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L'ombra è l'opposto del sole, ma si nutre di esso.
Un cielo grigio non genera ombre: nessun contrasto, nessun pensiero.


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mercoledì 17 giugno 2026

Attesa

Iryna Bondar
«Attesa infinita
Con la poesia "Attesa"  Raymond Carver racconta, in quel suo tipico stile schietto e estremamente diretto, dei mille giri che gli amori fanno prima di giungere alla meta e, soprattutto, della capacità che ha l’amore di superare tempo e distanza. 
Una poesia che tocca nel profondo, chiara e limpida, ma non per questo facile. 
(dalla rete)
 
Attesa

Esci dalla statale a sinistra e scendi giù dal colle.
Arrivato in fondo, gira ancora a sinistra.
Continua sempre a sinistra. La strada arriva a un bivio.
Ancora a sinistra.
C’è un torrente, sulla sinistra. Prosegui.
Poco prima della fine della strada incroci un’altra strada.
Prendi quella e nessun’altra.
Altrimenti ti rovinerai la vita per sempre.
C’è una casa di tronchi con il tetto di tavole, a sinistra.
Non è quella che cerchi. È quella appresso, subito dopo una salita.
La casa dove gli alberi sono carichi di frutta. Dove flox, forsizia e calendula
crescono rigogliose. È quella la casa dove, in piedi sulla soglia,
c’è una donna con il sole nei capelli. Quella
che è rimasta in attesa fino ad ora.
La donna che ti ama.
L’unica che può dirti: “Come mai ci hai messo tanto?”

Raymond Carver

La frase "qualcuno che aspetta" associata a una silhouette evoca una potente immagine artistica e concettuale, spesso utilizzata nella fotografia, nella grafica vettoriale e nella poesia e letteratura in genere per rappresentare inb modo visivo il concetto di attesa, la solitudine o un momento drammatico di transizione.
Attese infinite stagliano
tristi silhouette di persone;
il bagaglio vuoto che pesa
spesso sulle nostre vite...

Attesa, spesso raffigurata con la figura scura di una persona che aspetta l'arrivo di qualcuno, evoca un'atmosfera misteriosa ed elegante o rappresentata da un passeggero controluce davanti alla grande vetrata di un aeroporto o di una stazione, che osserva i binari o le piste al tramonto (arrivi o partenze?).

giovedì 14 gennaio 2021

Tre ragazze

Questa lirica di Dino Campana, come la più celebre Une femme qui passe, fa parte del Quaderno, l’Inedito più cospicuo del poeta essendo costituito da ben quarantré componimenti di  non facile collocazione cronologica, ma generalmente ritenuti di un periodo antecedente a quello dei Canti Orfici

Giacomo Balla
"Ragazza che corre sul balcone"


Tre giovani fiorentine camminano

Ondulava sul passo verginale
Ondulava la chioma musicale
Nello splendore del tiepido sole
Eran tre vergini e una grazia sola
Ondulava sul passo verginale
Eran tre vergini e una grazia sola
E sei piedini in marcia militare. 

Dino Campana

Eran tre vergini e una grazia sola
Ondulava sul passo verginale
Eran tre vergini e una grazia sola
E sei piedini in marcia militare

Come la “femme qui passe” le protagoniste di questo componimento attraversano una via, un ambiente urbano di cui non si coglie alcun carattere individualizzante, malgrado la città di Firenze venga evocata nel titolo.
Una certa contiguità con l’altra lirica è riscontrabile anche nella prevalenza delle immagini ritmiche e nel motivo del passo, con cui le fanciulle sono definite.
Esse hanno le sembianza di antiche dee, una connotazione elegante e spirituale che però viene compromessa nella chiusura, che colora di una sfumatura ironica il quadro solenne dei versi precedenti.
(dalla rete)

sabato 23 marzo 2019

Assiuolo


L'assiuolo
 
Dov’era la luna? ché il cielo
notava in un’alba di perla,
ed ergersi il mandorlo e il melo
parevano a meglio vederla.

Venivano soffi di lampi
da un nero di nubi laggiù;
veniva una voce dai campi:
chiù...
 
 
Le stelle lucevano rare
tra mezzo alla nebbia di latte:
sentivo il cullare del mare,
sentivo un fru fru tra le fratte;
sentivo nel cuore un sussulto,
com’eco d’un grido che fu.
Sonava lontano il singulto:

 chiù...  

Su tutte le lucide vette
tremava un sospiro di vento:
squassavano le cavallette
finissimi sistri d’argento
(tintinni a invisibili porte
che forse non s’aprono più?...);
e c’era quel pianto di morte...
chiù...
 
Giovanni Pascoli
da "Myricae", 1891
 
 
L’assiuolo è un uccello rapace simile al gufo, che in Toscana prende il nome dal suo verso: chiù.
Pascoli prende spunto da una leggenda popolare secondo la quale il verso di questo uccello all'alba annuncia disgrazie e, come per X Agosto, la trasforma e le dà un significato nuovo, più ampio: il canto dell'assiuolo diventa simbolo inquietante della morte, sempre vicina e in agguato.
L'assiuolo è una delle poesie più significative di Pascoli per la ricchezza delle sensazioni visive e sonore, per l'alternarsi di immagini ben definite – come il mandorlo e il melo – con altre sfumate – come l'alba di perla contro la quale si stagliano – che contribuiscono creare un'atmosfera misteriosa e inquieta in cui gli elementi naturali diventano portatori di significati profondi e universali.
La parola chiù, collocata al termine di ognuna delle tre strofe (anafora), assume, in un drammatico crescendo, significati sempre più precisi e inquietanti:
nella prima strofa è una voce che viene dai campi,
nella seconda un singhiozzo, un pianto (singulto),
nella terza un pianto di morte. 
(dalla rete)

la natura ci crea e ci distrugge,
questo mondo ormai è pesante
pieno di insulti e dolori e morte;
l'uomo... il virus della terra...

venerdì 14 settembre 2018

Invernale

Come tu vuoi
 

La tramontana screpola le argille,
stringe, assoda le terre di lavoro,
irrita l’acqua nelle conche; lascia
zappe confitte, aratri inerti
nel campo. Se qualcuno esce per legna,
o si sposta a fatica o si sofferma
rattrappito in cappucci e pellegrine,
serra i denti. Che regna nella stanza
è il silenzio del testimone muto
della neve, della pioggia, del fumo,
dell’immobilità del mutamento.
 
Son qui che metto pine
sul fuoco, porgo orecchio
al fremere dei vetri, non ho calma
né ansia. Tu che per lunga promessa
vieni ed occupi il posto
lasciato dalla sofferenza
non disperare o di me o di te,

fruga nelle adiacenze della casa,
cerca i battenti grigi della porta.

A poco a poco la misura è colma,
a poco a poco, a poco a poco, come
tu vuoi, la solitudine trabocca,
vieni ed entra, attingi a mani basse.
 
È un giorno dell’inverno di quest’anno,
un giorno, un giorno della nostra vita.
 
Mario Luzi
 
Il poeta contemporaneo Mario Luzi, uno degli ultimi poeti ermetici, nella lirica “Come tu vuoi”, tratta dalla raccolta “Onore del vero”, affronta il problema del rapporto tra l’uomo, che vive nella sofferenza causata dalla solitudine e dall’incomunicabilità, e Dio, che è la speranza di una vita diversa, libera dal dolore.

"...ciò che si vuole", ancora,
pilota i nostri scafi nel mare,
controlla gli umori e le vele;
è un attimo, in balia del sole... 

I primi versi della lirica raffigurano un paesaggio invernale: il vento di Nord-Ovest apre delle crepe nei terreni argillosi, raggela la terra dei campi, rendendola dura e difficile da lavorare, ed agita l’acqua contenuta nelle cisterne. Il contadino abbandona i suoi arnesi conficcati nella morsa della terra ghiacciata e lascia l’aratro, abbandonandolo in mezzo al campo. Se esce di casa per andare a prendere la legna, cammina a fatica sul terreno gelato, ogni tanto si ferma intirizzito avvolto nel mantello, tenendo rialzato il largo bavero e stringendo i denti. Nella casa domina il silenzio: cadono la neve, la pioggia, c’è la nebbia, tutto a prova certa di un andamento sempre uguale nel tempo.

Il poeta brucia pigne legnose nel caminetto e ascolta il tremolio dei vetri percossi dal vento, non è sereno, ma neppure angosciato: aspetta qualcuno che ha promesso di arrivare per scacciare il dolore e prendere il suo spazio.
Costui è Dio.
Egli non può dubitare del fatto che il poeta sia pronto ad accoglierlo nella sua anima, lo stia aspettando: bussi alla triste porta della sua casa ed entri! A goccia a goccia si è riempito il sito della sofferenza, anzi è al culmine ed essa non può più essere contenuta, esce fuori, è come l’acqua che travasa da un bicchiere colmo; resta la certezza che Dio giunga e a piene mani prenda l’anima del poeta e la consoli dandole speranza.
Dio, così, porterà la luce chiara del giorno nel freddo, buio, solitario inverno della vita umana (dalla rete).

domenica 20 maggio 2018

Cerilo

Il Cerilo

O fanciulle che il dolce suono seguite con soave
voce, non più le membra ho docili. Fossi il cerilo
che con le alcioni passa sereno sul fiore dell’onda,
uccello di primavera, colore delle conchiglie!
 
Alcmane
Traduzione di Salvatore Quasimodo
 
dal gr. rýlos
(lett.): favoloso uccello marino identificato con l’alcione maschio
La fonte cita il frammento per evidenziare che gli alcioni maschi, chiamati cerili, secondo la credenza, quando diventano deboli per la vecchiaia e non sono più in grado di volare, sono trasportati dalle femmine sulle loro ali.
 Quello che
Alcmane
si augura con le vergini del coro è che, debole per la vecchiaia e incapace di danzare con i cori e balli delle ragazze, vorrebbe, in un ultimo, malinconico slancio, essere trasportato da loro.
(da Wikipedia)
  
uccelli marini, lontani e grandi,
volano cieli infiniti e tempestosi;
piccolo passero guardo ed ammiro,
nel mio piccolo volo, volo anch'io...
 
 

mercoledì 2 maggio 2018

Ho visto cose...

Scena finale

ho lasciato la porta mezza aperta
sono un animale che non si rassegna a morire

l'eternità è l'oscura cerniera che cede
un piccolo rumore nella notte della carne

sono l'isola che avanza sostenuta dalla morte
o una città ferocemente accerchiata dalla vita

o forse non sono nulla
solo l'insonnia
e la brillante indifferenza degli astri

deserto destino
inesorabile il sole dei vivi si alza
riconosco quella porta
altra non c'è

ghiaccio primaverile
e una spina di sangue

nell'occhio della rosa

Blanca Varela
da " Crocifinzioni"
traduzione di Stefano Bernardinelli
 
  

il "clou" delle cose avviene
quando non ce lo aspettiamo,
è un attimo di turbine assoluto
poi, ritorna la calma...

 
Ho visto cose che voi umani... è un modo di dire derivato dal monologo pronunciato dall'androide Roy Batty nel film di fantascienza Blade Runner, del 1982, diretto da Ridley Scott e ispirato al romanzo "Il cacciatore di androidi" (Do Androids Dream of Electric Sheep?) di Philip K. Dick.
Tale frase, che non è presente nel romanzo, nel doppiaggio originale del film inizia in realtà in maniera leggermente diversa:
"Io ne ho viste cose..."
Nel film la frase è l'incipit (in forma leggermente modificata) del soliloquio di Rutger Hauer (doppiato in italiano da Sandro Iovino) nei panni del replicante Roy Batty, il quale sotto la pioggia prima di morire afferma amaramente:
 

(EN) « I've seen things you people wouldn't believe,
attack ships on fire off the shoulder of Orion,
I watched c-beams glitter in the dark near the Tannhäuser Gates.
All those moments will be lost in time,
like tears in rain.
Time to die. »

(IT) « Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi:
navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di
Orione,
e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser.
E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo,
come lacrime nella pioggia.
È tempo di morire. »
(Rutger Hauer/Roy Batty)

giovedì 5 aprile 2018

La vita, il vento

 
La vita, il vento
                     

La vita che alla sfuggita abborracciava
la tempesta primaverile e proseguiva,
la vita – il vento dalle cento lusinghe
mai mantenute – che procedeva,
le sue cento imprese e il disastro
e proseguiva, la vita, il vento,
la vita, così dolce quando le aggrada.

André Frénaud

Traduzione di Ornella Sobrero
 
 
"Deve essere stato un soffio di vento che ha rubato la morbidezza dei miei anni di bambino.
Chissà a chi l’ha donata.
Forse a un altro bambino o a un prato di primavera.
O forse dopo tanti anni continua a portarla con sé come un tesoro.
Se trovassi le vie segrete dei venti, mi metterei alla ricerca di quel soffio e gli chiederei di restituirmi – anche anche se solo per pochi istanti – la mia morbidezza perduta."

Fabrizio Caramagna 
 
la vita come un vento instancabile,
a volte è furia e tempesta davvero,
spesso è brezza leggera e delicata;
vorremmo essere vele indistruttibili,
ci piacerebbe dominare imperterriti...

giovedì 9 novembre 2017

Lirica greca


"Saturno"
Santa Maria del Fiore - FI
una lirica greca che ben si sposa
con l'arrivo della stagione fredda, buia;
il desiderio di morte è in ognuno di noi,
ma è la vita che prevale,
almeno fin quando ci riesce.
E ci pare di morire ogni volta,
così come di rinascere...

Gujil
 
Come le foglie è una poesia del poeta greco Mimnermo, in distici elegiaci, giuntaci, probabilmente integra, tramite l'Antologia di Stobeo.
In questo testo il poeta si sofferma nuovamente sul discorso di antitesi tra i divertimenti della giovinezza e l'incombenza triste della vecchiaia.
La poesia è scritta in distici elegiaci.
Il testo inizia con il paragone senza tempo tra uomini e foglie, ricorrente nella letteratura ed è di stampo omerico. Omero, infatti, nel VI libro dell'Iliade, durante l'incontro tra Diomede e Glauco, paragona le generazioni degli uomini alle foglie: Viene anche ripreso da Virgilio nel VI libro dell'Eneide durante la discesa agli inferi di Enea, paragonando il gran numero delle foglie secche in autunno al gran numero di anime che affollavano l'Ade; da Dante nella Divina commedia nel III canto dell'Inferno, sempre a indicare il gran numero di dannati sulla riva dell'Acheronte, e da Giuseppe Ungaretti nella poesia Soldati per parlare della caducità della vita, specie in periodo di guerra (da Wikipedia).
E' una bella e suggestiva traduzione fatta da Salvatore Quasimodo; vi risparmio il testo in greco antico (per chi lo volesse...basta chiedere).


Mimnermo
Al modo delle foglie che nel tempo
fiorito della primavera nascono
e ai raggi del sole rapide crescono,
noi simili a quelle per un attimo
abbiamo diletto del fiore dell'età
ignorando il
bene e il male per dono dei Celesti.
Ma le nere dee ci stanno sempre al fianco,
l'una con il segno
della grave vecchiaia
e l'altra della morte
. Fulmineo
precipita il frutto di giovinezza,
come la luce d'un giorno sulla terra.
E quando il suo tempo
è dileguato
è meglio la morte che la vita.


Mimnermo
Traduzione: Salvatore Quasimodo 
 
mi manca la primavera, oggi,
sta arrivando la stagione del buio,
si copre il cielo dopo tanto sole;
che sia un breve tempo...

martedì 21 febbraio 2017

Rasserenarsi

Quando l’aira rischiara e rinserena,
e ‘l mondo torna in grande diletanza
e l’agua surge chiara de la vena
e l’erba vien fiorita per sembianza
e gli augilletti riprendon lor lena
e fanno dolzi versi i[n] loro usanza,
ciascun amante gran gioia ne mena
per lo soave tempo che s’avanza;
ed io languisco ed ò vita dogliosa;
com’altr’amante non posso gioire,
che la mia donna m’è tanto orgogliosa,
e non mi vale amar né ben servire:
però l’altrui alegrezza m’è noiosa,
e noiami ch’io vegio rinverdire.
 
Bondie Dietaiuti
 
 

Parafrasi:

Quando l’aria si fa più chiara e serena, il mondo ridiventa molto più lieto e l’acqua sgorga chiara dalla sorgente e l’erba diviene fiorita sotto il nostro sguardo e gli uccelletti riprendono vigore ed emettono dolci gorgheggi secondo la loro abitudine, tutti gli innamorati si mostrano molto felici per la dolce stagione che sta avanzando; io (invece) soffro e la mia vita è triste; non posso rallegrarmi come tutti gli altri innamorati, perché la mia donna è estremamente altera con me, e non è sufficiente che io l’ami e sia suo fedele servitore: perciò l’allegria degli altri mi è sgradita, e tutto questo rifiorire mi dà fastidio.        

 
 


il sereno torna sempre, sempre,
"homo selvadego per natura", si scrive,
come me , mancato uomo dei boschi,
quando piove rido al sereno.
 

Commento:

Arriva la primavera, col cielo azzurro; la terra si risveglia lietamente, l’acqua zampilla chiara dalle fontane, l’erba cresce rigogliosa, gli uccelli gorgheggiano: è il classico paesaggio primaverile della poesia provenzale.

Ma la dama del poeta è altera e superba, e lui è l’unico, in contrasto con tutti gli altri lieti amanti, a sentirsi non solo triste, ma anche infastidito da tutto questo risveglio.

Il sonetto è diviso simmetricamente in un’ottava (gioiosa) e una sestina (triste).

Come altri poeti siculo-toscani di transizione tra i Siciliani e gli Stilnovisti, verso la metà del XIII secolo, anche Bondie gioca con questi schemi culturali mostrando, se non grande originalità, una delicata sicurezza di toni e d’accenti.

Tema analogo e identica struttura si ritrovano nel celeberrimo Zefiro torna e ’l bel tempo rimena del Petrarca, e dureranno a lungo nella nostra poesia.

Forse è superfluo osservare che per Bondie sarebbe quasi impossibile immaginare un verso folgorante come il petrarchesco e primavera candida e vermiglia.     

(TRECCANI - scelta, parafrasi, commento e note a cura di Gigi Cavalli) 

giovedì 22 dicembre 2016

Villa chiusa


James Wiens
“Lavender Villa”
Villa chiusa
                              ne la campagna romana

So d'una villa chiusa e abbandonata
da tempo immemorabile, secreta
e chiusa come il cuore d' un poeta
che viva in solitudine forzata.

La circonda una siepe aggrovigliata
di bosso, ed una magica pineta
la cui ombra non più rende inquieta
la garrula fontana disseccata.

Tanta è la pace in questa intisichita
villa, che pare quasi che ogni cosa
sia veduta a traverso d' una lente.

Solo una ventarola arrugginita,
in alto, su la torre silenziosa,
che gira, gira interminatamente.
 
Corrado Govoni
da “Le fiale”, Lumachi, 1903

 
Corrado Govoni
(Tàmara, 29 ottobre 1884 – Lido dei Pini, 20 ottobre 1965)

in questa bella poesia  tratta da "Le fiale" Govoni mostra appieno quel suo tipico e disinvolto uso dell’analogia, quel rifiuto delle canoniche sublimazioni poetiche è solo accennato.
Vi possiamo intravedere e leggere anche qualcosa di Aldo Palazzeschi, con la sua fontana malata, con i suoi palazzi misteriosi (visioni tipiche della poetica di Palazzeschi).
Quello che più salta agli occhi e risalta è la scelta di un posto, di un luogo per simboleggiare uno scenario che sfiorisce,  di decomposizione, di appassimento: e Govoni mette a frutto tutta la sua abilità stilistica nel ricreare l’atmosfera, giocando con una serie di aggettivi (chiusa, abbandonata, segreta, disseccata, intisichita, arrugginita).
Questa poesia appare immobile come un quadro, un dipinto, movimenta la scena solo quella vecchia banderuola che gira senza fine (dalla rete).
 
 
 anche la mia casa è chiusa, sola,
montagne intorno le parlano
il fiume le scorre di fianco, lento,
mai non riesco a tornare...

giovedì 8 gennaio 2015

Antico Inverno


Antico inverno
 
Desiderio delle tue mani chiare
nella penombra della fiamma:
sapevano di rovere e di rose;
di morte. Antico inverno.
Cercavano il miglio gli uccelli
ed erano subito di neve;
così le parole.
Un po' di sole, una raggera d'angelo,
e poi la nebbia; e gli alberi,
e noi fatti d'aria al mattino
 
Salvatore Quasimodo
  

Jean Beraud

A un antico inverno è dedicata una poesia di  Quasimodo (1901-1968), Nobel per la letteratura 1959.
In quest’inverno descritto da Quasimodo con dieci versi molto significativi  troviamo “un po’ di sole”, “la nebbia” e “noi fatti d’aria al mattino”. In effetti è esperienza comune che camminare durante le mattine d’inverno, ci fa diventare come aria, frizzanti per rigore e vaporosi per il respiro.
Inverno : tempo di neve e di freddi paesaggi illuminati dalla luce di un sole scialbo.
Ma dal gelo emerge calda e rassicurante, un’immagine femminile alla quale la memoria del poeta ritorna con la speranza di rivivere l’incanto del passato e forse di sentirsi ancora felice, lieve e trasparente come l’aria.
Nel ricordo il poeta scopre  la forza del desiderio che gli fa pensare alle mani della sua donna amata, luminose nel gioco di luci ed ombre creato dalla fiamma, forse quella di un camino (dalla rete). 

 
fatti di vento,
sbatacchiati qua e là;
poi rovinose cadute,
poi, quasi sempre,
ci si rialza... 

 
Una realtà lontana (si parla di un «antico inverno») viene rievocata con pochi cenni essenziali, anche attraverso l'uso, tipico di Quasimodo, dei due punti e degli spazi bianchi, alternando versi brevi ed endecasillabi.
Nella lirica si riconosce una figurazione affidata ad elementi precisi - la neve, gli uccelli in cerca di cibo - che assumono però un valore simbolico, alludendo ad una provvisorietà (le parole subito raggelate) che non cancella l'intensità del ricordo.
La raccolta del 1930 vive quindi di una continua oscillazione tra il racconto della propria storia e la sua trasfigurazione letteraria (dalla rete).