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L'ombra è l'opposto del sole, ma si nutre di esso.
Un cielo grigio non genera ombre: nessun contrasto, nessun pensiero.


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lunedì 5 ottobre 2026

Ottobrino

Ottobre deriva il suo nome dal latino “october”, l’ottavo mese del calendario romano che inizia con il mese di marzo.
(dalla rete)

Poi l’estate svanisce e passa, e arriva ottobre.
Si fiuta l’umidità, si sente u
na chiarezza insospettabile,
un brivido nervoso, una veloce esaltazione,
un senso di tristezza e di partenza.

Thomas Wolfe 

Ottobre è il decimo mese dell'anno nei calendari giuliano e gregoriano.
Ha una durata di 31 giorni e rappresenta il cuore dell'autunno nell'emisfero boreale.
È il mese associato alla vendemmia, alla semina e allo spettacolare fenomeno del foliage, in cui le foglie degli alberi assumono calde tonalità calde di giallo, arancione e rosso.

Ottobre
è il mese della transizione per eccellenza, un periodo dell'anno capace di risvegliare sensazioni intime, contrastanti e profondamente radicate nei nostri ritmi naturali.

Capire Ottobre è un'alba durante
 attimi di vento a scompigliare
pensieri distopici, artefatti urbani;
è ancora silenzio ora il fuori...
 
Da un lato evoca la malinconia per la fine definitiva dell'estate, ma dall'altro porta con sé il piacere intimo del rallentare, del calore domestico e di un nuovo inizio progettuale.
Le "sensazioni di ottobre" non sono solo suggestioni poetiche, ma riflettono una reale trasformazione dell'ambiente, dell'umore e del nostro organismo. Dal punto di vista fisico, ottobre porta spesso una netta sensazione di stanchezza, sonnolenza e pigrizia. Non si tratta di una sensazione immaginaria: la riduzione delle ore di luce solare altera i nostri ritmi biologici, provocando un aumento della melatonina (che induce il sonno) e una riduzione della serotonina (l'ormone del buonumore); è normale avvertire anche rigidità muscolare al risveglio o piccoli fastidi di adattamento termico.

sabato 26 settembre 2026

Luna piena in un cielo di latta

Luna piena

Al centro del cielo di latta
s’appiccica
il triangolo della luna piena:
scarlatta.
«Ti senti di volermi bene un pochino?»
Sembra d’esser nel mondo
in fondo a un azzurro catino. 

Aldo Palazzeschi 

L'immagine evoca un paesaggio surreale, fantastico e giocattolo, tipico dello stile di Palazzeschi, dove la luna assume una forma geometrica e un colore acceso in un cielo artificiale ("di latta").

Cieli arrossati da lune
non sempre nuove, silenti
come i sospiri di che si ama;
nel buio rimane un profumo... 
 
In senso astronomico/fisico, una luna piena assume un colore scarlatto o rossastro durante un'eclissi lunare totale. 
In questa configurazione, l'atmosfera terrestre devia la luce solare filtrando le frequenze blu e lasciando passare solo quelle rosse, che riflettono sulla superficie del nostro satellite. Può apparire rossastra anche quando è molto bassa all'orizzonte a causa della diffusione della luce attraverso uno strato più spesso di atmosfera (dalla rete).

mercoledì 16 settembre 2026

Un colltello nel cuore

Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale
siccome i ciottoli che tu volvi,
mangiati dalla salsedine;
scheggia fuori del tempo, testimone
di una volontà fredda che non passa.
Altro fui: uomo intento che riguarda
in sé, in altrui, il bollore
della vita fugace - uomo che tarda
all'atto, che nessuno, poi, distrugge.
Volli cercare il male
che tarla il mondo, la piccola stortura
d'una leva che arresta
l'ordegno universale; e tutti vidi
gli eventi del minuto
come pronti a disgiungersi in un crollo.
Seguìto il solco d'un sentiero m'ebbi
l'opposto in cuore, col suo invito; e forse
m'occorreva il coltello che recide,
la mente che decide e si determina.

Eugenio Montale

Nel cuore entrano spesso
affilati coltelli, dolori, solcano
come navi il mare di anime
incolte, rozze e ignoranti...

Il "coltello nel cuore" rappresenta un dolore emotivo lancinante, un grave tradimento o una ferita affettiva profonda inflitta da una persona cara. L' iconografia del cuore trafitto da un pugnale o da un coltello è un classico dello stile Old School, simbolo di un amore finito male, di una gelosia distruttiva o di un giuramento di vendetta (dalla rete).

domenica 6 settembre 2026

Aria afosa

L'aria afosa è una condizione atmosferica caratterizzata da un alto tasso di umidità e da temperature elevate, che rende difficile la sudorazione e amplifica in noi la percezione del calore. Il sistema cardiocircolatorio deve lavorare più intensamente del normale per cercare di disperdere il calore, causando all'organismo cali di pressione, stanchezza e mal di testa.
Quando l'aria è satura di vapore acqueo infatti, il sudore non evapora e il corpo non riesce a raffreddarsi efficacemente, provocando quella classica sensazione di soffocamento e pesantezza (dalla rete).

Ancora e ancora,
il grido instancabile delle cicale
trafigge l’aria afosa dell’estate
come un ago al lavoro
su uno spesso panno di cotone.

Yukio Mishima

Del caldo afoso ricordo notti
passate ad ascoltare i grilli
amori liquefatti riemergono
da anfratti spaccati dal sole...

mercoledì 5 agosto 2026

Water closet

da Acqua chiusa 

Dio pazientissimo giorno e notte ci insegue;
dove meno si pensa ci attende all’agguato,
non ha bisogno di croce o di altari:
anche nei vestiboli di marmo sterilizzato
che non si possono nominare
egli viene a tentarci proponendoci
la salvezza dell’anima.
(In quel preciso momento, 1950)

Dino Buzzati 

"Acqua chiusa" è un celebre racconto breve di Dino Buzzati pubblicato nel 1950 all'interno della raccolta "In quel preciso momento".
Il titolo gioca sull'italianizzazione ironica del termine inglese water closet (il gabinetto, WC).
Nonostante l'ambientazione apparentemente comica o quotidiana, il testo racchiude uno dei nuclei più profondi e inquietanti della poetica buzzatiana: l'irruzione dell'assoluto e del mistero nella banalità della vita di tutti i giorni.
(dalla rete)

Negli scritti troviamo conforto
anche in Dio, perduto, sconfitto
lacrimante, grondante di dolori umani
perplesso e risentito da tempo...
 

 

martedì 4 agosto 2026

Piccolo cane

Il termine Canicola deriva dal latino Canicula ("piccolo cane"), ed era utilizzato per indicare Sirio, la stella più luminosa della costellazione del Cane Maggiore nonché del firmamento, dopo il Sole, che appunto dal 24 Luglio al 26 agosto sorge e tramonta pressoché con il Sole. 
Secondo una versione della mitologia greca il Cane Maggiore sarebbe, invece, Lepalo, il cane di Procri, figlia del re ateniese Eretteo. Lepalo era così veloce che nessuna preda poteva sfuggirgli. 
A Procri era stato donato da Minosse, re di Creta, che nei confronti della fanciulla nutriva tenere speranze. Minosse lo ereditò dalla madre Europa, che a sua volta lo ebbe in dono da Zeus, innamoratosi di lei. 
D'agosto
Avido lutto ronzante nei vivi,
Monotono altomare,
Ma senza solitudine,
Repressi squilli da prostrate messi,
Estate,
Sino ad orbite ombrate spolpi selci,
Risvegli ceneri nei colossei...
Quale Erebo t’urlò? 
Giuseppe Ungaretti 
Sirio, trae le suo origini dal termine greco seirus che significa “che fa appassire” o “che fa inaridire”. In effetti è molto appropriato se si pensa che, nei giorni della levata eliaca di Sirio, cioè quando la stella sorge all’alba insieme al Sole, siamo nel periodo più caldo dell’estate, nei cosi detti “Giorni del Cane”, da cui appunto canicola. 
Infatti tra la fine di luglio e la fine di agosto Sirio sorge e tramonta in quasi contemporaneità al Sole. I nostri antenati notarono questa coincidenza col periodo più caldo dell’anno e lo definirono di conseguenza.
 
Ermetiche frasi scompongono
l'incedere di assurda canicola;
 caldi, lenti, fiumi più non danno
ristoro alle membra, solo paura... 
 
Nell’antico Egitto notiamo che Sirio, che gli egiziani identificavano con Iside (dea della maternità e della fertilità), rivestiva un ruolo ancor più importante e vitale. Si pensava infatti che fosse proprio la levata eliaca di questa stella il fattore scatenante delle piene del Nilo, evento che gli egiziani attendevano con grande favore, poiché le sue esondazioni andavano a fertilizzare i terreni irrorati, permettendo quindi il sostentamento della popolazione.
(dalla rete)

sabato 25 luglio 2026

Sonetto Shakespeariano


Sonetto 27

Consunto da fatica, corro presto a letto
caro ristoro al corpo distrutto dal cammino;
ma allor nella mia testa s’apre un’altra via
a stancar la mente or che il mio corpo ha tregua.
Svelti i miei pensieri da lontano ove dimoro
volgono in fervido pellegrinaggio a te
e tengono spalancate le mie palpebre pesanti
scrutanti quelle tenebre che il cieco sol conosce:
ma ecco che la vista immaginaria del mio cuore
presenta la tua ombra al mio sguardo senza luce,
che, simile a diamante sospeso nel buio più nero,
fa la cupa notte bella e il suo vecchio volto nuovo.
Così di giorno il corpo, di notte la mia mente
per colpa tua e mia non trovano mai pace.
 
William Shakespeare  
 
Il Sonetto 27 di William Shakespeare descrive l'amore come un pensiero che non si ferma mai, parlando della stanchezza del corpo, del viaggio della mente nel buio e della mancanza di pace.
(dalla rete)
 
Nel nitido pensare cose care
assumono contorni sfuocati
visi dissolvono veli di tempo
rimane un costretto al petto...

mercoledì 1 luglio 2026

Faticosamente

Faticosamente

Faticosamente sollevo insieme
pesanti palpebre gonfie
dei notturni incubi sognati.
 
Insisto algiorno che preme
sul petto al cuore tronfie
immagini, lontani afflati.

Anonimo
del XX° Secolo
poesie ritrovate
 
Faticosamente è un avverbio della lingua italiana che significa "in modo faticoso, con grande sforzo o con notevole difficoltà".
Indica un'azione che richiede un forte dispendio di energie fisiche o mentali per essere portata a termine. 
Nasce dall'unione dell'aggettivo faticoso con il suffisso -mente, utilizzato in italiano per formare gli avverbi di modo.
(dalla rete)

sabato 20 giugno 2026

È triste la sera stanca...

Cesare Pavese
apriva così una delle sue poesie più intime, catturando quel momento in cui la stanchezza del giorno si trasforma in malinconia. La sera, per molti, è il momento in cui le difese si abbassano e i pensieri farsi più pesanti; la sera porta con sé un senso di esaurimento e malinconia, spesso è il segnale di un accumulo di stress o di un calo fisiologico delle energie.

È triste la sera
stanca.
Ma è tanto triste
che non piange neppure.
È triste come quel bocciolo di rosa
piccolo chiuso e chino
che pare non s’abbia ad aprire
mai piú
per non vedere la vita.
(Tre grandi margherite
sane, aperte, diritte,
guardano fisso, stupite,
come tre belle bimbe un po’ sciocchine).
L’aria è profumata a primavera
e il tenue profumo
con un’ebrezza strana
stringe tanto il cuore
come sul far della sera
in campagna
quando si passa presso il Camposanto.
(Un orologio con tic tac regolare
accompagna il monotono
cinguettio delle rondini).
… È triste la sera
stanca.
Ma nulla piange…
… e silenziosa
… scende la notte
profonda.
(solo ora
dalle tenebre
dense e maestose,
sconsolato
sale
un singhiozzo).

Cesare Pavese

La tristezza della sera, visioni,
colori caldi e tepore dai muri
inondati di sole, ora ombre
risaputi fantasmi, compagni...
 
La stanchezza serale è una risposta fisiologica naturale, guidata dall'accumulo di adenosina e dalla conversione della serotonina in melatonina con il calare della luce. Tuttavia, per contrastare il calo di energie, può essere utile curare l'idratazione, seguire un'alimentazione leggera ed evitare sforzi intensi prima di coricarsi. Il livello di cortisolo è più alto al mattino per dare energia e scende la sera per favorire il riposo, bassi livelli di cortisolo fanno emergere e amplificano la sensazione di stanchezza. 
(dalla rete)

venerdì 5 giugno 2026

Aufileno e Aufilena

100

Per Aufileno e Aufilena, fratello e sorella,
muoion d'amore i piú bei giovani di Verona,
per lui Celio, per lei Quinzio: puoi dirlo,
certo, un sodalizio dolcemente fraterno.
Chi preferite? te, Celio, che senza riserve
m'hai offerto la tua straordinaria amicizia
quando una fiamma feroce mi bruciava il cuore:
sii felice, Celio, e possa arriderti l'amore

Publio Valerio Catullo

Tra umori dissoluti, vaghi
come lettere affidate al mare
ci pensiamo permeati di sole,
invece siamo colmi di ombre...

In base ai carmi di Catullo, Aufileno (in latino Aufillenus) e Aufilena (in latino Aufillena) sono due fratelli, protagonisti di una serie di componimenti dai toni sarcastici e moraleggianti. Aufileno e Aufilena sono due fratelli veronesi che diventano oggetto del desiderio e dei pettegolezzi della cerchia di amici del poeta. all'interno del Liber (dalla rete).

lunedì 25 maggio 2026

Donne...

Nella poesia di Charles Baudelaire, la "donna vampiro" rappresenta la figura della femme fatale che prosciuga le energie vitali e spirituali del poeta, incarnando un amore distruttivo, carnale e ossessivo da cui è impossibile liberarsi.
(dalla rete)
 
Il vampiro

O tu che con la lama di un coltello
nel mio cuore dolente sei entrata,
tu che con la potenza di un drappello
di demoni sei venuta, adornata

e folle, tu che del mio animo vinto
hai fatto il tuo giaciglio, il tuo maniero,
o essere infame, a te io sono avvinto
come alla sua catena il prigioniero,

come al suo gioco chi l’azzardo sogna,
come al fianco s’attacca il bevitore
e come al verminaio la carogna.
Sii maledetta, e maledetta ancora.

Spesso ho pregato il veloce pugnale
che mi riconsegnasse a libertà,
ho chiesto all’empio veleno mortale
di soccorrer la mia pavidità.

E invece, ahimé, presi da grande sdegno,
il pugnale e il veleno m’hanno detto:
“D’essere liberato non sei degno
da questo tuo servaggio maledetto,

idiota; se da questo tuo martirio
ti liberasse la nostra fatica,
i tuoi baci ridarebbero vita
al cadavere di quel tuo vampiro”.

Charles Baudelaire

Per Baudelaire, l'amore non è una forza salvifica o spirituale, ma una deviazione che accentua lo Spleen (la noia angosciosa dell'esistenza). 
Il vampirismo diventa così l'allegoria di una mutilazione dell'anima: la donna-vampiro succhia l'ispirazione e la dignità dell'uomo, trasformando l'amante in un complice sottomesso della propria stessa rovina.
 
Invaghirsi, consumarsi,dolersi,
in contesti di ridicole mosse
vedo tentativi goffi e vani;
chi va spesso non torna...

lunedì 18 maggio 2026

Prime tristezze

Le prime tristezze
, celebre poesia di Marino Moretti contenuta nella raccolta Poesie scritte col lapis (1910), ruota attorno alla scoperta del senso di colpa e del disincanto attraverso il fallimento di un piccolo atto di ribellione infantile: marinare la scuola. 
Quanto lontana dalla mentalità moderna questa poesia su una fuga da scuola vissuta con rimpianto, senso di colpa, puro dolore! 
Le ore che non passano: non sono oggi, per i nostri studenti, piuttosto, quelle dentro l’aula? Un mondo rovesciato, in cui si staglia l’eco dell’appello perduto, e si imprimono nella memoria quei due cognomi reiterati (dalla rete).
 

Le prime tristezze

Ero un fanciullo, andavo a scuola, e un giorno
dico a me stesso: “Non ci voglio andare”
e non andai. Mi misi a passeggiare
solo soletto fino a mezzogiorno.

E così spesso. A scuola non andai
che qualche volta da quel triste giorno.
Io passeggiavo fino a mezzogiorno
e l’ore… l’ore non passavan mai.

Così il rimorso teneva il mio cuore
in quella triste libertà perduto,
e qual ansia, mio Dio, d’esser veduto
dal signor Monti, dal signor dottore!

Pensavo alla mia classe, al posto vuoto,
al registro, all’appello (oh il nome, il nome
mio nel silenzio) e mi sentivo come
proteso su l’abisso dell’ignoto.

E mi spingevo fin verso i giardini
od ai vïali fuori di città;
e mi chiedevo: “Adesso, chi sarà
interrogato, Poggi o Poggiolini?”.

O fra me ripetevo qualche brano
di storia (Berengario, Carlo Magno,
Rosmunda) ed era la mia voce un lagno
ritmico, un suono quasi non umano.

E quante volte domandai
l’ora a un passante frettoloso ed era
nella richiesta mia tanta preghiera!
Ma l’ore… l’ore non passavan mai.

Chi mi darà, chi mi darà quell’ore
così perdute dell’infanzia mia?
Non tu, non tu che tanta nostalgia
e tanto affanno mi ridesti in cuore,

non tu, non tu che la tua fronte chini
per tacermi una lacrima o il pensiero
ch’è su la soglia del tuo ciglio nero
e nemmen Poggi e nemmen Poggiolini.

Marino Moretti

“Le prime tristezze” è una poesia che parla di scuola, è una specie di confessione lirica che risente della poetica di Gozzano e di Govoni. In questa composizione Moretti ricorda con tristezza quel “marinare la scuola” di cui molti letterati hanno parlato con accenti e toni seri, ironici, scherzosi, satirici e che ognuno di noi ricorda almeno una volta nella sua vita scolastica.

Un'infanzia quasi scordata
insieme a tanti amici perduti;
lontani nel tempo sono ricordi
come stille di vera tristezza...

mercoledì 13 maggio 2026

Frase e riflesso

Rare sono le persone che usano la mente…
poche coloro che usano il cuore,
e uniche coloro che usano entrambi.

Rita Levi Montalcini

Parole come concitati stati
che l'animo corre,solitario
come un sole d'inverno,
una luce lontana e fioca...
 
Una luce lontana e fioca è un'immagine evocativa che richiama atmosfere di mistero, speranza, solitudine o transizione. Dal punto di vista linguistico, la parola "fioca" indica una luce debole, tenue o parzialmente oscurata, tipica delle ombre o del crepuscolo.
(dalla rete)

venerdì 24 aprile 2026

Cane e uomo

“L'amore tra il cane e l'uomo è idilliaco.
Non conosce conflitti, né scene raccapriccianti;
non conosce sviluppi.”

Milan Kundera

L'amore tra cane e uomo è un legame ancestrale e unico, spesso descritto come la forma più pura di affetto incondizionato.

Amore senza giudizio, animali
diciamo così ma sono la parte

di noi migliore, quella ancestrale;

quando si è amati così è la vita...

Questa connessione non è solo emotiva, ma ha solide basi scientifiche: studi hanno dimostrato che il semplice scambio di sguardi tra un cane e il suo proprietario innesca il rilascio di ossitocina, l'ormone dell'amore, sia nell'uomo che nell'animale
Questo attaccamento, che spesso rispecchia quello tra genitori e figli, offre benefici emotivi reciproci, riducendo lo stress e migliorando la qualità della vita. È una relazione unica che unisce due specie diverse (dalla rete).

lunedì 6 aprile 2026

Sperando che...

"Spes ultima dea" (la speranza è l'ultima dea) è una locuzione latina che significa che la speranza non muore mai e rimane l'ultima risorsa per l'uomo, anche nelle situazioni più disperate. Deriva dal mito greco del Vaso di Pandora, dove la speranza fu l'ultimo dono/bene a rimanere all'interno.

La “Speranza” è quella cosa piumata –
che si viene a posare sull’anima –
Canta melodie senza parole –
e non smette – mai –

E la senti – dolcissima – nel vento –
E dura deve essere la tempesta –
capace di intimidire il piccolo uccello
che ha dato calore a tanti –

Io l’ho sentito nel paese più gelido –
e sui mari più alieni –
Eppure mai, nemmeno allo stremo,
ho chiesto una briciola – di me.

Emily Dickinson 

Emily Dickinson in una delle sue poesie più famose, descrive la speranza come "un essere piumato" (Hope is the thing with feathers) che si posa sull'anima e canta una melodia infinita, senza mai chiedere nulla in cambio.

Oh Spes! ultima dea ancora
le armi irrompono, uccidono;
nel fragore la gente muore
e noi viviamo la speranza.... 
 
L'espressione latina "Spes ultima dea" (la Speranza è l'ultima dea) è una delle immagini più potenti della letteratura e della mitologia, spesso associata al concetto che la speranza non abbandona mai l'uomo, neanche nelle situazioni più disperate.
Il concetto ha una duplice natura: per alcuni è un conforto fondamentale per sopravvivere alle sofferenze, mentre per altri può essere vista come un'illusione che impedisce di vedere la realtà o un segno di debolezza (dalla rete).

mercoledì 1 aprile 2026

Gaio Licinio Calvo

96

Se mai la tenerezza di un conforto può giungere
alle tombe silenziose, Calvo, dal nostro dolore,
dal rimpianto che rivive l'amore passato
e lamenta l'affetto perdutosi nel tempo,
certo Quintilia tanto s'incanta al tuo amore,
che piú non si dispera della sua vita breve.

Publio Valerio Catullo 

Catullo e Licinio Calvo, entrambi poeti neoteroi (poetae novi), erano amici fraterni e colleghi, condividendo un profondo legame basato sull'arte, l'amore per la poesia dotta e la giovinezza vissuta tra "nugae" (poesie leggere) e letteratura.

Nei rimorsi, nei rimpianti,
ricerche imperiose di brevi
passioni, eccitanti momenti
indiscussi attimi di gioia...
 
Il rapporto tra
Gaio Valerio Catullo e Gaio Licinio Calvo rappresenta l'esempio più alto di amicizia intellettuale e solidarietà poetica all'interno del movimento dei neòteroi (i "poeti nuovi").
I due poeti condividevano un gusto per la poesia dotta, raffinata e di breve estensione.
Calvo non era solo un poeta raffinato, ma anche un celebre eccellenteoratore; insieme a Catullo, condivise la rivoluzione letteraria che portò a Roma il gusto alessandrino per la brevità, l'erudizione e la cura formale (labor limae).
Entrambi rappresentano il rinnovamento della poesia latina in epoca cesariana, privilegiando l'erudizione e la raffinatezza formale di matrice alessandrina. 
(dalla rete).

giovedì 19 marzo 2026

Zmyrna (o Smirna)

95

Dopo nove inverni e nove estati di lavoro
finalmente la Zmyrna del mio Cinna è pubblicata,
mentre Ortensio mezzo milione di versi scrive
all'anno...
La Zmyrna arriverà sino alle acque profonde
del Sàtraco e ancora in secoli lontani sarà letta.
Gli Annali di Volusio invece moriranno a Padova
o forniranno cartaccia per avvolgere gli sgombri.
Mi rimanga dunque in cuore il suo piccolo gioiello
e i profani si godano pure l'enfasi di Antímaco.

Publio Valerio Catullo

La Zmyrna (o Smirna) è un famoso epillio perduto scritto da Gaio Elvio Cinna (I sec. a.C.), poeta neoterico e amico di Catullo, che celebra la perfezione formale e la laboriosità, essendo stato composto in nove anni. L'opera, elogiata nel Carme 95 di Catullo, narra il mito dell'amore incestuoso di Mirra per il padre (dalla rete).

 
Momento intermedio, rifletto
su condizioni maturate;
la vie delle cose perdute
imperscrutabili i futuri...