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L'ombra è l'opposto del sole, ma si nutre di esso.
Un cielo grigio non genera ombre: nessun contrasto, nessun pensiero.


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lunedì 14 maggio 2007

Racconto: "La bottega del rigattiere"

A due portoni dal mio c'era il magazzino del rigattiere Ber­tacchi.

I rigattieri, si sa, fanno commercio di oggetti inutili. O meglio, in disuso: giacché di oggetti inutili se ne vendono un po' dappertutto.

La bottega del Bertacchi emanava il fascino segreto delle cose vecchie e non ancora antiche. Un mondo nel quale ciò che è anacronistico riemerge dal malinconico abbandono. Roba gettata via, dopo una vita di credula dedizione, da mani impazienti di assaporare il nuovo, le fresche forme liberate da involucri fru­scianti. Ed eccoti abbandonato sul marciapiede. Ti scansano infa­stiditi, lamentandosi perché non h ancora venuto il camion a por­tarti via.

Il Bertacchi raccoglieva questi reietti, sconfitti da una vita troppo rapida per chi si illude ingenuamente di non essere fugace, ed assecondava la possibilità del Riscatto, l'impossibile presunzione dell'Immortalità.

Girava con l'Apecar sferragliante e ‑ non senza sentirsi un po' ladro ‑ rubava televisori spenti, radio ancora buone ma ormai troppo ingombranti (perché le radio non si guastano mai), sedie a tre gambe, deplorevoli abat‑jour. Residuati delusi, falliti, ri­fugio provvisorio dei gatti diseredati.

Nel magazzino del Bertacchi potevano sicuramente aspirare ad una fine più dignitosa: fare orgogliosamente mostra della propria inutilità in un salotto snob, in qualche caso intraprendere una luminosa carriera nell'Antiquariato. I più fortunati potevano a­vere il privilegio di entrare a far parte di un'opera del Donini, l'amico scultore del Bertacchi. Il Donini era un assiduo frequen­tatore della bottega del rigattiere. Ripassava con occhio critico e competente gli oggetti allineati, ammucchiati, o anche solo messi lì. Il Bertacchi se ne inorgogliva: gli pareva d'essere il Conservatore di una galleria dell'Arte Possibile, di un museo di oggetti non‑ancora‑famosi.

Lo scultore non influenzava mai le sue ricerche. Probabil­mente il loro esito gli era indifferente, giacché la sua arte non investigava qualcosa in particolare, ma trae­va suggestione da una sua tenera malinconia di fronte all'appena‑passato‑di‑moda. Gio­cava a ricordare quando queste stesse forme erano attraenti e in­novative, e con le sue opere sfidava gli altri ad ammettere l'im­potenza del gusto.

Rappresentava con spietata ironia il trionfo del Provviso­rio. Ricuciva nella stessa composizione idee e stili che avevano trionfato in epoche diverse ma vicine. Scopriva goffe analogie tra decenni distanti. Provocava, col cattivo gusto la totale as­senza di gusto. Miseria soprattutto estetica di un'epoca ubriaca­ta di finti cambiamenti e finte ripetizioni. Fino a non poterne più, fino a desiderare di buttarsi via. Visto che non si pur dire più niente di nuovo, ma che d'altra parte niente fa più a tempo ad invecchiare, allora il Donini smascherava con rabbia e metico­losità l'imbroglio. Era la sua estrema difesa, per convincersi di avere capito che lo stavano ingannando.

Il Bertacchi non è che capisse tutto questo. Anzi, quando andava a vedere le sculture, ci vedeva più che altro gli oggetti che lui aveva recuperato, i marciapiedi all'alba dove li aveva salvati dall'immondizia. Però anche lui, che pure li aveva cono­sciuti quando non erano ancora nessuno, riconosceva che messi così non erano più la stessa cosa. Qualche volta nella sua botte­ga aveva provato ad accostarli come immaginava avrebbe potuto fa­re il Donini. Ma quando vedeva le opere finite, proprio ricordan­do i suoi tentativi maldestri doveva ammirare il genio dell'amico scultore, e poteva intuire il messaggio dell'artista.

Era un pomeriggio di quelli inutili, quando h estate e vor­resti che fosse già autunno, anche se capisci che è idiota. Il Bertacchi, con la bicicletta alla mano andava col Nerelli sull'argine del fiume. L'altro poi pescava, lui invece se ne sta­va a guardarlo. Insisteva a non capirci nulla di pesci, tanto che se ne faceva quasi un vanto. Però il fiume gli piaceva, perché lo calmava. Stava seduto sotto il ponte di ferro a tirare sassi per fare incazzare il Luigi. Ma tanto neanche il Nerelli aveva voglia di pescare quel giorno, così tirò fuori un panino e si misero lì a parlare. Il Bertacchi aveva un po' schifo del mezzo panino per via dei vermi che gli erano stati vicini, ma gli andava di gusto, così se lo masticava e guardava l'acqua con espressione intelli­gente.

‑Senti Nerelli, ma ti sei mai chiesto perché in certi giorni i pesci non abboccano. Non dirmi delle correnti e tutte queste balle, le so già tutte. Voglio dire la ragione vera, mi capisci.

‑Deve essere un po' come per i tuoi stracci. Ogni tanto non hanno l'ispirazione.

‑Cosa c'entrano i miei stracci?

‑Eh, be', non ti capita mai di trovare un sacco di roba e di lasciare indietro tutto, e tornare con l'Ape vuoto.

‑Già, ho capito. Cazzo come si diventa furbi a guardare l'acqua.

‑Già cazzo Bertacchi. Andiamo a farci un bianco.

Il pomeriggio se ne stava andando via per niente, ma nessuno se la prendeva. Non era una giornata buona per coltivare inquie­tudini.

Più tardi però, rientrando in bottega gli ritornò in mente la storia degli stracci e dei pesci. Gli balenava in testa un nesso, che però gli sfuggiva. Poteva restare la suggestione mo­mentanea del vino a stomaco vuoto, e la tranquilla allegria del tramonto ancora lontano lo fece optare per questa soluzione. Però era bello andare a pesca col Luigi, veniva sempre a galla qualche idea interessante.

Il mattino dopo, mentre tornava a casa con un carico di ve­stiti usati gli tornò in testa il nesso. Vedeva nello specchietto le giacche consumate e gli sembravano dei pesci morti. Ma il ron­zio e il traballio del motocarro gli fecero perdere la poesia, così non ci pensò più.


Marco Laudiano

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