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L'ombra è l'opposto del sole, ma si nutre di esso.
Un cielo grigio non genera ombre: nessun contrasto, nessun pensiero.


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martedì 10 gennaio 2017

Tempo e orologio (da rote)


L'orologio da rote
 
Mobile ordigno di dentate rote
lacera il giorno e lo divide in ore,
ed ha scritto di fuor con fosche note
a chi legger le sa: Sempre si more.
Mentre il metallo concavo percuote,
voce funesta mi risuona al core;
né del fato spiegar meglio si puote
che con voce di bronzo il rio tenore.
Perch’io non speri mai riposo o pace,
questo, che sembra in un timpano e tromba,
mi sfida ognor contro all’età vorace.
E con que’ colpi onde ’l metal rimbomba,
affretta il corso al secolo fugace,
e perché s’apra, ognor picchia alla tomba.
 
Ciro Di Pers
 
 
La cultura barocca manifesta un sentimento tragico del tempo, percepito e rappresentato come corsa inesorabile verso la morte.
Il tempo sta diventando laico, mondano; la prospettiva della redenzione si fa remota, imperscrutabile.
È significativa l’attrazione quasi ossessiva, dimostrata dai poeti, per il tema dell’orologio, che conferisce serietà simbolica alla curiosità tipicamente secentesca per la novità tecnica.
In L’orologio a rote Ciro di Pers non esalta l’invenzione dello strumento: anzi, la precisione meccanica con cui l’orologio scandisce il tempo («lo divide in ore») è posta sotto l’insegna della distruzione («dentate rote», «lacera il giorno»).
La fugacità del tempo non induce a un richiamo all’intensità vitale, ma il rintocco metallico e lugubre («Sempre si more») non fa che accelerare la corsa dell’«età vorace» verso la tomba.
Il sentimento stesso della vita è pervaso dal senso dell’annientamento.
Si precipita nella tomba fin dalla nascita.
La morte si cova nell’«assiduo calor», nel «nido vitale» del letto, che è anche «notturno sepolcro» e «funesto feretro» (così dice Cìro di Pers nel sonetto Al proprio letto).
Il gusto barocco del contrasto sottolinea una visione drammatica dell’esistenza, dominata, in ogni momento; dall’incubo della fine.
Il poeta non osa addormentarsi nel letto, perché sa’ «che del tempo un sol momento avaro (quello della morte) /ivi de’ (deve) alfin rapire il mio riposo».
Altrove il trascorrere del tempo è rappresentato come fragilità e inconsistenza delle forme, una mutevole e perenne trasformazione della bellezza e della gioia nel loro contrario.
Il tempo incide infatti anche sulla natura, che è avvertita come qualcosa di mobile, sfuggente, metamorfico.
(dalla rete: Luperini-Cataldi, La scrittura e l’interpretazione, vol. 2, tomo 1, edizione rossa, p. 154)
 
il tempo che passa non ha corpo,
le dimensioni sono varie e informi,
a volte opprime, attanaglia, schiaccia,
spesso è così lento da non vedere l'ora...

lunedì 9 gennaio 2017

Giorni di minime #35 con battenti


si spengono le luci delle feste,
la via si anima già di primo mattino;
si torna al presente, il lavoro, le cose,
un nuovo anno ha aperto i battenti
e noi ci si ributta a capofitto...
 
Gujil
 

 

battente

[bat-tèn-te] aggettivo, sostantivo
- Sabatini Coletti -
aggettivo: Che batte || pioggia battente, che scende con forza, insistentemente | telaio battente, funzionante || fig. a tamburo battente, senza indugio, di corsa, subito.
 
sostantivo maschile:
1.- Imposta d'uscio o finestra SIN anta: porta a due battenti; parte dello stipite su cui si appoggia l'imposta chiudendosi || fig. chiudere i battenti, sospendere qualsiasi attività, mettere fine a un'impresa.
2.- Parte della cornice in cui s'incastra il quadro o lo specchio.
3.- Batacchio, picchiotto.
4.- Martelletto della suoneria degli orologi
5.- Risvolto della tasca SIN patta.
 
diminutivo: battentino

aprire i battenti:

locuzione verbale: si usa per: esposizioni, mostre e sim., 

iniziare, essere inaugurato: la mostra apre i battenti lunedì


 
 
 

domenica 8 gennaio 2017

Invernale #10

 

Una notte d’inverno

La tempesta poggia la sua bocca alla casa
e soffia per emettere un suono.
Dormo inquieto, mi giro, leggo
il testo della tempesta assopita.

Ma gli occhi del bambino sono spalancati al buio
e il temporale mugola per lui.
Entrambi amano le lampade che dondolano.
Entrambi sono a metà strada dal linguaggio.

La tempesta ha mani infantili e ali.
La carovana si lancia verso la Lapponia.
E la casa avverte la sua costellazione di chiodi
che tiene insieme le pareti.
                 

La notte è immobile sul nostro pavimento
(dove tutti i passi attutiti
riposano come foglie affondate in uno stagno)
ma fuori infuria la notte!

Sul mondo passa una piú grave tempesta.
Poggia la sua bocca alla nostra anima
e soffia per emettere un suono – temiamo
che la tempesta soffiando ci svuoti.


Tomas Tranströmer
Poesia dal silenzio

traduzione di Maria Cristina Lombardi

  
L'inverno cattura le foglie morte nella presa del gelo, gli stagni immoti si coprono di ghiaccio e bloccano tutto in una stasi irreale, silenziosa e fredda, un richiamo alla morte, all'attesa.
Tutto si placa, si ferma ad aspettare in una situazione criogena ed algida, in una visione brumosa e nostalgica. 
Le persone si stringono i baveri, le scarpe scricchiolano selciati induriti ed i suoni perpetuano nell'aria sordi echi.
L'amore sembra sommesso, in disparte, si creano momenti ristretti di abbracci mattutini, nel buio che ogni alba precede.
La stagione prosegue, lenta, sola.
 
Gujil
 
 
il freddo attanaglia i pensieri, le cose,
in una malinconia spezzata da raffiche
di gelido vento dell'artico mi impongo
sentimenti più consoni, meno feroci...

sabato 7 gennaio 2017

Alba invernale


L'alba

Ogni Alba porta un nuovo giorno,
lavando con la luce della speranza
le macchie e la polvere dello spirito
vuoto di ogni giorno passato.
Vuoi celare te stesso!
Il cuore non ubbidisce,
diffonde luce dagli occhi.
Nella vita non c’è speranza
di evitare il dolore:
che tu possa trovare nell’animo
la forza per sopportarlo.
Cieco, non sai che l’andare e il venire
camminano sulla stessa strada?
Se sbarri la strada all’andata
perdi la speranza del ritorno…

Rabindranath Tagore 


Alba e tramonto in Italia
(7 gennaio 2017) 
 
Ancona sorge alle 07:39, tramonta alle 16:46
Aosta sorge alle 08:10, tramonta alle 17:03
Bari sorge alle 07:17, tramonta alle 16:40
Bologna sorge alle 07:50, tramonta alle 16:52
Cagliari sorge alle 07:43, tramonta alle 17:17
Campobasso sorge alle 07:27, tramonta alle 16:48
Catania sorge alle 07:14, tramonta alle 16:57
Catanzaro sorge alle 07:12, tramonta alle 16:48
Firenze sorge alle 07:48, tramonta alle 16:54
Genova sorge alle 07:59, tramonta alle 17:01
’Aquila sorge alle 07:35, tramonta alle 16:50
Lecce sorge alle 07:09, tramonta alle 16:37
Milano sorge alle 08:02, tramonta alle 16:57
Napoli sorge alle 07:27, tramonta alle 16:51
Palermo sorge alle 07:24, tramonta alle 17:04
Perugia sorge alle 07:41, tramonta alle 16:52
Potenza sorge alle 07:20, tramonta alle 16:46
Roma sorge alle 07:38, tramonta alle 16:57
Sassari sorge alle 07:49, tramonta alle 17:15

 

ogni alba è una partenza,

le angosce notturne con sé,

la speranza della luce al mattino

serve, mi serve, qualche volta...

venerdì 6 gennaio 2017

La Befana (epifania)


La Befana è una vecchia brutta e gobba, con il naso adunco e il mento aguzzo, vestita di stracci e coperta di fuliggine, perchè entra nelle case attraverso la cappa del camino.
Infatti la notte tra il 5 e il 6 gennaio, mentre tutti dormono infila doni e dolcetti nelle calze dei bambini appese al caminetto.
Ai bambini buoni lascia caramelle e dolcetti, a quelli cattivi lascia pezzi di carbone (di solito carbone dolce ovviamente, i più cattivi fanno scherzi malvagi ai loro bimbi).
La Befana si festeggia nel giorno dell'Epifania, che di solito chiude le vacanze natalizie.
Il termine
Befana
deriva dal greco “Epifania” che significa
apparizione, manifestazione”.
Avvenne nella notte tra il 5 ed il 6 gennaio che i Re Magi fecero visita a Gesù per offrirgli oro, incenso e mirra.
Anche la Befana, in quell'occasione, apparve nei cieli, a cavallo della sua scopa, ad elargire doni o carbone, a seconda che i bambini siano stati buoni o cattivi.
 
Viva viva la Befana!
pieno di ricordi,
folle di passato
ebbro di futuro... 

Una leggenda spiega la coincidenza così:
una sera di un inverno freddissimo, bussarono alla porticina della casa della Befana tre personaggi elegantemente vestiti con seguito di servi, cavalli e cammelli: erano i  tre Re Magi che, da molto lontano e da diversi paesi, si erano messi in cammino per rendere  trovare e rendere omaggio al Re dei Re, il bambino Gesù seguendo la  via indicata dalla scia della stella cometa. Le chiesero dov’era la strada per giungere a Betlemme e la vecchietta indicò loro il cammino ma, nonostante le loro insistenze lei non si unì a loro perché, come sempre,  aveva troppe faccende da sbrigare (d'altra parte essendo una vecchina solitaria e assai bisbetica non poteva agire altrimenti).
Quando i  tre Re Magi se ne furono andati la Befana sentì che aveva sbagliato a rifiutare il loro invito e decise di raggiungerli per unirsi a loro. Uscì in fretta e furia a cercarli ma nonostante i suoi sforzi non riuscì a trovarli.
Così si mise a  pazientemente a bussare ad  ogni porta che trovava lasciando un dono ad ogni bambino che incontrava nella speranza che uno di loro fosse il bambin Gesù.
Ecco che da allora l'arzilla vecchietta ha continuato per millenni, nella notte tra il 5 ed il 6 gennaio a cavallo della sua scopa, nella speranza di trovare Gesù ancora bambinello e portare a lui le sue scuse per il ritardo nell'omaggiarlo ed i suoi suoi regali… (dalla rete).
 

giovedì 5 gennaio 2017

Vincenzo Irolli


Vincenzo Irolli
"Litigio amoroso"
Schermaglie
 
Sogghignare io potrei di te, dell'altra
donna lontana a cui forse ritorni,
toglierti a lei con sottigliezza scaltra.
 
Ma non voglio. Va pure. Verran giorni
soli a me sola e avran cappe di ghiaccio
e poi saranno di vïole adorni.
 
Ed io com'essi muterò. Ora faccio
ira a me stessa, perchè ho in gola un roco
lamento e solo per orgoglio taccio.
 
Un giorno anch'io saprò, ridendo un poco,
dire a colui che molto amore agogna:
– ti voglio bene! – dirglielo per gioco,
 
perchè gioisca della mia menzogna.
 
Amalia Guglielminetti
 

Nel primo dipinto qui a destra, un olio su tela, vediamo  ritratta una giovane donna che  prega il suo innamorato di perdonarla tenendo le mani incrociate e una posizione di supplica (Vincenzo Irolli, Litigio amoroso).
 
 
"Meriggio"
Vincenzo Irolli
(Napoli, 30 settembre 1860 – Napoli, 27 novembre 1949) è stato un pittore italiano.
Si avvicinò alla pittura a diciassette anni quando si iscrisse alla Accademia di belle arti di Napoli, dove ebbe per maestri Gioacchino Toma e Federico Maldarelli.
In quello stesso anno (1877) la sua curiosità d'artista fu colpita dall'opera Corpus Domini di Francesco Paolo Michetti esposto alla Mostra Nazionale di Napoli.
Passò gli anni giovanili nella casa paterna di Calvizzano, recandosi spesso a Napoli presso il mercante d'arte Ragozzino, che curava la distribuzione delle sue opere.
Nel 1878 con l'opera Ritratto del pittore Izzo si fece notare da Domenico Morelli per l'impiego di una forte tavolozza e, nel 1879, fu presente per la prima volta alla Promotrice di Napoli con l'opera Felice Rimembranza; lo stesso anno vinse il primo premio alla XV Mostra della Promotrice Salvator Rosa, evento che lo rese noto al grande pubblico, e ne favorì una notevole fortuna artistica e commerciale. 
"In giardino"
Dal 1880 in poi, libero dall'Accademia, iniziò la lunga e ininterrotta carriera artistica. Alla Promotrice napoletana del 1886 suscitò ancora una volta l'ammirazione del Morelli per i ritratti di Carmine Franchi e dell'Avvocato Monaci. 
Fu spesso presente nelle esposizioni della Società Promotrice napoletana: nel 1881 con Una testa, nel 1883 con Studio dal vero, nel 1885 con Per l'onomastico dello zio, Impressione del contrabbassista Franchi e Si diventa così, nel 1891 con Primavera, nel 1892 con Mezza figura.
Nel 1887 partecipa all'Esposizione Nazionale Artistica di Venezia con le opere Dal vero, Chiaroscuro e Studio.
Più tardi sempre a Venezia esporrà alla XIII Biennale (1922) le opere Pesci, L'inascoltato, L'invito e La trapunta.
Negli anni 1889-1890 partecipò con gli altri artisti Luca Postiglione, Pietro Scoppetta, Vincenzo Volpe, Edoardo Matania, Attilio Pratella, Giuseppe Alberto Cocco, Giuseppe Casciaro, Vincenzo Caprile, Gaetano Esposito, Vincenzo Migliaro ed altri alla decorazione degli interni della Birreria Gambrinus a Napoli.
I rapporti tra l'Irolli e questi artisti si strinsero ancora di più nella comune tendenza verso un'arte dichiaratamente decorativa.
Irolli eseguì per il Gambrinus il riquadro Piedigrotta con una fanciulla in veste di Venere e uno Cupido (dalle sembianze di uno scugnizzo napoletano) che, invece di sfiorare la lira, si cimenta con un putipù.
Espose a Monaco di Baviera nel 1890, a Genova e Berlino nel 1892, a Roma nel 1893. Nel 1894 a Milano presentò Le prime mammole e Cavalleria Rusticana; nuovamente a Berlino presentò la tela Il Natale a Napoli (che fu venduta per la straordinaria somma di ventitremila lire e fu illustrata nel Modern Kunst).
A Parigi, dove già nel 1890 aveva presentato le opere Maddalena moderna, Dolore e Consolazione, fu chiamato ad esporre al Salon nel 1907, al Salon d’Automne nel 1909 (dove l'opera Spannocchiatrici fu acquistata dal Comune per il Museo Municipale degli Champs-Élysées), sempre nel 1909 al Salon per la Société Nationale des Beaux-Arts (XIX esposizione) con Donna con Polli e Tenerezza.
"Pescatorello"
La sua fortuna, eccezionale all'estero, tardava ad affermarsi in Italia dove giunse a scontrarsi coi Novecentisti. 
La sua impronta tradizionalista non lo fece amare dai critici del tempo più interessati alle avanguardie, ma Irolli non fece mai nulla per adattare la propria pittura ai tempi.
Anzi, teneva nel suo studio un quadro raffigurante un pittore intento a finire un brutto quadro cubista, di gran moda al tempo, dando prova di garbata ironia nei confronti delle nuove tendenze.
Mentre Le Figaro del 1908 spendeva per Irolli parole come “extrêmement habile” e “séduisant”, gli intellettuali italiani (e napoletani in special modo) lo reputavano un artista venduto al facile mercato e alla committenza della borghesia incolta.
Mentre a Parigi, negli anni 1910-1915, veniva definito il pittore del sole e considerato eccellente da Léon Talboum alla Galleria Alderéte, in Italia, nello stesso periodo, venne escluso dalla Biennale di Venezia e, nel 1929, sottoposto ad una dura critica da parte di Ardengo Soffici.
Nel 1933 Irolli organizzò una personale a Bari dove le sue opere andarono a ruba fra i collezionisti.
Nell'ottobre del 1936, alla Mostra d'Arte Sacra di Napoli, espose dieci opere a soggetto sacro: Pesca miracolosa, La lavanda dei piedi, La guarigione del cieco nato, La Deposizione, La Comunione, Cristo alla tomba di Lazzaro, La Vergine in adorazione, La Madonna dell'aviazione, Il chierichetto in preghiera, La festa del Redentore, La festa del Cieco nato.
Accanto ai temi religiosi, che sono ben rappresentati nella collezione Granturco di Napoli, Irolli continua a registrare scene di vita quotidiana, a ritrarre bambini, donne in atteggiamenti maliziosi, per le quali utilizzò come modella la sua figlioccia Sisina.
Vincenzo Irolli oltre che un grande artista che ha segnato la pittura partenopea in Italia come all'estero, viene ricordato anche per il suo alto livello intellettuale; fu amico e frequentatore di importanti personaggi della cultura, fra cui Ferdinando Russo e Salvatore Di Giacomo.
"In un letto di fiori"
Fu socio del Circolo Artistico Politecnico di Napoli.
Nella sua casa di Capodimonte a Napoli, in via Cagnazzi (oggi via Vincenzo Irolli), si spense sul finire del 1949 ad ottantanove anni.
Pochi giorni prima della sua morte, il critico d'arte Paolo Ricci attaccò duramente la pittura di Irolli, definendola "ricca di sentimentalismo, intenerimento pietoso, leziosaggine e moralismo demagogico, il tutto in una tavolozza spietatamente accesa e grossolana, approssimativa"
[da wikipedia].

in un crescendo d'ira e parole
quelle dette e di cui ci si pente,
in un istante di folle rabbia repressa
in cui rimettere tutto in discussione...

mercoledì 4 gennaio 2017

Gian Giorgio Trissino


Vincenzo Catena
Ritratto di Gian Giorgio Trissino
Gian Giorgio Trissino
nasce a Vicenza da famiglia patrizia e compie gli studi a Milano.
Nel 1508 torna nella sua città, ma è costretto ben presto all'esilio, perché la Repubblica veneta lo sospetta di nutrire simpatie per Carlo V.
Soggiorna in varie città d'Italia, tra le quali Firenze, e nel 1514 è a Roma, dove papa Leone X ottiene per lui la revoca dell'esilio.
Entra allora al servizio del Papa e svolge varie missioni diplomatiche per lui e per i suoi successori, raggiungendo notorietà e prestigio.
Nel 1523 pubblica l'Epistola intorno alle lettere nuovamente aggiunte alla lingua italiana indirizzata a Clemente VII, una proposta per riformare l'ortografia italiana con l'introduzione di alcune lettere greche, che suscita polemiche e reazioni vivaci.
L'anno dopo dà alle stampe la tragedia Sofonisba.
Nel 1526 torna a Vicenza, dove compone le prime quattro parti del trattato Poetica, le Rime e Il castellano.
Negli ultimi anni di vita soggiorna a Venezia e infine a Roma, dove pubblica il poema epico L'Italia liberata dai Goti e la commedia Simillimi, e termina la Poetica.
Muore nel 1550.
Il Trissino è uno dei teorici più rigorosi dell'imitazione della classicità greca e tutte le sue opere sono il tentativo, spesso mal riuscito, di tradurre in concreto i princìpi da lui enunciati nei sei volumi della Poetica.
In questa opera egli espone i canoni che ritiene necessari per rinnovare la cultura italiana applicando i modelli classici a tutti i generi letterari.
A lui si deve la prima tragedia "regolare" (cioè composta nel rispetto delle regole enunciate nella Poetica), Sofonisba, in versi, scritta nel 1515 e pubblicata nel 1524. L'argomento, tratto dal XXX libro delle Storie di Livio e già ripreso dal Petrarca nell'Africa, verte su un episodio della guerra tra Cartaginesi e Romani.
Sofonisba, moglie del condottiero numida Siface che combatte in favore dei Cartaginesi, viene fatta prigioniera da Massinissa, alleato dei Romani, il quale la sposa per sottrarla alla schiavitù; ma quando egli viene a sapere che Sofonisba è comunque preda di guerra, le procura il veleno con il quale la donna si toglie la vita.
La tragedia è importante come testimonianza del classicismo teatrale in Italia, ma assai modesta nei risultati artistici; la psicologia dei personaggi è poco profonda e il dramma dell'eroina è descritto con freddo raziocinio e poco sentimento, in uno stile fiacco, dal ritmo lento e quasi prosastico.
Il poema epico L'Italia liberata dai Goti, composto in endecasillabi sciolti tra il 1527 e il 1547, narra in 27 libri, pubblicati in tre volumi, la guerra tra Bizantini e Ostrogoti (535-539).
È un testo monumentale, che vuol essere rigidamente fedele al modello dell'Iliade di Omero nello stile, ma nel contempo rispettare la verità storica nell'argomento.
I rari momenti poetici dell'opera sono soffocati dall'impianto didascalico e dall'esasperata lentezza del ritmo.
Neppure la commedia Simillimi (1548), di ispirazione plautina, e le Rime hanno valore poetico.
Piuttosto, va ricordato il dialogo Il castellano (1529), con il quale il Trissino interviene nella questione della lingua.
Egli è decisamente contrario ai suggerimenti del Bembo e ritiene che la lingua letteraria debba nascere dalla sintesi tra vari dialetti.
Il Trissino aveva offerto esempi concreti della sua proposta nella Grammatichetta (1526-1530), peraltro aspramente contestata, in special modo da parte dei letterati toscani.
(dalla rete)


La bella fronte colorita e bianca
 
La bella fronte colorita e bianca
de la mia donna impallidir vidd’io
il giorno che da lei mi dipartio,
come a chi cosa dilettevol manca;
dapoi con voce pargoletta e stanca
le dolce labbra sì soave aprio,
che solo in quelle ripensando, oblio
quant’è la vita in me gravosa e manca.
Il suon che nacque fuor di quelle rose
dicea: “Ti priego, almen, che vogli amarmi,
poiché Fortuna al mio disir s’oppose”.
“Questo,” diss’io “Madonna, addimandarmi
uopo non è, che tutte l’altre cose,
salvo che questa, il Ciel poria vietarmi.” 
 
Gian Giorgio Trissino
 

 quando l'ansia assale e sommerge
il pallore diventa tuttuno col corpo
anche il volto imbianca e la fronte
si imperla di umori e stille...

martedì 3 gennaio 2017

Ragni


Ragni
 
Davanti a un foro per lungo e per largo
Distende il ragno la sua fragil tela;
Ed io de’ miei pensier la tela spargo
Sopra l’abisso che ogni cosa cela.

Ei nella rete onde si cinge intorno
Acchiappa il moscherin che in aria frulla:
Io sto sui miei pensier la notte e il giorno
E non ci colgo un maledetto nulla.
 
Arturo Graf

 

I ragni, spesso considerati comunemente insetti, in realtà non lo sono. Appartengono invece alla classe degli aracnidi che, come quella degli insetti o dei crostacei, fa parte dell'ordine degli Artropodi.
Alla classe degli aracnidi, oltre al ragno, appartengono anche altri animali, come gli acari le zecche e gli scorpioni.
E, tra gli altri piccoli animali spesso considerati erroneamente insetti, si possono annoverare anche i millepiedi o Miriapodi e i centopiedi o Chilopodi.
Gli elementi che differenziano i ragni dagli insetti sono il fatto di avere il capo e il torace fusi insieme, di essere provvisti di otto zampe invece che di sei.
Inoltre questi piccoli animali non possiedono antenne e sono dotati di occhi molto più semplici e piccoli di quelli degli insetti.
Considerata la grandissima adattabilità ecologica dei ragni, un ordine di aracnidi che ha conquistato praticamente ogni tipologia di habitat nel mondo naturale, non sorprende il fatto che molte specie prosperino abitualmente negli ambienti antropici e nelle nostre case.
Si tratta per la maggior parte di specie che, ancestralmente, prediligevano habitat rocciosi, cortecce degli alberi, grotte e caverne ma che sono al giorno d’oggi più comuni e diffuse all’interno o in prossimità di edifici e abitazioni: il riparo dagli agenti atmosferici e la scarsità di predatori quali rettili e uccelli, li rende infatti ambienti ospitali e idonei per numerose specie (dalla rete).
 
un buco, serve un buco,
dove rintanarsi, al caldo,
aspettare finisca l'inverno,
in letargo, dormendo e sognando...

lunedì 2 gennaio 2017

Mad world... no comments

Mad World
 
All around me are familiar faces
Worn out places
Worn out faces
Bright and early for their daily races
Going nowhere
Going nowhere
Their tears are filling up their glasses
No expression
No expression
Hide my head I want to drown my sorrow
No tomorrow
No tomorrow
And I find it kind of funny
I find it kind of sad
The dreams in which I’m dying
Are the best I’ve ever had
I find it hard to tell you
I find it hard to take
When people run in circles
It’s a very very
Mad world
Mad world
Children waiting for the day they feel good
Happy birthday
Happy birthday
Made to feel the way that every child should
Sit down and listen
Sit down and listen
Went to school and I was very nervous
No one knew me
No one knew me
Hello teacher tell me what’s my lesson
Look right through me
Look right through me
And I find it kind of funny
I find it kind of sad
The dreams in which I’m dying
Are the best I’ve ever had
I find it hard to tell you
I find it hard to take
When people run in circles
It’s a very very
Mad world
Mad world
enlarged in your world
Mad world
 
Tears for Fears
 

 
Mondo folle
 
Tutto intorno a me ci sono volti familiari
Luoghi logori
Volti logori
Sveglio e brillante per le corse quotidiane
Senza meta
Senza meta
Le loro lacrime hanno riempito i loro bicchieri
Nessuna espressione
Nessuna espressione
Nascondo la testa voglio affogare il mio dolore
Nessun domani
Nessun domani
E trovo un pò buffo
e trovo un pò triste
che i sogni in cui muoio
sono i più belli che abbia mai fatto
E trovo difficile da dirti
E trovo difficile da sopportare
quando la gente corre in circolo
E' davvero
Un mondo folle
Un mondo folle
Bambini che aspettano il giorno in cui si sentiranno bene
Buon compleanno
Buon compleanno
Ti fanno sentire come ogni bambino dovrebbe
Seduto ad ascoltare
Seduto ad ascoltare
Sono andato a scuola ed ero molto nervoso
Nessuno mi conosceva
Nessuno mi conosceva
Salve, prof, dimmi qual è la mia lezione
Mi guardi attraverso
Mi guardi attraverso
E trovo un pò buffo
e trovo un pò triste
che i sogni in cui muoio
sono i più belli che abbia mai fatto
E trovo difficile da dirti
E trovo difficile da sopportare
quando la gente corre in circolo
E' davvero
Un mondo folle
Un mondo folle
Allargato nel tuo mondo
Un mondo folle
 
Tears for Fears
 
 
 

domenica 1 gennaio 2017

Anno nuovo, indovina, indovinello... Tiresia


Anno nuovo
 
“Indovinami, Indovino,
tu che leggi nel destino:
l’anno nuovo come sarà?
Bello, brutto o metà e metà?”.
“Trovo stampato nei miei libroni
che avrà di certo quattro stagioni,
dodici mesi, ciascuno al suo posto,
un Carnevale e un Ferragosto
e il giorno dopo del lunedì
sarà sempre un martedì.
Di più per ora scritto non trovo
nel destino dell’anno nuovo:
per il resto anche quest’anno
sarà come gli uomini lo faranno!”.
 
Gianni Rodari
 

TIRESIA: celebre indovino tebano, figlio di Evere discendente di Udeo, uno degli Sparti, e della ninfa Cariclo. Appare come personaggio di primo piano in molti cicli mitologici greci, spesso associato con la figlia Manto, anch'essa indovina. Sulla sua cecità vi sono due diverse versioni. Secondo alcuni sua madre, una ninfa nelle grazie di Atena, si bagnava con la dea in una sorgente. Un giorno il giovane Tiresia che cacciava nei pressi della sorgente vide Atena nuda. La dea immediatamente gli coprì gli occhi con le mani accecandolo. Per consolare Cariclo disperata per il castigo inflitto al figlio, Atena gli fece dono della profezia e gli donò anche un bastone di corniolo, che lo guidasse al posto degli occhi.
Secondo l'altra versione, Tiresia vide un giorno sul monte Cillene (oppure sul Citerone) due serpenti che si accoppiavano. Con il bastone li colpì uccidendo la femmina e immediatamente fu trasformato in donna. Sette anni dopo, passeggiando nello stesso punto, vide ancora una volta una coppia di serpenti che si accoppiava. Colpì il maschio e riacquistò il sesso primitivo. La sua disavventura lo aveva reso celebre e, un giorno in cui Zeus ed Era discutevano per stabilire se dai rapporti sessuali traesse più piacere la donna oppure l'uomo e, non essendo in grado di definire la questione, consultarono Tiresia, l'unica creatura al mondo in grado di fornire una risposta data la sua esperienza personale. Tiresia, senza esitare, dichiarò che se il piacere amoroso si componeva di dieci parti, la donna ne aveva nove, e l'uomo una sola. Furibonda, Era lo accecò.

Zeus non potè rimediare al gesto della sua sposa, ma cercò di ripagare Tiresia facendogli dono dell'infallibile profezia basata sulla sua capacità di comprendere il linguaggio degli uccelli, e gli accordò il privilegio di vivere a lungo (sette generazioni umane, si dice).
Tiresia prese dimora in un luogo nei pressi di Tebe dove in compagnia d'un giovane che lo assisteva nei sacrifici, praticava la divinazione.
Pietro della Vecchia (1603-1678)
Il divino Tiresia si muta in una donna
Tiresia prese parte a molte vicende. Quando Dioniso giunse per la prima volta a Tebe e fu scacciato da Penteo, Tiresia e Cadmo s'unirono ai suoi festeggiamenti. Penteo non volle dare ascolto agli avvertimenti di Tiresia che lo esortava a rispettare il dio e di conseguenza venne fatto a brani da un gruppo di Menadi tra cui si trovava anche sua madre. Fu Tiresia a rivelare a Edipo che era responsabile della morte di suo padre Laio e che aveva sposato sua madre Giocasta. Quando i Sette attaccarono Tebe, Tiresia, consultato da Eteocle, predisse che i Tebani sarebbero stati vittoriosi se un principe di sangue reale si fosse volontariamente offerto in sacrificio ad Ares; allora Meneceo, figlio di Creonte, si gettò dalle mura della città e salvò Tebe. All'attacco successivo perpetrato dai figli dei Sette, gli Epigoni, Tiresia annunciò la caduta della città e consigliò al re Laodamante, figlio di Eteocle, di fare evacuare la popolazione durante la notte. Tiresia aggiunse che egli era destinato a morire appena Tebe fosse caduta nelle mani degli Argivi. Infatti, all'alba Tiresia si dissetò alla fonte Tilfussa e all'improvviso spirò. Secondo un'altra versione, invece, morì quand'era prigioniero degli Epigoni e veniva trasportato insieme alla figlia Manto a Delfi per essere offerti ad Apollo come preda di guerra. Tiresia fu sepolto alla fonte di Telfusa. Un'altra versione ancora narra che quando Apollo inviò Manto a Colofone nella Ionia, dove essa sposò Racio, re della Caria, e generò Mopso, il celebre indovino, Tiresia l'accompagnò e lì morì e venne sepolto con tutti gli onori da Calcante e dagli altri indovini.
Odisseo venne mandato al confine della terra dalla maga Circe a consultare l'ombra di Tiresia, l'unica che avesse conservato i doni profetici, privilegio donatole da Atena o da Zeus o da Persefone. Tiresia era ancora in grado di farele sue predizioni e dopo ave bevuto il sangue della pecora uccisa da Odisseo, gli narrò tutto quello che gli sarebbe accaduto durante il viaggio verso Itaca, della sua reggia occupata dai pretendenti di Penelope e, dopo la vittoria sugli intrusi, il resto della sua esistenza. 


cercheremo di seguire la via,
farò ciò che posso, che riesco;
chi legge e mi ascolta sa già
la prevedibilità, la tenacità...
Grazie e Buon anno a tutti!
 
Gujil