti delle lingue giallastre del fuoco.
- Vuoi che ti canti qualcosa? - disse Vlisia rivolgendosi al di lui pensare che sapeva irrequieto.
- Come? ah! si, grazie, mi farebbe piacere. - rispose Gujil.
La giovane donna allora si mosse ed andò verso un angolo buio della casa dove campeggiava un grande ed antico baule; ne sollevò quindi il pesante coperchio e tornò verso di lui con in mano una cetra.
Sotto le abili dita di Vlisia, le corde di quello strumento cominciarono a vibrare producendo sonorità sognanti che avvolsero l'aria immota di quella piccola stanza impregnandola di sensazioni soavi ma tristi.
Al delicato tocco dei suoni si sciolse l'anima di Gujil, fondendosi con essi e venne proiettata in uno spazio senza tempo ne confini.
Quando anche la voce della fanciulla si unì a quella melodia l'effetto divenne completo.
Cantava Vlisia e Gujil ascoltava quella canzone con rapito trasporto.

"Venne un giorno, soffiando da Sud,
una brezza foriera di nubi ingrigite
e fu pioggia impalpabile a bagnare la terra.
Venne un giorno ma nessuno ricorda
un giovane Principe a cavallo del vento
lungo la difficile strada del sogno
che conosce l'amore e conosce il dolore.
Colui che varca con passo sicuro
di tanto in tanto, la consumata soglia,
non sa altro che gli usati sospiri
a ripercorrere ancora i tortuosi obbligati.
Trovò pace eterna quell'uomo,
dopo lungo e faticoso cercare,
misurando gli abbracci ed i baci
di lei che sapeva d'oblio
e le certezze vissute di Lui
naufragarono in sogni perduti
sfumandosi, in tinte più tenui.
Quando fermò la mano gli istanti
che lenti, ancora, si sfaldano al tocco
di fredde, insensate carezze,
trovò pace eterna e lasciò questa terra..."

Negli occhi di Gujil apparvero stille di un malinconico abbandono e, quando la canzone finì, Vlisia ripose la cetra e sospirò nel silenzio.
- E' molto bella. - disse il Principe.
- Si. - rispose Vlisia - E' molto bella e molto triste.
Questa canzone di Opoflop ora si sente nei discorsi dei vecchi che lamentano, alle braci rossastre del fuoco, quando fuori il tempo è inclemente e percuote con gelide raffiche le case degli uomini.
- Amore e dolore, - continuò Gujil - la solita storia del tempo.
- No, Gujil, - disse la donna - è una storia diversa ogni volta perché si presenta con gli stessi risvolti.
Nomi e figure si confondono, sempre, ad intrecciare i loro infiniti ed usati ruoli per dare un senso alla vita di tutti gli esseri umani e non di questo creato.
Vedi l'amore, quel sentimento cui anelano uomini e donne indistintamente in ogni parte del mondo, essi non sanno che l'amore ha molteplici facce che ognuno disegna con tratti e colori diversi.
Per il prode guerriero è esso conquista, perché il guerriero ha la forza in sé grande e tramite essa si muove per compiere ogni cosa; invece per il marinaio è il legame con la solida e amata terra sua patria, per resistere all'imperioso richiamo che, su di lui, esercitano quelle possenti distese marine che con la nave egli solca.
Infine, per la madre, non è altro che il giovane figlio che ella vede già adulto e maturo al crudele distacco.
Quante facce ha l'amore ...
Per te è quel sogno che covi nel petto il giorno e la notte, senza tregua alcuna, ed esso ti annebbia i pensieri nell'allettante promessa del gusto che ai tuoi sensi saprebbero e potrebbero dare i suoi caldi frutti.
Per me è come un'illusione leggera che vola sopra le ali del falco padrone dei cieli infiniti.
E' come la ridente acqua di quel ruscello che scorre, saltellando veloce in primavera e nel nebbioso autunno, ma secca nell'arida estate e gela l'inverno, così che quando noi ne si sente più forte il bisogno perché la seta secca le nostre riarse labbra, di essa non rimane che qualche rada pozza fangosa imputridita dal sole cocente o cristallizzata nel perfetto disegno del ghiaccio che al gelo si forma.
E con più energie tu ricerchi l'amore, con più energie di quante si pensi egli riesce a sfuggirti beffardo ridicolizzando i tuoi modi gentili quasi fosse un bizzarro individuo imprevedibile.
Intendi quello che dico o dolce mio Gujil?
- Forse Vlisia. - rispose il Principe - Però mi è difficile prestare ascolto a parole che so ma mai vorrei sentire pronunciate da altri.
- Non diverso è il dolore. - continuò la fanciulla sorridendo agli occhi di lui rapiti all'ascolto - Perché legato è all'amore da un'invisibile corda che niuno mai è finora riuscito a spezzare in nessun modo.
Non è forse un immenso dolore che provano coloro che per amore muoiono?
Ed il dolore nel fisico, quello che tanto si teme, non è forse strettamente connesso alla folle paura che tutti noi si va provando all'idea di perdere una qualche parte del nostro corpo che amiamo e curiamo nell'aspetto perché possa apparire bello a vedersi e toccarsi?
Vedi Gujil, il dolore è quella parte dell'amore di cui nessuno vorrebbe mai fare la conoscenza diretta.
Però questo non è giusto.
Il dolore è un male necessario perché senza di esso che peso avrebbe l'amore?
Ed il dolore interiore?
Quella strana sofferenza che costringe il respiro sotto un immane peso?
Il tuo grande dolore Gujil!
Non è quello delle ferite, esse guariscono in fretta, ma quello che ti cova nel seno e si espande come una macchia oleosa che più tenti di arginare più avanza.
No, Principe, io sento che ormai in te vi è il suo seme che nacque dalla feconda pianta dell'amore di cui è figlio e fratello e padre.
Germoglierà in esso con i suoi rami infestando la tua più intima essenza che è pura; e non vi è rimedio alcuno per te.
Altri guariscono.
Altri guarirebbero.
Ma in te il destino ha voluto si trasferisse un troppo grande amore che, per cause indipendenti dalla tua volontà, ha germinato i suoi più duri frutti.
No, Gujil, tu non guarirai, ma la serenità che dispensa la pace ti aspetta perché il tuo impulsivo coraggio, le tue idee ed i tuoi sogni, non vadano a smarrirsi nell'oceano dell'oblio che tutto riesce a celare.
Sai, quei fiori che colsi per te sono come effimere anime che alleviano con i profumi ed i colori anche le immagini tristi ed i tuoi occhi, le tue verdi pupille che piangono, ora, le eterne chimere che non sanno afferrare, un giorno, un istante, le sapranno vedere e gioiranno di questo perché non avranno orizzonti distorti da delusioni e disturbi.
Io, come te, inseguirò col pesante fardello che sai, col cuore che balza nel petto ad ogni più lieve sussulto, ad ogni singhiozzo.
Un giorno non lontano il sorriso incresperà le tue pallide labbra come fa il vento con l'erba e tu vedrai senza essere visto e, unito finalmente all'amore, gusterai la dolce armonia delle cose senza più temere la sera che offusca la luce del dì e riporta ai pensieri le visioni che mescoli all'ansia, alle attese, alle mattine di pioggia.
Gujil ascoltava attento le parole di Vlisia e le ore percorrevano la notte alla volta dell'alba.
- Il tuo volo imperfetto, - continuò la giovane donna - a sorvolare cordigliere di monti innevati e mari e pianure, è un volo di pochi e, proprio per questo, è assai meno facile del cammino che costeggia le ampie strade percorse da uomini e donne.
Guarda quella lama che porti con disinvoltura al tuo fianco; quante volte si è sollevata per dare dolore in nome di quell'amore che dici essere in te grande ed universale?
No, non mi dare risposta.
Ho citato la lama, è vero, ma potrei dire i gesti, le parole, gli sguardi.
Non pretendo tu accetti queste mie scarne parole, ma vorrei tu pensassi a queste cose che dico perché anch'io, come te, ho in me quella pianta sinistra che non riesco ad amare ma accetto come fosse una figlia.
Mai non ti meravigliare Gujil se le visioni cui per tanto tempo anelasti appariranno diverse ai tuoi occhi, perché più un desiderio è grande meno importante sarà la sua realizzazione finale perché non soddisferà mai così come vorremmo in cuor nostro.
Quanti ricordi si scordano in fretta perché sono soppiantati da altri a cui diamo maggiore importanza?
Eppure essi non sono abbandonati lungo la strada del costante pensare, ma giacciono nella nostra essenza più intima coperti da un manto come di polvere che un refolo di vento può sollevare quando meno ce lo si aspetta.
Ascoltami ancora.
Io non possiedo sfere di cristallo, nè so leggere il linguaggio degli astri celesti, ma ho udito il tuo battito ed il tuo cuore, limpido e forte.
Mi ha ridato speranza ed una gioia da anni ritenuta sopita e silente.
Il futuro è qualcosa che giunge assai in fretta e si aggiunge al bagaglio di ognuno, sia esso leggero o pesante. a seconda di come ognuno lo vive.
Mi capisci, o Principe?
- Si, Vlisia. - rispose Gujil con voce pacata - io ho compreso.
- ora preparati, giovane Gujil di Nobegmor, perché tra non molto nascerà, dalla notte, il chiarore che vedrà te ed il tuo compagno varcare le porte di Sinocon.
Non ti accompagnerò a quella porta - ancora gli disse additando l'uscita - perché non sopporto gli addii.
E questo è un addio.
Sappi però che Vlisia è con te, al tuo fianco, ad ogni passo che il piede sicuro macinerà di questa tua dura e difficile strada.
Ciò detto distolse lo sguardo profondo da quello di lui che ascoltava e riprese un lavoro di ferri.
Gujil si alzò sospirando.
Avrebbe voluto portarle un abbraccio, stringerla forte al suo seno per farle capire quale calore provava alla sua presenza.
Non ne ebbe il coraggio.
Si avviò con passi decisi verso l'uscio, raccolse le sue armi ed il tascapane prezioso appeso alla parete e varcò quella soglia senza più voltarsi.
La fredda e penetrante aria del mattino gli scivolò sul viso e diede vita ai folti capelli che si agitarono leggeri a quel tocco.
.... E Mizaurio che lo stava aspettando poco lontano trattenendo le redini dei cavalli scalpitanti e spazientiti al pensiero imminente del prossimo galoppo.
Senza parlare i due amici montarono in sella.
Dopo un ultimo sguardo inforcarono la strada alla volta di Sinocon.

giovedì 6 agosto 2009

Sensazione


"Nelle azzurre sere d'estate, andrò per i sentieri,
punzecchiato dal grano, a pestar l'erba tenera:
trasognato sentirò la frescura sotto i piedi
e lascerò che il vento mi bagni il capo nudo.

io non parlerò, non penserò più a nulla:
ma l'amore infinito mi salirà nell'anima,
e me ne andrò lontano, molto lontano come uno zingaro,
nella Natura, lieto come con una donna."


Arthur Rimbaud

mercoledì 5 agosto 2009

Rosita & Rino

Le paludi le rose i caffè l'amore le cose le vetrine i vestiti di raso e un nuovo motore e Daniela stasera mi aspetta nell'ascensore i quattrini la speranza d'averne, far crepare d'invidia il lavoro è a casa da lei la carriera sicura poi la sera ritornare se stessi pensare pensare ieri ho incontrato Rosita perciò questa vita valore non ha come era bella Rosita di bianco vestita più bella che mai le paludi le rose i caffè Gesù tra i bambini un bicchiere il fumo distorto e un nuovo motore con un altra farei chissà che con Daniela l'amore ieri ho incontrato Rosita perciò questa vita valore non ha come era bella Rosita di bianco vestita più bella che mai ieri ho incontrato Rosita perciò questa vita valore non ha come era bella Rosita di bianco vestita più bella che mai ieri ho incontrato Rosita perciò questa vita valore non ha come era bella Rosita di bianco vestita più bella che mai

Rino Gaetano

video

E' una canzone molto particolare che mi ricorda le balere estive delle feste di campagna, Ha un'atmosfera struggente che sembra venga cantata quasi di nascosto con la voglia di non scontentare nessuno senza però voler accontentare tutti.

La suonavo con la chitarra cambiando il nome nel testo a seconda della ragazza a cui stavo ronzando intorno e...qualche volta funzionava davvero. Su questa canzone (lp è "mio fratello è figlio unico") sono state scritte tante cose più o meno verosimili ma a me interessa sopratutto il clima che fa riaffiorare ogni volta che l'ascolto. E' molto bello il reprise alla fine del disco con la fisarmonica che introduce il ritornello che è quasi ballato più che cantato.

Buon ascolto!

martedì 4 agosto 2009

X Agosto



San Lorenzo , io lo so perché tanto
di stelle per l'aria tranquilla
arde e cade, perché si gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.

Ritornava una rondine al tetto:
l'uccisero: cadde tra i spini;
ella aveva nel becco un insetto:
la cena dei suoi rondinini.
Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell'ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.
Anche un uomo tornava al suo nido:
l'uccisero: disse: Perdono;

e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono.
Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.
E tu, Cielo, dall'alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d'un pianto di stelle lo inondi
quest'atomo opaco del Male!


Giovanni Pascoli

lunedì 3 agosto 2009

Il Profeta


SU COLPA E CASTIGO

Allora un giudice della città si fece avanti e disse:
Parlaci della Colpa e del Castigo.
E lui rispose dicendo: E' quando il vostro spirito vaga nel vento, Che soli e incauti commettete una colpa verso gli altri e quindi verso voi stessi. E per questa colpa commessa dovrete bussare e, inascoltati, attendere a lungo alla porta dei beati. Come l'oceano è la vostra essenza divina; Per sempre resta incontaminata. E come nell'etere, in essa si muovono soltanto gli esseri alati. Come il sole è la vostra essenza divina; Ignora le gallerie della talpa e non cerca le tane del serpente. Ma in voi non dimora soltanto l'essenza divina. Molto è tuttora umano in voi, e molto in voi non è ancora umano, Ma un pigmeo informe che cammina addormentato cercando nelle brume il proprio risveglio. E ora vorrei parlarvi dell'uomo che è in voi. Poiché né la vostra essenza divina, né il pigmeo nelle brume, ma solo l'uomo conosce la colpa e il castigo. Spesso vi ho udito dire di chi sbaglia che non è uno di voi, ma un intruso estraneo al vostro mondo. Ma io vi dico: così come il santo e il giusto non possono innalzarsi al di sopra di quanto vi è di più alto in voi, Così il malvagio e il debole non possono cadere più in basso di quanto vi è di più infimo in voi. E come la singola foglia non ingiallisce senza che la pianta tutta ne sia complice muta, Così il malvagio non potrà nuocere senza il consenso tacito di voi tutti. Insieme avanzate, come in processione, verso la vostra essenza divina. Voi siete la via e i viandanti. E quando uno di voi cade, cade per quelli che lo seguono giacché li mette in guardia contro l'ostacolo. Ma cade anche per quelli che lo precedono i quali, benché più celeri e sicuri nel loro passo non rimossero l'ostacolo. E vi dirò inoltre, nonostante la mia parola vi pesi sul cuore: L'assassinato è responsabile del proprio assassinio, E il derubato non è senza colpa del furto subito. Il giusto non è innocente delle azioni del malvagio. E chi ha le mani pulite non è immune dalle imprese dell'empio. Sì, il colpevole è spesso vittima di chi ha offeso. E ancora più spesso il condannato regge il fardello di chi è senza biasimo e colpa. Voi non potete separare il giusto dall'ingiusto, il buono dal cattivo, Poiché stanno uniti al cospetto del sole come insieme sono tessuti il filo bianco e il filo nero. E se il filo nero si spezza, il tessitore rivedrà da cima a fondo tela e telaio. Se qualcuno di voi volesse portare in giudizio una moglie infedele, Soppesi anche il cuore del marito e ne misuri l'anima. E chi volesse frustare l'offensore scruti nello spirito dell'offeso. E se qualcuno di voi, in nome della giustizia, volesse punire con la scure l'albero guasto, ne esamini le radici. E scoprirà radici del bene e del male, feconde e sterili, tutte insieme intrecciate nel cuore silenzioso della terra. E voi, giudici, che pretendete essere giusti, Che giudizio pronunciate su chi, benché onesto nella carne, in spirito è ladro? Che pena infliggere a chi uccide nella carne, ma in spirito è lui stesso ucciso? E come perseguite chi nei fatti inganna e opprime, Ma è lui stesso afflitto e oltraggiato? E come punite quelli il cui rimorso è più grande del loro misfatto? Il rimorso non è forse la giustizia retta da quella vera legge che servireste di buon grado ? Ma non potete imporre il rimorso all'innocente, né strapparlo dal cuore del colpevole. Inaspettato, esso chiamerà nella notte affinché l'uomo si svegli e scruti dentro di sé. E come potrete capire la giustizia, se non esaminate ogni fatto in piena luce ? Solo così saprete che il caduto e l'eretto sono un solo uomo che sta nel crepuscolo, sospeso tra la notte della sua essenza non ancora umana e il giorno della sua essenza divina. La pietra angolare del tempio non è più alta della pietra più bassa delle sue fondamenta.

domenica 2 agosto 2009

Linee di Confine

Avete mai attraversato una linea di confine?
Io si.
Da qualche giorno soltanto.
E non solo un confine geografico.
Geografia e concetto si fondono e danno nuovi scenari.
E' strano, cambia la visione non il panorama, cambia a volte la prospettiva ...non lo scenario.
Eppure cambia, si modifica e si altera, si vedono cose nascoste che c'erano anche prima ma rimanevano celate dalla scena principale.
Lo scenario è lo stesso ma si vedono cose diverse (o in modo diverso) e niente è più come prima...tutto diviene incidente, angolare, quasi disciolto in miriadi di focalità vicine e distanti. La sensazione è strana ma profonda, ci si rende conto "out of the blu" (improvvisamente) di essere diversi, modificati da eventi e contingenze.
E' buffo, forse tragicomico ma "sic est" e bisogna accettarlo cercando di ridisegnare l'immagine con un indice di correzione calibrato sulle visioni dei più...su quelle di chi non ha attraversato la linea, su chi è rimasto nel lato solare...luminoso ed illuminato.
Io lo so, ...ho attraversato il confine.

sabato 1 agosto 2009

A Cinque Lune da Nobegmor (XIII)

CAPITOLO XIII°


- Che strano ... - disse Gujil rivolto a Mizaurio mentre spronava la sua cavalcatura sulla via del ritorno - ... non so ancora capacitarmi di ciò che è accaduto.
Appare tutto ciò assurdo che, a stento, riesco a credere a ciò che mi hai detto, amico mio.
Mi sembra di vivere legato ad un incubo dal quale non mi riesco a destare.
- Sono forse frutto di un incubo le sofferenze che provengono dalle tue ferite Gujil? - a sua volta disse Mizaurio.
- No, non lo sono. - rispose il Principe - La testa sa che tutto ciò è reale, ma la mia anima forse vorrebbe che non lo fosse affatto.
Quanto tempo ti ha detto mi resta la ninfa?
- Cinque lune, - disse lo scudiero - non una di più.
Ora, taci mio Signore.
Sprona il tuo cavallo e risparmia le forze, ancora molto lunga è la strada per il campo dove ci attende la nostra scorta.
Ciò detto tacquero entrambi.
I destrieri, criniere scompigliate dal vento veloce, saettavano leggeri divorando il percorso.
Finalmente raggiunsero i margini della grande e verde pianura sul cui sfondo si delineavano le prime file degli alberi dove avrebbero dovuto ritrovare l'accampamento con i loro soldati.
Mano a mano che la distanza che li separava si riduceva andava crescendo in loro il pensiero e la voglia del riposo.
Giunti a pochi chilometri dalla foresta notarono il filo di fumo che saliva, con una lunga spirale, al cielo terso.
Gujil incrementò l'andatura frustando con le redini il proprio destriero.
Il suo bel volto, contratto in una smorfia di sofferenza, tradiva il dolore indicibile che stava provando.
Mizaurio notò le macchie rossastre sul corpo di Gujil e vide che si stavano espandendo, segno inequivocabile che lo sforzo della cavalcata aveva fatto riaprire le ferite.
Quando trafelati arrivarono al campo lo trovarono completamente devastato e senza vita.
L'odore della morte aleggiava in quel posto come una sinistra presenza incombente.
Cadaveri di animali e di soldati giacevano sparsi nel raggio di alcune decine di metri.
- Ma Dio! - singhiozzò Mizaurio - sono tutti ... tutti morti!
Smontò da cavallo e si aggirò freneticamente per il campo alla ricerca di qualche superstite.
Non ne trovò.
Fece allora mestamente ritorno verso Gujil e lo trovò, poco distante dall'accampamento, appoggiato all'appiglio sicuro del fusto di un albero mentre guardava, impietrito e con occhi lucidi, l'orrendo eccidio che aveva di fronte.
Lo scudiero notò che dalle ferite del Principe il sangue colava in lunghi rivoli sulle vesti lacere e sporche.
- Aspettami qui, mio Principe e datti riposo e ristoro; - gli disse quando lo ebbe raggiunto - io faccio un giro di perlustrazione nei dintorni.
Gujil assentì e Mizaurio lo aiutò a sistemarsi più comodamente appoggiandogli la schiena alla base del tronco.
Quando si fu assicurato che il suo Signore non avrebbe corso pericoli immediati lo salutò e si diresse nel folto della foresta.
Dopo alcuni minuti di marcia la sua attenzione fu attirata dal fruscio intermittente provocato dai fusti di alcuni alti bambù che componevano il canneto di una vicina palude.
Guardò in quella direzione e, dopo qualche attimo, quando ebbe individuato il punto esatto da cui quel frusciare proveniva, decise di andare a dare un'occhiata.
Con circospezione, prestando estrema attenzione anche ad ogni più piccolo rumore sospetto, si diresse a quella volta armato della sua tagliente lama.
A fatica, con la mano sinistra, si apriva la strada tra le folte canne.
Il braccio destro, che impugnava saldamente la spada, era pronto a colpire.
Mano a mano che si avvicinava alla parte centrale del canneto sentiva crescere in lui l'angoscia ed il suo fiato si faceva sempre più ansimante e preoccupato.
Arrivato nel luogo esatto da cui provenivano i rumori indugiò un istante e poi si fece coraggio, trasse un profondo respiro ed scostò l'ultima fila di canne che lo divideva dall'ignoto.
Fu così che lo vide e subito lo riconobbe.
Era un uomo della loro scorta.
Accanto ad egli giaceva, riverso, il cadavere di un lupo con la testa fracassata.
- Adinaulo! - esclamò con voce sopraffatta dalla commozione si accucciò presso di lui.
Sollevatone delicatamente il corpo lo girò su se stesso appoggiandolo di schiena al terreno.
Il torace dell'uomo era intriso di sangue rappreso ed un profondo e spaventoso squarcio gli aveva dilaniato la gola ma ancora il respiro ne animava il petto.
Mizaurio inumidì con il contenuto della sua borraccia un lembo di stoffa e deterse la fronte ed il volto del soldato dopodiché gli fece scivolare tra le labbra riarse qualche sorso di liquido che l'uomo, a fatica, deglutì avidamente.
- Adinaulo ... - lo chiamò schiaffeggiandolo delicatamente sul viso - Adinaulo ...
- Sei ... sei tu ... Mizaurio? - chiese il ferito con un filo di voce ed alzò debolmente le palpebre rigonfie e dolenti.
- Si, sono io.
Va tutto bene ora.
Sono qui.
- Sono stati ... ah! ... - continuò a fatica l'armigero -sono stati i lupi.
Erano tanti ..., troppi ....
Ci hanno aggredito di notte uccidendo nel sonno molti dei nostri compagni con le loro zanne feroci.
Ed un uomo alto, dal nero mantello, continuamente li andava incitando e gridava - "Dovete trovarmi Gujil! Trovatemi Gujil!" - A stento sono riuscito a fuggire ma uno dei lupi ni ha inseguito fino a qui e, come puoi vedere, mi ha raggiunto.
Troppo tardi mi accorsi del grave pericolo.
Volevo avvisarvi ma ho fallito ... ho fallito ...
Detto questo il petto di Adinaulo fu scosso da alcuni violenti colpi di tosse ed un rivolo di sangue bluastro gli fuoriuscì dalla rima delle labbra.
- Salva il nostro amato Principe, Mizaurio, perché egli è in grave pericolo.
Dovete prestare attenzione a quell'uomo di nero vestito.
Egli è ... - non fece in tempo a finire la frase.
Lo sforzo del parlare provocò in lui un'altra crisi di tosse.
Con un rantolo simile ad un sibilo Adinaulo sbarrò gli occhi e spirò tra le braccia dello scudiero.
Il resto fu solo un desolante silenzio.
Usando la spada come fosse un badile Mizaurio scavò una profonda fossa in cui depose il corpo del soldato.
Lo ricoprì di terra e, dopo aver recitato una breve orazione funebre, prese mestamente la via del ritorno.
Quando arrivò al campo era passato molto tempo ed il sole del tramonto dardeggiava rossi raggi infuocati sulla fila interminabile di cirri che copriva l'orizzonte.
Non appena arrivò nello spiazzo dove avrebbe dovuto ricongiungersi a Gujil si bloccò impietrito dalla sorpresa.
Non solo del Principe non c'erano tracce, ma al posto dei cadaveri dei loro animali sorgevano, a poca distanza le une dalle altre, delle piccole ed ordinate montagnette alla testa delle quali era stata infissa nel terreno una rudimentale croce di legno.
Armi, vettovaglie, il carro che trasportava le loro provviste, tutto era inspiegabilmente scomparso.
Tutto, tranne il suo cavallo e quello del Principe ancora legati al ramo di un nodoso olmo poco lontano.
- Maledizione! Hanno portato via tutto! - pensò ad alta voce Mizaurio mentre girovagava, sbigottito e preoccupato, per il resto di quello che rimaneva del primitivo accampamento.
- Ed hanno rapito anche Gujil! - continuò ritto nel centro dello spiazzo, con le mani appoggiate sui fianchi non sapendo quale comportamento adottare.
Andò risoluto verso i cavalli cercando di escogitare un qualche cosa che fosse in grado di trarlo d'impaccio da quella situazione di stallo.
Sguardo fisso sul terreno, notò che due solchi regolarmente distanziati tra di loro formavano come una profonda rotaia nell'umido suolo, ricco di humus, del sottobosco.
Raggiunse di corsa i cavalli, ne sistemò i finimenti e montò in groppa al suo legando al pomello della propria sella le briglie del cavallo di Gujil che, docilmente, li seguì quando si mossero.
Mizaurio si soffermò ancora per breve tempo a dare l'estremo saluto ai compagni di tante avventure con un'indicibile tristezza nel cuore.
Ciò fatto, individuò i solchi lasciati nel terreno dalle ruote del carro, rimontò a cavallo e si mise a seguire le tracce al piccolo trotto.
Poco dopo fuoriuscì da quella foresta e si immise nella pianura dirigendosi verso est.
Il sole era ormai completamente calato dietro il fiammeggiante sipario dell'orizzonte ma, in quel grande e sgombro spazio aperto, persisteva ancora la tiepida luce del crepuscolo con i suoi vividi e teneri colori.
- Tra poco scenderà il buio e sarà difficile ed impegnativo seguire le tracce. - disse lo scudiero riflettendo tra sé e sé - E' meglio che acceleri l'andatura perché poi sarà decisamente difficoltoso mantenere la pista.
Fortunatamente per lui, il peso del carro aveva tracciato una vera e propria strada nell'erba alta.
Lo scudiero si pose senza esitazioni al centro di essa e spinse il suo destriero ad un forsennato galoppo.
Con l'arrivo dell'oscurità il vento, che prima aveva spirato sotto forma di una dolce brezza, ora si era fatto più forte e frustava, con furiose raffiche, l'uomo ed i cavalli.
Cavalcava Mizaurio in quella pianura che non sembrava mai dovesse avere fine; si era raggomitolato sulla sella appoggiando il petto sul lungo collo dell'animale per offrire meno resistenza alla turbolenza dell'aria che soffiava, fredda ed insistente, contro di loro.
Infine, dovette rallentare sensibilmente l'andatura perché si accorse che lo sforzo prolungato stava sfiancando il povero cavallo.
Le tracce profonde persistevano ma Mizaurio, disturbato dal forte vento che lo costringeva a tenere gli occhi semichiusi, dovette scendere da cavallo e proseguire a piedi per non perderle.
Quando la tormenta si placò era ormai notte fonda e la pianura ancora distendeva la sua vegetazione a perdita d'occhio.
Deciso a non lasciarsi vincere dalla stanchezza che già cominciava ad intorpidirlo, Mizaurio risistemò i finimenti del cavallo e risalì faticosamente in sella.
Illuminato dal pallido chiarore della luna, il sentiero tracciato dalle ruote del carro si snodava come un sinuoso serpente fin dove gli occhi arrossati dello scudiero riuscivano a giungere e confondeva il suo percorso alla linea dell'orizzonte imbrunito.
- Avanti! Devo andare avanti! - ripeteva continuamente lo scudiero ad alta voce per tenersi sveglio e spronava con foga il suo destriero al galoppo trainandosi dietro il cavallo di Gujil ancora saldamente legato al pomello della sua sella.
Finalmente finì la brughiera cedendo sempre più frequentemente terreno alla vegetazione di arbusti che ne delimitava il passaggio alla macchia.
Benché fosse spossato, Mizaurio continuò la sua marcia nell'alba nascente la cui aurora gli infuse nuove energie con le sue frizzanti e fresche carezze.
- Non avrei dovuto restare tanto a lungo con Adinaulo. - pensò - Chi ha preso Gujil ha fin troppo vantaggio!
Quando si fu addentrato nel folto della vegetazione lo scudiero decise di concedere un attimo di riposo ai cavalli poiché erano sfiniti e madidi di sudore.
Tolse loro le selle e li lasciò liberi a riposare tranquillamente sulle rive di uno stagno.
Spogliatosi si tuffò nel bagno ristoratore che quelle limpide acque gli offrivano.
Dopo una breve nuotata uscì e si distese al calore del sole su quelle sponde invitanti.
Senza accorgersi e senza volerlo si assopì.
La stanchezza accumulata lo aveva tradito e, quando si svegliò, era di nuovo il tramonto.

- Tieni. Li ho colti per te. - disse la giovane donna a Gujil mostrando agli occhi di lui un mazzo di variopinti fiori di campo - Vedo che stai assai meglio.
- Dove mi trovo? - chiesi il Principe uscendo dal sopore che lo aveva attanagliato.
- Al sicuro, non avere timore, ora dormi. Non è che l'alba e le tue ferite abbisognano ancora di un po' di riposo.
A quelle parole vacillò tutto l'essere di Gujil, indeciso tra il sonno e la veglia.
Infine si riaddormentò.

Bestemmiando per il tempo perso, Mizaurio si affrettò a recuperare i cavalli deciso a continuare l'inseguimento interrotto senza più perdere neppure un minuto.
A spron battuto si rimise sulle tracce del carro incitando il destriero frustandolo al garrese con le redini.
Proseguì mantenendo una folle velocità per alcuni chilometri fino a quando le tracce, che ancora erano ben delineate nel soffice terreno, cominciarono a diradarsi a causa del suolo che, via via, andava facendosi più compatto.
Quando le perse completamente era ormai buio pesto.
- Maledizione! - disse - Devo ritrovare Gujil al più presto e cercare di distoglierlo dall'insano proposito di raggiungere Arhiac, anche a costo di ricorrere alle maniere forti, altrimenti prevedo saranno guai veramente grossi.
Disse e fece alcuni tentativi per ritrovare le tracce.
Quando capì che sarebbe stato tempo sprecato, decise di proseguire ugualmente lungo la linea teorica che gli ultimi solchi visibile lasciavano intuire.
- Che gli dei mi aiutino! - esclamò e riprese la sua folle corsa a briglie sciolte verso l'est ormai incupito e tenebroso.
Nel cielo di Opoflop la seconda luna della profezia era già sorta.