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L'ombra è l'opposto del sole, ma si nutre di esso.
Un cielo grigio non genera ombre: nessun contrasto, nessun pensiero.


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martedì 10 dicembre 2013

Poesia


Sole in Inverno

Inverno di sole
riflette cristalli di luce
ricordo le viole
nel tempo più truce
di questo dolore
che sovrasta l'amore.
Nel cuore di anime
perse nel vento, vaganti
lacrime e rime
di pensieri inquietanti;
vorrei correre forte
sfuggire alla sorte.

Anonimo
del XX° secolo
poesie ritrovate

lunedì 9 dicembre 2013

Samarcanda

Samarcanda (uzbeko: Samarqand; in tagico e in russo: Самарқанд, Samarkand; in Persiano: سمرقند ; in greco: Μαρακάνδα, Marakánda) è la terza città per dimensioni in Uzbekistan (popolazione 352.047 abitanti calcolati per il 2010) e il capoluogo della regione di Samarcanda. La città è per lo più conosciuta per essere nel mezzo della Via della seta nel percorso tra la Cina e l'Occidente. È collocata a 702 metri sopra il livello del mare e, nonostante sia un'importante città dell'Uzbekistan, la maggior parte degli abitanti è di lingua tagica. Nel 2001, dopo vari tentativi, l'UNESCO ha inserito la città, vecchia di 2700 anni, nella lista dei patrimoni dell'umanità sotto il titolo di Samarcanda - Crocevia di culture. Samarcanda è una delle più antiche città del mondo, che ha prosperato per la sua posizione lungo la Via della seta, la maggiore via commerciale di terra tra Cina ed Europa. Un tempo Samarcanda fu la città più ricca dell'Asia centrale e per la maggior parte della sua storia fece parte dell'Impero persiano. Fondata circa nel 700 a.C., era già capitale della satrapia Sogdiana sotto gli Achemenidi di Persia quando Alessandro Magno (nella zona conosciuto come Iskander Khan) la conquistò nel 329 a.C. Sotto i Sasanidi, Samarcanda rifiorì e diventò una delle città maggiori dell'Impero. Dal VI al XIII secolo la popolazione si ingrandì e divenne più popolosa anche della moderna Samarcanda. In quegli anni la città conobbe l'invasione araba (che portò il suo alfabeto e convertì all'Islam la sua popolazione), quella dei Persiani e di diverse successive dinastie turche. Fu saccheggiata nell'anno 1220 dai Mongoli. Sopravvisse solo una minima parte della popolazione ma essa dovette superare anche un sacco successivo condotto da un altro condottiero mongolo: Barak Khan. La città impiegò decenni per ristabilirsi da quei disastri. Timpano della madrasa Sherdar, completata nel 1660, nel Registan di SamarcandaNel 1370, Tamerlano decise di rendere Samarcanda una città stupenda e usarla come capitale dell'impero che avrebbe costruito e che si sarebbe esteso dall'India alla Turchia. Per 35 anni la città fu ricostruita e fu piena di cantieri con artigiani e architetti provenienti dalle parti più disparate dell'Impero timuride. Tamerlano fece così crescere la città, che divenne il centro della regione chiamata in Occidente Transoxiana e similmente dagli Arabi Mā warāʾ al-Nahr, «Ciò che è al di là del fiume Oxus». L'osservatorio astronomico di Ulugh Beg a Samarcanda, costruito nel 1420.Suo nipote Ulugh Beg governò il paese e la sua capitale per 40 anni. Creò varie scuole scientifiche dedite allo studio della matematica e dell'astronomia. Ordinò anche la costruzione di un grande osservatorio, di cui restano imponenti tracce. Nel XVI secolo gli Uzbeki spostarono la capitale a Bukhara e Samarcanda iniziò un lento declino. Dopo l'assalto dei Persiani guidati da Nadir Shah, la città fu abbandonata nel XVIII secolo. L'emiro di Bukhara tentò di ripopolare la città alla fine di quel secolo. Nel 1868, la città divenne parte dell'Impero russo, essendo stata conquistata dal colonnello A.K. Abramov, nonostante il contrattacco da parte di forze guidate da Abdul Malik Tura, figlio dell'Emiro di Bukhara, e dal Bek di Shahrisabz. Abramov divenne il primo governatore militare della città di Okrug che i Russi scelsero come capitale amministrativa della zona. La città divenne successivamente capitale del Turkestan russo e venne raggiunta dalla ferrovia transcaspica nel 1888. Divenne capitale della Repubblica Socialista Sovietica Uzbeka dal 1925 fino al 1930. Attualmente la città è reclamata dai nazionalisti tagiki, che oltre a essere maggioranza nel luogo, vorrebbero che essa tornasse a far parte del Tagikistan al quale dicono essa apparterrebbe storicamente. A questo scopo hanno fondato un movimento clandestino chiamato "Rinascimento (wikipedia).


ora la guerra paura non fa

Un vecchio video
una canzone stranota,
eppure
ci sento qualcosa di diverso,
ritmo meno serrato
sguardi contenuti.
Buon ascolto.

domenica 8 dicembre 2013

Aforisma e riflesso


Sempre camminerò
per queste spiagge
tra la sabbia e la schiuma dell'onda.
L'alta marea cancellerà l'impronta
e il vento svanirà la schiuma.
Ma sempre
spiaggia e mare rimarranno.

Kahlil Gibran


scie e tracce
in un continuum
sempre...

sabato 7 dicembre 2013

Felis silvestris catus

gatto
Nome riferito a numerose specie di Mammiferi Felidi appartenenti al genere Felis e in particolare al g. domestico; è attribuito anche ad alcuni generi affini, la cui posizione sistematica è talvolta controversa.
Al genere Felis si ascrivono alcune specie in declino numerico: il g. cinese del deserto o di montagna (Felis bieti), endemico del plateau tibetano; il g. della giungla (Felis chaus), diffuso in ambienti con densa copertura vegetale e raccolte d’acqua, dal delta del Nilo, attraverso la Penisola Arabica, l’Asia centrale e l’India, fino al Sud-Est Asiatico; il g. delle sabbie (Felis margarita), dei deserti dell’Africa Settentrionale, Penisola Arabica e Medio Oriente; il raro g. dai piedi neri (Felis nigripes), delle zone aride dell’Africa meridionale. Di queste specie, Felis bieti e Felis nigripes sono considerate vulnerabili, ossia ad alto rischio di estinzione nel medio periodo.
Il g. selvatico (Felis silvestris) è diffuso dall’Europa occidentale all’India, alla Cina occidentale e alla Mongolia, e in quasi tutto il continente africano. Il g. selvatico europeo (Felis silvestris silvestris) è la sottospecie presente in Europa, Caucaso e Asia minore. Ha corpo lungo 45-70 cm; peso 2-8 kg; mantello con strisce nere lungo il dorso; coda (circa 35 cm) a forma di clava, con evidenti anelli neri. Frequenta gli habitat boschivi; è territoriale e solitario. Caccia di notte, sugli alberi e al suolo, animali di piccole e medie dimensioni: roditori, uccelli, lepri, conigli, rettili, ma anche pesci o insetti. Il g. selvatico del deserto o africano(Felis silvestris lybica) è la sottospecie diffusa in Africa e Vicino Oriente, cui sono attribuite anche le popolazioni di Sardegna (g. selvatico sardo) e Corsica, forse derivanti da un’introduzione umana. Dall’Iraq all’India è diffuso il g. selvatico ornato o delle steppe (Felis silvestris ornata).
Il g. domestico è uno degli animali da compagnia più comuni, scelto per l’affettività (sebbene conservi una notevole indipendenza), ma anche per l’abilità nella caccia a roditori o piccoli rettili, specie comunemente indesiderate (v. fig.). Si ritiene che la domesticazione del g. sia avvenuta circa 10.000 anni fa, nel Vicino Oriente, dalla sottospecie del Felis silvestris lybica. Tra le molte razze,sono particolarmente apprezzate le comuni soriano ed europeo; le pregiate certosino e siamese, a pelo corto, d’Angora, a pelo medio e persiano, a pelo lungo. Il g. possiede caratteri tipici della famiglia Felidi, tra cui: clavicola non articolata, che gli permette di attraversare varchi angusti e di arrampicarsi con facilità, deambulazione digitigrada, zampe provviste di cuscinetti plantari, unghie retrattili, occhi e naso circondati da lunghe vibrisse con funzione tattile, buona vista notturna, ottima percezione dei suoni acuti, olfatto finissimo. Ha taglia di 2,5-7 kg; alcune razze fino a 11 kg. Vive in media 14-20 anni; raggiunge la maturità sessuale in 4-10 mesi. Il g. domestico va in estro più volte nel corso dell’anno; la gravidanza dura 63-65 giorni e sono partoriti 3-5 piccoli. Comunica per mezzo di una varietà di vocalizzazioni, miagolii, fusa e soffi.
Al contrario del solitario g. selvatico, i g. randagi si raggruppano spesso in colonie, nelle quali si instaura una rete di rapporti tra individui, interpretata da molti etologi come una forma primitiva di socialità. I g. randagi che riacquistano un comportamento selvatico (g. ferali) possono ibridarsi con il g. selvatico, alterandone il patrimonio genetico. Sono inoltre vettori di malattie e, soprattutto in condizioni di isolamento geografico (come nelle isole), la loro attività di predazione può pesare notevolmente sulle specie selvatiche più vulnerabili. Il sistema più noto per contrastare il randagismo felino è la sterilizzazione.
Il g. può contrarre malattie infettive contagiose anche per l’uomo (rabbia, tubercolosi, setticemia emorragica ecc.), parassitarie (dermatofizie come la tigna favosa e l’erpete tonsurante; parassitosi intestinali quali le teniasi e l’ascaridiosi), disturbi gastro-intestinali ecc. Il graffio del g. può essere causa, tra l’altro, di linforeticulosi benigna da inoculazione.
Tra le molte specie un tempo collocate nel genere Felis e in seguito incluse in generi affini, sono comunemente denominate g.: nel genere Prionailurus il g. pescatore o g. viverrino (Prionailurus viverrina), dell’India settentrionale e del Sud-Est asiatico, fino alla Malesia, e il g. del Bengala o g. leopardo (Prionailurus bengalensis) dell’India, Cina, Sud-Est asiatico e Siberia meridionale; nel genere Leopardus il g. delle Pampas (Leopardus pajeros), delle regioni orientali dell’America Meridionale, il g. tigrino o margay (Leopardus wiedii), dell’America Centrale e fascia tropicale dell’America Meridionale, e il g. pantanal o pantanal (Leopardus braccatus) del Brasile, Uruguay e Paraguay; il g. di Pallas (Otocolobus manul), dell’Asia Centrale, da molti tassonomi incluso nel gen. Felis, e un tempo ritenuto il progenitore del g. persiano; il g. dorato asiatico o di Temminck (Catopuma temmincki) della Cina e del Sud-Est asiatico; il g. dorato africano (Profelis aurata) dell’Africa equatoriale; il g. marmorato o pantera marmorata (Pardofelis marmorata) del Sud-Est asiatico, fino al Borneo e Sumatra (enciclopedia Treccani).

Il gatto

Vieni sul mio cuore innamorato, mio bel gatto:
trattieni gli artigli della zampa,
e lasciami sprofondare nei tuoi occhi belli
misti d’agata e metallo.

Come s’inebria di piacere la mia mano
palpando il tuo elettrico corpo
con le dita che tranquille ti accarezzano
la testa e il dorso elastico!

E penso alla mia donna, a quel suo sguardo
come il tuo, amabile bestia,
freddo e profondo che taglia e fende come freccia,

e a quell’aria, a quel profumo
che pericoloso fluttua sul suo corpo
dai piedi su fino alla testa!

 
Charles Baudelaire


 
lentezze aggraziate
slegano vincoli leggeri,
un attimo vaga
raccolto da passi felpati...

venerdì 6 dicembre 2013

Invictus a Nelson Mandela

Out of the night that covers me,
Black as the pit from pole to pole,
I thank whatever gods may be
For my unconquerable soul.

In the fell clutch of circumstance
I have not winced nor cried aloud.
Under the bludgeonings of chance
My head is bloody, but unbowed.

Beyond this place of wrath and tears
Looms but the Horror of the shade,
And yet the menace of the years
Finds and shall find me unafraid.

It matters not how strait the gate,
How charged with punishments the scroll,
I am the master of my fate:
I am the captain of my soul.
Dal profondo della notte che mi avvolge,
Nera come un pozzo da un polo all'altro,
Ringrazio qualunque dio esista
Per la mia anima invincibile.

Nella feroce morsa delle circostanze
Non ho arretrato né gridato.
Sotto i colpi d’ascia della sorte
Il mio capo è sanguinante, ma non chino.

Oltre questo luogo d'ira e lacrime
Incombe il solo Orrore delle ombre,
E ancora la minaccia degli anni
Mi trova e mi troverà senza paura.

Non importa quanto stretto sia il passaggio,
Quanto piena di castighi la vita,
Io sono il padrone del mio destino:
Io sono il capitano della mia anima.

William Ernst Henley



Il titolo proviene dal latino e significa "invitto", ossia "mai sconfitto". Fu composta nel 1875 e pubblicata per la prima volta nel 1888 nel Book of Verses ("Libro di Versi") di Henley, dov'era la quarta di una serie di poesie intitolate Life and Death (Echoes) ("Vita e Morte (Echi)"). In origine non recava un titolo: le prime stampe contenevano solo la dedica A R. T. H. B., un riferimento a Robert Thomas Hamilton Bruce (1846–1899), un affermato mercante di farina e fornaio scozzese che era anche un mecenate letterario.  Il titolo Invictus fu aggiunto dallo scrittore e critico letterario Arthur Quiller-Couch quando incluse la poesia nella sua fondamentale antologia della poesia inglese, Oxford Book of English Verse (1900).
All'età di 12 anni, Henley rimase vittima del morbo di Pott, una grave forma di tubercolosi ossea. Nonostante ciò, riuscì a continuare i suoi studi e a tentare una carriera giornalistica a Londra. Il suo lavoro, però, fu interrotto continuamente dalla grave patologia, che all'età di 25 anni lo costrinse all'amputazione di una gamba per sopravvivere. Henley non si scoraggiò e continuò a vivere per circa 30 anni con una protesi artificiale, fino all'età di 53 anni. Henley era amico di Robert Louis Stevenson, che si ispirò a lui per il personaggio di Long John Silver ne L'isola del tesoro
La poesia Invictus fu scritta proprio sul letto di un ospedale.
La poesia era usata da Nelson Mandela per alleviare gli anni della sua prigionia durante l'apartheid. Per questo è anche citata nel film Invictus - L'invincibile, del 2009, diretto da Clint Eastwood, in cui doppiaggio e titolatura in italiano hanno preferito la traduzione libera di invictus con invincibile, anziché con il significato più corretto di invitto, imbattuto (Wikipedia).


giovedì 5 dicembre 2013

Frammento e pianoforte


scorre nelle dita,
la musica.
la parola;
si ferma sul rigo
o sul foglio,
rimane
melodia infinita

Anonimo
del XX° secolo
frammenti ritrovati

mercoledì 4 dicembre 2013

Scuola

Istituzione sociale, pubblica o privata, preposta all’istruzione, quale trasmissione del patrimonio di conoscenze proprio della cultura d’appartenenza, o alla trasmissione di una formazione specifica in una determinata disciplina, arte, tecnica, professione, mediante un’attività didattica organizzata secondo regole condivise.
Al di là delle differenze, pur notevoli tra paese e paese, l’elemento che accomuna tutte le forme di sciola (dizionario Treccani).

Scuola

Negli azzurri mattini
le file svelte e nere
dei collegiali. Chini
sui libri poi. Bandiere
di nostalgia campestre
gli alberi alle finestre.

Sandro Penna


tempo passato,
ricordo quasi sbiadito,
eppure
da qualche parte
un sospiro
retaggio di allora...

martedì 3 dicembre 2013

Sereno, poesia e riflesso

Sereno

Dopo tanta
nebbia
a una
a una
si svelano
le stelle.
Respiro
il fresco
che mi lascia
il colore
del cielo.

Mi riconosco
immagine
passeggera
presa in un giro
immortale

Giuseppe Ungaretti


nel cuore
 una luce,
nel sole un'ombra,
come siamo,
come siamo noi...

 

Sereno
seréno agg. e s. m. [dal lat. serenus, propr. «asciutto, secco», quindi «sgombro di nuvole, limpido», detto del cielo].
– 1. agg. Senza nuvole; limpido, terso, riferito propriam. al cielo e, per estens., al tempo atmosferico: cielo s.; giornata, notte s.; frequente nella locuz. avv. a ciel s., a cielo scoperto, all’aria aperta: dormire al ciel s.; e fig., un fulmine a ciel s., una notizia, un avvenimento inaspettato e per lo più spiacevole: il fallimento di una ditta così ben avviata è stato per tutti un fulmine a ciel sereno.
- 2. agg., fig. In generale, l’opposto di turbato, ma con accezioni partic. secondo l’oggetto cui viene attribuito: a. Tranquillo, non agitato da timori, da gravi pensieri e preoccupazioni, non sconvolto da passioni: animo s.; coscienza, mente s.; più genericam., una letizia, una gioia s., pura, senza turbamento. b. Che esprime, che denota una tranquillità interiore: viso, sguardo s.; avere un aspetto s.; una bellezza s.; conservare un atteggiamento s. anche di fronte alla morte. c. Libero da gravi preoccupazioni, da dolori, mali e fastidî; tranquillo e lieto: una vita s.; avere un’esistenza s.; abbiamo passato una vacanza s.; ricordiamo le s. giornate trascorse insieme a voi. d. Non offuscato da passioni, non influenzato da preconcetti; obiettivo, imparziale: un giudizio s.; una valutazione s. dei fatti.
- 3. s. m. a. Cielo sereno, tempo sereno: guarda che bel s., stasera; talora, il cielo in genere: Torna azzurro il s., e tornan l’ombre Giù da’ colli e da’ tetti (Leopardi). Nel linguaggio poet., spec. ant., anche al plurale: Quale per li seren tranquilli e puri Discorre ad ora ad or sùbito foco (Dante); come ne’ lucidi s. sono le stelle ornamento del cielo (Boccaccio); e in senso tra proprio e fig.: col pensiero Quasi a’ sereni dell’Olimpo alzossi (Foscolo), al limpido cielo, o meglio alle sedi serene, dell’Olimpo. b. Per estens., l’aria aperta, soprattutto nella locuz. al sereno (sempre con riferimento alla notte; cfr. sotto le stelle): dormire, passare la notte al s. (ant., con questo stesso sign., alla serena, come locuz. avv.: era diventato di pratica di banchettare alla serena per tutta la città, Rovani); anche, il freddo pungente della notte (più sensibile quando il cielo è limpido): lo scolare andando per la corte, sé esercitava per riscaldarsi, né aveva dove porsi a sedere né dove fuggire il s. (Boccaccio); sarebbe stato poco efficace aiuto contro il rigore del s. (Manzoni). c. poet. Chiarità, limpidezza del cielo e dell’aria: Quindici stelle che ... Lo cielo avvivan di tanto sereno Che soperchia de l’aere ogne compage (Dante). Fig., luminosità, serenità, spec. dello sguardo: Dal bel seren de le tranquille ciglia Sfavillavan sì le mie due stelle fide (Petrarca).
- 4. Pietra s., varietà di macigno di colore grigio azzurrognolo (di qui il nome), molto comune nell’Appennino centrale e largamente usata come pietra da taglio, per interni (stipiti di porte, caminetti, mostre, elementi decorativi, ecc.) e, malgrado col tempo si sfaldi, anche per esterni. Superl. serenìssimo (v.). Avv. serenaménte, con serenità interiore: guardare serenamente all’avvenire; l’imputato attendeva serenamente il verdetto; tranquillamente, senza pensieri e preoccupazioni gravi: vivere serenamente; con obiettività, imparzialità: giudicare, valutare serenamente.

lunedì 2 dicembre 2013

Poesia e riflesso


Tra il dolore e la gioia

Vidi il mio sogno sopra il monte in cima;
era una striscia pallida; co' suoi
boschi d'un verde quale mai né prima
vidi né poi.
Prima, il sonante nembo coi velari,
tutto ascondeva, delle nubi nere:
poi, tutto il sole disvelò del pari
bello a vedere.
Ma quel mio sogno al raggio d'un'aurora
nuova m'apparve e sparve in un baleno,
che il ciel non era torbo più né ancora
tutto sereno.

Giovanni Pascoli
Myricae, Pensieri, IX





dopodichè torna,
la mente, il fare,
disdette e reclami
in susseguirsi folle,
avventato...

domenica 1 dicembre 2013

E' Domenica


Significato: destinato a Dio
Origine: latina
Onomastico: 4 Agosto
Segno Zodiacale: Capricorno
Numero portafortuna: 8
Colore: verde
Pietra: smeraldo
Metallo: mercurio


 


E' un nome molto diffuso in tutta Italia, soprattutto al Sud.
Deriva dal latino domìnus, "signore", e assume il significato cristiano di, "consacrato al Signore", cioè "a Dio", fin dal IV secolo.
Successivamente venne usato anche per i figli nati la domenica.
Nel Duecento ci fu una nuova rivalutazione del nome grazie a s. Domenico di Guzman, fondatore dei Domenicani, morto a Bologna nel 1220.
Tra i santi si ricorda anche San Domenico Savio, morto nel 1857.
Numerosi i derivati da questo nome: Menico, Dominica, Micuccia e i diminutivi Domenichina e Mimmo.
Non va poi dimenticato Meneghino, la maschera di Milano.
Tra i personaggi celebri, il pittore rinascimentale Domenico Ghirlandaio, il pittore spagnolo del Cinquecento Domenico Theotokòpulos, detto "El greco" per la sua origine cretese; i Musicisti del settecento Scarlatti e Cimarosa (seconda metà del Settecento), lo scrittore contemporaneo Domenico Rea e il cantautore Domenico Modugno.
Il vulcano lo simboleggia; tutto in lui è fuoco che cova, eruzione energia, e tutto ciò che tocca diventa incandescente: amore, amicizia, professione, ideali e sogni. Se l'intelligenza e un pizzico di fortuna sono dalla sua Domenico riesce a realizzare le proprie aspirazioni altrimenti la sua energia si trasforma in brace sotto la cenere, in una fiammella che aspetta il legno migliore per poter ardere di nuovo furiosamente (dalla rete).  


Peppino Rotondo, domenica a Pagliarelle
 

E' Domenica

Freddo e chiaro,
lontano si sente il silenzio
mattutino, quello vero;
passanti distratti
schivano foglie bagnate,
tra i rami del noce
intravedo montagne, lontane.

Anonimo
del XX° secolo
poesie ritrovate