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L'ombra è l'opposto del sole, ma si nutre di esso.
Un cielo grigio non genera ombre: nessun contrasto, nessun pensiero.


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sabato 17 febbraio 2024

Terra, vale!

Terra, vale!
È un saluto alla terra, saluto che secondo il mito Glauco fa alla terra quando lui stesso diventa divinità e si tuffa nelle acque del mare.
Glauco
è molto noto come mito in sé e come mito letterario recuperato in molti testi poi applicato con alcune variazioni principalmente nel corso del '900 anche in molti autori ritenuti minori.
(dalla rete)

Terra, vale!

Tutto il Cielo precipita nel Mare.
S’intenebrano i liti e si fan cavi,
talami dell’Eumenidi avernali.
Nubi opache sul limite marino
alzano in contro mura di basalte.
Solo tra le due notti il Mar risplende.
presa e constretta negli intorti gorghi,
come una preda pallida, è la luce.

La tempesta ha divelto con furore
i pascoli nettunii dalle salse
valli ove agguatano i ritrosi mostri.
Alghe livide, fuchi ferrugigni,
nere ulve di radici multiformi
fanno grande alla morta foce ingombro,
natante prato cui nessuna greggia
morderà, calcherà nessun pastore.

Virtú si cela forse nelle fibre
sterili, che trasmuta il petto umano?
O mito del mortale fatto nume
cerulo, rinnovèllati nel mio
desiderio del flutto infaticato!
Tutto il Cielo precipita nel Mare.
Preda è la luce dei viventi gorghi,
forse immolata per l’eternità.

Gabriele D'Annunzio

Oggi sono tempesta e grido
un mare cinereo e assente;
la gola riarsa non cede al bacio
che unì un tempo anime sole...

Nella mitologia greca, Glauco era figlio di Poseidone, dio del mare, e di una ninfa delle Naiadi (Naide?). Secondo la leggenda, Glauco nacque mortale e faceva il pescatore. Un giorno appoggiò la rete da pesca contenente il pescato su un prato, ed i pesci, mangiando quell’erba, tornavano in vita e si rigettavano in mare. Glauco incuriosito assaggiò quell’erba e, grazie alle sue proprietà magiche, divenne immortale e divino; inoltre le sue gambe si tramutarono nella coda di un pesce. In altri casi, Glauco era un cacciatore, figlio di Minosse di Creta; oppure figlio di Sisifo e padre di Bellerofonte. Inoltre, nel ciclo di leggende che faceva da substrato alla cultura greca, esistevano diversi Glauco: uno di Creta, uno di Corinto, uno di Antedone (un dramma satiresco di Eschilo è intitolato “Glauco di Potnie”); probabilmente tutte queste figure derivavano da un unico personaggio, a cui poi erano collegate diverse vicende.
Ateneo di Naucrati riporta due varianti della leggenda.
In una, Glauco scoprì ed assaggiò l'erba dopo aver catturato una lepre sul monte Oreia e, ritrovatosi in uno stato di follia, fu fatto precipitare da Zeus nel mare in tempesta.
Nell'altra fu lui ad essere il costruttore e timoniere della nave Argo (quando in genere questo ruolo è attribuito ad Argo di Tespi) e, durante una battaglia navale tra Argonauti ed Etruschi, cadde in mare per volontà di Zeus divenendo una divinità.

Troviamo Glauco citato nelle Metamorfosi di Ovidio, Igino, Ateneo, in Omero, e anche nei tragici (Eschilo, Sofocle ed Euripide). Secondo alcuni commentatori, Glauco oltre all’immortalità, dopo aver mangiato l’erba, ottenne anche il dono della profezia. 
Nell'iconografia e nelle raffigurazioni, il personaggio di Glauco è molto spesso raffigurato con le braccia colorate in azzurro, la coda di pesce ed una barba verde. 
È famosa, poi, anche la leggenda che vede Glauco collegato a Scilla, come ci racconta Ovidio nelle Metamorfosi. Dopo essere divenuto una divinità marina, per metà pesce e per metà umana, Scilla, spaventata da quell’aspetto ibrido, fuggì. Glauco, innamoratosi della ninfa di origini italiane, chiese alla maga Circe dell’isola di Eea di fabbricargli una pozione in grado di far innamorare Scilla. La maga, però, gelosa dell’amore di Glauco per Scilla, preparò una pozione diversa da quella richiesta, per vendicarsi. La gettò nelle acque in cui Scilla era solita fare il bagno e, quando la ninfa si immerse, nacquero dal suo corpo orribili mastini latranti dal muso di Cerbero. A questo vista, Glauco si disperò, e Scilla naturalmente iniziò a covare un profondo odio per Circe (che viene indirettamente descritto nell’Odissea).

venerdì 16 febbraio 2024

Battere botti

Rotte, notte, botte: pare di cogliere nel gioco simmetrico degli accenti sulle “O” che Dino Campana sia propenso a battere la botte di vino anziché i tacchi. Per Campana frequentare le banchine era un modo di vivere fuori dal comune e di intendere gli studi in contrapposizione a una vera e autentica esistenza della normalità. Come se avesse paura dei propri pensieri. Quella passata a bordo di qualche scafo e tra le botti delle cantine o delle banchine, nelle cantine nel tentativo di divulgar l’enorme fascino del mare e la sua grande civiltà, perché la sua idea e la realtà continuano a esercitare un fascino irresistibile per le culture dei paesi che vi si affacciano in questo immenso spazio (dalla rete).

Batte botte

Ne la nave
Che si scuote,
Con le navi che percuote
Di un'aurora
Sulla prora
Splende un occhio
Incandescente:
(Il mio passo
Solitario
Beve l'ombra
Per il Quasi)
Ne la luce
Uniforme
Da le navi
A la città
Solo il passo
Che a la notte
Solitario
Si percuote
Per la notte
Dalle navi
Solitario
Ripercuote:
Così vasta
Così ambigua
Per la notte
Così pura!
L'acqua (il mare
Che n'esala?)
A le rotte
Ne la notte
Batte: cieco
Per le rotte
Dentro l'occhio
Disumano
De la notte
Di un destino
Ne la notte
Più lontano
Per le rotte
De la notte
Il mio passo
Batte botte.

Dino Campana

La banchina in cui si affacciavano le cantine del vino e si accatastavano le botti da usare per imbarcare vino sulle navi utilizzate per le esportazioni al di là dell’oceano. Campana da l’immagine di un scenario di un porto fluviale con un linguaggio corretto come si dovrebbe quando si usa raccontare ambienti marittimi, un luogo in cui il suo passo vaga nella notte.
 
Batte un cuore dissonante
al mio che incombe agli occhi;
nave deriva in mare e i sogni
attraversano tempo e spazio...

giovedì 15 febbraio 2024

Malinconico

Il grande letterato Victor Hugo ha sempre detto e sostenuto che “la malinconia è la gioia di essere tristi“. La verità è che quando ci sentiamo malinconici tendiamo ad associare il nostro stato d’animo alla tristezza, anche se ciò che stiamo ricordando è, effettivamente, un momento felice del passato.

La malinconia

Dentro le vene la malinconia
s'insinua, ed è un morbo sonnolento
cui giova non trovar medicamento,
uno stupor di morbida follìa.

Il desiderio più tenace svia,
smemora del più intenso sentimento,
quasi vapori un greve incantamento
d'oppio, in cui goda più chi più s'oblìa.

Essa è come un giaciglio, ove un'inerte
stanchezza ci abbandoni svigorite,
con le treccie disciolte e a braccia aperte.

Ed ha il torpor d'alcune notti estive,
in cui ci s'addormenta indolenzite
dallo spasimo oscuro d'esser vive.

Amalia Guglielminetti

Quel senso di torpore pervade
il cuore caldo assopito e greve;
perdute intese riaffiorano ai troppi
inciampi, alle dissolute parole... 
 
La malinconia non sarebbe possibile senza memoria. È un sentimento che ci ricorda che al nostro essere umani manca qualcosa che un tempo c’è stato, che ci faceva sentire bene, ma che non siamo più in grado di recuperare.
La malinconia (o melanconia), però, può essere anche un modo per non accettare il presente e per manifestare la nostra scontentezza rispetto a ciò che abbiamo ora. Perché quando viaggiamo con la mente verso altri luoghi e altri tempi, andiamo alla ricerca di una compagnia irreale e rischiamo di credere che sia impossibile vivere senza di essa (dalla rete).

mercoledì 14 febbraio 2024

America!

Ricordo sagome a cavallo e crinali
impaurite da nuvole temporalesche;
naso schiacciato sui vetri a contare
solitudini che mi passavano lente...
 
 
 
 
Memoria d'America

Starmene solo nel ranch.

Ieri a uno schiantarsi di vetri
si disperavano le bestie;
adesso antelucani colombi
vibrano il capo
a un tremito d’ore minute.
La luna sta nella finestra – ferma
su quel paese di venti notturni.

Abbandonato nel ranch.

Ma palpita arancio colore
dalla barriera di nuvole
che fanno nevaio sul lago.

Quattro zoccoli;
e sento nitrire

di ritorno

la cavalla che ieri ho perduto

in quell’ultimo temporale d’estate.

Vittorio Sereni

martedì 13 febbraio 2024

Raggio di luce

Il raggio

Io son la luce, l'anima
del cielo e della terra,
l'alfa e l'omega, il magico
sguardo che tutto afferra:
caddero l'ali agli angioli
e ai diavoli le corna,
l'ora che vibra è un attimo
che fugge e non ritorna,
io sol non muto e fulgido
son come il primo dì;
o nuvola, dileguati,
l'aurora comparì.

Ernesto Regazzoni

Luce suadente nei corpi
di eteree amanti sedute
nel denso susseguirsi di cose
perdute,nel cuore, in fondo...

I raggi di luce definiscono idealmente il percorso compiuto dalla luce.
È possibile schematizzare la luce con dei raggi che si propagano in linea retta, quando essa viaggia in un mezzo omogeneo e la sua lunghezza d'onda è molto inferiore alle dimensioni degli oggetti con cui interagisce.
Sotto tali ipotesi un raggio di luce è un sottilissimo fascio di luce rappresentato con una retta.
(da wikipedia)

lunedì 12 febbraio 2024

Rondine di mare

Immagine
da P.Bourget

La rondine di mare che ieri, mia dolente,
volava sopra il lago, con l’alucce sgomente,

erra sempre a la sorte del suo tenero volo?
brutal piombo la colse, e cadde, morta, al suolo?

o pur, libera, dopo lungo palpito d’ale,
giunse all’immenso, azzurro Oceano natale,

ove ne l’aria, ondeggiano esalazioni amare?...
A me, vedi, la piccola rondinella di mare,

stanca, che sfiorava, con l’aluccia sua lieve,
l’onde del lago, troppo, per i suoi voli, breve,

a me sembra il tuo cuore instancabile, ardito,
cuore di donna, cuore acceso d’infinito,

cuor nostalgico in preda al doloroso senso
di cercar, vanamente, per sé un amore immenso!

Sergio Corazzini

Uccello ascritto all'ordine dei Lari, famiglia Laridae. Come tutte le sterne presenta becco lungo e sottile; ali appuntite che oltrepassano assai in lunghezza la coda forcuta; tarso più corto del dito mediano; piedi palmati con posteriore libero. 
Il genere Sterna al quale appartengono una trentina di specie con sottospecie si rinviene in tutte le parti del mondo. 
In Italia s'incontrano più comunemente: il Beccapesci (Sterna s. sandvicensis Lath.), la Rondine di mare propriamente detta (Sterna h. hirundo L.), il Fraticello (v.) (Sterna a. albifrons Pall.). 
Le rondini di mare hanno abitudini principalmente pelagiche per quanto frequentino anche le acque dolci. Nidificano nel terreno deponendo solo uno o due uova per nido. Le colonie nidificanti sono spesso numerosissime. 
Si nutrono di pesci e di piccoli animali acquatici e percorrono talora enormi distanze nelle loro migrazioni (Toschi - TRECCANI).

Un volo verso gli infiniti spazi,
sono quell'uccello che vira le nubi;
eppure ho negli occhi acqua salata
che sgorga e si mescola ai gridi...

domenica 11 febbraio 2024

Epigramma

 
57
La donna che preferisco

Tu mi domandi, o Flacco,
quale tipo di donna
vorrei per me e quale non vorrei?
Non troppo compiacente la vorrei
e non troppo scontrosa.
Le qualità intermedie preferisco:
che non mi stia lì a tormentare

Marziale

Nel buio anfratto del cuore
ripongo i volti che del calore;
sono anima in pena, rivolto
un nebuloso, incerto domani...
 
...il buio nel cuore è un angolo 
dove non arriva più la luce, 
un cuore buio 
è semplicemente rimasto
senza nessuna luce...
 
Gujil

sabato 10 febbraio 2024

Incontri

Incontro

Come un rosaio,
un vortice d’ombra e di vampe
che mi fioriva d’intorno
sulla strada cancellata dal sole
a mezzogiorno. 

Vittorio Sereni

 

Lungo le scale, in un sobborgo,
ovunque, in una strada chiusa,
lungo le rive di un canale vuoto;
un breve incontro ormai lontani...
 
 
 
 Incontro
 
E correndo mi incontrò lungo le scale
Quasi nulla mi sembrò cambiato in lei
La tristezza poi ci avvolse come miele
Per il tempo scivolato su noi due

Il sole che calava già, rosseggiava la città
Già nostra e ora straniera e incredibile e fredda
Come un istante "deja vu", ombra della gioventù
Ci circondava la nebbia

Auto ferme ci guardavano in silenzio
Vecchi muri proponevan nuovi eroi
Dieci anni da narrare l'uno all'altro, ma
Le frasi rimanevan dentro in noi

"Cosa fai ora? Ti ricordi? Eran belli i nostri tempi
Ti ho scritto è un anno, mi han detto che eri ancor via"
E poi la cena a casa sua, la mia nuova cortesia
Stoviglie color nostalgia

E le frasi, quasi fossimo due vecchi
Rincorrevan solo il tempo dietro a noi
Per la prima volta vidi quegli specchi
Capii i quadri, i soprammobili ed i suoi

I nostri miti morti ormai, la scoperta di Hemingway
Il sentirsi nuovi, le cose sognate e ora viste
La mia America e la sua diventate nella via, 
la nostra città tanto triste

Carte e vento volan via nella stazione
Freddo e luci accesi forse per noi lì
Ed infine, in breve, la sua situazione
Uguale quasi a tanti nostri film

Come in un libro scritto male, lui s'era ucciso per Natale
Ma il triste racconto sembrava assorbito dal buio
Povera amica che narravi dieci anni in poche frasi
Ed io i miei, in un solo saluto

E pensavo dondolato dal vagone
"Cara amica, il tempo prende il tempo dà
Noi corriamo sempre in una direzione
Ma qual sia e che senso abbia chi lo sa"

Restano i sogni senza tempo
Le impressioni di un momento
Le luci nel buio di case intraviste da un treno
Siamo qualcosa che non resta
Frasi vuote nella testa
E il cuore di simboli pieno
 
Francesco Guccini 

venerdì 9 febbraio 2024

Fuochi fatui

I fuochi fatui, chiamati anche corpi santi , sono fenomeni che si verificano nei cimiteri, nelle paludi e negli stagni. Si tratta di fiammelle di breve durata (da qui il termine fatuo) prodotte durante la decomposizione di materiale organico. 
La principale sostanza responsabile dei fuochi fatui è la fosfina.
Queste fiammelle appaiono di un colore pallido, azzurro-blu, a volte giallo o vermiglio, sotto forma di scintillii. La luce, più o meno diffusa, vibra velocemente e in alcune manifestazioni può persistere fino a 30 secondi, ed eccezionalmente diversi minuti.
Secondo i testimoni del misterioso fenomeno i fuochi fatui vengono descritti a luce fredda, senza fumo, nè bruciature alle cose che attraversano e sembra che li si possa vedere meglio nelle fredde serate d’autunno. 
Avvistamenti avvengono generalmente nei pressi dei cimiteri anche se ciò accadeva molto più frequentemente in passato. 
Un tempo le bare non venivano sigillate e ciò permetteva ai gas di uscire facilmente e di filtrare dalla terra. 
Ciò spiegherebbe anche la brevità del fenomeno stesso, determinata proprio dall’osservatore che avvicinandosi dirada involontariamente il nucleo dei gas
 
 Fuochi fatui 

Com’anime ignude,
Che un soffio ne porta,
Guizzano, vagano
I fochi fatui
Sull’onda morta
Della palude.

Pallidi fochi
Rapiti in lenta
Lenta vertigine,
Sull’acqua immobile,
Nell’aria spenta,
Tremoli e fiochi.

E in lor compagnia,
Nel bujo sospesa,
Io veggo splendere,
Di scialbo e fievole
Bagliore accesa,
L’anima mia:

Luce smarrita
E moribonda,
Che già si stempera,
Che già dileguasi
Nella profonda
Notte infinita.

Arturo Graf

Fatuo fuoco scintille nell'ombra
di un core sommerso da stille;
lacrime percorrono vie usuali
lungo volti perplessi nel mondo... 
 
 
Le leggende sui fuochi fatui sono moltissime: nell’antichità si pensava che fossero manifestazioni delle anime dei defunti o delle “anime perse” vaganti, che avevano bisogno di preghiere per uscire dal purgatorio, o di bimbi morti prematuramente, senza avere potuto ricevere il battesimo, o anche spiriti malvagi che sviassero i malcapitati passanti in luoghi pericolosi come le paludi.  
In altri casi le fiammelle ondulanti vennero associate ad anime pure e protettrici delle persone. 
In realtà i “fuochi fatui“sono pallide luci a forma di fiammella, che in rari ma ripetuti casi si possono osservare sospesi in aria a una altezza ridotta dal suolo o dall’acqua, visibili di notte o al crepuscolo intorno a paludi, acquitrini e soprattutto nei cimiteri.
Sono così tante le leggende nate intorno ai fuochi fatui, che consentono davvero di fare il giro del mondo.
kitsunebi
Kitsunebi,, o fuoco di volpe nel folklore giapponese
Iniziando da ciò che maggiormente si conosce, c’è la tradizione cristiana che li ha definiti corpi santi perché ricordano il Fuoco di sant’Elmo, una delle più suggestive manifestazioni di elettricità nell’atmosfera.
Per gli antichi egizi, i fuochi fatui erano la traccia evidente della vita virtuosa di un defunto mentre in occidente sono stati spesso riconosciuti come apparizioni di spettri e fantasmi, soprattutto dannati.
In Svezia si pensava che fossero le anime dei bambini nati morti o non battezzati, attirati verso l’acqua da una forza divina che tentava di sottrarli al loro limbo.
Nell’antica cultura anglosassone, i fuochi fatui sono associati alla figura leggendaria di Jack-o’-Lantern, condannato a vagare tra i viventi con un carbone acceso in mano per scontare le sue colpe.  
In questo folklore, i fuochi fatui sono stati spesso interpretati come fate o folletti dispettosi abituati a spaventare le persone con bagliori improvvisi che facevano perdere l’orientamento. 
In Giappone sono conosciuti come Hitodama ovvero come delle sfere evanescenti. Si tratterebbe delle anime di individui morti da poche ore e che si mostrano ai viventi come luci blu o verdi, in particolare durante l’estate e vicino ai luoghi di sepoltura.
Sempre nella tradizione giapponese, fanno la loro comparsa come Kitsunebi ovvero demoni con sembianze di volpe, che si mostrano nella notte come piccole luci dal colore variabile a seconda del tipo di presagio che rappresentano.
 
Anche in Svizzera i fuochi fatui sono spesso considerati come ambasciatori di eventi dolorosi. 
Vedere oggi un fuoco fatuo è davvero difficile, ma se accade ciò si verifica soprattutto nei pressi di zone dove si trova dell'acqua stagnante (fenomeno della putrefazione delle alghe in marcescenza).  
Nelle zone paludose il fenomeno è reso ancora più scenografico dal microclima presente in questo tipo di luoghi. L’estate e l’autunno sono le stagioni migliori per tentare un avvistamento, mentre le ore più favorevoli sono quelle notturne e crepuscolari. Nei pressi degli stagni il fenomeno dei fuochi fatui è spesso accompagnato da uno strato di nebbia chiara e spessa che in passato ha contributo alla nascita di una ricca tradizione di storie leggendarie in proposito (dalla rete).

giovedì 8 febbraio 2024

Serapide

Dal Foro dove ciondolavo il mio buon Varo
mi porta a casa di una sua ragazza,
una fichina che a prima vista mi parve
non priva di qualche grazia, quasi carina.
Giunti da lei ci si mise a parlare
di tante cose e fra queste della Bitinia,
il suo stato, le sue condizioni politiche,
i guadagni che mi avrebbe fruttato.
Risposi la verità: a nessuno di noi,
pretori o gente del seguito, era toccato
di tornarsene col capo piú profumato,
vedi poi se ti capita in sorte un fottuto
di pretore che del seguito se ne infischia.
'Ma almeno' m'interrompono 'avrai comprato
ciò che dicono la specialità del luogo,
dei portatori di lettiga.' Io per farmi
con la donna un po' piú fortunato degli altri:
'Non mi è andata poi cosí male,' le rispondo
'considerata quella terra maledetta:
ne ho cavato otto uomini robusti.'
In realtà non ne avevo neppure uno,
qui a Roma o laggiù, in grado di reggere
sul collo una vecchia brandina sgangherata.
E quella con la sua facciatosta mi fa:
'Catullo mio, dovresti prestarmeli un attimo,
te ne prego, voglio farmi portare al tempio
di Seràpide.' 'Un momento, dico, ragazza,
ciò che poco fa ho detto di possedere,
m'ero distratto: è un amico mio,
Gaio Cinna, che se l'è procurato.
D'altra parte, suoi o miei, che importa?
Me ne servo come fossero miei.
Ma tu sei proprio sciocca e impertinente
se non ammetti che ci si possa distrarre.' 

Publio Valerio Catullo

Serapide venne raffigurato come uno Zeus o un Ade, barbuto assiso in trono, con sul capo il basso diadema greco o la corona atef di Osiride, con doppia piuma e corna d'ariete. Il carattere di Dio dei defunti e della vegetazione, proprio di Osiride, rendeva Serapide assimilabile, per i Greci, ad Ade e a Dioniso insieme, mentre la capacità nelle guarigioni lo assimilava di Esculapio. Serapide era anzitutto un dio del mondo sotterraneo, egli proteggeva anche ogni sorta di fecondità, particolarmente quella della terra; dettava e compiva miracolose guarigioni.
 
Nel senso del sesso si scopre spesso
la fragilità umana di donne e uomini;
appesi al piacere dissimulano amori,
tutto finisce e si spengono passioni...
 
Il Tempio di Serapide sul Quirinale. Per circa 1400 anni, dal III al XVII secolo, lo skyline del colle Quirinale fu caratterizzato da un gigantesco tempio; col passare del tempo, un pezzo dopo l'altro, l'edificio scomparve, il tempio di Serapide del Quirinale a Roma era il più grande e sontuoso tempio del colle, i cui resti sono tuttora visibili tra palazzo Colonna e l'Università Gregoriana (dalla rete).