Tu ridi che per sillabe mi scarno
e curvo cieli e colli, azzurra siepe
a me d’intorno, e stormir d’olmi
e voci d’acque trepide;
che giovinezza inganno
con nuvole e colori
che la luce sprofonda.
Ti so. In te tutta smarrita
alza bellezza i seni,
s’incava ai lombi e un soave moto
s’allarga per il pube timoroso,
e ridiscende in armonia di forme
ai piedi belli con dieci conchiglie.
Ma se ti prendo, ecco:
parola tu pure mi sei e tristezza.
Salvatore Quasimodo
La poesia “Parola” fu composta tra il 1930 e il 1932, in un
periodo in cui Gabriele D’Annunzio, ancora vivente, incarnava il vertice
di una poetica fondata sull’esaltazione sensuale e musicale del
linguaggio. Per il Vate, la parola era suono e ritmo, ornamento e
bellezza; essa non rinviava a un significato ulteriore, ma coincideva
con la vita stessa, con la pienezza dell’esperienza estetica. In
D’Annunzio, dunque, la parola si fa carne e celebrazione del mondo,
strumento di una fusione totale tra arte ed esistenza. 
Diversamente,
in Salvatore Quasimodo la parola si carica di una tensione opposta: essa non è più
luogo di splendore ma di silenzio, non più strumento di
rappresentazione ma di ricerca.
In “Parola”, il poeta opera una
radicale riduzione del linguaggio, lo scarnifica fino a metterne in
luce la fragilità e il limite.
La parola non è più ornamento ma
reliquia, segno della distanza fra l’uomo e le cose, fra l’essere e il
dire.
In tal senso, Salvatore Quasimodo si colloca appieno nell'ambito della poetica ermetica,
nella quale la parola non si esaurisce nel suono o nell’immagine, ma si
fa simbolo di un’esigenza conoscitiva e spirituale, segno di una
condizione esistenziale segnata dal silenzio e dalla solitudine (Ernesto de Feo).
(dalla rete)

















