Città d'isola
sommersa nel mio cuore,
ecco discendo nell'antica luce
delle maree, presso sepolcri
in riva d'acque
che una letizia scioglie
d'alberi sognati.
Mi chiamo: si specchia
un suono in amorosa eco,
e il segreto n'è dolce, il trasalire
in ampie frane d'aria.
Una stanchezza s'abbandona
in me di precoci rinascite,
la consueta pena d'esser mio
in un'ora di là dal tempo.
E i tuoi morti sento
nei gelosi battiti
di vene vegetali
fatti men fondi:
un respirare assorto di narici.
Salvatore Quasimodo
L'espressione che dà il titolo al componimento evoca un movimento eterno e ciclico, capace di riportare a galla i frammenti della memoria e del mito personale.
Nelle strofe finali, il legame con la terra d'origine si fa biologico e ancestrale. Il poeta percepisce la presenza dei defunti attraverso la natura, in una fusione panica ed ermetica tra l'elemento umano, il ricordo e il mondo botanico.
In questa bellissima poesia merge la tipica stanchezza e la sofferenza legata all'isolamento esistenziale e all'identità individuale, che trova un momento di tregua solo nell'abbandono al ricordo e all'eco della propria voce.
Il componimento appartiene alla fase ermetica di Quasimodo, caratterizzata da un linguaggio evocativo, analogico e concentrato.
(dalla rete)










