L'orto dei veleni
È cinto da un muro ch’è alto tre spanne,
la via lo circonda.
Di fuori si vedon le frutta mature.
Son alberi grandi
che piegano i rami
col peso
possente
dei pomi.
I pomi maturi rilucono al giorno.
Al centro dell’orto v’è un mucchio di sassi,
di pietre ruinate.
V’è sotto, sepolta, la vecchia padrona dell’orto.
Aveva centanni la vecchia,
viveva nell’orto,
viveva di frutti,
soltanto di frutti.
La gente al narrarlo fa il segno di croce.
Nessuno ha mai colto quei frutti,
nessuno ha varcato quel muro.
Soltanto la sera vi ridon civette a migliaia.
E cadono e cadono i frutti maturi,
s’ammassano ai piedi dei tronchi robusti,
s’ammassan s’ammassan
mandando profumi soavi.
Aldo Palazzeschi
L'opera si colloca in una zona di confine tra il Crepuscolarismo e le prime avvisaglie di quell'estro anarchico e funambolesco che caratterizzerà il suo periodo futurista Il testo descrive un orto proibito, un luogo di fascino sinistro nutrito da una vecchia centenaria, evocando un'immagine che fonde il macabro, l'ironia e un disimpegno tipico del primo Novecento palazzeschiano.


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