...........................................................................................................................................

L'ombra è l'opposto del sole, ma si nutre di esso.
Un cielo grigio non genera ombre: nessun contrasto, nessun pensiero.


...........................................................................................................................................

Visualizzazione post con etichetta Concetti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Concetti. Mostra tutti i post

giovedì 23 luglio 2026

"inondare il mondo"

Inondare il mondo di frasi sconnesse,
non serve identità, nemmeno coraggio:
una tastiera ha sostituito il cuore
dove è finito l'essere umano... amore?

Anonimo

L'idea di "inondare il mondo" rimanda comunemente al mito del Diluvio universale, un tema catastrofico e di purificazione presente in innumerevoli culture antiche.
La colorita e suggestiva espressione "inondare il mondo" assume significati profondamente diversi a seconda del contesto, spaziando dal mito alla geopolitica, fino alla cultura pop.
Nel linguaggio geopolitico e dei media, l'espressione descrive la diffusione capillare di contenuti digitali o notizie. 
Viene impiegata sia in accezione negativa — come "inondare il mondo di fake news o disinformazione" per manipolare l'opinione pubblica — sia in senso positivo, riferendosi alla diffusione globale di cultura, messaggi di pace o innovazioni tecnologiche.
La visione scientifica attualmente più diffusa e condivisasui cambiamenti climatici e l'innalzamento dei mari prospetta scenari decisamente catastrofici.
(dalla rete)

 

domenica 12 luglio 2026

Ferita del silenzio

 La ferita del silenzio

Fa un lento romore costante
la fonte
ch’è sotto l’arcata del ponte
che il monte riunisce
pel passo dei treni.

Aldo Palazzeschi 

Questa poesia scritta da Aldo Palazzeschi, esplora le sfumature più intime e complesse del non detto e dell'isolamento.

Nel nulla del silenzio io sento
parole che voi non avreste,
nel tintinnare tenue dei fiori
melodie che il cuore non dice...

Una ferita del silenzio si riferisce principalmente al profondo impatto psicologico del silenzio punitivo (noto anche come ostracismo o trattamento del silenzio), una forma di manipolazione emotiva in cui una persona interrompe intenzionalmente la comunicazione per punire, controllare o dominare l'altro (dalla rete).

mercoledì 8 luglio 2026

La verità

 

Voler a tutti costi sapere,
nel bene, nelmale, conoscere;
è fatta di verità la vita?
o eternamente vogliamo dolerci?

La verità
(tratto da Le ore inutili)

Ella volle conoscere finalmente la verità. Rimasta sola discese a gran fatica dal letto, indossò una vestaglia e a piccoli passi, reggendosi ai mobili, andò a spalancare le imposte, quindi si pose dinanzi allo specchio. Dapprima, abbagliata dalla soverchia luce non distinse nulla, poi a poco a poco un volto a contorni indecisi incominciò ad emergere dalla lucentezza del cristallo, vi si illuminò, prese forma e colore, le apparve in tutta la sua nuda realtà. Ma quel volto ch'ella fissava e che la fissava con occhi foschi, smarriti, atterriti non era più il suo. Ella non lo riconosceva e continuava a interrogarlo con lo sguardo, con uno sguardo di stupore folle, torcendosi come una forsennata e trattenendosi a mala pena dall'urlare: – Ma sono io quella donna? È mia quella faccia contorta, solcata di cicatrici, deformata, grottesca, spaventevole?
Eppure non c'era dubbio: quello era il volto di Flora Conti, era la nuova maschera umana che il beffardo destino, valendosi d'un fatto qualsiasi, dell'urto di due automobili nella notte, aveva impresso recentemente su quella forma di donna, la quale brillava fino a poche settimane innanzi di chiara grazia e di mirabile freschezza. Sposa ad Attilio Conti da appena un anno, poco più che ventenne, adorata amante del giovine marito, lo aveva visto partire per la guerra chiamato fra i primi e da allora seguendolo giorno per giorno di lontano con l'ansia vigilante della sua passione, le era sembrato di proteggerlo contro il pericolo, si era illusa di salvarlo dal dolore e dalla morte mettendo il suo amore, la sua tenerezza, tutta se stessa fra lui ed il nemico.
Una sera, mentre Flora si trovava in villeggiatura con sua madre ricevette la lettera di un'amica la quale la informava storditamente che suo marito doveva passare il domani con alcuni compagni d'armi qualche ora in città, in seguito ad un improvviso ordine del Comando.
La notizia non era che una vaga diceria raccolta nei discorsi di un comune conoscente giunto allora in licenza, ma la giovine donna vi credette e meravigliata di non averne ricevuto dal marito stesso l'annunzio, piena di impazienza e di inquietudine, si procurò immediatamente un'automobile e non ostante i consigli della madre volle tornare la sera medesima in città per ricevere il domani fra le braccia il suo Attilio.
Nella notte buia, tempestosa, percorsa da raffiche di vento e da ondate di pioggia, ella ad occhi chiusi rannicchiata in fondo alla vettura, impaurita e felice, correva velocemente incontro al suo amore e in mezzo a quell'agitazione della natura fra la luce dei lampi e il rombo dei tuoni le sembrava quasi di vivere un poco la vita ormai consueta di lui fra i balenii e gli scoppi formidabili degli assalti.
A un tratto ella sentì che la vettura convergeva per uno svolto improvviso e subito dopo le parve di udire alcune voci di allarme seguite da un urlo altissimo. La sua mente non potè formulare alcun pensiero che già ella si sentiva sbalzata con violenza terribile incontro al vetro della parete di fronte e per lo strazio perdeva i sensi.
Li ricuperò molte ore dopo distesa nel suo letto con la madre al fianco, e s'accorse d'avere tutta la faccia bendata, con un solo breve spiraglio per gli occhi dal quale il suo sguardo annebbiato, stupefatto, ancora assente, s'aggirava interrogando.
Giorni e giorni, settimane e settimane erano passati così nella completa immobilità di quel letto, nella quasi completa oscurità di quella stanza. Un medico sconosciuto veniva di quando in quando a sbendarle il volto, a medicarlo, a ribendarlo ancora e se ne andava quasi senza parola accompagnato dalla madre che gli parlava supplicando ansiosamente a bassa voce.
L'inferma distesa nel suo letto in un'inerzia più tetra che rassegnata non chiedeva nulla, quasi non pensava a nulla. Era riuscita mediante uno sforzo di volontà aiutato dallo stato di prostrazione in cui si trovava a fare nel suo cervello il vuoto, l'ombra o quella nebulosità appena trasparente del pensiero che permette di sorvolare sulle cose senza approfondirle, senza considerarle, senza lasciarle penetrare nell'anima con tutta la crudezza della loro realtà presente e futura.
Soltanto le lettere di Attilio riuscivano a trarla dal suo cupo torpore. Attraverso allo spiraglio delle sue bende ella s'impadroniva con lo sguardo, con la carne, con l'anima di ciascuna delle sue parole e vi si indugiava per assaporarla di più, per imprimerle in sè maggiormente, per rivivere con lui l'attimo felice in cui erano state pensate e scritte pel suo conforto.
Ella aveva permesso a malincuore a sua madre di informarlo dell'avvenuto disastro, poichè anche i giornali ne portavano qualche cenno, ma la gravità della disgrazia gli era stata nascosta ed egli credeva già sua moglie guarita o convalescente con appena qualche piccola traccia del male sofferto, sul suo fresco volto di bambina, qualche piccolo segno roseo come l'impronta di un bacio troppo forte.
Così egli si esprimeva nelle sue calde pagine, piene di nostalgia e di desiderio, fra la monca descrizione di un assalto notturno e la notizia della morte di un compagno caduto al suo fianco.
Qualche volta al termine della sua lettura che durava intere ore ella s'accorgeva d'aver bagnato di pianto le bende intorno agli occhi, ma non si ricordava quasi più d'aver sofferto o d'essersi commossa o intenerita leggendo. Solo le rimaneva nel cuore un senso di oppressione e di sgomento ch'ella non voleva definire, quasi l'intuizione oscura d'essere circondata di un abisso nel quale ella si rifiutava di gettare lo sguardo per paura di misurarne la spaventosa profondità.
E venne il giorno in cui le sue ferite furono cicatrizzate e la sua faccia potè finalmente essere sbendata. Ella non osò guardare negli occhi sua madre. Ma ad un tratto, rimasta sola nella sua camera, una smania terribile di sapere, di vedersi, di giudicarsi la prese, la costrinse ad alzarsi, a spalancare le imposte, a guardarsi in uno specchio.
Allora soltanto ella conobbe fino a qual segno il destino l'avesse colpita, allora seppe in quale miserevole orrore la sua bellezza, la sua freschezza, la grazia del suo sorriso si fossero brutalmente mutate, e le mancarono le forze per sostenere tutto il suo strazio. La trovarono poco dopo svenuta ai piedi dello specchio e rimessa a letto, febbricitante, delirò tutta la notte, ora chiamando in aiuto il suo Attilio, ora supplicando che l'uccidessero prima ch'egli tornasse.
Da quel giorno la sua idea fissa fu quella di morire innanzi ch'egli la rivedesse. Il pensiero che il marito, per il quale ella continuava a vivere nell'immaginazione e nel ricordo creatura di dolce bellezza e di deliziosa giovinezza, la potesse ritrovare ridotta a una maschera deforme e pietosa di donna, la sconvolgeva a segno che le pareva d'impazzire, e tutto, anche la morte, le sembrava preferibile a questo terrore.
Furono costretti a vigilarla di continuo, a costringerla con preghiere e con astuzie a nutrirsi quel tanto che occorreva per tenerla in vita e a nasconderle tutti gli specchi nei quali si guardava ogni momento smaniando come una demente.
Da due settimane anche le lettere di Attilio mancavano e ciò la rendeva ancora più agitata e smarrita. Sebbene avessero nascosta a tutti la gravità della sua sventura, ella giungeva a supporre che qualcuno, segretamente informato, gli avesse rivelato la verità e che il marito disgustato di lei e offeso del suo silenzio, pensasse ormai di abbandonarla sola alla sua miserabile sorte. Ella ne parlava a sua madre come d'una possibilità quasi certa ed imminente, sogghignando con la sua bocca contorta, stirata verso sinistra da una cicatrice che le solcava la guancia, e il suo sogghigno aveva qualcosa di così fosco, di così macabro pur nel suo ironico scherno, che sua madre ne fremeva e chiudeva gli occhi per non vederlo.
Ma dopo un'altra settimana giunse invece un breve biglietto di Attilio in cui egli si diceva convalescente di una grave ferita e pregava la moglie di venire a visitarlo nell'ospedale in cui lo avevano trasportato. Flora lesse parecchie volte le poche linee prima di comprenderle, poi si accasciò su se stessa come un cencio, combattuta fra un dolore e una gioia così strazianti da fermarle i battiti del cuore. Ma subito si sollevò risolutamente, pensò ch'egli soffriva, che la voleva presso di sè, e decise di andare.
Per tutto il giorno, durante i preparativi del viaggio ella evitò di fermare la sua mente su altra cosa che non fosse Attilio, la ferita di Attilio, il male di Attilio, e sulla felicità affannosa di rivederlo. Ma al momento di uscire di casa, ponendosi istintivamente dinanzi allo specchio per mettersi il cappello, la terribile realtà riapparve d'un tratto dinanzi ai suoi occhi. Una crisi di disperazione la prese, la scosse, le strappò lacrime, gemiti e grida, la lasciò quasi inebetita, in uno stato di accasciamento cupo ed inerte.
Sua madre che doveva accompagnarla approfittò diquella specie di atonia per completare il suo abbigliamento da viaggio, per avvolgerle il volto in un velo fittissimo, per trascinarla alla stazione e collocarsi con lei nel treno appena in tempo per partire.
Viaggiarono parte della notte quasi sempre sole in quello scompartimento semibuio, in un fosco silenzio rotto soltanto da quel rombo ritmico delle ruote che sembra il pulsare d'un possente cuore in movimento. E su quel ritmo continuo la giovine donna stesa sul divano, nell'ombra, premeva nel petto il suo piccolo cuore traboccante di dolore e ripeteva all'infinito a se medesima una tragica promessa che sola riusciva a consolarla: – Lo vedrò e morrò.
Giunsero all'alba nella cittadina di provincia fredda, muta, quasi spopolata che ospitava nel suo ospedale i feriti. Scesero in un vecchio albergo vuoto e pretenzioso sulla piazzetta della stazione e attesero l'ora di visitare il malato.
– Andrò io sola, – disse con risolutezza Flora a sua madre mentre aspettava, seduta in una poltrona, col cappello, il mantello, i guanti, immobile e tetra sotto l'ombra del suo denso velo nero.
L'altra non osò opporsi, ma quando ella uscì e si diresse verso l'ospedale, la seguì furtivamente di lontano e l'attese all'angolo della strada deserta.
– Lo vedrò e morrò, – si ripeteva Flora ad ogni passo che la portava verso la sua ultima tortura, e crudamente cercava di immaginare l'espressione di terrore e di orrore che avrebbe sconvolto la faccia di Attilio quand'ella avesse sollevato dinanzi a lui il velo che copriva la deformità del suo volto.
– Forse la mia figura gli sembrerà così grottesca ch'egli si metterà a ridere, – pensava con una brutalità feroce verso se stessa. E le pareva di udire quella risata, lunga e stridente, di sentirla già nell'orecchio un po' falsa ma quasi gaia, come ne aveva talvolta Attilio dinanzi a qualche nemico odiato e ridicolo che lo metteva in un cinico buon umore.
Quando Flora Conti entrò nell'ospedale e chiese di vedere suo marito mostrando la lettera che la chiamava e le carte personali che s'era procurate, la pregarono di aspettare in una saletta imbiancata a calce, piena di sole, con un crocifisso nero nel centro della parete. Il suo cervello s'era fatto di nuovo vuoto ed assente come nei giorni della malattia quando ella ignorava ancora l'atroce verità della sua sventura. Solo un martellare sordo, doloroso, profondo in mezzo al petto l'avvertiva che un attimo orrendamente decisivo della sua vita s'avvicinava.
Entrò una monaca attempata, dal viso magro e intelligente sotto la cornetta candida, che le sorrise con commossa tenerezza e le strinse le mani sedendole accanto.
– Lei è la moglie del tenente Conti? Suo marito fu ferito gravissimamente ma non permise mai durante i giorni nei quali fu in pericolo di vita che la signora fosse avvertita. Soltanto ora poichè sta meglio e il pericolo è scomparso ha chiesto di vederla e le ha scritto. Soltanto ora.
Pareva che la suora s'indugiasse in vani e prolissi discorsi per preparare sè a dire e la sua ascoltatrice a udire qualche cosa di molto grave e di molto difficile a rivelarsi, una di quelle notizie per cui le parole umane sembrano persino troppo dure e precise e a cui non si sa per quali tortuose e leggiere ambiguità del linguaggio si vorrebbe giungere, per non colpire mortalmente con una sillaba cruda e senza pietà.
– Guarirà, suora? È in via di guarigione, non è vero? Mi dica, mi dica tutto.
D'impeto la giovine donna interrogava ansimando, scuotendo le mani della monaca, sentendo confusamente fra sè e lei una cosa oscura, ancora più terribile di tutte le altre e ancora sconosciuta. – Abbia forza, signora, abbia forza, – incominciò ad incoraggiare la suora dopò una lunga pausa d'esitazione.
– Ma che c'è, Dio mio, che cosa mi nasconde? Dica, dica, dica subito, la supplico. Non mi tenga in questo stato.
La voce della donna tremava con una convulsione di spasimo, come tremavano le sue mani e tutte le membra del suo corpo.
– Si metta nelle mani di Dio, signora, e gli offra il suo sacrificio....
– Ma vi sono nelle mani di Dio, sono da tre mesi sotto i suoi colpi più crudeli. Che cosa si vuole ancora da me? Mio marito è mutilato, forse, è rimasto invalido e infermo per tutta la vita? È questo che non mi si vuol dire?
– Forse, signora, è qualcosa di ancora più triste.
– Non so, non so, parli, Dio mio, io non so....
Ella balbettava ormai fra i singhiozzi sotto il suo fitto velo nero, con una piccola voce di bambina sperduta che non sa ritrovarsi e guardava la suora coi suoi grandi occhi chiari rimasti limpidi e belli nel povero volto devastato, con una muta domanda che chiedeva e insieme temeva la risposta.
La monaca ebbe ancora una pausa di perplessità, quindi le circondò le spalle col suo braccio quasi temesse di vederla cadere e disse:
– Suo marito è cieco, signora. Poi raccolse contro di sè la creatura dolorante, soffocò contro di sè il suo urlo selvaggio che parve un grido di strazio e insieme di liberazione.
 

Amalia Guglielminetti

mercoledì 17 giugno 2026

Attesa

Iryna Bondar
«Attesa infinita
Con la poesia "Attesa"  Raymond Carver racconta, in quel suo tipico stile schietto e estremamente diretto, dei mille giri che gli amori fanno prima di giungere alla meta e, soprattutto, della capacità che ha l’amore di superare tempo e distanza. 
Una poesia che tocca nel profondo, chiara e limpida, ma non per questo facile. 
(dalla rete)
 
Attesa

Esci dalla statale a sinistra e scendi giù dal colle.
Arrivato in fondo, gira ancora a sinistra.
Continua sempre a sinistra. La strada arriva a un bivio.
Ancora a sinistra.
C’è un torrente, sulla sinistra. Prosegui.
Poco prima della fine della strada incroci un’altra strada.
Prendi quella e nessun’altra.
Altrimenti ti rovinerai la vita per sempre.
C’è una casa di tronchi con il tetto di tavole, a sinistra.
Non è quella che cerchi. È quella appresso, subito dopo una salita.
La casa dove gli alberi sono carichi di frutta. Dove flox, forsizia e calendula
crescono rigogliose. È quella la casa dove, in piedi sulla soglia,
c’è una donna con il sole nei capelli. Quella
che è rimasta in attesa fino ad ora.
La donna che ti ama.
L’unica che può dirti: “Come mai ci hai messo tanto?”

Raymond Carver

La frase "qualcuno che aspetta" associata a una silhouette evoca una potente immagine artistica e concettuale, spesso utilizzata nella fotografia, nella grafica vettoriale e nella poesia e letteratura in genere per rappresentare inb modo visivo il concetto di attesa, la solitudine o un momento drammatico di transizione.
Attese infinite stagliano
tristi silhouette di persone;
il bagaglio vuoto che pesa
spesso sulle nostre vite...

Attesa, spesso raffigurata con la figura scura di una persona che aspetta l'arrivo di qualcuno, evoca un'atmosfera misteriosa ed elegante o rappresentata da un passeggero controluce davanti alla grande vetrata di un aeroporto o di una stazione, che osserva i binari o le piste al tramonto (arrivi o partenze?).

lunedì 8 giugno 2026

Progressista

Lamento dell’onesto progressista

Lo so che i preti si masturbano di notte,
Che i gatti fottono,
E le ragazze non sono marmotte,
E tuttavia
Che cosa posso fare
Per aggiustar le cose se son rotte?
Parigi, 1922
«Querschnitt» (autunno 1924) 

Ernest Hemingway 

Un progressista è chi sostiene il progresso sociale, politico ed economico attraverso riforme graduali mirate a migliorare la società e i diritti dei cittadini.

Le cose non dette, celate
alla vista di altri, pudiche;
passioni irrisolte e amplessi
rubati, nascosti, furtivi...
 
Il termine progressista si riferisce a chi sostiene il progresso, l'innovazione e l'evoluzione della società, sia in ambito politico ed economico che su quello sociale. 
I progressisti mirano a migliorare le condizioni di vita dei cittadini attraverso riforme e interventi razionali ed egualitari.
(dalla rete)

domenica 7 giugno 2026

Relitti nell'anima sparsi

Antico, sono ubriacato dalla voce
ch'esce dalle tue bocche quando si schiudono
come verdi campane e si ributtano
indietro e si disciolgono.
La casa delle mie estati lontane,
t'era accanto, lo sai,
là nel paese dove il sole cuoce
e annuvolano l'aria le zanzare.
Come allora oggi in tua presenza impietro,
mare, ma non più degno
mi credo del solenne ammonimento
del tuo respiro. Tu m'hai detto primo
che il piccino fermento
del mio cuore non era che un momento
del tuo; che mi era in fondo
la tua legge rischiosa: esser vasto e diverso
e insieme fisso:
e svuotarmi così d'ogni lordura
come tu fai che sbatti sulle sponde
tra sugheri alghe asterie
le inutili macerie dei tuo abisso.

EugenioMontale

Tumultuoso come il mare sento
brividi, venti impetuosi al cuore;
sabbia negli occhi, bruciore,ansia
scarni relitti sparsi in anima sola...

L'espressione "relitti sparsi nell'anima" evoca un'immagine poetica e malinconica, carica di un profondo significato psicologico ed emotivo. Rappresenta visivamente i frammenti di esperienze passate che continuano a galleggiare o a giacere sul fondo della nostra psiche. Quando si parla di "relitti sparsi nell'anima" si evoca una profonda metafora interiore. Spesso richiama alla memoria i frammenti di ricordi, sogni infranti o dolori irrisolti che giacciono sul fondo della nostra mente. Proprio come le navi affondate negli abissi, questi "rottami" diventano col tempo parte di noi, custodi di storie silenziose e a tratti carichi di una bellezza malinconica.
(dalla rete)

mercoledì 27 maggio 2026

Che allegria, vivere

L'allegria di vivere è uno stato di benessere profondo e leggerezza. Più della felicità, che è duratura, la gioia è un'emozione momentanea che si coltiva focalizzandosi sulla gratitudine quotidiana, accettando le fasi di tristezza come temporanee e apprezzando le piccole cose del presente (dalla rete).

Che allegria, vivere

Che allegria, vivere
e sentirsi vissuto.
Arrendersi
alla grande certezza, oscuramente,
che un altro essere, fuori di me, molto lontano
mi sta vivendo.
Che quando gli specchi, le spie,
mercurio, anime brevi, confermano
che sono qui, io, immobile,
serrati gli occhi e le labbra,
chiuso all’amore
della luce, del fiore e dei nomi,
la verità transvisibile è che cammino
senza i miei passi, con altri,
là lontano, e lì
sto baciando fiori, luci, parlo.
Che esiste un altro essere con cui io guardo il mondo
perchè sta amandomi con i suoi occhi.
Che esiste un’altra voce con cui io dico cose
non sospettate dal mio gran silenzio;
ed è che anche mi ama con la sua voce.
La via – che slancio ora! -, ignoranza
degli atti miei, che lei compie,
in cui lei vive, duplice, sua e mia.

E quando lei mi parlerà
di un cielo scuro, di un paesaggio bianco,
ricorderò
stelle che non ho visto, che lei guardava,
e neve che nevicava nel suo cielo.
Con la strana delizia di ricordare
di aver toccato ciò che non toccai
se non con quelle mani
che non raggiungo con le mie, tanto distanti.
E spogliato di sé potrà il mio corpo
riposare, tranquillo, morto ormai. Morire
nell’alta certezza
che questo viver mio non era solo
il mio vivere: era il nostro. E che mi vive
un altro essere di là della non morte.

Pedro Salinas 

Nel dualismo ricerchiamo
un senso di comunione
come unione inscindibile
che spesso si scioglie...
 
L'allegria di vivere (spesso definita anche "gioia di vivere") è una potente forza interiore e un atteggiamento mentale orientato al benessere, alla leggerezza e alla gratitudine quotidiana. 
Non si tratta di una felicità superficiale o perenne, ma della capacità di assaporare il presente e accogliere ogni cambiamento con energia positiva.

giovedì 21 maggio 2026

"Bene"

Il bene più grande che si possa fare
è essere consapevoli;

poiché ogni altro bene scaturisce da questo."

Osho

Il concetto di voler bene indica letteralmente l'atto di "volere il bene" di un'altra persona, desiderando sinceramente la sua felicità, la sua sicurezza e la sua realizzazione personale. 
Si tratta di un sentimento affettivo profondo, stabile e duraturo, che si manifesta attraverso l'empatia, il supporto emotivo, la cura e la ricerca del benessere altrui senza necessariamente implicare una componente passionale o sessuale.
(dalla rete)
 
Costringersi al bene
un rifugio per il cuore;
immantate di storie le vite
di tutti, chi più chi meno...

domenica 17 maggio 2026

Natura

Possiamo pensare alla natura come l'universo considerato nella totalità dei fenomeni e delle forze che in esso si manifestano, da quelli del mondo fisico a quelli della vita (sia animale che vegetale) in generale (dalla rete).

Natura

La terra e a lei concorde il mare
e sopra ovunque un mare più giocondo
per la veloce fiamma dei passeri
e la via
della riposante luna e del sonno
dei dolci corpi socchiusi alla vita
e alla morte su un campo;
e per quelle voci che scendono
sfuggendo a misteriose porte e balzano
sopra noi come uccelli folli di tornare
sopra le isole originali cantando:
qui si prepara
un giaciglio di porpora e un canto che culla
per chi non ha potuto dormire
sì dura era la pietra,
sì acuminato l'amore.
 
Mario Luzi
Nel verde, comune possesso
dove arrancano i folli del progresso
rimane un'egida fragile, mano
di un dio silvano, baluardo stanco...
 
Il rapporto uomo-natura  ha attraversato una profonda evoluzione, passando da una visione organica e partecipativa nell'antichità a una prospettiva strumentale e di dominio con la modernità, fino alle attuali riflessioni sull'ecologia e la responsabilità etica. 
La natura è stata concepita alternativamente come una forza divina da contemplare, un meccanismo matematico da governare o un ambiente vitale da preservare.

mercoledì 13 maggio 2026

Frase e riflesso

Rare sono le persone che usano la mente…
poche coloro che usano il cuore,
e uniche coloro che usano entrambi.

Rita Levi Montalcini

Parole come concitati stati
che l'animo corre,solitario
come un sole d'inverno,
una luce lontana e fioca...
 
Una luce lontana e fioca è un'immagine evocativa che richiama atmosfere di mistero, speranza, solitudine o transizione. Dal punto di vista linguistico, la parola "fioca" indica una luce debole, tenue o parzialmente oscurata, tipica delle ombre o del crepuscolo.
(dalla rete)

giovedì 7 maggio 2026

Turbare il silenzio...

 “Prima di parlare domandati
se ciò che dirai corrisponde a verità,
se non provoca male a qualcuno,
se è utile, ed infine se vale la pena 
turbare il silenzio 
per ciò che vuoi dire.”

 Buddha 

"Turbare il silenzio" è un'espressione spesso associata a un noto insegnamento di Buddha, che invita a parlare solo se le proprie parole arricchiscono il silenzio .

Nelle nostre domande i dubbi,
rosposte abbarbicate a concetti
ritenuti utili, posti a sigillo
di incredulità, silenzi e paure...

Il concetto etico della parola si contrappone al silenzio necessario come atto di coraggio contro le ingiustizie

martedì 5 maggio 2026

Affanno

Achille Regosa "L'affanno"

Affanno
 
Questo vivere in affanno,
Questo dilenzio mattinale
come un sospiro mancato
ritorna il pensiero.
 
Le vicende del cuore
mai risolte, vivide e sole
come un filare di cose
processione dell'anima...
 
Anonimo
del XX° Secolo
poesie ritrovate
 
L'affanno è un concetto che abbraccia sia una dimensione fisica che una emotiva. In ambito medico, è noto come dispnea e si riferisce alla sensazione soggettiva di difficoltà o sforzo nel respirare, spesso descritta come "fame d'aria". In senso figurato, indica uno stato di profonda inquietudine, ansia o preoccupazione.
(dalla rete)