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L'ombra è l'opposto del sole, ma si nutre di esso.
Un cielo grigio non genera ombre: nessun contrasto, nessun pensiero.


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domenica 31 maggio 2026

Marine a Bordighera

Marina a Bordighera, 1926

Le marine rappresentano uno dei temi più celebri e apprezzati della produzione artistica di Pompeo Mariani (Monza, 1857 – Bordighera, 1927), pittore italiano spesso accostato alla corrente dell'Impressionismo italiano per la sua straordinaria gestione della luce e del colore.
A Bordighera (IM) la sua tavolozza si arricchì di trasparenze marine, verdi luminosi e contrasti tra cieli cupi e sprazzi di azzurro.
 

Antico, sono ubriacato dalla voce
ch'esce dalle tue bocche quando si schiudono
come verdi campane e si ributtano
indietro e si disciolgono.
La casa delle mie estati lontane,
t'era accanto, lo sai,
là nel paese dove il sole cuoce
e annuvolano l'aria le zanzare.
Come allora oggi in tua presenza impietro,
mare, ma non più degno
mi credo del solenne ammonimento
del tuo respiro. Tu m'hai detto primo
che il piccino fermento
del mio cuore non era che un momento
del tuo; che mi era in fondo
la tua legge rischiosa: esser vasto e diverso
e insieme fisso:
e svuotarmi così d'ogni lordura
come tu fai che sbatti sulle sponde
tra sugheri alghe asterie
le inutili macerie dei tuo abisso.

EugenioMontale

Pompeo Mariani a Bordighera

Mari, lontani, vicinanze mentali
negli assidui pensieri, coinvolti
e sogni, svago nell'anima asperse
le vite di altri ancora convergono...
  
Le "marine" di Pompeo Mariani realizzate a Bordighera (IM) rappresentano uno dei vertici della pittura paesaggistica italiana a cavallo tra l'Ottocento e il Novecento.
L'artista di origine monzese, affascinato dalla luce e dalla natura del litorale ligure, si stabilì definitivamente a Bordighera (IM) fino alla morte, trasformando il mare della Riviera in un soggetto costante e iconico della sua produzione artistica.
(dalla rete)

sabato 30 maggio 2026

La morte non è niente

La morte non è niente. Sono solamente passato
dall'altra parte: è come fossi nascosto nella
stanza accanto.
Io sono sempre io e tu sei sempre tu. Quello che
eravamo prima l'uno per l'altro lo siamo ancora.
Chiamami con il nome che mi hai sempre dato,
che ti è familiare; parlami nello stesso modo
affettuoso che hai sempre usato. Non cambiare
tono di voce, non assumere un'aria solenne o
triste. Continua a ridere di quello che ci faceva
ridere, di quelle piccole cose che tanto ci
piacevano quando eravamo insieme.
Prega, sorridi, pensami!
Il mio nome sia sempre la parola familiare di
prima: pronuncialo senza la minima traccia
d'ombra o di tristezza.
La nostra vita conserva tutto il significato che
ha sempre avuto: è la stessa di prima, c'è una
continuità che non si spezza. Perché dovrei
essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente,
solo perché sono fuori dalla tua vista? Non sono
lontano, sono dall'altra parte, proprio dietro
l'angolo.
Rassicurati, va tutto bene. Ritroverai il mio
cuore, ne ritroverai la tenerezza purificata.
Asciuga le tue lacrime e non piangere, se mi
ami: il tuo sorriso è la mia pace.

Sant' Agostino

Rimane quella sensazione strana,
di  un vago, di un vacuo torpore;
dentro di me, sgomitando insiste
infinita dolcezza, un tuo rimprovero...

venerdì 29 maggio 2026

Palmira


Palmira
 
Logorata dal tempo
ma non nel cuore,gonfio
di scale salite a fatica
nella Savona tua e nostra.
 
Il tempo, le cose di vita
come l'amore, le gioie,
profondamente intima,
la mia disperata rincorsa.

Ricordiamo ricordi?
discussioni di ore e ragioni,
sigarette, sonno, pazienza
e sulle spalle il mondo.

Parte di me ti scongiura
ti chiede un saluto da dare
quando sarai nell'eterno
col tuo sorriso materno...
 
Anonimo
del XX° Secolo
poesie ritrovate 
 
Non mi è solito commentare queste poesie,
ma stavolta ne sento il bisogno, urla
la mia impotenza a gestire il fiume del ricordo
spero solo di rivederti un giorno felice...

giovedì 28 maggio 2026

Segnale

Un segnale percepito  è l'interpretazione soggettiva e cognitiva che un sistema (sia esso biologico o artificiale) elabora a partire da uno stimolo fisico grezzo.

Segnali
 
Giù, dentro,profondo
lo sento... segnale, silenzio;
confondo le carte,i discorsi,
giù, sotto,nel cuore...
 
Anonimo
del XX° Secolo
poesie ritrovate 
 
È il risultato finale del filtraggio 
e dell'elaborazione di un segnale originale,
che tiene conto del contesto, 
del rumore di fondo 
e dei limiti del ricevitore.
(dalla rete)

mercoledì 27 maggio 2026

Che allegria, vivere

L'allegria di vivere è uno stato di benessere profondo e leggerezza. Più della felicità, che è duratura, la gioia è un'emozione momentanea che si coltiva focalizzandosi sulla gratitudine quotidiana, accettando le fasi di tristezza come temporanee e apprezzando le piccole cose del presente (dalla rete).

Che allegria, vivere

Che allegria, vivere
e sentirsi vissuto.
Arrendersi
alla grande certezza, oscuramente,
che un altro essere, fuori di me, molto lontano
mi sta vivendo.
Che quando gli specchi, le spie,
mercurio, anime brevi, confermano
che sono qui, io, immobile,
serrati gli occhi e le labbra,
chiuso all’amore
della luce, del fiore e dei nomi,
la verità transvisibile è che cammino
senza i miei passi, con altri,
là lontano, e lì
sto baciando fiori, luci, parlo.
Che esiste un altro essere con cui io guardo il mondo
perchè sta amandomi con i suoi occhi.
Che esiste un’altra voce con cui io dico cose
non sospettate dal mio gran silenzio;
ed è che anche mi ama con la sua voce.
La via – che slancio ora! -, ignoranza
degli atti miei, che lei compie,
in cui lei vive, duplice, sua e mia.

E quando lei mi parlerà
di un cielo scuro, di un paesaggio bianco,
ricorderò
stelle che non ho visto, che lei guardava,
e neve che nevicava nel suo cielo.
Con la strana delizia di ricordare
di aver toccato ciò che non toccai
se non con quelle mani
che non raggiungo con le mie, tanto distanti.
E spogliato di sé potrà il mio corpo
riposare, tranquillo, morto ormai. Morire
nell’alta certezza
che questo viver mio non era solo
il mio vivere: era il nostro. E che mi vive
un altro essere di là della non morte.

Pedro Salinas 

Nel dualismo ricerchiamo
un senso di comunione
come unione inscindibile
che spesso si scioglie...
 
L'allegria di vivere (spesso definita anche "gioia di vivere") è una potente forza interiore e un atteggiamento mentale orientato al benessere, alla leggerezza e alla gratitudine quotidiana. 
Non si tratta di una felicità superficiale o perenne, ma della capacità di assaporare il presente e accogliere ogni cambiamento con energia positiva.

martedì 26 maggio 2026

Poesia e riflesso

Le maestrine

Le mie terre di vigne, di prugnoli e di castagneti
dove sono cresciute le frutta che ho sempre mangiato,
le mie belle colline – hanno un frutto migliore
che fantastico sempre e non ho morso mai.
Quando si hanno sei anni e si viene in campagna
solamente l’estate, è già molto riuscire
a scappar sulla strada e mangiar frutta acerba
coi ragazzotti scalzi, in pastura alle vacche.
Sotto il cielo d’estate, distesi nei prati,
si parlava di donne tra un gioco e una lite
e quegli altri sapevan misteri e misteri
sussurrati ghignando nell’ozio divino.
Sulla strada davanti alla villa si vedono ancora
– la domenica – parasolini passar dal paese;
ma è lontana la villa e non c’è piú ragazzi.

Mia sorella era allora ventenne. Venivano sempre
sul terrazzo a trovarci bei parasolini,
vesti chiare d’estate, parole ridenti:
maestrine. Parlavan magari di libri
imprestati tra loro – romanzi d’amore –
e di balli, di incontri. Io ascoltavo inquieto
e non pensavo ancora alle braccia scoperte,
ai capelli assolati. Il mio solo momento
era quando sceglievano me per guidare il gruppetto
a mangiare dell’uva e sedersi per terra.
Mi scherzavano insieme. Una volta mi chiesero
se non avevo già l’innamorata.
Fui seccato, piuttosto. Io stavo con loro
per distinguermi: come sapevo salire su un albero,
per trovare i bei grappoli e correre forte.

Una volta incontrai sulla Strada Ferrata
la piú schiva di queste ragazze, una faccia un po’ assorta
ma bruciata di biondo e parlava italiano.
La chiamavano Flora. Io gettavo in quel mentre
sassi al disco dei treni. L’amica mi chiese
se sapevano a casa di quelle prodezze.
Io confuso. E la povera Flora mi prese con sé
perché andava – mi disse – a trovar mia sorella.
Era un gran pomeriggio dei primi d’estate
e per stare un po’ all’ombra e arrivare piú presto
ci buttammo nei prati. Vicino a me Flora
mi chiedeva qualcosa che piú non ricordo.
Arrivammo a un ruscello ed io volli saltarlo:
finii mezzo nell’acqua, tra l’erba.
Dall’altra parte Flora rise forte,
poi si sedé e ordinò che non guardassi.
Ero tutto agitato. Sentivo sciacquare
la corrente, sciacquare e mi volsi improvviso.
Svelta com’era e forte nel corpo nascosto,
la mia amica scendeva la riva, le gambe scoperte,
abbagliante. (Era ricca Flora e non lavorava).
Mi rimproverò un poco coprendosi subito,
ma ridemmo alla fine e le porsi la mano.
Per la via del ritorno ero troppo felice.
Ma quando fummo a casa, niente busse.

Come Flora, a ventine ce n’è ai miei paesi.
Sono il frutto piú sano di quelle colline,
i parenti arricchiti le fanno studiare
e qualcuna ha mietuto nei campi.
Hanno volti sicuri che ti guardano seri e son tanto golosi:
signorine si vestono come in città.
Hanno nomi fantastici presi nei libri,
Flora, Lidia, Cordelia ed i grappoli d’uva,
i filari dei pioppi, non sono piú belli.
Me ne immagino sempre qualcuna che dica:
Il mio sogno è di vivere fino a trent’anni
in una casa in cima a una collina
ben battuta dal vento e accudire soltanto
alle piante selvatiche spuntate lassú.
Sanno bene che cos’è la vita: alle scuole
passano in mezzo a tutte le miserie,
le bestialità aperte di piccoli bruti,
e sono sempre giovani. Da vecchie…
ma non voglio pensarle da vecchie, per me
le avrò sempre negli occhi, le mie maestrine,
col bel parasolino, vestite di chiaro,
– la collina un po’ scabra e bruciata, per sfondo –
il mio frutto, il piú buono, che ogni anno rinnova.

Cesare Pavese

Il passato in ricordi veloci,
ragazzi intenti alla vita e il sole
a scaldare roventi muri
di una piccola città...

lunedì 25 maggio 2026

Donne...

Nella poesia di Charles Baudelaire, la "donna vampiro" rappresenta la figura della femme fatale che prosciuga le energie vitali e spirituali del poeta, incarnando un amore distruttivo, carnale e ossessivo da cui è impossibile liberarsi.
(dalla rete)
 
Il vampiro

O tu che con la lama di un coltello
nel mio cuore dolente sei entrata,
tu che con la potenza di un drappello
di demoni sei venuta, adornata

e folle, tu che del mio animo vinto
hai fatto il tuo giaciglio, il tuo maniero,
o essere infame, a te io sono avvinto
come alla sua catena il prigioniero,

come al suo gioco chi l’azzardo sogna,
come al fianco s’attacca il bevitore
e come al verminaio la carogna.
Sii maledetta, e maledetta ancora.

Spesso ho pregato il veloce pugnale
che mi riconsegnasse a libertà,
ho chiesto all’empio veleno mortale
di soccorrer la mia pavidità.

E invece, ahimé, presi da grande sdegno,
il pugnale e il veleno m’hanno detto:
“D’essere liberato non sei degno
da questo tuo servaggio maledetto,

idiota; se da questo tuo martirio
ti liberasse la nostra fatica,
i tuoi baci ridarebbero vita
al cadavere di quel tuo vampiro”.

Charles Baudelaire

Per Baudelaire, l'amore non è una forza salvifica o spirituale, ma una deviazione che accentua lo Spleen (la noia angosciosa dell'esistenza)
Il vampirismo diventa così l'allegoria di una mutilazione dell'anima: la donna-vampiro succhia l'ispirazione e la dignità dell'uomo, trasformando l'amante in un complice sottomesso della propria stessa rovina.
 
Invaghirsi, consumarsi,dolersi,
in contesti di ridicole mosse
vedo tentativi goffi e vani;
chi va spesso non torna...

domenica 24 maggio 2026

Anthem

Questa celebre frase, tratta dalla canzone Anthem di Leonard Cohen, è un potente messaggio di speranza. E'una bellissima metafora sull'accettarsi così come siamo. Ci ricorda che le nostre ferite e imperfezioni non sono solo difetti, ma punti di apertura che permettono a una nuova prospettiva, o a una nuova forza vitale, di entrare nella nostra vita.
(dalla rete)

Nelle crepe del cuore la luce
che entra trafigge, rischiara
amori passati, irrisi e delusi;
rimane un chiarore suffuso...
 
...There is a crack, a crack in everything. 
That's how the light gets in...

sabato 23 maggio 2026

Cipressi (Cupressus sempervirens)

Vincent Van Gogh -"Due cipressi"

Nel paesaggio rurale, specialmente in Toscana, i filari di cipressi venivano usati storicamente per delimitare i confini poderali o per indicare ai viandanti la presenza di una dimora, di una chiesetta o di un luogo dove trovare riparo.

 
Vigili indifferenti

 All’angolo della via,
come due enormi carabinieri,
fanno la guardia
due cipressi neri.
E alle lor rigide gambe
l’ultimo avanzo s’affida
d’un vecchio tabernacolo rotto.
Si legge ancora sotto:
«Salutate Maria».

Aldo Palazzeschi 

I cipressi (genere Cupressus) sono alberi sempreverdi appartenenti alla famiglia delle Cupressaceae, celebri in tutto il mondo come simbolo iconico del paesaggio mediterraneo e toscano.
Il cipresso è un millenario simbolo di immortalità, eternità e connessione tra il mondo terreno e quello divino;
simboleggia principalmente l'immortalità, la vita eterna e l'elevazione spirituale.
La sua forma slanciata che punta verso l'alto ricorda una fiamma, rappresentando il legame tra la terra e il divino.

Edicole di campagna nel sole
che ricordo e l'estate fuggeva
in fretta tra frescure e risorgive
dove il tempo e alcuni cipressi...
 
La sua associazione profonda con il lutto e la vita oltre la morte deriva sia dalle sue caratteristiche biologiche sia da antichi miti. Oltre al significato spirituale di vicinanza a chi soffre, i cipressi si piantano nei cimiteri per ragioni pratiche. Le loro radici si sviluppano in senso orizzontale o scendono a fuso senza espandersi lateralmente in superficie, evitando così di danneggiare le tombe circostanti.  
(dalla rete)

venerdì 22 maggio 2026

Mediterraneo

A vortice s'abbatte
sul mio capo reclinato
un suono d'agri lazzi.
Scotta la terra percorsa
da sghembe ombre di pinastri,
e al mare là in fondo fa velo
più che i rami, allo sguardo, l'afa che a tratti erompe
dal suolo che si avvena.
Quando più sordo o meno il ribollio dell'acqua
che s'ingorgano
accanto a lunghe secche mi raggiunge:
o è un bombo talvolta ed un ripiovere
di schiume sulle rocce.
Come rialzo il viso, ecco cessare
i ragli sul mio capo; e scoccare
verso le strepeanti acque,
frecciate biancazzurre, due ghiandaie.
(Mediterraneo)

Eugenio Montale 

Mediterraneo è una celebre sezione centrale della raccolta poetica Ossi di seppia (1925) di Eugenio Montale, configurata come un vero e proprio poemetto unitario diviso in nove testi (o "movimenti") dedicati interamente al mare.
All'interno dell'opera montaliana, quest'ampia ode marina rappresenta il nucleo lirico in cui il poeta esplora il suo tormentato rapporto con la natura, la memoria e l'infanzia vissuta lungo le coste della Liguria.
(dalla rete)

Mare che purifica nel sale
il sole che attraversa il vento;
spuma lattea e sabbia nel cuore
dove vive ricordo feroce e potente...