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L'ombra è l'opposto del sole, ma si nutre di esso.
Un cielo grigio non genera ombre: nessun contrasto, nessun pensiero.


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venerdì 31 dicembre 2021

Dal "Diario di un inguaribile vecchio" -13-


Diario di un inguaribile vecchio

"…e si riaccendono le luci...
sono tornato come un inutile bagaglio
ho ancora in tasca un biglietto inutilizzato
non leggo tra le righe significati riposti
non immagino altro che un dispettoso dolore
 …e il conto della sabbia è fermo già...”

 -13-

E trascende il dolore in un rivolo di immagini e pensieri, come una scia di interminabili esiti scontati, come un parallelo forzato.
La potenza della situazione schiaccia le deboli linee di difesa e le lacrime (sempre le lacrime) rigano i solchi delle gote, nelle pieghe del buio notturno, o nella fioca luce della mattina nebbiosa.
Si pente l’assillata anima di un peccato senile, rimangia frasi, parole, pensieri; il nudo abbraccio è scortese e l’immagine bionda schiarisce fino a sfocare in luce abbagliante e scottare il muscolo cardiaco esposto alle infinite abrasioni di tutta un’eroica esistenza.

Città indivisibili dai sogni realizzati sfilano profili e margini taglienti in miriadi di toni intristiti dal grigiore pallido della fine di un anno indiscutibilmente trascorso.

Parigi!
O Cara!

Il deserto tartarico dei sentimenti inaridisce il contesto, come fosse una vena disseccata dall’arsura del sapere, dalle fake di ogni giorno che passa; indico una direzione nascosta e la mia vita si gira a guardare, la vedo scuotere teneramente il capo.

La riva nebbiosa argina la luce del giorno, pensieri oscuri macchiano da sempre anime candide o presunte tali.

Dove sono i cavalieri del Re?
Rimane impigliato un grido ora che sono un assillo che assilla.
Bordeggio strade sconosciute ormai conscio del fatto, ho inghiottito un sospiro come un banale innamorato di un irraggiungibile sogno, sono cosparso di parole e significati oppure (molto probabile) incompreso e schernito da una vendetta postuma che non ha prodotto che lievi analgesici battiti di ciglia in un chiaroscuro presente.
La mia persona sovrasta i cristallizzati contorni di un inverno latente che ricorda la neve, il ghiaccio e si fonde in un imperterrito gesto ribelle e svogliato... la galaverna è rimasta a quand’ero bambino.
Futili ed impietose cornici contornano le didascaliche ombre della malinconica presenza.
Ricordo le parole di un sogno che ora riparte… 
“…Sei tornato da me…”
Il silenzio stupisce le didascalie consunte del vecchio film in proiezione continua.
“...Sto troppo bene… non capisci…”
Come in un cortometraggio danneggiato dal tempo i fotogrammi si inceppano e il filmato si brucia al calore di un’unica visione che ci toccherà proiettare in un loop infinito nei soli ricordi…

“…Ricordi..?
Ma tu non ricorderesti…”

Ricordare è privilegio di pochi, ancor di più lo è ricordare con le giuste punteggiature e le parole dette diventano pietre preziose e così pesanti che ne impediscono lo spostamento e le variazioni di significato e interpretazione.

Siamo esposti alla furia animale di un corpo che invecchia e la sorda rabbia non può che imploderci dentro con sconquassanti esiti di macerie e dolori; infine il tragico epilogo si riallaccia al prologo, quasi sempre.

Crediamo che il tempo possa darci ragione o risposte, crediamo che la furia vendicatrice che dentro di noi ci urla possa darci conforto nella realizzazione di un covato contesto ma non è mai così, l’effetto analgesico di un bacio dura lo spazio di infinitesimi attimi, un abbraccio si carica di eternità effimere, l’amplesso si riduce ad un contatto frugale.
Siamo isole nell’oceano solitario della nostra mente, ci crediamo approdi e invece noi siamo i naufraghi ed il naufragio.
Lasciamo piccoli segnali nel nostro percor
so ma preferiamo la via della parole semplici, dei significati univoci senza raccogliere le bottiglie arenate sulla spiaggia per paura di trovarci dei messaggi da leggere che potrebbero minare le nostre fredde presenze.
Le futilità alimentano il vivere, la quotidianità, mentre  le nebbie avvolgono le nostre anime; il mio volto si dilegua alla vista di chi ancora mi cerca per aver un qualcosa di cui vergognarsi.

La storia infinita che sono sospira nel pomeriggio inoltrato ridotto a una sagoma indistinta e silente.

La fredda sala d’aspetto rimane un angolo asciutto e riparato mentre il vento trasporta folate di pioggia sui vetri ridotti a frantumi, cicliche litanie sciorinano passaggi di treni invisibili diretti al centro del cuore che è sempre subbuglio; trattengo un conato di vomito e disgusto per quello che non vorrei essere ma a volte trapela ed ammanta di buio il mio eroico e tattico stoicismo.

“La paura uccide la mente…”

Allora meglio non pensare, rifugiarsi nei comodi abbracci delle delizie quotidiane fatte di cibi, bevande e fisici sfoghi; pagando si intende per la droga del corpo o quella dell’anima.

Conosco soluzioni previste e prevedibili, ed il quotidiano fatto di gesti consumati o di strade note dalle quali è deleterio deviare.

Ho sonno la notte ma fatico a dormire, il peso degli anni incombe come pesante fardello in cui rovistare alla ricerca di medicamenti portentosi che leniscano le mille ferite e le cicatrici che solcano i visceri.

Ora ascolto il lamento della terra, la noia di un giorno qualsiasi, una canzone che sento lontana e fatico a distinguere; ho freddo, ho quasi la nausea.

Prosegue la ricerca di approdo, di aiuto, vedo in altri l’oblio fatto di consuete abitudini, vedo anche i rapporti cambiare, divenire scogli a cui aggrapparsi per non affogare (ed erano prima spiagge assolate) nello svolgersi delle eterne tempeste dell’anima.

Musicalmente stanco mi stacco dal pianoforte (che mai ho suonato) per inseguire le note che non so più ascoltare, il suono si stempera nell'oscurità e svanisce.

La ricerca continua a fatica, le strade si riempiono di ostacoli e la luce d’inverno è fioca e a malapena illumina lo stretto cammino ma continuo a percorrere la vita da Pellegrino Incostante che sono, un viaggio iniziato agli albori del tempo, un viatico religiosamente in progresso.

Frasi sottolineate risaltano il libro dei miei avventurosi trascorsi, costipati resoconti corollati di falsità che ora credo per vere costellano il fiume in piena della mia vita e non c’è diga che lo possa arginare.

Alfred Sisley
"La piena a Port-Marly"



lunedì 6 settembre 2021

Dal "Diario di un inguaribile vecchio" - 12 -

Diario di un inguaribile vecchio 

dinamiche imprecise scandiscono
il tempo, i giorni, le ore disperse;
in un suono di voci proprendo
per il dignitoso silenzio, la vita...

 - 12 -
 
Il tempo della riflessione giunge in un Settembre ancora di sole, l'estate continua nel verde sfavillante del bosco, nella secca dei fiumi riarsi dal calore delle pietraie.
Mi piacerebbe parlare, discutere, immedesimarmi in un tenue tramonto, le spalle ad est per godere la vista del crepuscolo che precede l'ennesima sera di consuetudini.
Le fila dei pioppi geometricamente indirizza al confine del bosco, si riscopre anche la sera quando si è tristi e pieni di dubbi, questa vecchiaia che incombe pesa alle spalle, alla testa, al cuore.
Non ho da recriminare discorsi, pensieri ed azioni, in un confessionale improvvisato distraggo i ricordi, li mescolo, li confondo; ne emerge un disperato paesaggio di umori, tonalità di colori che vanno attenuandosi come  nelle tele troppo a lungo esposte alla luce diretta del sole.
L'obiettivo è appannato e le foto risultano sbiadite e sfocate ma è solo l'illusione dell'attimo, del passo calpestato dal rincorrersi dei sentimentalismi che mi caratterizzano.
La ricerca di passate situazioni è preambolo risaputo di senili turgori che ancora percorrono il corpo.
Io vorrei essere puro respiro per riempire di fiato coloro che amo.
Come un'ispirazione momentanea si scioglie il desiderio in una pausa forzata... ascolto (io che chiedo di ascoltare con il mio fastidioso intercalare) ma non riesco che a sentire il tono del mio respiro, mi concentro sui battiti del cuore alla ricerca di una ritmica da seguire.
Dove stai? 
Dove sei?
Solo dentro me...
Solo come me...
Principessa serena...
Lungo la solitaria strada si snocciola una notte insonne di cammino e immersione naturale (...walk down that lonesome road...) come se servisse a qualcosa continuare a pensare, a cercare vie d'ingresso (o di uscita).
La musica nella mia testa accompagna il pellegrinaggio notturno.
E' forse realtà?
E' sogno?
La retorica della domanda si stempera nel chiarore soffuso, tra un pò sarà sempre crepuscolo e la luce comincerà a dare corpo alle silohuette e consistenza ai contorni.
Devo ricominciare a vedere con chiarezza le cose.
Il rassicurante mondo dei colori confusi mi sta portando in un labirinto impercorribile, ho ancora con me i miei mille amuleti (non butto mai nulla) ma non sò però quale debba usare.
Pulcino sperduto? 
Cucciolo attempato senza direzione?
La stupidità delle considerazioni si stempera nella foschia di questo settembrino riflettere (settembre è il mese del ripensamento disse qualcuno tempo fa in una canzone che ancora qualche volta ascolto).
Continuo a camminare, il ginocchio sinistro mi ricorda spiacevoli sofferenze alle quali fingo distanze infinite (un fingere che non serve a nulla), mi invita alla sosta, al riposo, al sonno ristoratore.
Il rassicurante approdo di una luminosa insegna di locanda si staglia di fronte, non c'è suono nell'aria se non il rintocco mattutino del campanile immerso nella nebbia che circonda la mia anima.
Il posto che cerco è ancora "so far away", lontano insomma...
 
Caspar David Friedrich
"Viandante sul mare di nebbia"
1818, Olio su tela - Amburgo, Kunsthalle

sabato 19 giugno 2021

Dal "Diario di un inguaribile vecchio" -11-

Diario di un inguaribile vecchio

la mia vita, il mio scorrere incessante
è da tempo troppo spesso temporale,
infinitesimi attimi di pioggia rigano
sguardi che non sanno più inveire...
 
-11-
 
Rammento il senso dei sorrisi e quello dei ritorni inaspettati dopo lunghi silenzi fatti di giorni impassibili scanditi dalla tarda primavera che ora il sole scalda di pesanti ore assetate.
I percorsi stretti avvisano dlle difficoltà da incontrare ma noi non sappiamo vedere, ci limitiamo a subire i contraccolpi del senso che vogliamo dare alle cose che ci toccano.
Vorrei essere una leggera brezza, accarezzare e consolare il mio lento incedere che non sa direzione se non quella del primordiale istinto di andare avanti, di non fermarsi e chiedersi.
Lo scenario esterno è sole che scalda un verde trionfante, sono un contrasto vivente per il grigio che ho dentro, un colore che scalpita e comprime il sentimento che cerco anch'io di soffocare.
I lunghi crinali delle vallate che amavo ancora mi chiamano con voce pacata da un senso di immediato ristoro e riposo, non la ascolto da tempo, non voglio; conservo scampoli di ricordi sereni che non mi va di rimettere in gioco.
Il sibilo di una raffica di vento trasporta i semi di pioppo in tutte le direzioni, come fossero fiocchi di vita che cabrano nei cieli delle esistenze terrene in cerca di un fertile approdo.
I pappi si posano leggeri sulla mia strada, ora sembra innevata.
Una tranquillità artificiale pervade il mio essere intero, assaporo il respiro e placo il temporale che ho dentro... ricordo... ed ero sereno.
Le sagome della città mi riconducono qui.
Il sole mi brucia la pelle ma non scaccia ancora il freddo che provo, giù nell'anima, in fondo.
Costringo alla luce un pensare fuori tempo.
"Gli amanti non gridano mai, sussurrano perchè non hanno bisogno di imporsi, amano solo farsi capire"; urla solo chi non vuole ascoltare, chi deve sopraffare la solitudine che prova.
Nella mia vita non ho sussurrato spesso ma ho gridato tanto.
Una rondine garrula e felice volteggia sul tetto.
Un acclarato e dimensionato contesto mi spinge ad usuali gesti, ora sono nella mia casa, preparo un caffè, riassetto sogni e fantasie notturne in un elenco ordinato.
Mi cerco disperatamente allo specchio, ho tagliato i capelli e cresciuto la barba per sembrare più vecchio, per non piacermi, per non amarmi più così tanto, troppo.
Fuori è ancora alba, il mattino presto è solo per pochi.
"Io ti penso" dopo tanto silenzio e un migrare afinalistico e continuo mi dice che non mi devo illudere, che devo razionalizzare il contesto senza dare importanza ai contorni.
La forza del respiro irrompe in questo clima di attesa.
Sorseggio dalla mia tazza preferita mentre assisto impassibile al giorno che arriva, cercherò di viverlo con propositi contingenti ed ordinatamente allineati.
 
Claude Monet
"Pioppi sull'Epte"

martedì 25 maggio 2021

Dal "Diario di un inguaribile vecchio" -10-

Diario di un inguaribile vecchio

Un sole freddo illumina la vastità del mare,
conchiglie rotte insabbiate i miei pensieri,
ricreo disegni sulla rena bagnata della battigia
la risacca in un niente ne fa “tabula rasa” ...

-10-  

Ossimori  al limite del ridicolo affollano la mia mente come un freddo sole, quando sono agitato e compulsivo non riesco a ragionare con lucidità e mi affosso in maceranti ossessioni che ricalcano le mie deluse aspettative.
Collimare situazioni inverosimili è roba da grandi, da adulti, il bambino che in me stride, rifiuta appellativi sarcastici e si richiude in riflessioni che hanno poco a che vedere con le contingenze situazionali.
Perlustro in lungo e in largo i miei disegni mentali, li passo in attenta rassegna cercando di coglierne il giusto verso osservazionale.

La pioggia sferza il grigiore di questi momenti.
La costante ricerca di costanti è un dato di fatto, lampante, nei suoni contratti del mondo si cela il mistero di come siamo, di ciò che sta alla base di ognuno di noi.
La pioggia è una fredda carezza.

Nuvole bigie rimpiattinano come grevi ancelle il cielo di Maggio, ancora il freddo mi brivida lungo la schiena bagnata.

Cammino nell’erba gonfia di acqua, ancora piove e respiro boccate di umido fiato mentre osservo il rivolo d’acqua che segue il profilo di un muretto sbrecciato di sassi.

L’inguaribile romantico che sono perdura la sensazione di lieve dolore, un disagio che percorre il mio cuore, in un maniacale gioco delle parti trasfiguro in eroico “bohemienne”, mi trascino i sensi immaginando l’assenzio, il laudano ed altre misticanze che possano lenire il peso dell’anima.

Lo scorrere alterato del colore del fiume ne preannuncia la piena.

Un tonfo improvviso e un rumore  attutito mi allarma, vigilo i sensi in un ridicolo stato di allerta.
Sono stato tanti figuri, ho fatto cose che ancora provo vergogna, sono stato anche tante cose.

Ho comunque gli occhi pieni di luoghi, di città perdute e dimenticate, di città piene di gente e di odori buoni e nauseabondi, ho passeggiato litorali chiari o nebbiosi e river-walks molto spesso affollati, ed ero da solo o in compagnia cattiva poco importa.
 

Con il sole e con il temporale
con la luce e nel buio.
Comunque sempre con il cuore,
anche quando non sembra…

Mi sono decompresso come un venefico gas e ho tolto respiro arrivando giù, dove so di fare male, dove pochi sanno giungere, fino a toccare le corde profonde del cuore ma spesso non ho trovato che un muscolo a pompare e mi sto ancora intossicando da solo.
Le brume dei miei paesaggi le hanno vedute poche persone ma spesso chi le ha godute ha pensato bene di  scarabocchiarle di ovvietà e banalità.
Ecco, non so vivere il banale, sono solo in grado di sopravviverlo e mi coglie un’angosciante sensazione di solitudine nella insulsa calca della moltitudine che brulica nel mio quotidiano.
Faccio un'estrema ed estenuante fatica a comprendere, a volte non capisco e mi tortura il pensare di congetture e dinamiche forzate, non corrispondenti a ciò che invece rappresentano e sono.
Ancora sta piovendo fuori e dentro di me e devo rientrare.

Andre Kohn
"Sotto la pioggia"


 

sabato 15 maggio 2021

Dal "Diario di un inguaribile vecchio" -9-

Diario di un inguaribile vecchio

inutili lacrime rigano a tratti
rosee guance di provati profili;
il tempo, la musica, le possibilità arpionate,
quando il respiro è fatica, quando è dolore...

-9-  

Non posso che nascondere la vergogna di piangere, gli stereotipi lo richiedono, le spiegazione lo costringono.
Questo contesto comprime tutto, la musica fatica a raggiungermi solo il silenzio viene percepito con i sensi protesi ad ogni minimo angolo di visione, con il cuore che spinge nelle arterie il sangue per sollevare il petto, nel buio, nelle solitarie convinzioni e nelle incertezze continue.
Non siamo che attimi nel gorgo del tempo, istanti soffiati dal vento impetuoso che accompagna uno svolazzare di sensazioni; i capelli più radi, le sopraciglia imbiancate, le rughe, le unghie, i contorni.
Il temporale ci avvicina l'anima anche se siamo lontani da noi, in quel viaggio che da sempre si vuole evitare troviamo le tante ragioni, le spiegazioni ai discorsi, i ragionamenti esclusivi.
Tacciamo le cose che vorremmo dire, ricacciamo in gola le parole che dovremmo urlare, in nome di un perbenismo affollato, pieno di ingiurie e pensieri retroattivi.

Il profilo delle montagne mi avvisa che non è loro la colpa, che dentro di me devo cercare risposte alle domande del cuore e nella mente un turbinio di sostanza produce scritti ed incarta sentimenti da vecchio nostalgico.

Il meccanismo delle convinzioni passa attraverso convenzioni radicate, insegnate ed assimilate come pietre miliari nel nostro percorso verso la meta che nessuno vorrebbe raggiungere mai.
Non esiste condizione peggiore di quella in cui ci vogliamo infilare vestendo panni di attempati e ridicoli eroi che fanno di piccole tragedie le loro sostanze vitali.
Ancora ci crediamo capaci di reggere l'urto del vivere.
Siamo inguardabili quando, tronfi di ciò che pensiamo di essere, pavoneggiamo gli specchi e i riflessi ci rimandano immagini che mai noi vorremmo apparire o vedere.
Sognamo mari infiniti e non siamo che minime alture di sabbia su spiagge che il vento riappiana in un nulla.
La verità è che non vogliamo le possibilità che desideriamo e, quando succedono, straniti corriamo come pulcini disorientati, timorosi di tutto e senza direzione.
Il silenzio del mattino si sta ora animando illuminato dalla luce del sole, mi guardo attento, scaccio paure e delusioni ma sento ancora in lontananza il brontolio del temporale che ancora ho in me, dentro.

Giovanni Segantini
"Dopo il temporale"

domenica 2 maggio 2021

Dal "Diario di unguaribile vecchio" -8-

Diario di un inguaribile vecchio

un crescendo di note infrange
le silenziose rive che attraverso;
il mio fiume è ora palude
osservo un rosseggiare lontano...

-8-  

Bisogna essere capaci di dare un senso alle cose che accadono.
Certo non è sempre facile, non è sempre lineare e conseguente ma ci si deve sforzare per farlo.
Ciò che avviene succede fuori ma è dentro di noi che il rimescolamento e la condizione si sviluppano e lasciano scie di umori e stati d'animo che sono solo nostri, che è quasi impossibile condividere con qualcuno nel modo preciso di come li viviamo.
Le cose succedono, non pensano.
Tutti i giorni siamo in grado di vedere negli altri con chiarezza, distinguiamo parentesi, virgolettati, grassetti, ci sembra tutto così logico, lineare, è un carattere che crediamo di poter liberamente leggere senza dubbi interpretativi.
Dal telefono che ammutolisce al brontolio del tuono.
La differenza tra ottimismo e pessimismo è come si ascolta ed interpreta, come si vede.
In realtà dovremmo sempre ringraziare il corso delle cose che accadono, guardiamoci in giro, ci sono persone che vorrebbero succedesse qualcosa per smuovere il loro inconcludente procedere e darebbero chissà cosa perchè anche una benche minima cosa potesse loro accadere a smuovere la monotonia.
Siamo una processione di anime verso una meta che non conosciamo, arranchiamo il percorso cercando di conquistare le posizioni di testa per essere i primi, nel bene  e nel male e, degli altri, ci interessano sempre gli aspetti che non possiamo avere, buffo.
Ci dà pace un tramonto ma speriamo in una nuova alba, da sempre.
La considerazione di un trimestre mi riporta indietro nel tempo come in una nemesi già sperimentata, già vissuta ed ancora vivida nella mente e carica di quesiti non risposti.
Ora ha smesso di piovere ma ho l'anima davvero intrisa di acqua.
Ciò che fu ha la costante del presente, si ripercuote nei bugigattoli del sentimentale, del poetare strapazzato di un romanticismo scaduto.
Continuo a credere in un orizzontale distinguo, in un fortunale che gonfi le vele e mi porti lontano in correnti che distaccano, che possano alimentare nel loro scorrere continuo ed eterno, fucine creative.

Eppure mi piace pensare al dolore che spesso accompagna i sorrisi, alla gioia che supera i bordi delle mille disperazioni.
Riesco ancora a volermi bene, malgrado me stesso.
Il mattino continua a martellare la mia quotidianità, con apparente disinteresse mi scaccia da quello che vorrei essere, da quello che profondamente sento.
Non aiuta il silenzio ma riflette pareti di immagini velate, sfuocate, in un flash-back di fotogrammi impietosi, ma non sempre così nitidi.
Mi rifugio nel cuore di un posto così diverso da quello che mostro che non possa essere visto, ho bisogno di me.
L'asfalto bagnato di questo inizio di Maggio è consapevolmente colpevole, lo guardo con infinito affetto, con tenero distacco, mi vedo riflesso in una pozzanghera ancora pulita, sono invecchiato.

Léon Laurent Galand (1872-1960)
  "Marina con scogliera"

lunedì 26 aprile 2021

Dal "Diario di un inguaribile vecchio" -7-

Diario di un inguaribile vecchio

Imprimiamo sforzi enormi, tesi,
impegni incostanti, trame, lutti,
ardori improvvisi, incrinature evidenti;
siamo assolati campi di fieno...

 -7-

La magica luce del pontile staglia la sua sagoma incerta nel chiarore dell'alba.
Il tempo della riflessione è ora, negli anni che anellano percorsi che molti solo sognerebbero di fare; la vita non è mai banale se lo vogliamo e anche l'alba lo ricorda ogni giorno che passa se la sappiamo guardare con occhi disincantati e fermi.
Un insieme di colori tinge il pastello del tedio, si sovrappongono nella mente le poesie che amo, quelle che credo di sapere e di poter scrivere anch'io.., un suono nel silenzio mi distrae dal pensiero, cammino.
 
La foschia si dirada col mattino che incalza, è grigio il cielo, ora lo vedo distintamente, in nitidezza, il fiume, questo fiume, fluisce in nastro argentato fin dove posso guardare, ho freddo ancora, ancora mi copro.

Conto i respiri ed affretto il passo, voglio rientrare nel mondo normale, mi rassetto la mente, scorro i doveri quotidiani, ne ho pochi ma ancora ne ho qualcuno.

Il rumore dei sassi sotto i piedi mi rivela il sentiero ancora imbrumato, scende qualche goccia di pioggia.

Ho osservato il mistero del cerchio, le rune, simboli che sommano sempre a dare risultati inattesi, confusione nel sogno, distante.

Il pontile è scomparso, lontano ormai da quello che sono, un uomo al rientro, le pendici di un'erta mi indicano ancora il cammino, affretto il mio passo, non voglio tardare.

Il sogno tramanda pensieri e piano si sgretola in miriadi di pezzi, come un mosaico fatico a ricomporne qualcuno, il ricordo è frammentato, inutile, non riesco a riordinareil puzzle della mia esistenza e la scatola è praticamente vuota.

La luce in cucina contrasta quella del mattino, forse la spegnerò.

Il ticchettio dell'orologio mi richiama al presente, è tempo di pensare lo dice il risveglio degli altri, lo dice il mattino che entra sgargiante nel mio mondo presente fatto di incertezze e di dubbi; trattengo un sospiro sapendo che l'ansia mi è compagna infedele da sempre, sapendo che ora mi prende e costringe; il respiro si fa più prepotente e domina l'anima e il cuore, ora è il tempo della mente, sarà lei a prendere il controllo, a dominare le folate di vento che ancora, ogni tanto, mi trasportano via.

Claude Monet
"Nebbia mattutina"

venerdì 16 aprile 2021

dal "Diario di un inguaribile vecchio" -6-

Diario di un inguaribile vecchio

 Le mescolanze situazionali impongono
scelte, decisioni, impeti ed azione,
le vie ed i percorsi si snodano
con assolute direzioni ancora possibili

 -6-

Eppure si pensava fosse tutto più chiaro.
E' difficile equilibrare la vita, specie quando gli aventi non fanno che sopraffarci, ci annichiliscono in incomprensibili e strani sviluppi, ci lasciano col fiato corto e la mente confusa.
Divenire è un continuo sforzo da questo letargico attimo di infinita impotenza, è un immane, tragico gioco delle parti, che avviluppa, che stringe come morsa la nostra distinta visionaria imperizia, quella che ci fa commettere imprudenze, quella che non riusciamo mai ad imparare.

Siamo istanti indivisibili di quello che crediamo possibile, ci trastulliamo di stupide vanità, fini in fondo, fino ai confini del mondo.
 
Il cammino impervio ci costringe alla riflessione, a frenare per comprendere e gestire, nel modo migliore possibile, per quello che siamo.

Alternanza di pioggia e sole, come in un dipinto di fine secolo. Siamo macchiaioli della nostra anima, sfruttiamo le esigenze del tempo, ci concediamo istanti perplessi e magiche visioni, poi riaffiora il reale, cerchiamo finalmente un contegno.

L'alba viene sempre, il chiarore del mattino ci induce a riflettere per poi impostare il nostro pensiero alla meditazione che faremo la sera, quando il buio ritorna con il suo abbraccio notturno.
Animali di affetti quali siamo riusciamo a carpire il segreto delle cose solo quando le vediamo distintamente, non più preda del possesso arrogante, non più sfumate dalle contorte ed affascinanti magie che riesce a perpetrare la nostra indomabile mente.
La fine del giorno in fondo è solo un tempo di brevi bilanci.

Vincent Van Gogh
"Campo di grano all'alba"

venerdì 26 marzo 2021

Dal "Diario di un inguaribile vecchio" -5-

Diario di un inguaribile vecchio

 Scellerate azioni proiettano visioni
in un loop continuo e fastidioso
errori si sommano a sbagli
delicate imprecisioni di insani gesti

 -5-

Anche tacere nasconde trame indistinte.
In un viavai di pensieri la testa perde capacità cognitive, si torna bambini a guardare le nuvole dell’anima, si cerca ragione là dove ragione non c’è.
Mi ritrovo spesso ad urlare il sole, il vento, la pioggia, come il giorno che crebbi, senza accorgermi crebbi ed il sorriso accennato si spense ma rimase il sarcasmo, l’ironia della sorte e la vita contigua.
Stridono i poeti incassati tra assi di legno, in quei libri ho da sempre cercato risposte alle mille domande, qualcuna l’ho trovata ma il rifugio è sempre stato potente, sicuro, intimo e ancora lo sento.
Riassetto come posso la complicata geografia del cuore in un intento fallito di chiarezza interiore, la pace si stende sul labirinto dei pensieri, si calma il respiro.
Non paga il silenzio quando serve il rumore, gli errori si assommano alle mosse sbagliate e danno somme pesanti, che gravano e costringono il petto nei respiri che cercano sfogo ma sfogo non hanno.
E' tempo di lunghi pensieri e riflessi allo specchio; è tempo di alcuni bilanci rimandati da troppo.
Si assottiglia il percorso che quasi si vede la fine in lontananza.
Le mani rovinate dagli anni ancora si muovono a creare momentanee magie segnate da fervide immaginarie mentali, come disegni e arabeschi colorano i sogni… o sono i sogni a colorare i disegni?

Linee impercettibili si arroccano a confine invalicabile, marcano sentieri imprecisi di impavide voglie, si stagliano vivide incastonate tra vette di monti immobili; le vie si intersecano e confondono in un intrigo di sentieri da sempre percorsi, ormai segnati e risaputi.

Un dignitoso silenzio mi pervade ancora.

Età dell’oro e innocenti richiami si stingono nell’umido abbraccio delle mie sensazioni di quando non riesco a capire, un senile gesto di affetto mi cinge le spalle di questo cammino.
Riavvolgo ancora gli ultimi istanti.

Non basta, ancora non riesco a capire.
Fuori la notte cede spazio alle ore del giorno ma è ancora crepuscolo mattutino e fatico a scorgere risapute sagome, a dare la forma reale e incastonarle nel posto che loro spetta nel mondo fuori dagli occhi miei.
La leggerezza non è mai stata il mio forte ma si deve imparare, rientrare nei ranghi per farsi capire, per essere compreso e non solamente frainteso nelle cose che sono e che appaio.
Vorrei prolungare di un niente il mio sonno.

Claude Monet
"Impressioni, levar del sole"

lunedì 15 marzo 2021

Dal "Diario di un inguaribile vecchio" -4-

Diario di un inguaribile vecchio

 un improbabile fauno insegue una ninfa
bellezza raccolta, musicata, resa viva;
il tempo che scorre non cancella

un carattere stanco ma ancora orgoglioso

-4-

Claude Debussy e il suo fauno, una ninfa che sfugge.
Il poema di Stéphane Mallarmé è reso suono, diventa visione e concretizza una possibile storia.
Ancora la musica spiega, racconta; il mondo è quello fantastico di un'ellade percorsa da mitici esseri, i protagonisti sono un passionale fauno ed una bellissima ninfa; il tempo probabilmente l'estate, sicuramente il primo pomeriggio di una luminosa giornata assolata.
La ninfa scappa ma non si sottrae, il fauno insegue, lusinga, insiste, ma non raggiunge.
La metafora della vita scorre nel filo di note suadenti, i miei occhi si chiudono, assaporo gli istanti, i fotogrammi nella mia anima si sgranano e sfociano in visioni confuse, sfuocate.
I sensi esplodono e l'anima non contiene la mente che vaga, lontano, su crinali proibiti e nascosti, su colline isolate.
L'animale prevale, la passione rovina atmosfere, da sempre. 
Rifletto e la musica continua, mi prende in un vortice che non riesco a domare, la mente vacilla mentre forze ancestrali prevalgono e vincono, il corpo risponde.
La musica ancora prosegue, ora è più calma ed il sole prorompe.
Nei mille vorrei mancano quelli dovuti, richiesti.
Calmo a fatica gli ardori di un tempo, la gioventù scompare davanti allo specchio, mi guardo macchiato da un attimo di folle passione e provo vergogna, cerco ristoro nell'acqua.
Il satiro ora è triste e la musica continua e spiega il contesto.
Ritorno in me stesso sommerso da mille domande e nessuna risposta.
Rispetto?
Ragione?
Lo spazio così angusto?
O solo il tempo che avanza?
Dov'è la mia musa? Con chi giace stanotte?
Ricaccio i pensieri in un angolo nascosto della mia psiche e riprovo attenzione alla musica.
In un solitario soliloquio mi dico le troppe motivazioni al mio gesto, "sei solo", "il tempo incombe", "non durerà", "sei vecchio", "carpe diem", "ob torto collo", domande, risposte, incisi superflui e sciocchi...
Sopravvivo anche a me stesso, a quella parte animale che emerge e sovrasta le cose che scrivo e anche quelle che spesso io dico.
Un'inguaribile sensazione di tenerezza per quello che sono mi prende, vorrei essere forte, presente, sempre sotto controllo, ma non ci riesco.
La musica è finita ma non ho voglia di ascoltare altro.
 
 

sabato 6 marzo 2021

Dal "Diario di un inguaribile vecchio" -3-

 

Diario di un inguaribile vecchio

 Solitarie imprese si stampano crude
su smalti bianchi, fine ingloriosa di un sogno;
nel chiaroscuro prevale il dormiveglia, il torpore,

rimane risacca nei pensieri del mio essere mare...

-3-

L'improvvisa catarsi riempie di significati il cosmo interiore che abbiamo, quel profondo che molti non sanno; forse rimane privilegio di pochi intimismi creare e alimentare mondi segreti.
Vedo vastità inespresse di indicibili imprese schiantarsi sul muro delle realtà disinvolte che siamo, vedo il dolore affiorare sulla rima di labbra troppo spesso dimesse da contesti irrisolti creduti unici, i soli possibili e quindi veri.
Sono ancora oltremodo preda di rivoli di antiche e giovanili passioni, mi guardo e riguardo alla ricerca di un senso, invitto ritrovo perdute cose, attimi forse, istanti cristallizzati in angoli angusti.
Sono qui ancora.
Ancora vivo!
Ancora vivo mi dico, ancora a sopravvivere ai monti coperti da nuvole grige che promettono pioggia, ancora a percorrere battigie che l'inverno rende di tenui colori pastello dove il viola e l'azzurro si mescolano in toni screziati ad imitare il "melange" colore dell'anima che mi batte nel petto e coltiva la mente.
Il grigiore che osservo contiene gli umori, la forza di un antico coacervo di mille soluzioni, di tante disperate, assurde, afinalistiche rincorse a treni che non abbiamo saputo prendere, o fermare... e li abbiamo lasciati sfumare, dileguarsi e sparire in orizzonti frammentati e scomposti.
La tavolozza che sono si arricchisce ogni volta che torno, nuove tonalità cercano spazio tra quelle risapute ed usate come pastelli del tedio i miei pensieri vagano nel mondo interiore.
Io rimango un animale di affetti, sentimenti che debordano in prevalenze confuse dove il fanciullo, l'uomo ed il vecchio si mescolano e non sanno darsi pace del tempo che incalza.
Il fiume procede la sua calma discesa nel mare che penso di essere, placido e lento continua il suo corso a lambire le sponde che fanno paesaggio di fiaba, infinito racconto del vivere, corollario preciso di passato e presente.
Il fiume prosegue.
Il fiume conosce la strada.
La bruma cede spazio alla luce del giorno e si dissolve, la mia immaginazione ritorna alla solitudine di questa mattina, la caffettiera borbotta  nel silenzio spargendo aroma di caffè in tutta la casa.
 
Claude Monet
"Tramonto sulla Senna in inverno"