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L'ombra è l'opposto del sole, ma si nutre di esso.
Un cielo grigio non genera ombre: nessun contrasto, nessun pensiero.


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giovedì 6 giugno 2013

Un coniglietto un pò diverso



Questa è la storia di un gattino dal mantello tigrato convinto di essere un coniglietto come i sui fratelli adottivi con i quali conviveva.
Anche questi piccoli la pensavano come lui, poiché non avevano mai visto un gatto. La loro madre-coniglia l’aveva trovato una mattina tutto tremante vicino alla sua tana. Alla vista di questo batuffolino di pochi giorni non ci pensò nemmeno un secondo a prenderlo delicatamente in bocca e portarlo al calduccio fra i suoi sei neonati figlioletti.
Avrà di certo pensato: allattarne sei oppure sette che differenza fa? Dopo alcune settimane i suoi figlioli si erano ricoperti di una soffice pelliccia e le loro orecchie si erano allungate.
Il gattino guardava ammirato questo miracolo e pensò che anche a lui stava avvenendo questo mutamento.
Uscì timoroso dalla tana e curioso, come lo sono tutti i gatti,andò a specchiarsi in una pozza d’acqua. La delusione della sua immagine riflessa fu traumatica e il povero gattino cadde in una profonda depressione.
A nulla valsero l’attenzione, la cura e l’amore di tutta la sua famiglia adottiva, il povero gattino dalla vergogna giurò che non sarebbe mai più uscito dalla tana.
L’estate passò. L’autunno vide sempre più accentuarsi le differenze fra di loro, adesso i sei coniglietti erano diventati dei grossi conigli. Anche su di lui erano avvenuti dei cambiamenti, infatti, da gattino si era trasformato in una piccola tigre dai lunghi baffi e dalle unghie taglienti come rasoi.
La bellezza del suo pelo lucido era ben evidenziata da una magnifica coda.
Adesso la differenza era più evidente.
Venne l’inverno che portò neve e gelo e mamma –coniglia non sempre riusciva a trovare sotto questa cibo per tutti. Più passavano i giorni e più il cibo scarseggiava per cui mamma-coniglia si doveva allontanare sempre più dalla sua tana. Prima di uscire non si dimenticava mai di raccomandare al gatto di controllare che nessuno, uomo o animale, si avvicinasse alla tana.
Durante una di quelle mattine in cui lei era uscita alla ricerca di cibo, una volpe affamata passando vicino alla tana sentì l’odore selvatico dei conigli e silenziosamente si avvicinò ad essa.
Già si leccava i baffi convinta che fra poco avrebbe fatto un bel pranzetto, ma non sapeva, povera volpe, che dentro vi era vigile e in guardia un generoso e forte gatto, pronto anche a sacrificarsi pur di salvare la sua famiglia.
La volpe si sdraiò davanti alla stretta imboccatura della tana e mise una zampa dentro con l’intenzione di catturare una preda, invece, ricevette una violenta e inaspettata zampata dal gatto che con i suoi taglienti artigli le procurarono una brutta ferita.
La volpe, dal dolore e dallo spavento, fuggì nella foresta urlando a tutti di stare attenti, perché in quella tana vi erano dei conigli magici che se assaliti potevano trasformarsi in bestie feroci.
La mattina dopo, tutti gli abitanti della foresta per timore , ma anche per curiosità andarono a rendere omaggio ed a chiedere protezione a questa famiglia di conigli, portando loro in dono erba fresca e tanta carne.
Al festeggiato, non restò che uscire dalla tana insieme ai suoi sei fratelli conigli per farsi ammirare e ricevere l’omaggio da tutti gli abitanti della foresta.
Adesso di certo non si vergognerà più della differenza che lo distingue dai suoi amati fratelli conigli.

dalla rete

mercoledì 5 giugno 2013

Poesia e riflesso

Canto alle rondini
 
Questa verde serata ancora nuova
e la luna che sfiora calma il giorno
oltre la luce aperto con le rondini
daranno pace e fiume alla campagna
ed agli esuli morti un altro amore;
ci rimpiange monotono quel grido
brullo che spinge già l' inverno, è solo
l' uomo che porta la città lontano.
 
e nei treni che spuntano, e nell' ora
fonda che annotta, sperano le donne
ai freddi affissi d' un teatro, cuore
logoro nome che patimmo un giorno.

Alfonso Gatto


anch'io volo,
con loro, nel blu,
che sà di cobalto
come il cuore
confusamente batte...

martedì 4 giugno 2013

Poesia e riflesso


Alla selva

Selva cupa e sonora
Sotto il cielo sereno;
Tu che una volta ancora
Mi ricevesti in seno;
Tu che allo spirto ansante
Contro un pensier pugnace,
Tu che alle membra affrante
Desti riposo e pace;
Poichè son dileguati
I dì tranquilli e brevi,
Tu del mio core i grati
Sensi e l’addio ricevi.
Parto. Laggiù lontano,
La rea città m’aspetta,
Albergo disumano
Che all’uom la morte affretta.
M’aspettano le cure
Fastidiose, amare,
Le mescolanze impure,
Le disoneste gare,
E la malvagia febre,
Angosciosa ed oscena,
Che le menti fa ebre,
Che le carni avvelena.
O cara Selva, addio!
Dovunque io muova il piè
Con tenere desio
Mi sovverrò di te.
Queste che, il core esprime,
Queste ch’ebber lavacro
Di pianto umili rime,
Al nume tuo consacro.

Arturo Graf


che dire,
mi mancano i boschi
e le fragili foglie,
steli d'erba
e assolati prati...

lunedì 3 giugno 2013

Parabola tra poesia e riflesso

Parabola

Il bimbo guarda fra le dieci dita

la bella mela che vi tiene stretta;
e indugia - tanto è lucida e perfetta -
a dar coi denti quella gran ferita.
Ma dato il morso primo ecco s'affretta:
e quel che morde par cosa scipita
per l'occhio intento al morso che l'aspetta...
E già la mela è per metà finita.
Il bimbo morde ancora - e ad ogni morso
sempre è lo sguardo che precede il dente -
fin che s'arresta al torso che già tocca.
"Non sentii quasi il gusto e giungo al torso!"
pensa il bambino... Le pupille intente
ogni piacere tolsero alla bocca.

Guido Gozzano


imparo da me
con me grido
in un suono cupo
mentre allungo il filo
del mio dipanare...

In matematica, la parabola (dal greco: παραβολή) è una particolare figura contenuta nel piano.
Si tratta di una particolare sezione conica, come l'ellisse e l'iperbole.
Può essere definita come il luogo geometrico dei punti equidistanti da una retta (detta direttrice) e da un punto fisso (detto fuoco).
La parabola è un concetto molto importante in matematica ed ha numerose applicazioni in fisica ed in ingegneria.

domenica 2 giugno 2013

Poesia


Stare qui

Stringe la gola dolente
mentre inghiotte forzata
l'ansia ì, l'angoscia
e i ricordi si fanno pesanti.
Non ho più risorse con me
mi sento affondare, gemo,
ma mestizia ricorre

Beata tristezza, lamenti,
voglio bere la luce,
la chiara bevanda.
Qualche amico con me
si va appanando nel tempo
ed è ancora maestrale
a soffiare tempesta, buio.
Dovrò ora reagire.

Anonimo
del XX° secolo
poesie ritrovate

sabato 1 giugno 2013

Poesia e riflesso

It's little Ether Hood
Doth sit upon it's Head -
The millinery supple
Of the sagacious God -
Till when it slip away
A nothing at a time -
And Dandelion's Drama
Expires in a stem.
   Il piccolo Etereo Cappuccio
Poggiato sulla Testa -
Modisteria flessibile
Di un Dio sagace -
Fin quando scivola via
Un nulla alla volta -
E il Dramma del Soffione
Si estingue in uno stelo.

Emily Dickinson

 

 vita e morte di un fiore
fin dai suoi primi attimi,
dolcezze confuse
a noi povere cose...

venerdì 31 maggio 2013

Flebile


Flebile

Ogni gesto, ogni cosa
in un flebile afflato
come una vecchia
assonnata e confusa
come un passato vissuto.

Anonimo
del XX° secolo
poesie ritrovate



flè-bi-le

Significato:Piangente, lamentoso; sommesso, fioco
dal latino: [fleo] piango.
Il senso principale con cui si usa questa parola è debole, fioco.
Ma è una sinonimia piuttosto generica.
La connotazione originale e forte indica il piangere come cifra distintiva.
Un tono flebile non sarà semplicemente un tono fioco, tenue, quasi impercettibile; piuttosto, sarà la voce tremante di un pianto che è già salito agli occhi o che vibra ancora in gola.
(dalla rete)

mercoledì 29 maggio 2013

Poesia e riflesso


La voce

Dov’è più fitta la trama
Di questa selva remota,
Da lunge, a lungo, un’ignota
Voce mi chiama, mi chiama.
La voce è tenera e trista,
La voce è chiara e profonda,
Come una voce dell’onda
A un grido umano commista.
Io che a fatica trascino
L’anima stanca ed inferma,
Vengo! rispondo, e per l’erma
Selva cammino, cammino.
Cammino tra scure piante,
Per balzi e ripe, salendo:
Il luogo muto ed orrendo
Pare la selva di Dante.
Crescono l’ombre, e l’arcana
Voce ch’io seguo ed ascolto,
S’affievolisce e nel folto,
Innanzi a me, s’allontana.
E alfine tace. Smarrito,
Seggo sul duro terreno;
Il cor mi palpita in seno
Come un uccello ferito.
Ombra, silenzio! A ponente,
Fra i tronchi immobili, dramma
Cupo di sangue e di fiamma,
Traspare il giorno morente.

Arturo Graf


mi trema ogni tanto,
la rabbia, il dolore,
le cose di tutta una vita
sole, insistenti, care...

martedì 28 maggio 2013

Malattia

La malattia (o male),  è un complesso di fenomeni che si instaurano in un organismo vivente quando una causa qualsiasi alteri l’integrità strutturale delle sue parti oppure ne faccia deviare il funzionamento in senso dannoso. Si può dire che la m. è una caratteristica degli organismi viventi, così come lo è la capacità di mantenere costante, attraverso complessi meccanismi regolatori, il proprio equilibrio anatomico e funzionale, sottoposto a continui stimoli provenienti dal mondo esterno e interno all’organismo stesso, tendenti ad alterarne le varie funzioni.L’insorgenza della m. dipende non tanto dalla natura dello stimolo, quanto piuttosto dall’intensità e dal modo, oltre che dalla reattività dell’organismo che lo subisce.La fine della m. può essere la morte dell’organismo, o della parte interessata, oppure la guarigione. Non di rado, però, la m. lascia nell’organismo un danno permanente, uno stato patologico che non si modifica più. Lo stato patologico può derivare anche da una m. congenita, legata a disturbi intervenuti nel corso dello sviluppo intrauterino o ad anomalie genetiche di carattere ereditario.La scienza che studia le malattie è la patologia, e un settore importante di questa è l’eziologia, che ha per oggetto i fattori o le cause di m. Questi possono provenire dall’ambiente esterno (fattori estrinseci) o essere insiti nell’organismo (fattori intrinseci): i fattori estrinseci, a loro volta, possono essere inanimati oppure viventi.Nel realizzarsi della m. una parte importante spetta alle condizioni dell’organismo ogni individuo reagisce in modo proprio all’azione delle cause di m.: vi sono soggetti in cui un determinato agente patogeno non provoca alcun effetto all’opposto vi sono soggetti predisposti a certi stimoli che ammalano con maggior facilità. Le differenze vengono da vari fattori: età, sesso, razza, ambiente, abitudini di vita, alimentazione, condizioni di lavoro, costituzione individuale.Quest’ultima è probabilmente la più importante: vi sono delle varianti particolari della costituzione, dette diatesi, che sono proprio caratterizzate da un’abnorme predisposizione dell’organismo verso una m. o un gruppo di malattie tra loro affini. Infine numerose malattie sono legate ad alterazioni del patrimonio genetico dell’individuo, per la presenza di geni patologici, e vengono trasmesse ereditariamente.Lo studio delle alterazioni che la m. comporta nella struttura e nelle funzioni dell’organismo è argomento della anatomia patologica e della fisiopatologia. Le varie modificazioni anatomiche e funzionali determinate dalla m. si manifestano con la comparsa di sintomi il cui studio è oggetto della semeiotica e della clinica. I sintomi vengono definiti soggettivi quando si riferiscono ai disturbi avvertiti dal paziente, oggettivi quando invece vengono rilevati dal medico attraverso l’esame obiettivo oppure con indagini di laboratorio e strumentali. Attraverso lo studio dei sintomi il medico arriva a identificare la m. in gioco e a prevederne, entro certi limiti, la possibile evoluzione. Le varie malattie vengono in genere classificate tenendo conto dell’organo colpito, della causa, del tipo di alterazione anatomica provocata, dell’evoluzione.La classificazione delle malattie è definita nosologia essa nel corso dei tempi ha subito continue modificazioni, in rapporto con l’approfondimento delle conoscenze scientifiche e con il perfezionamento dei metodi di indagine.







brucio di sonno
all'alba, al tramonto,
gli occhi stancano
un viso invecchiato...







La mia malattia

I
L'altr'anno, ero malato, ero lontano,
a Messina: col tifo. All'improvviso
udivo spesso camminar pian piano,
a piedi scalzi. Era Maria, col viso
tutt'ombra, dove un mio levar di ciglia
gettava sempre un lampo di sorriso.
A volte erano i morti, la famiglia
nostra... Io pian piano mi sentia toccare
il polso, e sussurrare: - Oh! la mia figlia!
sola! con nulla! con di mezzo il mare! -
II
Quelle sere, Maria non, come suole,
pregava al mio guanciale, co' suoi lenti
bisbigli, con le sue dolci parole:
dolci parole dette per gli assenti
al buon Gesù, dette per me: preghiere
perché in pace riposi e m'addormenti.
Prega, e vuol ch'io ripeta. Quelle sere,
nulla, o diceva: "Dormi, ch'hai la voce
debole; è meglio ora per te tacere,
dormire; fatti il segno della croce".
III
Io pensava: - Ma dunque ella non crede
più, tanto? Che sarà della sua vita,
un vilucchio avvoltato alla sua fede? -
E pensando, alla mente illanguidita
io richiamava le devozioni
già dette con le mie tra le sue dita.
E ricordai che tra quei fiochi suoni
che a un Angiolo bisbiglia che li porti
su, c'era il Requiem; c'era anche: Vi doni
nostro Signore eterna pace, o morti!
IV
Morti che amate, morti che piangete,
morti che udivo camminar pian piano
nella mia, nella sua stanza a parete:
che sempre in dubbio d'aspettare in vano
sempre aspettate con pupille fisse,
come il mendico, tesa ch'ha la mano,
quelle preghiere; oh! sì, Maria le disse,
quelle preghiere, ma da sé, ma ebbre
di pianto, ma di là... che non sentisse
suo fratello, che aveva alta la febbre...

Giovanni Pascoli
da I canti di Castelvecchio

lunedì 27 maggio 2013

Poesia e riflesso

LACRIMA
 
    Lontano dagli uccelli, dai greggi, dalle villanelle,
bevevo, accoccolato in qualche landa circondata dai
boschi di nocciuoli, in una tepida e verde foschia pomeridiana.
    Che cosa potevo bere in quella giovine Oise - olmi
senza voce, erba senza fiori, cielo coperto-, che
cosa attingevo alla zucca di colocasia? Qualche
liquor d'oro insipido, e che fa sudare.
    Parevo una brutta insegna d'albergo. Poi
l'uragano mutò il cielo, fino a sera: furono paesi neri,
laghi, pertiche, colonnate sotto la notte azzurra, stazioni.
    L'acqua dei boschi si perdeva in sabbie vergini, il
vento scagliava dal cielo ghiaccioli ai pantani... E
dire che, come un pescatore d'oro o di conchiglie,
non mi sono dato pensiero di bere!

Arthur Rimbaud


e si piange sempre
fino alle lacrime
o basta un
sospiro,
un mugolio
continuo...