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L'ombra è l'opposto del sole, ma si nutre di esso.
Un cielo grigio non genera ombre: nessun contrasto, nessun pensiero.


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lunedì 8 febbraio 2010

Tir na nog

Oggi è tempo di questa bella favola celtica.

Nelle leggende di questa parte del Nord (che comprende l'estremo lembo Nord-Ovest della Francia e il Sud-Ovest dell'Inghilterra e Irlanda pure) si respira un sacco di brezza marina e di impalpabile atmosfera piena di trucchi e magia. Un amico ogni tanto me ne racconta qualcuna in modo chiaro e comprensibile e qualcuna riesce anche meravigliosamente a musicarla con la sua arpa celtica.
Questa, tra le tante è piena di cose, di vita ed amore universale.
La bellezza in cambio della giovinezza e della prigionia...che fare?
Da leggere.
Grazie a tale "snowfair" per il testo che segue rintracciato in giro per la rete.
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TIR-NAN-OG
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Aodh figlio di Aodh, un pescatore dell’isola di Oronsay, si trovava un giorno nella sua piccola imbarcazione, sospinta pigramente dalla marea nelle acque della baia. Passava la maggior parte del tempo sdraiato in coperta senza far nulla; di tanto in tanto cercava di pescare uno di quei pesci che si nascondevano nei fondali sabbiosi. La bella stagione volgeva al termine e già si sentiva nell’aria l’incedere dell’autunno, che presto avrebbe imbiancato le alghe e dipinto d’oro e ruggine la brughiera e le dolci colline. La baia dalla sabbia dorata dove le anatre venivano a passare l’inverno: quello era il posto preferito di Aodh, insieme a quel grappolo di isole dalle strette insenature, rifugio di grandi banchi di pesci dal ventre argenteo.
L’imbarcazione scivolò lentamente verso le secche, poi le correnti la trascinarono verso il mare aperto, nelle acque azzurre dove giocavano le foche. Per evitare che la barca si scontrasse con venti troppo forti Aodh decise di virare, ma non appena ebbe messo mano ai remi si accorse di aver commesso un’imprudenza, perché una raffica di vento lo sospinse irrimediabilmente verso il largo, in balia delle correnti. Quando scese la notte, nuvole minacciose si abbassarono sul mare e un vento impetuoso sferzò la piccola imbarcazione, facendola sussultare paurosamente. Le colline dell’isola erano ormai sparite dall’orizzonte: nessuno aveva veduto la barca di Aodh allontanarsi dalla riva e svanire oltre l’estrema lingua di terra. Enormi ondate si abbattevano sul fragile scafo e, quando sembrava ormai che la barca dovesse soccombere alla tempesta, uno stormo di beccacce di mare si alzò in volo, circondando l’imbarcazione. E dove esse volavano, il mare si calmava e il vento non aveva alcun potere sulle onde. Gli uccelli accompagnarono la barca fino all’alba, quando un’isola verde apparve all’orizzonte. Le beccacce si precipitarono verso la terra ferma, mentre Aodh riuscì a governare l’imbarcazione fino alle acque calme delle sue insenature, dove non vi erano onde né correnti. Il giovane approdò su una spiaggia di sabbia finissima, tirò la barca in secca e si fermò a riposare. In quel luogo regnava una calma immobile, quasi spettrale. Aodh temette di aver superato i confini del mondo e allora, come aveva appreso dai vecchi pescatori della sua terra, affondò il suo coltello in una piccola collina che si trovava nei pressi. Così, gli avevano insegnato, si possono tenere a bada le forze del male. Si udì a un tratto una voce melodiosa che proveniva da una fanciulla seduta su una roccia. In vita sua, Aodh non aveva mai veduto un viso così bello e dolce, contornato da una selva di capelli d’oro che ricadevano sulle candide spalle. La fanciulla lo chiamò e Aodh se ne innamorò perdutamente. Passarono gli anni e il suo amore per la fanciulla cresceva di giorno in giorno. Aodh si sentiva felice come non lo era mai stato. Quel luogo emanava davvero una pace infinita, con il sole che splendeva sempre alto nel cielo e nessuna ombra che giungesse a oscurare la sua serenità. Un giorno però, Aodh cominciò a sognare la sua terra natale, l’isola di Oronsay. Invano cercò di scacciare quel pensiero. Ogni volta esso si riaffacciava alla sua mente con maggiore insistenza finché, un giorno, egli tornò alla spiaggia dove aveva affidato la sua piccola barca alla dolce carezza delle maree, deciso a ripartire per la terra che aveva quasi dimenticato. “Il tuo desiderio non si può avverare” gli disse la fanciulla, avendole Aodh rivelato i suoi propositi. “Sette anni hai vissuto a Tir-nan-og, la Terra dell’Eterna Giovinezza dalla quale non vi è ritorno” “La mia barca è ancora in ottimo stato e può riprendere il mare” le rispose il giovane. “Oh mio amore. Non potrà condurti lontano dalla riva. Dovrà ritornare, o sarà trascinata negli abissi.” Aodh comprese d’un tratto che quell’ isola di eterna giovinezza, immersa nella pace e nel silenzio, altro non era che una prigione, una prigione che li estraniava dal mondo.
Ma non rivelò alla fanciulla del pugnale conficcato nella collina, che gli avrebbe permesso di riacquistare la libertà e far ritorno alla sua amata isola. La mattina dopo si recò alla spiaggia, deciso a mettere in mare la barca. “Vieni con me fino a quella punta laggiù” disse alla bella fanciulla. “Giusto fin là, e non oltre, tu e io possiamo arrivare”, gli rispose quella entrando nella piccola imbarcazione. Quando però ebbero raggiunto il promontorio, Aodh virò verso il mare aperto, cavalcando saldamente le onde che spingevano la barca verso est. Intanto la fanciulla, seduta a poppa, si mise a singhiozzare. Aodh cercò di consolarla e, con sua grande sorpresa, notò che a ogni lacrima che sgorgava dai suoi occhi sembrava perdere un po’ della sua bellezza. La navigazione sul mare in tempesta durò tre giorni e tre notti. All’alba del quarto giorno apparve finalmente all’orizzonte il profilo dell’isola di Oronsay. Aodh guidò la barca nelle acque sicure della familiare baia e, impaziente, fece per scendere a terra. “Vieni, mia amata” gridò alla fanciulla. “Ti porterò alla mia casa sulla collina, dove nessun malvagio incantesimo potrà colpirci.” Ma la fanciulla non rispose. Si riparò fra le rocce, avvolgendosi nel suo scialle, e volse il viso verso il cielo, là dove i gabbiani volavano in cerchio e poi appena sopra di lei, dove le beccacce di mare frugavano con il becco fra gli scogli. Aodh la chiamò per l’ultima volta, quindi le si avvicinò per scostarle lo scialle, mentre la prendeva tra le sue braccia. Ma non appena il suo sguardo si posò sul volto della ragazza Aodh rabbrividì: la sua amata aveva perso le fattezze di una giovane e bella fanciulla per trasformarsi in una vecchia raggrinzita e deforme. “Oh Aodh, figlio di Aodh” pianse la donna. “Solo tornando alla verde isola dell’Eterna Giovinezza potrò ritrovare la mia gioventù e conservarla per sempre!” .Comprendendo la potenza delle antiche leggende, Aodh si sentì perduto. Coloro che facevano ritorno dall’isola incantata perdevano non solo la gioventù e la bellezza, ma anche la felicità. Così Aodh prese per mano la sua amata e risalì con lei sulla barca per ritrovare la Terra della Felicità Perduta. I pescatori di quelle isole raccontano che, di tanto in tanto, un piccolo battello solca ancora l’orizzonte alla ricerca di Tir-nan-og, la Terra dell’Eterna Giovinezza. Ma, come viene avvistata, sale un vento impetuoso e l’isola sparisce misteriosamente. I marinai allora si affrettano ad ammainare le vele, perché in quell’apparizione hanno imparato a riconoscere il segnale di una tempesta imminente.
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Vediamo ora un'altra fonte accreditata dal web e cosa dice Wikipedia a proposito di questo luogo mitico e leggendario:
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Tír na nÓg ("Terra del giovane eterno") è l'altromondo della mitologia irlandese, probabilmente il meglio conosciuto, grazie al mito di Oisín e Niamh (Ciclo di Fianna) Si trovava dove i Tuatha Dé Danann o Sídhe si stanziarono quando lasciarono la superficie dell'Irlanda e fu visitata da alcuni dei più grandi eroi irlandesi. Tír na nÓg è simile ad altre mitiche terre irlandesi come Mag Mell e Ablach. Era un luogo ai confini del mondo, collocato su un'isola lontana, a ovest. Lo si può raggiungere con un arduo viaggio o su invito di uno degli elfi che vi risiedono. Molti racconti popolari del Medio Evo narrano di numerose visite di eroi e monaci irlandesi a quest'isola.
Questo "aldilà" è un posto in cui la malattia e la morte non esistono. È un luogo di giovinezza e bellezza eterna, dove la musica, la resistenza, la vita e tutti i passatempi piacevoli stanno insieme in un singolo posto. Qui la felicità dura per sempre, nessuno desidera cibi o bevande. È l'equivalente celtico dei Campi elisi greci e romani o del Valhalla vichingo. Tir na nÓg svolge un ruolo importante nel racconto di Oisín e di Niamh, che fa da guida al primo. I due viaggiano insieme fino al regno benedetto, dove l'eroe trascorre un po' di tempo. Alla fine, però, la nostalgia di casa prende il sopravvento e Oisín vuole tornare in patria. È devastato dall'apprendere che in Irlanda sono trascorsi 100 anni dall'inizio del suo viaggio, sebbene per lui sia passato solo un solo anno. Può vedere l'Irlanda dalla parte posteriore del cavallo magico di Niamh, che lo avverte di non toccare la terra, poiché il peso di tutti quegli anni scenderebbe su lui in un momento. Oisín non fa attenzione al consiglio e immediatamente diventa vecchissimo. Si è ipotizzato che sarebbe caduto da cavallo nella zona di Elphin (contea di Roscommon) Poté raccontare la sua storia a San Patrizio e ricevere da lui la benedizione prima di morire. (da Wikipedia)
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