...........................................................................................................................................

L'ombra è l'opposto del sole, ma si nutre di esso.
Un cielo grigio non genera ombre: nessun contrasto, nessun pensiero.


...........................................................................................................................................

sabato 21 dicembre 2013

Chiedere tra poesia e significati

chièdere v. tr.
[lat. quaerĕre; cfr. l’ant. chèrere, chièrere]
(pass. rem. chièsi o chièṡi, chiedésti, ecc.; part. pass. chièsto; nel pres. indic. e cong., accanto alle forme regolari chièdo, chièdono, chièda, chièdano, esistono anche le forme, oggi ant. o letter., chièggo, chièggono, chiègga, chièggano).

 






Io ti chiesi

Io ti chiesi perché i tuoi occhi
si soffermano nei miei
come una casta stella del cielo
in un oscuro flutto.

Mi hai guardato a lungo
come si saggia un bimbo con lo sguardo,
mi hai detto poi, con gentilezza:
ti voglio bene, perché sei tanto triste

Hermann Hesse

non rispondesti
alla domanda
degli occhi
ti vidi andare
scivolando leggera
nella notte romana...


chiedere. - È la forma dissimilata (r-r in d-r), normale in verso e in prosa, dal latino quaerere; la forma latineggiante (con metaplasma dalla III alla II coniugazione) è ‛ cherère ' (v.). La forma flessionale palatalizzata ‛ cheggio ', analogica su ‛ veggio ', ‛ seggio ', ecc., è l'unica usata per la prima persona dell'indicativo (v. anche si cheggia, Pg XVI 83; ma cfr. cheggala, in Fiore LX 6) sia in rima che all'interno del verso. Da notare la forma sincopata chiedrò del futuro (Fiore CLVIII 9). Il participio passato è ‛ chesto '; la forma dittongata ‛ chiesto ' ricorre una sola volta (Pd XXI 125).
Come il latino quaerere, c. in D. vale sia " c. per sapere " che " c. per avere ". Pur con diverse connotazioni e sfumature semantiche, il secondo significato è più frequente.
Tale il valore di c. nei seguenti esempi in cui l'oggetto della richiesta è una cosa astratta o una cosa concreta, ma in un contesto figurato, o una persona: Vn XII 12 17 averai chesta pietate; Cv IV XXVII 6 e questo [la prudenza] è quello dono che Salomone, veggendosi al governo del populo essere posto, chiese a Dio, e 8 Dunque porterò io lo mio consiglio e darollo eziandio che non mi sia chesto... ?; Pg XX 48 io la [la vendetta] cheggio a lui che tutto giuggia; Pd XIII 95 fu re, che chiese senno / acciò che re sufficÏente fosse; Rime CXVII 10 un'altra donna siede, / la qual di signoria chiese la verga; Vn XIX 7 20 Lo cielo, che non bave altro difetto / che d'aver lei [l'anima di Beatrice], al suo segnor [Dio] la chiede; Rime LXXXVII 9 natura mi chiese a colui / che volle, donne, accompagnarmi a vui. Così in Fiore CLXXV 7. Con costrutto assoluto, in Pd XIII 93 pensa chi era, e la cagion che 'l mosse, / quando fu detto " Chiedi ", a dimandare; XVII 74 'l primo ostello / sarà la cortesia del gran Lombardo / ... ch'in te avrà sì benigno riguardo, / che del fare e del chieder, tra voi due, / fia primo quel che tra li altri è più tardo.
In alcuni casi, in cui l'oggetto diretto del verbo è rappresentato da persona, il senso è " chiamare ", " mandare a chiamare ", " far venire ": lf II 97 Questa [la Vergine] chiese Lucia in suo dimando; XXVII 94 e 96 Ma come Costantin chiese Silvestro / d'entro Siratti a guerir de la lebbre, / così mi chiese questi [Bonifacio VIII] per maestro; Pd XXI 125 quando fui chiesto e tratto a quel cappello; Fiore CCXIV 11.
Il valore di "desiderare" è presente in Rime CI 28 io l'ho chesta [la nova donna] in un bel prato d'erba / innamorata, e Pg V 112 Giunse quel mal voler che pur mal chiede / con lo 'ntelletto (cfr. Benvenuto: " quia ita est obstinatus quod numquam potest velle nisi malum "); in costrutti negativi in Rime LXVIII 30 l'anima mia non chiede altro diletto; If XV 120 Sieti raccomandato il mio Tesoro, / nel qual io [Brunetto Latini] vivo ancora, e più non cheggio; XXI 129 andianci soli, / ... ch'i' per me non la cheggio [la scorta]; XIX 93 Nostro Segnore... / Certo non chiese se non " Viemmi retro "; Pg XVI 102, Pd VIII 117. Nell'accezione di " richiedere ", in Rime XCI 8 se [Amor] facesse quanto il voler chiede, / quella vertù che natura mi diede / nol sosterria; If IX 120 [i sepolcri] eran sì del tutto accesi, / che ferro più non chiede verun'arte. Più precisamente per " comportare ", in Pg XIV 47 Botoli... / ringhiosi più che non chiede lor possa.
Il senso intensivo di "pregare" è presente, con costrutto transitivo, in Pg IX 110 misericordia chiesi e ch'el m'aprisse; XVI 53 Per fede mi ti lego / di far ciò che mi chiedi; il verbo è seguito da proposizione oggettiva in IX 107 Chiedi / umilmente che 'l serrame sciolga, e XIII 148.
Il valore di " cercare " è attestato in Pg XVI 83 in voi è la cagione in voi si cheggia; Fiore CXL 11 i' tutta sola a chieder sì l'androe; CLVIII,9, CLXXXII 12, Detto 461. C. assume valore pregnante in alcune frasi tipiche: " c. di parlare ", in Pg VIII 9 l'ascoltar chiedea con mano, e XIX 87 elli m'assentì... / ciò che chiedea la vista del disio; " c. di mostrare ", in Pg XXXI 74 e quando per la barba il viso chiese, / ben conobbi il velen de l'argomento; " c. in elemosina, mendicando ", in Pg XIII 62 li ciechi... / stanno a' perdoni a chieder lor bisogna, e, in costrutto assoluto, in If XXI 69 il mendicante di sùbito chiede ove s'arresta, e Fiore CXIV 11; lo stesso valore ha l'espressione ‛ c. pane ' (CX 2, CLII 14). Altre locuzioni presenti nel Fiore sono: ‛ c. mercé ' (LX 6, due volte), ' c. dispensa ' (CLIV 12), per " procurarsi i mezzi per vivere "; ‛ c. unto al letto del cane ' (CVII 14) nel senso di " cercare cosa impossibile o vana ".
Il valore di "c. per sapere" è presente in Rime CIV 39 lo mio segnore... chiese / chi fosser l'altre due ch'eran con lei; If XIII 81, XXIII 79 Forse ch'avrai da me quel che tu chiedi; XXIV 136 Io non posso negar quel che tu chiedi; Pd XXI 95, XXIV 129. Così l'infinito sostantivato in Pd XXI 54 per colei che 'l chieder mi concede. Il senso di " desiderare di sapere " è in Cv IV V 20 Per che più chiedere non si dee, a vedere che spezial nascimento e spezial processo, da Dio pensato e ordinato, fosse quello de la santa cittade; e, con la connotazione di " esigere ", in XIII 8 [Aristotele] dice che " 'l disciplinato chiede di sapere certezza ne le cose... ".
Interessante è la sfumatura semantica tra c. e ‛ domandare ', specie là dove i due verbi sono contigui e assumono una funzione variamente intensiva: in If XIII 81 Virgilio dice a D.: parla, e chiedi a lui [Pier della Vigne], se più ti piace, e subito dopo (v. 82), D., rivolgendosi al maestro: Domandal tu ancora / di quel che credi ch'a me satisfaccia: ‛ chiedi ' ha senso più instante e sottintende la maggiore autorità di Virgilio, e ‛ domanda ' il tono più discreto di Dante. Lo stesso rapporto è in If XXIV 128 e 136, Pd XIII 93, XXI 48 e 54.
Il senso "c. d'amore" ricorre solo nelle Rime dubbie, ma nelle forme non dissimilate ‛ cherére ' (v.) e ‛ cherire ' (dizionario Treccani).

venerdì 20 dicembre 2013

Frammento

alba traslucida
da vetri carichi di pioggia,
la roggia dipana
la sua strada nel prato
e si perde
in nebbiose lontane.

Anonimo
del XX° secolo
frammenti ritrovati

 
Clementina Macetti, Riflessi in roggia


giovedì 19 dicembre 2013

Aforisma

Ma come potresti elevarti
al di sopra dei giorni e delle notti
se non spezzerai le catene
che tu stesso all'alba della tua comprensione
hai legato attorno al tuo mezzogiorno.
Ciò che tu chiami libertà

è in verità la più forte di queste catene,
sebbene i suoi anelli scintillino
nel sole e abbaglino gli occhi.

Kahlil Gibran



in alto, nel sole,
con occhi lucenti
e risa,
intorno al cuore
gioia e pace...

mercoledì 18 dicembre 2013

Poesia, riflesso e vita

Per quanto sta in te

E se non puoi la vita che desideri
cerca almeno questo
per quanto sta in te: non sciuparla
nel troppo commercio con la gente
con troppe parole e in un viavai frenetico.

Non sciuparla portandola in giro
in balìa del quotidiano
gioco balordo degli incontri
e degli inviti,
fino a farne una stucchevole estranea.

Costantinos Kavafis

le ombre sfumate,
le attese stremanti;
vita
vissuta,
da vivere,
ancora...

vita s. f. [lat. vīta, affine a vivĕre «vivere»]. –

1. In senso ampio, proprietà o condizione di sistemi materiali (i sistemi viventi, dagli organismi unicellulari a quelli pluricellulari più evoluti) caratterizzati da un alto grado di organizzazione e complessità, e di cui la cellula è considerata unità fondamentale; in essi, un numero elevato di sottosistemi, o organi diversi, concorrono funzionalmente a costituire un tutto unico, per cui si parla di individuo vivente o organismo (e i sistemi viventi formano il mondo organico), che dà luogo a capacità di crescita, sviluppo e movimento autonomo, di autoregolazione, di metabolizzazione, di adattabilità, di reattività e, soprattutto, di riproduzione, agamica o per mezzo di particolari cellule sessuali (gameti). Constatata come proprietà di un numero enorme di specie, è stata ricondotta a un principio unitario dalla teoria dell’evoluzione per selezione naturale (v. evoluzione, n. 3 a) di Ch. Darwin, per cui si parla di origine della v., con riferimento a quel processo iniziale, da alcuni ritenuto eccezionale, da altri relativamente probabile, in cui la materia inorganica si è organizzata in strutture ordinate (composti organici, in partic. le macromolecole fondamentali: proteine e acidi nucleici), capaci di svilupparsi e riprodursi, da cui poi avrebbero avuto origine, in milioni di anni, le specie, estinte, o ancora viventi, che sono state osservate; è aperto tuttavia il dibattito se i virus, che sono incapaci di riprodursi autonomamente (dipendendo per questo da una cellula ospite, precedentemente infettata) siano da considerarsi o no esseri viventi. L’apparente contraddizione tra le proprietà di organizzazione e differenziazione crescente dei sistemi viventi e la tendenza spontanea dei sistemi fisico-chimici al disordine, alla disorganizzazione e all’omogeneità è ricomposta nella moderna termodinamica dei processi irreversibili, in quanto il sistema vivente è visto come sistema aperto (quindi non isolato), che si mantiene lontano dall’equilibrio grazie al continuo scambio di energia e materia con l’ambiente (nel quale la crescita di entropia compensa abbondantemente il decremento di entropia del sistema). Nella storia del pensiero filosofico e scientifico, il concetto di vita è stato variamente riferito sia al complesso dei fenomeni capaci di prodursi e regolarsi autonomamente, sia al principio o causa stessa di tali fenomeni; si sono così contrapposte concezioni vitalistiche (v. vitalismo), che attribuiscono all’organismo vivente proprietà peculiari (spontaneità, finalismo, forza o «slancio» vitale, ecc.), irriducibili alle proprietà della materia inanimata, e concezioni meccanicistiche o materialistiche (v. materialismo e meccanicismo) tendenti a ricondurre i fenomeni vitali a processi di natura fisico-chimica.

2.

a. Nella concezione e nel linguaggio comune, s’intende in generale per vita lo spazio temporale compreso tra la nascita e la morte di un individuo; a questo sign. si riconnettono gran numero di frasi e locuzioni, riferite soprattutto a esseri umani, e anche ad animali (più raram. a piante): venire alla v., nascere; dare la v. a qualcuno, o dare alla v. qualcuno, generarlo, procrearlo; avere v., essere in v., vivere; tenere, mantenere in v.; finché mi resta vita (o, non com., un fil di vita), non cesserò di essergli grato; essere in fin di v.; Pace volli con Dio in su lo stremo De la mia v. (Dante); restare, rimanere in v., sopravvivere (di tanti figli solo tre sono rimasti in vita); finire, spezzare, troncare la v.; il poveretto non dava più segno di vita; uscire di v., morire; privare della v., uccidere; togliersi la v., uccidersi; rendere, restituire alla v., risuscitare o salvare da morte (spesso in frasi iperb.). In contrapp. a morte, in espressioni in cui i due termini sono associati esplicitamente: essere tra la v. e la morte; è questione di v. o di morte; uniti per la v. e per la morte, per sempre, nelle vicende tristi o liete; passare da morte a v., da una condizione insopportabile a una migliore. In espressioni in cui il termine vita richiama necessariamente il suo contrario: mettere a rischio (o a repentaglio) la propria v. o la v. di un’altra persona o di altri, correre o far correre il rischio di morire; ben folle è quegli Che a rischio de la v. onor si merca (Parini); dare la v. (e ant. porre la v.) per la patria, morire per essa, in sua difesa: chi dirà de li Deci e de li Drusi, che puosero la loro v. per la patria? (Dante); salvare la v. a qualcuno, scamparlo da morte; gli deve la v., è sfuggito alla morte per suo merito; gli costò la v.; ci rimise la v.; vendere cara la v., combattere accanitamente prima di soccombere; ottenere qualche cosa a prezzo della v.; ne va della v., o, meno com., la v. (per amor del cielo! non fate pettegolezzi, non fate schiamazzi: ne va ... ne va la vita!, Manzoni); se vi è cara la v., formula deprecatoria o di minaccia: se vi è cara la v., non fate parola a nessuno di quanto è successo qui; o la borsa o la v.!, intimazione di rapinatori; pena la v., lo stesso (ma ormai poco com.) che sotto pena di morte; fare grazia della v., graziare un condannato a morte, o risparmiare la vita a persona che si aveva l’intenzione o si era in procinto di uccidere; pericolo di v., lo stesso che pericolo di morte.

b. Considerando la vita nel suo svolgersi e nella sua durata, il tempo in cui si vive: Nel mezzo del cammin di nostra vita (Dante), a trentacinque anni, valutando a settant’anni la durata media della vita; avere lunga v.; la v. è breve; non basterebbe la v. di un uomo per ... Frequente la locuz. avv. a vita, per tutta la durata della vita, in frasi come essere nominato presidente, senatore a v. (o, con lo stesso sign., nel linguaggio burocr., v. natural durante), e l’espressione in vita mia, sua, ecc., spesso in frasi di tono enfatico: non ho mai visto una cosa simile in v. mia; non credo che abbia mai preso l’aereo in v. sua (o in tutta la sua vita).

c. Con riferimento alle varie età in cui la vita può dividersi: l’alba, il mattino della v., la fanciullezza; la primavera della v., la giovinezza; l’inverno della v., il tramonto della v., la vecchiaia; nell’uso ant., la v. nuova, l’età giovanile, la giovinezza: Questi fu tal ne la sua v. nova Virtualmente, ch’ogne abito destro Fatto averebbe in lui mirabil prova (Dante; Vita nuova è inoltre il titolo di una breve opera giovanile in rime collegate da brani in prosa in cui Dante ricostruisce la storia del suo amore per Beatrice).

d. Con determinazioni varie, per specificare il modo con cui si vive in rapporto a speciali aspetti che la vita può assumere, a particolari ideali a cui può conformarsi, ecc.: v. di relazione, la vita dell’uomo in quanto si svolge in una società (per il sign. che l’espressione ha nel linguaggio naturalistico, v. relazione, n. 2 c); v. intellettiva, v. sensitiva, v. vegetativa, secondo la divisione aristotelica dell’anima (v. ai singoli aggettivi); v. civile, la condizione di chi, in quanto cittadino, gode dei diritti civili; v. pubblica, la condizione, e il modo di operare, di chi svolge attività politiche e amministrative (v. politica), o ha comunque incarichi pubblici; v. sociale, di rapporti sociali varî; v. privata (contrapp. a v. pubblica e v. sociale): ritirarsi a v. privata; come ministro è freddo e scostante, ma nella v. privata è cordiale e simpatico; fare v. mondana, o, al contr., una v. molto ritirata; v. individuale, ulteriormente determinabile negli aspetti sia professionali: v. lavorativa, v. produttiva; la v. militare (anche per indicare il servizio militare), la v. del soldato, la dura v. del marinaio, la monotona v. dell’impiegato; una v. di studioso, da certosino; fare la v. del poltrone, del beato porco, di Michelaccio (da una nota frase proverbiale: v. michelaccio); sia in quelli fisici e fisiologici: fare una v. sana o poco sana, una v. sedentaria o dinamica, sportiva; avere una v. sessuale normale, intensa, ridotta; sia negli aspetti intellettuali e morali: v. intellettiva, psichica, interiore, e, con più specifico riferimento ai sentimenti, una v. intima, affettiva, sentimentale molto ricca; condurre una v. onesta, corretta, integerrima o disonesta, riprovevole, viziosa; Vita bestial mi piacque e non umana (Dante); di nazion nobile ma di cattiva v. (Boccaccio); darsi alla mala v. (v. anche malavita); avere una doppia v. (v. doppio, n. 2 d); mutare o cambiare vita, per lo più nel sign. di ravvedersi: se non cambi v., vai a finire male; com. la frase prov. anno nuovo vita nuova!; in partic., fare la v., esercitare la prostituzione; ragazza, donna di vita, prostituta, e ragazzi di v. (espressione diffusa dal titolo del romanzo di P.P. Pasolini, Ragazzi di vita, del 1955), i giovani delle borgate romane che vivevano in condizioni di emarginazione, di subcultura e di degradazione morale e sessuale. Con riferimento ad aspetti più o meno esteriori del vivere: una v. agitata, precaria, sicura, tranquilla; poca brigata, v. beata, prov.; fare vita di spiaggia, nelle vacanze al mare; all’organizzazione materiale del vivere e ai mezzi di cui si dispone: gran v.; v. comoda; v. da prìncipi, v. da signore; amare gli agi, i comodi della v.; passare la v. negli stenti, trascinare la vita; faticare tutto il giorno per campare la v.; v. povera, grama; una v. da cani; e assol., per indicare un modo di vivere particolarmente disagiato o faticoso: che vita!; ha fatto una v.!; al contrario, fare una bella v., vivere comodamente, senza preoccupazioni e senza fare fatica: cominciò a fare la più bella v. e la più magnifica che mai si facesse (Boccaccio); fare la bella v. (anche, ma meno com., in forma graficamente unita la bellavita), vivere spensieratamente, da scioperato, e darsi alla bella v. (o alla bellavita), a una vita di piaceri e divertimenti (cfr. il fr. viveur e l’ital. vitaiolo); fare la dolce v., vivere in modo lussuoso e frivolo (v. dolce, n. 3 a); è chiamato dolce vita o dolcevita s. m., anche un tipo di maglione a collo alto e aderente (raram. detto, a sua volta, collo alla dolce vita).

e. fig. L’esistenza, soprattutto come modo e durata, di un’istituzione o attività o impresa, o di un ente: la ditta, l’azienda festeggia il suo 50° anno di vita; un governo che avrà v. breve, o che ha avuto una v. difficile e travagliata; giornali, circoli culturali, centri artistici destinati ad avere v. effimera, o una v. breve. In partic., dare vita a un’istituzione, a un’iniziativa, ecc., crearla, organizzarla; dare, infondere vita a qualcosa, animare, movimentare.

3. Usi e sign. specifici e tecnici:

a. In biologia, v. latente, v. anabiosi.

b. In statistica demografica e in matematica attuariale, v. media (o v. media alla nascita, o speranza media di v.), il numero medio di anni che un individuo di una certa popolazione, supposta in equilibrio demografico, deve aspettarsi di vivere (tale numero è dedotto, con opportuni calcoli, da tavole statistiche di sopravvivenza e mortalità); v. media residua, per un individuo di età x, il numero medio di anni che l’individuo di tale età deve aspettarsi di vivere ancora; v. mediana o v. probabile, il numero di anni che un individuo di età x potrà oltrepassare con il 50% di probabilità, equivalente al periodo di tempo che deve trascorrere perché i sopravvissuti di una data classe di età si riducano alla metà. In fisica, v. media di un nuclide radioattivo o di una particella instabile, il valore medio della distribuzione dei tempi di decadimento di un campione degli oggetti in questione. Con sign. più generico e intuitivo, si parla anche di v. media di prodotti e manufatti varî: la v. media di un motore, di un frigorifero, di un televisore, di un telefonino, ecc., la loro durata media in condizioni di efficienza.

c. In chiromanzia, linea della v., la piega cutanea ad arco che solca il palmo della mano partendo tra il pollice e l’indice e terminando a sinistra, in basso, verso il polso: indicherebbe vita lunga se ben marcata, vita breve se corta, mortale malattia se spezzata.

d. In marina, vita!, voce di avvertimento di allontanarsi o spostarsi, rivolta a chi sta in un punto pericoloso a causa dell’esecuzione in atto di una manovra o operazione; v. di sotto!, quando in quel punto sta per arrivare qualcosa che si ammaina dall’alto o si lascia cadere.

e. In economia, costo della v., la somma occorrente, per un determinato periodo di tempo, al mantenimento di un’unità familiare o, più raram., di un individuo: indici del costo della v., basati sul costo dei beni e dei servizî di maggiore consumo; aumento, diminuzione del costo della v., anche nell’uso corrente.

f. In filosofia, v. attiva e v. contemplativa, contrapposizione già classica, ma affermatasi e precisatasi nel medioevo cristiano, tra due ideali di vita, il primo rivolto all’attività e alla prassi soprattutto etico-politica, il secondo alla scienza, e in età cristiana, alla contemplazione come anticipazione della beatitudine oltremondana. Filosofia della v., corrente del primo Novecento fondata sul predominio del processo della vita e delle sue leggi immanenti sulla ragione e sui valori trascendenti, e rappresentata da pensatori di varia provenienza speculativa (W. Dilthey, M. de Unamuno, J. Ortega y Gasset, ecc.).

g. In diritto canonico, v. comune, la convivenza di membri del clero in una stessa casa, soprattutto come forma di attuazione del voto di povertà.

4.

a. Forza, capacità, impulso di vivere, come condizione e caratteristica individuale che può tradursi in particolare efficienza e operosità, o anche vivacità: nonostante i suoi ottant’anni è ancora piena di vita; ne ha di vita, quella donna; bambini, ragazzi pieni di vita.

b. Vitalità, intesa come forza universale, che anima il tutto: l’aria e il sole sono fonti di v.; Te beata, gridai, per le felici Aure pregne di vita (Foscolo, rivolgendosi a Firenze).

c. fig. Animazione, fermento, movimento vivace: è una città piena di v.; sono intervenuti alcuni giovani a dare un po’ di v. alla riunione; in partic., esistenza e frequentazione di ritrovi, divertimenti, ecc.: è una città di provincia, non ha v. notturna; c’è un po’ di v. studentesca e null’altro; «movida» è una parola spagnola che è oggi di moda per indicare la v. notturna. Con riferimento a opere e realizzazioni letterarie, teatrali, cinematografiche e televisive, musicali, artistiche, dinamicità di svolgimento, vivacità espressiva: una commedia, una descrizione piena di v.; un racconto, un film monotono, senza v.; nella recitazione, o nell’esecuzione, di quel pezzo dovrebbe mettere un po’ più di v.; un dipinto, un monumento ricco di una sua v., o privo di v. e inerte.

5. Con valore concr.:

a. Ciò che costituisce l’essenza, la ragione o l’interesse e il fine fondamentale della vita, che le dà valore e significato: la luce è la v. delle piante; l’aria è v.; lo sport, il lavoro è vita per lui; la poesia, la musica, lo studio, ecc., è la sua v.; quella donna è tutta la sua v.; vita mia!, espressione di affetto che si rivolge a persona amata; la fede è v. dell’anima; e con riferimento a cose inanimate: il credito è la v. del commercio; gli abbonati sono la v. del giornale.

b. Ogni singola persona in quanto dotata di vita: senza perdita di v. umane; talvolta come sinon. di anima: E già la v. di quel lume santo Rivolta s’era al Sol (Dante), l’anima di Carlo Martello.

c. Il mondo umano, il complesso delle situazioni, dei rapporti, dei problemi relativi al vivere individuale, familiare e soprattutto sociale: avere, non avere ancora esperienza della v.; sei troppo giovane per conoscere la vita.

d. Quanto è necessario per vivere, con particolare riguardo al vitto: lavora tutto il giorno per guadagnarsi la v.; E se ’l mondo sapesse il cor ch’elli ebbe Mendicando sua v. a frusto a frusto, Assai lo loda, e più lo loderebbe (Dante); con sign. più ampio: la v. si fa ogni giorno più cara.

6.

a. Con riferimento alla sopravvivenza dell’anima: passare ad altra v., a miglior v., morire; la seconda v., la v. futura, la v. eterna; quindi questa v., la v. terrena, la nostra v. (in contrapp. alla v. eterna); il libro della v., nel linguaggio biblico, il libro in cui sono segnate le anime che sono o saranno salve.

b. Con riferimento alla sopravvivenza del nome nella memoria dei posteri: E tu ne’ carmi avrai perenne vita Sponda che Arno saluta in suo cammino (Foscolo).

7. Come titolo di opere in cui si narrano le vicende, i casi di una vita: Vita, morte e miracoli di s. Antonio, o di altro santo, o anche di un personaggio (per un uso estens. dell’espressione, v. miracolo); Le vite parallele, opera di Plutarco; Le v. dei Padri (traduz. del lat. Vitae Patrum), raccolta latina di biografie per lo più leggendarie di padri della Chiesa e santi, formatasi nel sec. 6°: le volgarizzazioni più autorevoli sono quelle di D. Cavalca e di F. Belcari; La v. scritta da esso, titolo dell’autobiografia di Vittorio Alfieri. Di qui, per estens., biografia, opera biografica: scrivere una v. di G. Leopardi, di papa Giovanni XXIII; mentre i monaci mangiano, uno di loro legge le v. dei Santi; una v. romanzata (v. romanzare).

8.

a. La parte del corpo sopra i fianchi, in corrispondenza della cintura: afferrare qualcuno per la v.; portare una fascia intorno alla v.; punto di v. (frequente anche in forma ellittica, punto vita), il punto in cui è la vita rispetto all’altezza (avere il punto di v. alto, basso): in questo senso, con riferimento al corpo femminile, il dim. vitino (s. m.) e l’espressione vita (o vitino) di vespa, per indicare una vita molto sottile (v. vespa, n. 1 a). Per estens., la parte corrispondente del vestito: le spalle vanno bene, ma vorrei la v. più stretta; la giacca è un po’ larga di v.; alzare, abbassare il punto v. (o di v.), in un vestito, collocare più in alto o più in basso il restringimento della cintura; v. alta, v. bassa, con riferimento alla posizione del punto vita in una gonna o nei pantaloni, o al punto di raccordo tra la gonna e la parte superiore di un abito intero: quest’anno va di moda la vita alta, o bassa.

b. Tutta la parte del corpo che va dai fianchi alle spalle, soprattutto nelle espressioni su colla vita! esortazione a tenere dritte le spalle e, in senso fig., a non avvilirsi (raram., con lo stesso sign., stare sulla v.: anche don Abbondio prese una faccia più naturale, sprigionò alquanto la testa di tra le spalle ..., si mise a stare un po’ più sulla vita, Manzoni); avere la v. corta, essere corto di v., avere il torace corto in proporzione al resto del corpo; andare, uscire, stare in v., o in bella v. (meno com. in bellavita), senza giacca o cappotto pesanti, quando è freddo.

c. ant. Il personale, il corpo umano nella sua complessione e nel suo aspetto esteriore: essendo egli bianco e biondo e leggiadro molto, e standogli ben la v. (Boccaccio), avendo un bel personale. ◆ Dim. vitina (anche nel sign., ormai ant., di copribusto), vitino s. m. (solo nel sign. 8 a; v. sopra); pegg. vitàccia, vita piena di disagi, di sacrifici e afflizioni: ha fatto una vitaccia, quella poveretta!; è una vitaccia da cani, la mia (dizionario Treccani).


martedì 17 dicembre 2013

Shangri-La

è un luogo immaginario descritto nel romanzo Orizzonte perduto, scritto da James Hilton nel 1933. L'idea giunse a James Hilton dalle letture delle memorie dei gesuiti che avevano soggiornato in Tibet e che erano venuti a conoscenza delle tradizioni legate al Kalachakra Tantra in cui si descrive un mitico regno di Shambhala. Nel romanzo di Hilton si parla di un luogo racchiuso nell'estremità occidentale dell'Himalaya nel quale si vedevano meravigliosi paesaggi, e dove il tempo si era quasi fermato, in un ambiente di pace e tranquillità. Shangri-La era organizzato come una comunità lama perfetta, professante però, non il buddhismo ma il Cristianesimo nestoriano. Dalla comunità erano bandite, non a norma di legge ma per convinzione comune, tutta una serie di umane debolezze (odio, invidia, avidità, insolenza, avarizia, ira, adulterio, adulazione e così via), facendone un Eden materiale e spirituale in cui l'occupazione degli abitanti era quella di produrre cibo nella misura strettamente necessaria al sostentamento e trascorrere il resto della giornata nell'evoluzione della conoscenza interiore della scienza e nella produzione di opere d'arte. Il successo di questo romanzo nella società dell'epoca diede origine al mito: così sognatori, avventurieri ed esploratori provarono a trovare questo paradiso perduto. L'onda orientalista dell'Occidente fu ispirata dal mito, e così il nome di Shangri-La è stato utilizzato non solo da gruppi musicali e teosofi, ma anche da molti luoghi di villeggiatura in Asia e perfino in America. Il luogo geografico più simile, e che probabilmente ha ispirato James Hilton, è il territorio di Diqing dove, nel 2001, il governo cinese ha cambiato il nome alla contea di Zhongdian e le ha assegnato il nome Shangri-La. Il suo territorio faceva parte del Tibet prima dell'annessione cinese, dopo la quale è stato assegnato alla provincia dello Yunnan. Nelle vicinanze sorge il monastero di Hong Po Si, dove vivono una sessantina di monaci e cinque lama tibetani. Parecchie regioni, mosse da interessi turistici, sostengono di essere la regione geografica descritta da Hilton e di essere così il mitico luogo ispiratore della misteriosa Shangri-La. Nel romanzo, l'autore cita il territorio a nord del Ladakh, oggi noto come Aksai Chin, comprendente la catena del Kun Lun e l'altopiano delle Soda Plains, una regione tra le più inospitali e meno abitate del pianeta, presso l'attuale confine indocinese, ricco di vette alte tra i 5.000 ed i 7.000 m (wikipedia).


Our Shangri-La

“It’s the end of a perfect day for all the surfer boys and girls
The sun’s dropping down in the bay and falling off the world
There’s a diamond in the sky, our evening stone in our Shangri-La
Get that fire burning strong right here and right now
It’s here and then it’s gone, there’s no secret anyhow.
We may never love again to the music of guitars in our Shangri-La
Tonight your beauty burns into my memory
The wheel of heaven turns above us endlessly
This is all the heaven we got, right here where we are in our Shangri-La.
Tonight your beauty burns into my memory
The wheel of heaven turns above us endlessly
This is all the heaven we got, right here where we are in our Shangri-La.
In our Shangri-La
In our Shangri-La…”


“E’ la fine di un giorno perfetto per i ragazzi e le ragazze del surf,
Il sole sta calando sulla spiaggia facendo spegnere il mondo.
C’è un diamante nel cielo, la nostra stella della sera, nel nostro Shangri-La
Lascia bruciare forte quel fuoco, proprio qui e proprio adesso,
è qui e poi non c’è più, non è un segreto tuttavia.
Potremmo non amarci mai più sulla musica delle chitarre, nel nostro Shangri La
Stasera la tua bellezza brucia nei miei pensieri,
la ruota del Paradiso gira su di noi senza fine.
Questo è tutto il Paradiso che abbiamo, proprio qui dove siamo, nel nostro Shangri La
Stasera la tua bellezza brucia nei miei pensieri,
La ruota del Paradiso gira su di noi senza fine.
Questo è tutto il Paradiso che abbiamo, proprio qui dove siamo, nel nostro Shangri
La
Nel
nostro Shangri-La
Nel nostro Shangri-La…”.

Mark Knopfler, Our Shangri-La - 5.41
Album: Our Shangri-La (2004)

lunedì 16 dicembre 2013

La nebbia

La nebbia è un fenomeno piuttosto diffuso nella pianura padana, ma non solo, principalmente nei periodi invernali e primaverili dominati da un campo d’alta pressione piuttosto pronunciato ed da un elevato tasso d’umidità. Ma come si forma tale fenomeno? Innanzitutto iniziamo col dire che in meteorologia è considerata una delle tante idrometeore e si differenzia dalla foschia in base alla visibilità; ovvero in presenza di visibilità inferiore ai 1000mt si inizia a parlare di nebbia, tra 1000 e 10000 di foschia. La nebbia si forma per condensazione, in prossimità del suolo, del vapor d’acqua risultando pertanto una vera e proprio nube presente in prossimità del suolo. La sua formazione può avvenire per diversi motivi, ma l’ingrediente principale è l’elevato tasso d’umidità. Andiamo ad analizzare, pertanto, le condizioni ideali e le caratteristiche per la formazione della nebbia: 1) Nebbia da evaporazione: avviene per umidificazione della massa d’aria adiacente al suolo o al di sopra di specchi d’acqua ( laghi o fiumi); tipiche delle zone dei laghi. 2) Nebbia da raffreddamento: può avvenire per processo isobarico ( temperatura inferiore a quella di rugiada con consensazione) o adiabatico; di questa “famiglia” fanno parte altre due sottosezioni: 2a) Nebbia da irraggiamento: tipiche dei periodi primaverili ed invernali sulla Pianura Padana, avvengono per il raffreddamento notturno del suolo che irraggia calore verso l’atmosfera raffreddando pertanto gli strati prossimi al suolo. Tale fenomeno avviene in condizioni anticicloniche con cieli sereni, ventilazione praticamente assente, masse d’aria prossime alla saturazione ed interessano in genere strati inferiori ai 200/300mt. In genere la nebbia nel corso delle ore più calde tende a diradarsi o sollevarsi parzialmente, per il riscaldamento del suolo apportato dai raggi del sole, ma qualora il regime anticiclonico sia duraturo, con condizioni d’inversione termica estesa anche agli starti superiori, la condizione di nebbia potrebbe persistere anche durante il giorno. La dissolvenza della nebbia è causata dal riscaldamento del suolo e degli strati d’aria adiacenti, a causa del riscaldamento adoperato dal sole; in seguito, con l’attivazione dei moti verticali avviene il rimescolamento degli strati superiori con conseguente rottura dell’inversione. 2b) Nebbia d’avvezione: si forma per scorrimento di masse d’aria calde ed umide al di sopra di superfici più fredde. Un tipico esempio sono le nebbie marittime che interessano i settori costieri principalmente nei periodi invernali, quando correnti umide meridionali scorrono al di sopra di un mare ancora freddo. Dai radiosondaggi si può riconoscere tale fenomeno per un aumento, partendo dal suolo, con la quota della temperatura ed un calo della temperatura di rugiada. La densità della nebbia dipende dal contenuto di vapor d’acqueo nella massa d’aria, quindi aumenta con maggior umidità. La nebbia è il principale nemico nelle maggiori metropoli, non solo per la scarsa visibilità, ma anche per l’aumento degli inquinanti. Difatti con il persistere di subsidenza, correnti discendenti, ed aria quindi stagnante nei bassi strati, lo smog e gli inquinanti rimangono intrappolati nei bassi strati causando problemi alle vie respiratorie (dalla rete).


Nebbia

La nebbia arriva
su zampine di gatto.
 
S’accuccia e guarda
la città e il porto
sulle silenziose anche
e poi se ne va via.

Carl Sandburg


silenziosa,
nasconde e cela
un abbraccio
una svista...

domenica 15 dicembre 2013

Aforisma

 
Anelo all'eternità,
perchè lì troverò
i miei quadri non dipinti,
e le mie poesie non scritte.
 
Kahlil Gibran
 
 
o ci sarà il nulla?
il vuoto?
l'oblio?

sabato 14 dicembre 2013

Poesia


Rimasugli

Briciole di tempo
impegnano alibi e pensieri,
giù. nel fondo del cuore,
rimane un'eco lontana.
Nel frettoloso viavai
mi perdo in un attimo solo,
fuori, nel mattutino gelo,
ghiacciano alcune risposte.

Anonimo
del XX° secolo
poesie ritrovate

venerdì 13 dicembre 2013

Santa Lucia tra fede e musica




Santa Lucia

Santa Lucia per tutti quelli che hanno gli occhi
e un cuore che non basta agli occhi
e per la tranquillità di chi va per mare
e per ogni lacrima sul tuo vestito
per chi non ha capito.
Santa Lucia per chi beve di notte
e di notte muore e di notte legge
e cade sul suo ultimo metro
per gli amici che vanno e ritornano indietro
e hanno perduto l’anima e le ali.
Per chi vive all’incrocio dei venti ed è bruciato vivo
per le persone facili che non hanno dubbi mai
per la nostra corona di stelle e di spine
e la nostra paura del buio e della fantasia
Santa Lucia il violino dei poveri
è una barca sfondata e un ragazzino
al secondo piano che canta ride e stona
perché vada lontano fa che gli sia dolce
anche la pioggia nelle scarpe, anche la solitudine.

Francesco De Gregori




Santa Lucia (Siracusa, 283 – Siracusa, 13 dicembre 304)
fu una martire cristiana, morta durante le persecuzioni di Diocleziano a Siracusa; è venerata dalla Chiesa cattolica e dalla Chiesa ortodossa. Nell'introduzione al romanzo storico Lucia di René du Mesnil de Maricourt, Ampelio Crema ha scritto che: «la prima e fondamentale testimonianza sull'esistenza di Lucia ci è data da un'iscrizione greca scoperta nel giugno del 1894 dal professor Paolo Orsi nella catacomba di san Giovanni, la più importante di Siracusa: essa ci mostra che, già alla fine del quarto secolo o all'inizio del quinto, un siracusano - come si deduce dall'epigrafe alla moglie Euschia - nutriva una forte e tenerissima devozione per la "sua" santa Lucia, il cui anniversario era già commemorato da una festa liturgica.
Tale iscrizione è stata trovata su una sepoltura del pavimento, incisa su una pietra di marmo quadrato, misurante cm 24x22 e avente uno spessore di cm 3, tagliata irregolarmente. Le due facce della pietra erano state ricoperte di calce: ciò indica che la tomba era stata violata». E così suona l'epigrafe o iscrizione di Euschia: Euschia, irreprensibile, vissuta buona e pura per circa 25 anni, morì nella festa della mia santa Lucia, per la quale non vi è elogio come conviene. Cristiana, fedele, perfetta, riconoscente a suo marito di una viva gratitudine.
Di santa Lucia esiste a Siracusa il «loculo», cioè la tomba primitiva, sulla quale fin dai tempi antichi sorse una chiesa, rifatta poi nel Seicento. Inoltre - come ha scritto Piero Bargellini nel suo libro I Santi del giorno - «esistono iscrizioni, che testificano una remota e fervida devozione per la Martire e un culto liturgico già stabilito dai primi secoli. Infine, esiste una di quelle "Passioni" con le quali la devozione dei fedeli ha ricamato di fantasia, sopra un canovaccio certamente storico». Narrano di una giovane, orfana di padre, appartenente ad una ricca famiglia di Siracusa, che era stata promessa in sposa ad un pagano. La madre di Lucia, Eutichia, da anni ammalata, aveva speso ingenti somme per curarsi, ma nulla le era giovato. Fu così che Lucia ed Eutichia, unendosi ad un pellegrinaggio di siracusani al sepolcro di Agata, pregarono S. Agata affinché intercedesse per la guarigione della donna. Durante la preghiera Lucia si assopì e vide in sogno S. Agata che le diceva: Lucia, perché chiedi a me ciò che puoi ottenere tu per tua madre? Nella visione S. Agata le preannunciava anche il suo patronato sulla città di Siracusa. Ritornata a Siracusa e constatata la guarigione di Eutichia, Lucia comunicò alla madre la sua ferma decisione di consacrarsi a Cristo. Il pretendente, insospettito e preoccupato nel vedere la desiderata sposa vendere tutto il suo patrimonio per distribuirlo ai poveri, verificato il rifiuto di Lucia, la denunciò come cristiana. Erano in vigore i decreti di persecuzione dei cristiani emanati dall'Imperatore Diocleziano. Il processo che Lucia sostenne dinanzi all'Arconte Pascasio attesta la fede ed anche la fierezza di questa giovane donna nel proclamarsi cristiana. Minacciata di essere esposta tra le prostitute, Lucia rispose: "Il corpo si contamina solo se l'anima acconsente". Il proconsole allora ordina che la donna sia costretta con la forza, ma lei diventa così pesante, che decine di uomini non riescono a spostarla. Il dialogo serrato tra lei ed il magistrato vede addirittura quasi ribaltarsi le posizioni, tanto da vedere Lucia quasi mettere in difficoltà l'Arconte che, per piegarla all'abiura, la sottopone a tormenti. Lucia esce illesa da ogni tormento fino a quando, inginocchiatasi, viene decapitata. Prima di morire annuncia la destituzione di Diocleziano e la pace per la Chiesa. Privo di ogni fondamento, ed assente nelle molteplici narrazioni e tradizioni, almeno fino al secolo XV, è l'episodio di Lucia che si strappa gli occhi. L'emblema degli occhi sulla coppa, o sul piatto, è da ricollegarsi, semplicemente, con la devozione popolare che l'ha sempre invocata protettrice della vista a motivo del suo nome Lucia (da Lux, luce). La sua iconografia vede spesso gli occhi accompagnati dal pugnale conficcato in gola. Il motivo di questa raffigurazione risiede nel racconto dei cosiddetti Atti latini che descrivono la morte di Lucia per jugulatio piuttosto che per decapitazione. Statua di Santa Lucia venerata in Montefalcione (Avellino). Attestato dalla testimonianza scritta di un testimone oculare, come il miracolo della fine della carestia dell'anno 1646, domenica 13 maggio 1646, una colomba fu vista volteggiare dentro la Cattedrale durante la Messa. Quando la colomba si posò sul soglio episcopale, una voce annunciò l'arrivo al porto di un bastimento carico di cereali. La popolazione tutta vide in quella nave la risposta data da Lucia alle tante preghiere che a lei erano state rivolte.
La sua festa liturgica ricorre il 13 dicembre; antecedentemente all'introduzione del calendario gregoriano (1582), la festa cadeva in prossimità del solstizio d'inverno (da cui il detto "santa Lucia il giorno più corto che ci sia"), ma non coincise più con l'adozione del nuovo calendario (differenza di 10 giorni). Nei paesi nordici, che adottarono il calendario gregoriano circa duecento anni più tardi, il solstizio continuò a cadere il 13 dicembre (calendario gregoriano). È curioso notare che questa tradizione si può applicare anche per il calendario gregoriano, se si interpreta il "giorno più corto" come il giorno in cui il sole tramonta prima. Ovviamente nell'emisfero sud della Terra è uno dei giorni più lunghi dell'anno. La celebrazione della festa in un giorno vicino al solstizio d'inverno, è probabilmente dovuta alla volontà di sostituire antiche feste popolari che celebravano la luce e si festeggiano nello stesso periodo nell'emisfero nord. Altre tradizioni religiose festeggiano la luce in periodi vicini al solstizio d'inverno come ad esempio la festa di Hanukkah ebraica, che dura otto giorni come le celebrazioni per la santa a Siracusa, o la festa di Diwali celebrata in India.
È considerata dai devoti la protettrice degli occhi, dei ciechi, degli oculisti, degli elettricisti e degli scalpellini e viene spesso invocata nelle malattie degli occhi. Il corpo della santa, prelevato in epoca antica dai Bizantini a Siracusa, è stato successivamente trafugato dai Veneziani che conquistarono Costantinopoli (l'attuale Istanbul) ed è quindi attualmente conservato e venerato nella chiesa di San Geremia a Venezia. Le sacre spoglie della santa siracusana tornarono eccezionalmente a Siracusa per sette giorni nel dicembre 2004 in occasione del 17º centenario del suo martirio. L'arrivo e la partenza delle spoglie furono salutati da una incredibile folla di siracusani; riscontrata l'elevatissima partecipazione e devozione dei devoti, siracusani e non, da allora si è fatta strada la possibilità di un ritorno definitivo tramite alcune trattative tra l'Arcivescovo di Siracusa Giuseppe Costanzo e il Patriarca di Venezia Angelo Scola (da wikipedia).


mercoledì 11 dicembre 2013

Emily ancora

La descrizione del ciclo della natura come "prodigiosa rotazione" che ha bisogno soltanto dei suoi dodici mesi per compiersi ogni volta.
I versi 5-8 si riferiscono probabilmente alla fioritura, che corona le teste di fiori, o anche di rami o alberi, e al suo contrario, a quel recesso spoglio dove le stesse cose risiedono, come se fossero nascoste, nei mesi invernali.

 
Frequently the woods are pink -
Frequently are brown.
Frequently the hills undress
Behind my native town.
Oft a head is crested
I was wont to see -
And as oft a cranny
Where it used to be -
And the Earth - they tell me -
On it's axis turned!
Wonderful Rotation!
By but twelve performed!
   Sovente i boschi sono rosa -
Sovente sono bruni.
Sovente le colline si spogliano
Dietro il mio paese natio.
Spesso è coronata una testa
Che ero solita visitare -
E altrettanto spesso un recesso
Dove usava stare -
E la Terra - mi dicono -
Sul suo asse ha girato!
Prodigiosa Rotazione!
Da appena dodici compiuta!

Emily Dickinson