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L'ombra è l'opposto del sole, ma si nutre di esso.
Un cielo grigio non genera ombre: nessun contrasto, nessun pensiero.


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sabato 7 novembre 2026

La parola è l'unità minima isolabile del discorso, composta da uno o più fonemi, dotata di un significato autonomo o di una funzione sintattica. È l'atomo fondamentale, il mattone, della comunicazione umana (dalla rete).

Parola

Tu ridi che per sillabe mi scarno
e curvo cieli e colli, azzurra siepe
a me d’intorno, e stormir d’olmi
e voci d’acque trepide;
che giovinezza inganno
con nuvole e colori
che la luce sprofonda.
Ti so. In te tutta smarrita
alza bellezza i seni,
s’incava ai lombi e un soave moto
s’allarga per il pube timoroso,
e ridiscende in armonia di forme
ai piedi belli con dieci conchiglie.
Ma se ti prendo, ecco:
parola tu pure mi sei e tristezza.

Salvatore Quasimodo 

La poesia “Parola” fu composta tra il 1930 e il 1932, in un periodo in cui Gabriele D’Annunzio, ancora vivente, incarnava il vertice di una poetica fondata sull’esaltazione sensuale e musicale del linguaggio. Per il Vate, la parola era suono e ritmo, ornamento e bellezza; essa non rinviava a un significato ulteriore, ma coincideva con la vita stessa, con la pienezza dell’esperienza estetica. In D’Annunzio, dunque, la parola si fa carne e celebrazione del mondo, strumento di una fusione totale tra arte ed esistenza.
Diversamente, in Salvatore Quasimodo la parola si carica di una tensione opposta: essa non è più luogo di splendore ma di silenzio, non più strumento di rappresentazione ma di ricerca.

Con la parola noi arriviamo
dove il cielo è ancora più alto
sprofondiamo abissi indicibili,
ricordiamo pensieri lontani...

In “Parola”, il poeta opera una radicale riduzione del linguaggio, lo scarnifica fino a metterne in luce la fragilità e il limite.
La parola non è più ornamento ma reliquia, segno della distanza fra l’uomo e le cose, fra l’essere e il dire.
In tal senso, Salvatore Quasimodo si colloca appieno nella poetica ermetica, nella quale la parola non si esaurisce nel suono o nell’immagine, ma si fa simbolo di un’esigenza conoscitiva e spirituale, segno di una condizione esistenziale segnata dal silenzio e dalla solitudine (Ernesto de Feo).

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