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L'ombra è l'opposto del sole, ma si nutre di esso.
Un cielo grigio non genera ombre: nessun contrasto, nessun pensiero.


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mercoledì 11 giugno 2014

Roccia e masso

La roccia

Trine di betulla
nella valle
i pensieri –
ma ieri
quando soli erravamo
sulla nuda montagna –
il taglio
delle rupi più eccelse
era il disegno
della mia forza – in cielo.
E non parlare di rovina
tu cuore –
fin che uno spigolo nero a strapiombo
spacchi l’azzurro
e una corda s’annodi all’anima
bianca
come le ossa del falco
che sul torrione più alto
regalmente ha voluto
morire.

8 settembre 1933
Antonia Pozzi

sopra di me,
in un posto che amo...
una roccia,
un masso enorme
dagli inizi del tempo...



Il masso erratico (dal latino erràre, vagare) o masso delle streghe (spesso indicati anche col nome di trovanti) è una grande roccia che è stata trasportata a fondovalle da un ghiacciaio.
Questi massi, dopo che il ghiacciaio si è ritirato, occupano un'insolita posizione in mezzo alla pianura; per questo, e anche a causa delle loro insolite dimensioni, diventano spesso meta di molti rocciatori e alpinisti. Nel XVIII secolo, i primi geologi che giungono nelle Alpi e sul massiccio del Giura sono attratti da questi enormi blocchi di granito posti in cima a colline o isolati in mezzo a pianure alluvionali. Li chiamarono blocchi erratici perché non ne conoscevano la provenienza. Horace-Bénédict de Saussure su questo tema affermava "Il granito non si forma in terra come i tartufi, e non cresce come i pini sulla roccia calcare". Molte furono le teorie avanzate per giustificarne la presenza. Jean-Étienne Guettard avanzò l'ipotesi nel 1762 che i massi che si trovavano sparsi nelle pianure europee del nord erano tutto quanto restava di antichi monti erosi. Ma rapidamente se ne dimostro l'origine alpina. Scoperta l'origine restava da scoprire che cosa li aveva trasportati così lontano dai loro luoghi di provenienza. Nel 1778, Jean-André De Luc avanza una teoria basata su possibili esplosioni che avrebbero proiettato lontano questi massi. De Saussure non aderì ad essa, ritenendola perlomeno fantasiosa, "non vi è alcun esempio di queste esplosioni e i blocchi si dovrebbero polverizzare nel loro impatto al suolo", impatto che, tra l'altro, non lasciava evidenze sotto di essi. De Saussure constatò che i blocchi si trovavano disseminati negli assi delle vallate alpine. Si pensò allora a un possibile trasporto per fiume: le rocce sarebbero state deposte da enormi alluvioni, provocate da straripamenti di laghi o da repentine fusioni di ghiacciai dovute a vulcani o altro. Christian Leopold von Buch ne calcolò persino la forza necessaria per spostarli fin sopra il Giura. Altri supposero un'origine marina: L'innalzamento della catena alpina sarebbe stato così repentino che le acque che vi si trovavano ai piedi avrebbero trascinato via i blocchi. Altri ritenevano invece responsabile di questi spostamenti la banchisa o gli iceberg che li avrebbero deposti in antichi mari che sommergevano la regione. Queste teorie hanno i loro vantaggi e le loro lacune, i loro difensori e i loro detrattori. Nessuna trovò larghi consensIn quell'epoca i ghiacciai alpini erano in piena espansione al punto da inquietare le autorità svizzere che temevano la distruzione di alcuni villaggi a causa del rapido avanzamento che ghiacci. Questo periodo viene infatti indicato come la ‘’Piccola era glaciale’’. Nel 1821, Ignaz Venetz, ingegnere svizzero, studiò i ghiacciai per comprenderne il funzionamento. Raccolse testimonianze sull'avanzamento degli stessi e constatò un fenomeno che prima non era stato valutato: sui ghiacciai giacevano importanti blocchi e materiale minuto e sul fronte degli stessi si formavano colline di detriti, poi indicate con il nome di morene che ne indicano il loro punto finale. La constatazione che queste morene esistevano anche molto più a valle di dove si trovavano allora, fece avanzare l’ipotesi, ora unanimemente riconosciuta valida, che il fenomeno dipendeva dagli avanzamenti e dalle ritirate delle lingue di ghiaccio in ere successive.
I massi erratici non sono perciò che le tracce di antiche morene che i ghiacciai hanno lasciato ritirandosi (da wikipedia).

martedì 10 giugno 2014

Incertezza tra poesia e riflesso

incertezza /intʃer'tets:a/ s. f. [der. di incerto].
- 1. a. [di persona, l'essere incerto: mostra sempre i. quando deve prendere una decisione] ≈ esitazione, indecisione, (non com.) indeterminatezza, indeterminazione, insicurezza, irresolutezza, tentennamento, titubanza. ‖ perplessità. ↔ certezza, decisione, determinazione, risolutezza, sicurezza. b. [di una informazione e sim., l'essere incerto, l'avere dubbio fondamento: i. di una notizia] ≈ dubbiosità, insicurezza. ↑ improbabilità, inattendibilità, infondatezza, inverosimiglianza. ↔ certezza, fondatezza, sicurezza. ↓ attendibilità, plausibilità, probabilità, verosimiglianza. c. [mancanza di certezza per quanto riguarda gli esiti di una cosa: l'i. della situazione] ≈ fluidità, imponderabilità, imprevedibilità. ↑ aleatorietà, pericolosità, rischiosità. ↔ prevedibilità.
- 2. a. [stato d'animo dubbioso: restare, vivere nell'i.] ≈ dubbio, insicurezza. ↔ certezza, sicurezza. b. [atto, modo d'agire incerto, anche al plur.: ha risposto con qualche i.] ≈ esitazione, indecisione, tentennamento.
- 3. [nello scrivere, mancanza di proprietà, di stile: i. di stile] ≈ imprecisione, improprietà, insicurezza. ↔ padronanza, precisione, proprietà, sicurezza.
- 4. (fis.) [di una rilevazione e sim., l'essere impreciso: i. di una misurazione] ≈ inaccuratezza. ↑ erroneità, imprecisione, inesattezza. ↔ accuratezza, esattezza, precisione. [ESITARE].
TRECCANI


Incertezze

Pure, ancora di qualche trafittura
tremavo, a guisa di convalescente
ch'ogni indizio del suo male impaura.
Non ben certa di me, trepidamente,
il mio silenzio intimo ascoltando,
mi premevo sul cuor le mani intente.
M'indagai, mi scrutai, mi dolsi, e quando
m'avvidi in qual tenacità d'affanno
esasperavo un dubitar sì blando,
scossi da me l'antico e il nuovo danno
e balzai, folle di desii fugaci,
incontro al riso d'ogni bell'inganno,
gli risi coi notturni occhi : - Mi piaci !

Amalia Guglielminetti



le mille insicurezze,
i dubbi,
le attese e le domande;
come dire...
un lato della vita...

lunedì 9 giugno 2014

Come il gatto giunse in Islanda

Leggenda islandese


In una catapecchia sprofondata tra le canne sulla riva del lago, vivevano un uomo e una donna molto vecchi assieme al loro figlio Fortunato. La loro abitazione, se così si poteva chiamare, era priva di tutto, salvo due sgangherati sedili, una ciotola unta e un ferro per rovistare nel fuoco.
- Nemmeno un maialepotrebbe viverci! - sentenziavano sbrigative le compari del villaggio quando passavano di lì. E quando attraversavano la piazza del paese si ristoravano la vista col perfetto lindore delle loro casette.
In realtà nessuno sospettava quanto fosse ricco il vecchio della catapecchia, nessuno sapeva del sacco di corone d’oro gelosamente custodite sotto il pagliericcio; e quando morì nessuno avrebbe potuto immaginare che avesse preferito patire la fame per tutta la vita piuttosto che separarsi da una sola delle sue amate monete. Di lì a poco morì anche la vecchia, e il giovane Fortunato si trovò solo al mondo. Mentre sbarazzava l’unica stanza della sua triste dimora urtò col piede nel sacco d’oro e, pensando che contenesse pietre, stava per buttarlo nel lago, quando da una scucitura occhieggiò luccicante una monetina. Sciolse lesto il legaccio che chiudeva
l’imboccatura e d’improvviso seppe d’essere diventato ricco.
Fortunato era un ragazzo semplice, che non vuol dire sciocco, e afferrò subito l’idea di come ora sarebbe cambiata la sua vita. Sorrise tra sé e sé, si ravvivò i capelli, cercò di dare un aspetto ai suoi misteri stracci e si avviò verso il paese. Non aveva fatto metà della strada, e costeggiava ancora il lago, quando sentì un fischio venire dal canneto.
- Qualcuno mi ha chiamato? - chiese fermandosi e girando la testa. Ma non ottenne risposta e già riprendeva il cammino quando di nuovo gli parve che il fischio si ripetesse. - Se qualcuno mi cerca, è bene che si sbrighi! - disse a voce alta fermandosi di nuovo. - Perché questa mattina ho una fretta indiavolata e tra poco nessuno mi vedrà piú da queste parti. Saltò fuori allora un buffo omino, non piú alto di un palmo, vestito tutto di verde come le foglie e con un campanellino d’argento appeso al berretto. - Fortunato, dimmi, se non mi fai del male, ti dirò ciò che ora ti dico? - fu lo strampalato esordio del folletto del lago, perché proprio di un folletto si trattava. - Perché mai dovrei? non ci penso nemmeno - rispose Fortunato un po’ stupido. e infatti non gli era mai passato per il cervello di fare del male a qualcuno, figuriamoci a un folletto. - Sappi allora che quel denaro è stato rubato ai troll, i crudeli giganti delle montagne - disse la minuscola creatura. - Si tratta di oro pericoloso e malvagio. Liberatene subito, oppure donalo ai poveri. Solo nelle loro mani può diventare buono. Tieni invece per te la monetina che hai visto per prima. È l’unica che sia stata guadagnata onestamente.
Ciò detto il folletto sparì tra le canne.
Restato solo, Fortunato non ci pensò su nemmeno una volta e giunto al paese distribuì nottetempo tutto il denaro tra le case piú povere.
La mattina seguente il giovane fischiettava tra i campi felice di essersi liberato tanto in fretta di un così grande pericolo. Aveva una sola moneta in tasca, non era un gran che, ma sempre meglio di niente. Non sapeva neppure dove dirigere i propri passi, ma non per questo perdeva il buon umore. Così imboccò il primo sentiero che lo portava nel bosco.
Era un bel po’ che camminava e cominciava a sentire appetito. Camminò ancora e ancora e l’appetito diventò fame. Il sole scendeva quando vide una casa.
Bussò e una donna aprì l’uscio invitandolo ad entrare. Nella cucina erano riuniti attorno alla tavola il marito, i figli e la vecchia nonna. Gli fecero posto e aggiunsero un piatto. Nessuno fece domande e tutti mangiarono.
Quando fu sazio Fortunato cominciò a guardarsi intorno e vide con sorpresa un animale acciambellato vicino alle braci del cammino, assai diverso da tutti quelli che aveva visto fino ad allora. Aveva il pelo del colore delle castagne mature, lievemente striato, e non era molto grande, ma gli occhi erano larghi, a volte ovali a volte rotondi, e brillavano come specchi profondi. Cantava in una maniera assai strana e sommessa, che si udiva soltanto a stargli vicino.
- Qual è il nome di questa strana creatura? - chiese allora. - L’ha portata un marinaio d’oltremare e ha detto che laggiú la chiamano gatto - risposero quelli. - vorrei comperarlo, se me lo vendete, e non costa troppo e mi farebbe compagnia. -
Gli chiesero una monetina d’oro, e lui fu molto felice di poterlo acquistare.
La mattina seguente si prese il gatto, lo avvolse nel suo povero mantello, si assicurò che fosse comodo e riprese fischiettando il cammino nel bosco. Di lì a poco il bosco finì e si aprì un’ampia campagna lavorata con cura, qua e là punteggiata di tetti rossi delle fattorie. Ancora piú lontano si alzavano le bianche torri del re visibili anche a grande distanza.
Fortunato pensò che lì forse avrebbe potuto trovare lavoro e si diresse alla reggia, chiedendo udienza al sovrano. Mentre attendeva nella grande sala a pianterreno si meravigliò che tutte le persone che vedeva, donne e bambini, vecchi, paggi, guardie o cavalieri camminassero impugnando delle lunghe bacchette con le quali percuotevano distrattamente il pavimento. Quando invece sedevano, davano prima un gran botto sul sedile prescelto, ma poi restavano sospettosi e inquieti, anche se in giro non si vedeva nessuno. A volte spiavano sotto i tavoli, o dietro le tende. Peraltro nessuno, tranne lui, sembrava stupirsi di quell’insolito comportamento. Intanto gli fu detto di andare nella sala da pranzo reale, dove il re lo invitava a mangiare con la sua corte.
Entrando nella sala, il giovane vide con stupore una folla di piccole bestiole scure che correvano dappertutto sul pavimento e sul tavolo. Erano così sfacciate da rubare pezzi di cibo anche al re; e gli altri commensali non si trovavano meglio. Tra un boccone e l’altro tutti cercavano inutilmente di allontanarle colpendole con le loro bacchette. Quando fu seduto, Fortunato chiese alla nobildonna che gli sedeva a lato: - che specie di animale è questo?
- qui li chiamiamo topi - rispose la donna, mentre tentava di allontanarne uno particolarmente interessato al suo piatto. - Sono anni che hanno invaso la corte e il paese e la nostra vita sono diventati impossibili. Il re ha promesso sua figlia in sposa a colui che sarà capace di sterminarli, ma fin ora nessuno ci è riuscito. -
In quel punto si vide un’ombra sfrecciare nell’aria. Il gatto era balzato sulla tavola e dopo morsi e zampate, un bel numero di topi giaceva morto. Ancora un balzo, e ancora altri topi a pancia all’insú. Allora ci fu un grandinio di zampette e la massa brulicante e scura fuggì per porte e finestre fuori della sala.
Il re e la sua corte restarono stupefatti e poi, naturalmente, fecero grandi feste al loro liberatore, il gatto, che non avevano mai visto, e al suo proprietario Fortunato che ebbe la mano della figlia al re. (dalla rete)


domenica 8 giugno 2014

poesia e riflesso

Dettagli alla base

Se fossi feroce, e calvo, e corto di fiato
Vivrei alla Base con i Maggiori dalla divisa sgargiante
E spedirei tristi eroi ad affrontare il loro fato.
Mi vedresti con il mio paffuto viso petulante,
Rimpinzarmi e ingozzarmi nei ristoranti migliori,
Leggendo l'elenco dei caduti. "Povero giovanotto",
Direi - "Conoscevo bene i suoi genitori;
Sì, abbiamo avuto pesanti perdite nell'ultima baruffa".
E a guerra finita con ogni giovane morto e sotterrato,
Io mi trascinerò verso casa per morire al sicuro - a letto.

Traduzione di Michele Peron
Siegfried Sassoon


Colle Sestriere, dettaglio del
portale della Chiesa di Sant'Edoardo


nelle piccole cose

si trovano tante  passioni,

ricordi come piaceri,

come dolori...

sabato 7 giugno 2014

Claude Monet effetto vento, serie di pioppi e un aforisma poetico



Claude Monet,
Effetto vento, serie di pioppi, 1891
Effet de vent, série des Peupliers
(Effetto di vento, serie di Pioppi)

 

Questa pittura, acquisita da Paul Durand-Ruel a partire dal 1893, sarà a lungo custodita dalla famiglia del celebre mercante d'arte nonché amico degli impressionisti.
L'opera si accinge ora a raggiungere le collezioni pubbliche grazie ad una dazione, la stessa che ha consentito alla serie dei Pioppi, realizzata subito dopo i Covoni e immediatamente prima delle Cattedrali, nel corso della primavera, l'estate e l'autunno del 1891, di essere finalmente rappresentata presso il museo.
Questa serie comprende oltre une ventina di pitture raffiguranti gli alberi piantati lungo il bordo della palude di Limetz, sulla riva sinistra dell'Epte, a circa due chilometri a monte di Giverny.
Il carattere di istantaneità di queste pitture è destinato a tradurre la forza e la brevità dell'impressione provata davanti alla natura, i mutamenti delle luci, del clima e delle stagioni fissando per sempre i ricordi e le sensazioni del pittore delle "serie".
In questo quadro, la cui composizione con il gioco delle curve seguite dagli alberi è particolarmente riuscita, Monet ha raffigurato in primo piano solo tre alberi accentuando la diagonale del secondo.
Il più delle volte, le tele che compongono questa serie sono state dipinte da un battello o anche nelle immediate vicinanze della riva, questo spiega la visione dal basso del paesaggio; inoltre, in queste tele, le foglie dei pioppi sono agitate dal vento e il movimento che dà vita al paesaggio rappresentato accresce il carattere decorativo della composizione.
La verticalità degli alberi è valorizzata dal formato scelto, proteso verso l'alto.
(Museo D'Orsay, Parigi) 


Quando tra le colline sedete
nella frescura dei pioppi bianchi
e condividete la quiete
e la serenità dei campi
e dei prati lontani,
ebbene, lasciate
che il cuore dica in silenzio:
"Dio riposa nella ragione".
E quando la tempesta giunge,
e il vento possente scuote il bosco,
e tuoni e lampi proclamano
la maestà del cielo
allora che il cuore vostro
dica riverente:
"Dio si muove con passione".

Kahlil Gibran

Claude Monet - Pioppi sulla riva dell'Epte


 





scosso dai venti,
respinto dai sempre
rivedo le voci
risento le cose...

giovedì 5 giugno 2014

Quiete


Quiete

Una quiete affascinata e stracca
S’addensa e poltre nel mio cor, qual suole
Nel fondo giù di tenebrosa lacca
Un’acqua morta che non vegga il sole.
Da tutto ond’altri si rallegra o duole
Il mio pensier, la vita mia si stacca;
Un dì pasciuto di superbe fole,
Or nel mio petto anche il desio si fiacca.
Io sento svaporar tacita e cheta
L’anima mia come un licor sottile
Chiuso in un vaso di porosa creta.
Senza romor, senza dolor svapora:...
Così mi veggo, oh nova cosa e vile,
Morir giorno per giorno, ora per ora.

Arturo Graf


Eva Buda, "La quiete", olio su tela
 


anima come
lieve velo,
vola
sul mondo,
sulle cose,
si attarda
nei pensieri,
si accascia
nei dolori...



Quiete,
sostantivo, pl. -i
Etimologia: ← dal lat. quiēte.

1. assenza di moto; immobilità:
lo stato di quiete di un corpo; la quiete del mare, dell’aria, quando non c’è vento;
2. calma esterna; stato di silenzio, di tranquillità, di ordine:
la quiete della campagna; disturbare la quiete pubblica | calma dell’animo; pace, tranquillità: dopo aver messo a letto i bimbi, finalmente un po’ di quiete! |eterna, fatal quiete, (lett.) il riposo della morte.
Dizionario Garzanti

mercoledì 4 giugno 2014

Principiante, poesia e riflesso


principiante s. m. e f. [part. pres. di principiare].
– Chi è agli inizî nell’apprendimento di una tecnica artistica o artigianale, di un mestiere o di qualsiasi altro genere di lavoro:
in pittura è un p.; complesso musicale formato da principianti; quegli attori sono p., ma promettono bene; non è un lavoro da principianti, è un lavoro difficile, o che richiede lunga esperienza; in tono spreg.: spettacolo da principianti, mal fatto, goffo, male organizzato.
Con uso estens.: quei ladri dovevano essere dei principianti...
Rassegnazione per principianti
Tu non cercare nulla. Non c'è niente da trovare,
Niente da capire. Accontentati.
Quando verrà il loro tempo fioriranno i tigli
Sopra la tomba scavata di fresco.
Quando verrà il suo tempo si dissiperà il buio,
Scintillerà la luce rinata.
Niente è concluso, tutto continua.
E tu sarai allegro. O forse no.
Tra sparire e ricominciare
L'impossibile accade.

Come e perché non è stato svelato.
Suona nuova al principiante l'antichissima melodia.
Per cercare il senso profondo, non sprofondare.

Tu non cercare. Così lo troverai.


Traduzione di Francesca Goll
Mascha Kaléko

 

tutti in un sogno,

come provetti esperti nel nulla;

eppure le voci,

le cose, i sospiri

martedì 3 giugno 2014

Fiori di Baudelaire

Quando nel 1857 escono a Parigi I Fiori del male, presso il libraio editore Poulet-Malassis al numero 4 di rue de Buci, Charles Baudelaire ha 36 anni e conosce tutto della vita. Dopo aver abbandonato gli studi universitari, non riesce a terminare nemmeno un viaggio in India. Diventato maggiorenne dilapida l' eredità paterna, si prende come amante la mulatta Jeanne Duval e nel 1844 la famiglia lo fa interdire. Tenta il suicidio, collabora a riviste, a giornali, a quel che capita; nel 1848 si getta nelle sommosse, fa vita disordinata e dispendiosa (in una lettera alla madre confessa di provare «dolori nervosi insopportabili» per eccesso di acquavite); poi si trova un' altra amante, l' attrice Marie Daubrun, senza però lasciare la mulatta. E prima di quel 1857 ha già tradotto Poe, cercando nelle taverne mozzi e marinai inglesi per sciogliere i termini del gergo marinaresco. La poesia per lui, in quegli anni densi di eccessi e di allucinazioni, diventa la dimensione vera, sacra. Per questo motivo, allorché alla fine del 1856 decide di dare alle stampe i suoi versi, rifiuta «la sciatteria» di un' edizione commerciale presso Lévy e sceglie appunto Poulet-Malassis, convinto che stamperà un lavoro «elegante». Il 30 dicembre firma il contratto. La tiratura prevista è di mille copie. Sarebbe un errore credere che Baudelaire avesse scritto in breve tempo Les Fleurs du mal, riferimento indiscutibile della poesia moderna e contemporanea: in queste pagine egli raccoglie sensazioni e testi che andava elaborando dal 1840. La pubblicazione, comunque, non avviene tranquillamente: prima dell' uscita chiede e ottiene tre giri di bozze, dove gli interventi sono a volte maniacali. Persino la pagina del cosiddetto «falso titolo» si deve cambiare: nella prima prova scrive un «pas jolie» sottolineato: evidentemente non gli vanno bene gli spazi, il carattere e chissà che altro perché in essa ci sono soltanto le quattro parole che presentano il libro. Solo nella seconda prova concede il suo imprimatur, l' approvazione per stampare: «Bon a tirer. C. Baudelaire». Né si creda che per il frontespizio sia andato tutto liscio. L' editore dopo il titolo «Les Fleurs du Mal» vi ha aggiunto «Poésies». Apriti cielo. Baudelaire fa togliere la precisazione e si scaglia con due frasi contro di essa ricordando che «è chiaro che i Fiori del male sono poesie...». La dedica a Théophile Gautier si presenta in due versioni manoscritte, quindi in una stampata, corretta e poi cancellata, infine in altre due stampate, entrambe tormentate da interventi. Queste osservazioni non nascono da una nostra mania tipografico-editoriale ma sono state possibili grazie alla pubblicazione, avvenuta in questi giorni, dell' edizione diplomatica. È costata decenni di lavoro ed è curata da Claude Pichois e Jacques Dupont: si intitola L' Atelier de Baudelaire: «Les Fleurs du Mal», con tutti i fac-simili delle edizioni e i documenti. Ha visto la luce a Parigi in 4 volumi da Honoré Champion (pagine 3626, euro 625; ma sino al 31 dicembre il prezzo di lancio è di euro 475). Aprirla è come sedersi accanto a Baudelaire e osservarlo mentre scrive, condividerne i dubbi, le cancellazioni, i ripensamenti; a volte è possibile seguire la sua penna quando corre o quando si arresta, se si accanisce su un punto, se preferisce chiosare un verso. Questo patrimonio, o laboratorio o officina che dir si voglia, sino ad oggi non si conosceva. Le edizioni critiche presentano il testo del 1861 (la seconda edizione, considerata di riferimento e utilizzata anche per le traduzioni italiane), in nota al quale si danno le varianti. Ma è risultato freddo e non permette di osservare l' evoluzione di un cambiamento, come una frase si è caricata di rabbia o di dolcezza, la materia viva del poetare insomma. Per fare un esempio, basterà notare che quando dà della «puttana» alla compagna mulatta: «Tu mettrais l' univers entier dans ta ruelle/ Femme impure!...» (dove «ruelle» più che il letterario secentesco «alcova» indica l' organo genitale femminile, e oggi con disinvoltura taluni lo tradurrebbero «figa»; ovvero la «viuzza» dove la donna metterebbe «l' universo intero») nel foglio del 1857 corretto per l' edizione non si nota alcun segno, se non una grossa cancellatura al verso 9 per togliere una «s» da «féconde». Quando invece, pur senza scordarsi di lei, si rivolge a se stesso la penna interviene. È il caso della poesia «Que diras-tu ce soir, pauvre âme solitaire»: il verso 11 «Son fantôme dans l' air danse comme un flambeau» (Giovanni Raboni nei Meridiani Mondadori del 1996 traduce: «Il suo fantasma danza, torcia, nell' aria») nella bozza del 1857 presentava un più greve «danza e marcia» («danse et marche»). E poi sotto una lunga precisazione per una virgola e le virgolette. Tutti i dubbi si vedono pagina dopo pagina. Così la poesia che inizia «Ricordo ancora, appena fuori porta,/ la nostra casa bianca...» al verso 7 recava in originale «semblaient du fond du ciel en témoine curieux» è trasformato sulla bozza da Baudelaire in «Semblait, grand oeil ouvert dans le ciel curieux» (Raboni traduce: «immenso occhio spalancato nel cielo»). Non sicuro, trascrive sotto lo spazio bianco la correzione, ne aggiunge un' altra, le riquadra. Le nostre note si limitano a questi cenni, anche perché le oltre tremila e seicento pagine brulicano di varianti, di correzioni, a volte di disegni. I due studiosi, Pichois e Dupont, hanno riportato i manoscritti, le bozze, le riviste o i giornali su cui sono state pubblicate la prima volta le poesie e le edizioni del 1857 e del 1861. L' importanza dell' iniziativa non è soltanto filologica: si sa che Baudelaire, dopo l' uscita dell' opera, fu condannato dal tribunale di Parigi a 300 franchi di ammenda per «l' immoralità» delle Fleurs du mal e la giustizia colpì l' editore che dovette sborsarne 100, ma soprattutto ordinò la soppressione di sei poesie (I gioielli, Il Lete, A colei che è troppo gaia, Lesbo, Donne dannate, Le metamorfosi del vampiro). L' edizione del 1861 non incluse queste composizioni ma ne aggiunse altre (in essa vi compaiono per la prima volta i Quadri di Parigi e Il viaggio). Anche in tal caso, volendo fare un esempio con Lesbos si può notare che al verso 4 «des jours otieux» è corretto in «des jours glorieux», ovvero i giorni da oziosi diventano gloriosi; mentre al verso 31 «dieux» lo rende maiuscolo, per rispetto agli antichi dei. Né va dimenticato che nel 1868, un anno dopo la morte del poeta, Gautier e Asselinau prepararono una terza edizione, in cui venivano inserite altre liriche, tratte in parte dalla raccolta Épaves, ovvero Relitti, che Baudelaire aveva pubblicato in Belgio nel 1866. In tal caso l' edizione diplomatica di cui stiamo parlando, si limita a riprodurre questi ultimi testi ma non il libro postumo. Offre però i fac-simili di tutti i progetti lasciati sulle Fleurs, i cosiddetti preoriginali (dal 1850), i dossier di ogni poesia (anche dell' edizione post mortem), tante altre cose. Che aggiungere? Iniziative come questa sono a dir poco preziose, soprattutto in un' epoca in cui i poeti non frequentano più gli abissi della vita né i filosofi conoscono le allucinazioni veggenti di Nietzsche. Basterebbe soffermarsi su L' albatros per commuoversi: la stesura originale era di tre quartine e Baudelaire a penna vi aggiunse la quarta, senza una correzione. È quella in cui descrive «il fiacco e sinistro viaggiatore alato», ovvero se stesso. Non poteva essere capito, ma ancora oggi sa comunicare a carne e spirito le emozioni per volare oltre la mediocrità che ogni giorno ci stringe con sempre più forza. Le liriche uscirono nel 1857 facendo scandalo e furono sequestrate per «oltraggio morale» «I Fiori del male» di Charles Baudelaire (Parigi, 1821-1867) fecero scandalo fin dal loro primo apparire. Messa in vendita il 25 giugno 1857, la prima edizione della raccolta fu sequestrata pochi giorni dopo per «oltraggio alla morale». Autore ed editore furono processati il 20 agosto. Pubblico ministero era Ernest Picard, lo stesso che un mese prima aveva sostenuto l' accusa contro «Madame Bovary» di Flaubert. Condannati, dovettero sopprimere sei poesie. Baudelaire, negli appunti per il suo difensore, scrisse «il libro deve essere giudicato nel suo insieme: solo così si può coglierne la terribile moralità».
 Armando Torno venerdì, 9 dicembre, 2005


Baudelaire

Il poeta. lui solo, ha unificato il mondo
che in ognuno di noi in frantumi è scisso.
Del bello è testimone inaudito,
ma esaltando anche ciò che lo tormenta
dà alla rovina purezza infinita:
e persino la furia che annienta si fa mondo.

Rainer Maria Rilke


chi di più?
lo spleen le cose andate,
fiori nascosti, duri
e qualche raggio di luce...

lunedì 2 giugno 2014

Frammento

 

cielo di Giugno,
nascosto da nubi e passaggi
di voli radenti;
la mente ritorna,
il cuore ribatte.

Anonimo
del XX° secolo
frammenti

domenica 1 giugno 2014

Misurare



Ciascun
dal proprio cuor
l'altrui misura.

Ciascun dal proprio cuor l'altrui misura, recita un vecchio proverbio.
Dice che l'essere umano e' portato ad attribuire agli altri sentimenti, motivazioni ecc commisurate al proprio livello.
Non male per un proverbio popolare!
Un invito a guardarsi dentro con un pò meno furbizia; mentire a sè stessi èla cosa più stupida che si possa fare.