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L'ombra è l'opposto del sole, ma si nutre di esso.
Un cielo grigio non genera ombre: nessun contrasto, nessun pensiero.


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martedì 10 aprile 2012

Torrente notturno

I Canti Orfici di Dino Campana sono un cattedrale poetica: potenza visionaria, architettura musicale e suggestioni cromatiche fanno dell’opera del folle di Marradi, un luogo insieme sontuoso e pieno di mistero, dove suoni e immagini si fondono intimamente.
E come per ogni capolavoro, intorno alle sofferte vicende della pubblicazione di questa raccolta di poesie, il tempo ha costruito la «leggenda Campana», di cui Ardengo Soffici, poeta, pittore, polemista ed animatore insieme a Giovanni Papini della rivista fiorentina «Lacerba», fu l’inventore involontario ed il primo divulgatore.
Nel novembre 1913 Dino Campana consegna a Papini il manoscritto, l’unico esistente, dei Canti Orfici: vuole che lo si passi a Soffici perché lo valuti e lo proponga per una pubblicazione con la casa editrice Vallecchi. Il manoscritto, tuttavia, va perduto. Anzi, Soffici nega addirittura di averlo mai ricevuto. Campana riscrive così, verso su verso, il manoscritto “smarrito”. «La leggenda narra» – per come l’ha ricostruita Sebastiano Vassalli con lo splendido libro La notte della cometa – «che i Canti rinascono nella sede del Comune di Marradi, dove Campana, grazie all’intervento dello zio giudice, può utilizzare una macchina per scrivere fra il natale del 1913 ed il capodanno 1914.»
Il libro viene finalmente pubblicato a pagamento dal tipografo Bruno Ravagli nell’estate del 1914: ha un sottotitolo, La tragedia degli ultimi germani in Italia; ed una dedica, A Guglielmo II imperatore dei germani. Per le vie, le piazze e, principalmente, per i caffè di Firenze, Campana cercherà di vendere la propria opera, copia dopo copia, non rinunciando a trattare sul prezzo, ma convinto di interpretare così il tipo morale del «poeta germanico», ultimo della stirpe «dopo Dante, Leopardi e Segantini.» In realtà, con il compimento della suo capolavoro, Campana ha imboccato ormai la strada senza ritorno della follia. Appena toccata nell’opera la compiutezza, la perfezione, appena cioè rivelato con la poesia il mistero della bellezza, dopo è la morte. Tutta la vita del poeta, dell’artista, è intrisa di questa tragica premonizione. I Canti terminano con un colophon nel quale viene rielaborato un verso di Withman in cui si adombra la morte del poeta protagonista, come assassinio di un innocente; «They were all torn and cover’d with the boy’s blood.»
Il titolo dell’opera riconduce con i Canti alla tradizione di Leopardi di cui Campana si sente erede diretto, mentre il riferimento esoterico all’Orfeo è soltanto occasionale e contingente (in quegli anni la letteratura dionisiaca era molto alla moda). L’Orfico di Campana, invece, esprimerebbe la natura divina e misteriosa della poesia. Il manoscritto “smarrito” – che fu ritrovato nel 1971 – porta, in verità, un altro titolo, Il più lungo giorno e, al contrario, contiene l’unico verso con un riferimento a Dioniso (nella poesia Immagini del viaggio e della montagna), poi tolto nei Canti.
Per molto tempo la poesia di Campana non è stata valutata adeguatamente. Lui stesso a lungo è stato considerato un epigono ed un importatore dell’epica naturalistica di Withman e del simbolismo di Rimbaud. La riscrittura continua dei Canti – anche nel corso del lungo soggiorno in manicomio – e la stratificazione delle edizioni successive e della pubblicazione di poesie inedite ha nuociuto alla comprensione del valore unitario dell’opera.
Sarà merito del critico Emilio Cecchi e di Mario Luzi la scoperta del valore puro di Campana, «genio poetico», la cui poesia «è una scossa elettrica», «una grande metafora della onnipresenza umile e solenne della vita.» E si dovrà aspettare il concerto dei Canti Orfici di Carmelo Bene per scoprire proprio nella disomogeneità della poesia di Campana, nello stesso flusso ininterrotto delle varianti – che la recitazione di Bene rievoca con la stessa tormentata e straziante fatica – la sua vena più preziosa, come «poesia nel suo svolgersi.»
«E le stelle assenti, e non un Dio nella sera d’amore di viola: ma tu nella sera d’amore di viola: ma tu chinati gli occhi di viola…»
Iterazione ed ellissi sono i modi più frequenti in cui Campana modella la lingua, operante su tre livelli: letterale, simbolico e morale. Il risultato è forse il più potente e bello di tutta la poesia del ‘900. La lettura di Campana possiede la promessa di un viaggio. Al termine di questa vera e propria avventura, non resta più nulla della leggenda del matto di Marradi – oggi che anche il viaggio chiamato amore con la scrittrice Sibilla Aleramo ci è stato squadernato.
Rimane il mistero della potenza genitrice della poesia (dalla rete).
Dino Campana, Canti Orfici
Rizzoli, 2002, 419 pp.


Morbegno, torrente Bitto, scatto notturno (Eliottolino)

La speranza
(sul torrente notturno)
 
Per l’amor dei poeti
Principessa dei sogni segreti
Nell’ali dei vivi pensieri ripeti ripeti
Principessa i tuoi canti:
O tu chiomata di muti canti
Pallido amor degli erranti
Soffoca gli inestinti pianti
Da’ tregua agli amori segreti:
Chi le taciturne porte
Guarda che la Notte
Ha aperte sull’infinito?
Chinan l’ore: col sogno vanito
China la pallida Sorte
Per l’amor dei poeti, porte
Aperte de la morte
Su l’infinito!
Per l’amor dei poeti
Principessa il mio sogno vanito
Nei gorghi de la Sorte!
 
Dino Campana
Notturni dai Canti Orfici

lunedì 9 aprile 2012

Colori di stagione

Solinga nell'ardor meridïano

Solinga nell'ardor meridïano
la campagna tacea: l'adulta spica
lieve ondeggiando nell'immenso piano
sul gracil si reggea stelo a fatica.

Non Satiri bicorni, non Silvano,
che in quest'ora atterìan la gente antica,
ma Ruth vider questi occhi, la pudica
spigolatrice, fra il maturo grano

alta e bella passar. Si confondea
colle spighe la chioma: l'azzurrino
fiore del cìano nelle luci avea:

ma sulle guance, che celar volea
inchinandosi a terra, il porporino
fiammeggiar del papavero ridea.

Giacomo Zanella


Roberto Bernabini, Luci e colori della primavera


Il Maestro Roberto Bernabini nasce a Senatello di Casteldelci (Pesaro-Urbino) e come pittore dà vita alle sue prime opere verso gli anni settanta nella sua casa di Genzano di Roma.
Da allora, i cavalletti, le tele, i pennelli, l'odore acre dell'acquaragia e i suoi amati colori ad olio, sono parte integrante della sua vita.
Le sue opere sono state esposte nei Teatri, nei Musei, nelle sale Comunali di tutta Italia (Teatro Comunale di Gradara, Locanda Martorelli di Ariccia, Bottega Dell'Arte di Grosseto, Palazzo Mediceo del Comune di San Leo, Museo di Nemi) e all'estero.
Di lui e su di lui hanno scritto critici e organi di stampa quali Onorati, Fantauzzi, Iozzino, Lucchi, Quenzatti, Rocco, Del Frate, Caneo, Biaggi, Il Corriere della sera, La Repubblica, Il Tempo ed altri giornali.
È nell'annuario "Comed" e nell'Arte Contemporanea del Lazio.
Nel 1990 ha ricevuto il Premio Internazionale di Pittura "Viareggio Tavolozza di Carnevale".
I suoi quadri arricchiscono di colore e poesia copertine di importanti case editrici nazionali, e alcune riproduzioni degli stessi si trovano sulle etichette di note case enologiche italiane (www. maestrorobertobernabini.it).
 

margherite sferzate dal vento
ondeggiano petali di nuova stagione,
il sole dardeggia la terra
in un continuo affluire di luce;
nel tiepido Aprile ricorre
un' esplosione di mille colori...

domenica 8 aprile 2012

Campane Pasquali



Pasqua

Io canto la canzon di primavera,
andando come libera gitana,
in patria terra ed in terra lontana,
con ciuffi d'erba ne la treccia nera.
E con un ramo di mandorlo in fiore
a le finestre batto e dico: Aprite,
Cristo è risorto e germinan le vite
nove e ritorna con l'April l'amore!
Amatevi fra voi, pei dolci e belli
sogni ch'oggi fioriscon su la terra,
uomini della penna e de la guerra
uomini de le vanghe e dei martelli.
Schiudete i cuori: in essi erompa intera
di questo dì l'eterna giovinezza;
io passo e canto che vita è bellezza,
passa e canta con me la primavera.

Ada Negri


il cielo è sereno stamane,
vorrei riflettesse l'anima mia,
la speranza che sia così è tanta
e sto apettando un suono di campane...

sabato 7 aprile 2012

Amalia e Guido

L’autrice di Le vergini folli, che amò platonicamente Guido Gozzano e che si legò al giovane Dino Segre, visse una vita considerata scandalosa per l’epoca fascista, al punto tale che il compagno la fece interdire.
Il racconto di una vita tormentata offre lo spunto per capire quanto era – e forse è tutt’ora – difficile essere una donna che ha una vita fuori dall’ordinario.
Attraverso il carteggio (decine di lettere tra i due)si ricostruisce il quadro della relazione con Gozzano, che il poeta vede in una dimensione "tutta letteraria, tutta scritta e cerebrale" e che Amalia stenta invece a non cercare di trasformare in una solida relazione d'amore.
Ma tra gli alti (un incontro tra il 1 e 9 dicembre 1907) e i bassi (testimoniati dalla lettera di Gozzano del 24 maggio 1908) di questa relazione, nasce comunque la raccolta poetica Le seduzioni, dove insieme a una più determinata "Avidità di vivere" si mescola un'amara rinuncia all'amore sognato nelle precedenti raccolte poetiche.
L'influenza autobiografica e della relazione con Guido appare evidente, ma Amalia sa andare comunque oltre, collocandosi con autorevolezza nella storia letteraria italiana del primo novecento.
D'Annunzio la definirà l'unica vera poetessa che abbia oggi l'Italia (qua e là dalla rete).


incertezze

Pure, ancora di qualche trafittura
tremavo, a guisa di convalescente
ch'ogni indizio del suo male impaura.
Non ben certa di me, trepidamente,
il mio silenzio intimo ascoltando,
mi premevo sul cuor le mani intente.
M'indagai, mi scrutai, mi dolsi, e quando
m'avvidi in qual tenacità d'affanno
esasperavo un dubitar sì blando,
scossi da me l'antico e il nuovo danno
e balzai, folle di desii fugaci,
incontro al riso d'ogni bell'inganno,
gli risi coi notturni occhi : — Mi piaci!

Amalia Guglielminetti

venerdì 6 aprile 2012

Venerdi Santo

L’uovo (che è simbolo della nascita, della perfezione, della nuova vita) entra, durante la Pasqua, in tantissime preparazioni.
Si perpetua così, anche a tavola, il fascino della vita che si rinnova.
Una tradizione, nel giorno di Pasqua, è quella di fare colazione con l'uovo sodo, ma che sia quello rigorosamente fresco, deposto dalle galline il venerdì santo; vengono sbucciate e presentate intere o tagliate a metà in senso longitudivale, con una foglia di ulivo, che doveva essere rigorosamente  benedetto la Domenica delle palme, infilata nell'albume.
le uova erani sode sul serio, talmente dure che quasi il tuorlo diventava verdastro-
Ricordo che da bimbo vedevo mia nonna preparare le uova con amore ed attenzione e dividerle il giorno di Pasqua tra tutti quelli che entravano nella sua casa...il più grosso lo dava a me e, talvolta, riuscivo ad avere anche un goccio di vino che lei mi dava di nascosto dai miei genitori.



Venerdi Santo

Venerdì Santo, prima di sera, c'era l'odore di primavera;
Venerdì Santo, le chiese aperte mostrano in viola che Cristo è morto;
Venerdì Santo, piene d'incenso sono le vecchie strade del centro
o forse è polvere che in primavera sembra bruciare come la cera.
Venerdì Santo, stanchi di gente, siamo in un buio fatto di niente
Venerdì Santo, anche l'amore sembra languore di penitenza
Venerdì Santo, muore il Signore, tu muori amore fra le mie braccia,
poi viene sera resta soltanto dolce un ricordo: Venerdì Santo...
Venerdì Santo, prima di sera, c'era l'odore di primavera;
Venerdì Santo, le chiese aperte mostrano in viola che Cristo è morto;
Venerdì Santo, piene d'incenso sono le vecchie strade del centro
o forse è polvere che in primavera sembra bruciare come la cera.
Venerdì Santo, stanchi di gente, siamo in un buio fatto di niente
Venerdì Santo, anche l'amore sembra languore di penitenza
Venerdì Santo, muore il Signore, tu muori amore fra le mie braccia,
poi viene sera resta soltanto dolce un ricordo: Venerdì Santo...
Venerdì Santo, prima di sera, c'era l'odore di primavera;
Venerdì Santo, le chiese aperte mostrano in viola che Cristo è morto;
Venerdì Santo, piene d'incenso sono le vecchie strade del centro
o forse è polvere che in primavera sembra bruciare come la cera.
Venerdì Santo, stanchi di gente, siamo in un buio fatto di niente
Venerdì Santo, anche l'amore sembra languore di penitenza
Venerdì Santo, muore il Signore, tu muori amore fra le mie braccia,
poi viene sera resta soltanto dolce un ricordo: Venerdì Santo...
Venerdì Santo, prima di sera, c'era l'odore di primavera;
Venerdì Santo, le chiese aperte mostrano in viola che Cristo è morto;
Venerdì Santo, piene d'incenso sono le vecchie strade del centro
o forse è polvere che in primavera sembra bruciare come la cera.
Venerdì Santo, stanchi di gente, siamo in un buio fatto di niente
Venerdì Santo, anche l'amore sembra languore di penitenza
Venerdì Santo, muore il Signore, tu muori amore fra le mie braccia,
poi viene sera resta soltanto dolce un ricordo: Venerdì Santo...

Francesco Guccini

giovedì 5 aprile 2012

Poesia

I solitari

Coloro che hanno per mantello lenzuoli funerari
provano la voluttà divina di essere solitari.
La loro castità ha pena dell'ebbrezza delle coppie
della stretta di mano, dei passi dal ritmo lieve.
Coloro che nascondono la fronte nei lenzuoli funerari
sanno la voluttà divina di essere solitari.
Contemplano l'aurora e l'aspetto della vita
senza orrore, e chi li compatisce prova invidia.
Coloro che cercano la pace della sera e dei lenzuoli funerari
conoscono la spaventosa ebbrezza di essere solitari.
Sono i beneamati della sera e del mistero.
Ascoltano nascere le rose sottoterra
e percepiscono l'eco dei colori, il riflesso
dei suoni...Si muovono in un'atmosfera grigio-viola.
Gustano il sapore del vento e della notte,
hanno occhi più belli delle torce funerarie.

Ceux-là dont les manteaux ont des plis de linceuls
Goûtent la volupté divine d’être seuls.
Leur sagesse a pitié de l’ivresse des couples,
De l’étreinte des mains, des pas aux rythmes souples.
Ceux dont le front se cache en l’ombre des linceuls
Savent la volupté divine d’être seuls.
Ils contemplent l’aurore et l’aspect de la vie
Sans horreur, et plus d’un qui les plaint les envie.
Ceux qui cherchent la paix du soir et des linceuls
Connaissent la terrible ivresse d’être seuls.
Ce sont les bien-aimés du soir et du mystère.
Ils écoutent germer les roses sous la terre
Et perçoivent l’écho des couleurs, 
le reflet des sons...
Leur atmosphère est d’un gris violet.Ils goûtent la saveur du vent et des ténèbres,
Et leurs yeux sont plus beaux que des torches funèbres.

Renée Vivien

mercoledì 4 aprile 2012

Frammento


pioggia dilava pensieri
rinati sotto il sole di Francia,
in un niente si pone l'addio
alle cose mancate,
a quelle troppo lontane
e tutto assapora di triste...

anonimo del XX° secolo
frammenti ritrovati 

martedì 3 aprile 2012

Frammento

in un infinito senso di nulla
rientro e appello nei forse
il quadro completo di essere;
costretto tra grevi visioni
mi appago in estatica stasi...

anonimo del XX° secolo
frammenti ritrovati

lunedì 2 aprile 2012

Male erbe

Con i termini pianta infestante, oppure malerba o, popolarmente, erbaccia, si intende una pianta che, non rivestendo alcuna funzione utile per l'uomo, ne va a danneggiare le produzioni agricole entrando in competizione o parassitizzando queste ultime.
In senso più ampio il concetto può essere esteso, oltre che alle piante infestanti i campi coltivati, anche alle piante che, crescendo in città in maniera incontrollata, accentuano il problema delle allergie o fanno percepire come "sporco" o degradato il luogo ove crescono.
Non esiste un vero e proprio elenco di piante infestanti in quanto la definizione di malerba è puramente soggettiva: alcune piante utili o coltivate possono divenire malerbe nel momento in cui cessa la loro funzione di utilità per l'uomo.
Talvolta viene usato il termine pianta parassita in modo erroneo come equivalente di pianta infestante (da wikipedia).



Diamo acqua anche alle male erbe

Oh bello innaffiare il giardino, per far coraggio al verde!
Dar acqua agli alberi assetati! Dai più che basti
e non dimenticare i cespugli delle siepi, perfino
quelli che non dàn frutto, quelli esausti
e avari. E non perdermi di vista,
in mezzo ai fiori, le male erbe, che hanno
sete anche loro. Non bagnare solo
il prato fresco o solo quello arido:
anche la terra nuda tu rinfrescala

Bertolt Brecht

domenica 1 aprile 2012

Frammento

metaforiche distese imprigionano
accelerazioni violente alla vita,
infliggono onirici complessi
ditese infinite di tortuose svolte;
turbine di idee sconvolte
richiamano facili amplessi
in attimi infiniti impressi a matita
di menti che a fatica ragionano...
Anonimo del XX° secolo
frammenti ritrovati


Luigi Boschi, Follia, olio su yuta