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L'ombra è l'opposto del sole, ma si nutre di esso.
Un cielo grigio non genera ombre: nessun contrasto, nessun pensiero.


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sabato 10 settembre 2011

Il treno

non ho preso tanti treni nella mia vita,
non mi piace il treno, mi fa un pò di paura,
eppure se devo pensare ad un mezzo di trasporto che porti lontano
penso al treno...buffo!
i treni della mia vita sono quasi tutti opachi,
mi hanno portato spesso incontro a dispiaceri e tristezze
ma non importa, comunque il treno (a vapore) fa parte
 del mio immaginario più profondo
e questa bella canzone di Eugenio Finardi lo descrive bene...



Il Treno
(Salerno-Finardi )

Sono quello che tu vedi
Oh my Love
Consumato dai problemi
Oh my Love
Forse non mi trovi uguale a qualche anno fa
E forse non ti ho regalato che perplessità

Il treno corre ancora e attraversa le città
Si lascia dietro il vuoto, sfiora nuove oscurità
Nel cuore della gente chissà cosa ci sarà
E così per te,
E così per me
E più il treno và e più ci porta con sé

Oh my Love
Sono quello che tu vedi
Oh my Love
So che non ti ho dato un letto di tranquillità
che non mi sono sempre aperto con sincerità

E il treno corre ancora, passa nelle gallerie
e dietro ai vetri cambia il cielo, cambiano le vie
ripenso a quello che non son riuscito a fare mai
E così per te,
E così per me
E più il treno và e più ci porta con sé

Qualche volta mi hai tirato fuori dai miei guai
e qualche volta mi hai lasciato senza farlo mai
Il treno corre ancora e forse quando arriverà
vorremo ritornare indietro e si ripartirà
e dietro la collina ci sarà un'altra città
E così per te,
E così per me
E più il treno và e più ci porta con sé
Oh my Love...

Eugenio Finardi
  

venerdì 9 settembre 2011

Sfere di Cristallo

La sfera di cristallo, talvolta chiamata anche palla di cristallo, è uno strumento che alcuni chiaroveggenti, indovini e medium adoperano in quanto lo ritengono in grado di aiutarli ad esercitare le proprie pratiche.
Si tratta di un oggetto sferico di materiale cristallino più o meno trasparente (cristalli artificiali o spesso cristalli di rocca, ovvero quarzi ialini) e può essere pieno o, molto più raramente, cavo.
Può essere anche di vetro, e in questi casi si preferisce chiamarlo palla di vetro o sfera di vetro.
A seconda delle dimensioni e della consistenza dell'oggetto, anziché "palla" o "sfera" si può trovare scritto anche "globo", "boccia", "bolla" e così via.
La pratica che utilizza questo strumento a scopo divinatorio è la cristallomanzia; in parapsicologia si preferisce dire cristalloscopia o usare il termine inglese scrying.
L'uso di oggetti di materiale trasparente a scopi magici o divinatori è praticato fin dall'antichità ed è comune a diverse civiltà; tuttavia sembra che l'uso di oggetti trasparenti di forma sferica risalga solo all'alto Medio Evo, se non più tardi.
Nella tomba del re dei Franchi Childerico I, vissuto nel V secolo, fu ritrovato un globo di berillo trasparente del diametro di 3,8 cm; da questo ritrovamento nacque la leggenda che il re lo utilizzasse per predire il futuro.
L'oggetto è simile ad altri globi che furono in seguito trovati in tombe del periodo merovingio (in Francia) e sassone (in Inghilterra), alcuni dei quali completi di una montatura che fa pensare a un oggetto ornamentale. Tuttavia è stato fatto notare che tali montature sono identiche a quelle di altri globi usati per la magia o la divinazione; quindi è possibile, anche se non è certo, che questi globi di cristallo fossero usati per la cristallomanzia.
La prima notizia storicamente documentata riguarda dunque il matematico e occultista britannico John Dee, il quale sostenne di aver ricevuto una sfera di cristallo da un angelo il 21 novembre del 1582 e di averla usata in seguito più volte per mettersi in collegamento con gli angeli, assistito dal medium Edward Kelley. La pietra di berillo che probabilmente fu usata da Dee ha un diametro di 6 cm ed è oggi conservata al British Museum insieme con i supporti, finemente lavorati, sui quali la appoggiava durante le sue pratiche.
Altre due sfere di cristallo contemporanee di Dee sono conservate una nel Museo di Storia della Scienza di Oxford e l'altra nel Museo della Scienza di Londra; entrambe furono usate, dai rispettivi proprietari, anche come strumento diagnostico in ambito medico. Insieme alla seconda sfera è conservato anche il manoscritto con le istruzioni per l'uso.
Al berillo furono in seguito preferiti il quarzo ialino e il vetro in quanto materiali perfettamente trasparenti.
Gli antropologi Andrew Lang e Ada Goodrich-Freer nel XIX secolo condussero numerosi esperimenti sulla cristalloscopia utilizzando palle di vetro, oltre a studiare approfonditamente la storia mondiale delle tecniche di scrying. Fu la Goodrich-Freer a scoprire che i globi di cristallo più antichi, compresa la pietra di Dee, erano in berillo e non in quarzo come erroneamente si era ritenuto fino a quel momento.
La sfera di cristallo è usata in diversi modi da diversi praticanti e per diverse finalità.
La finalità più comune è quella di ricavarne visioni o immagini di vario tipo le quali, secondo ciò che i praticanti riferiscono, possono formarsi sia all'interno della sfera, sia sulla superficie della stessa, sia altrove. Le visioni possono riguardare avvenimenti passati o luoghi lontani, oppure possono essere predizioni o presagi sul futuro, oppure possono essere immagini di tipo simbolico che dovranno essere interpretate secondo le abilità e le conoscenze del praticante o dell'eventuale destinatario del messaggio simbolico.
Altri praticanti usano la sfera di cristallo per mettersi in collegamento con persone defunte o con entità soprannaturali, in quanto credono che le caratteristiche dell'oggetto possano facilitare la comunicazione; il praticante può percepire l'immagine del defunto o dell'entità come pure non percepire alcuna immagine durante il collegamento.
In ambito magico o religioso la sfera deve essere consacrata tramite rituali più o meno complessi prima di poter produrre il suo effetto.
Il collegamento tra il praticante e la sfera di cristallo può avvenire tramite la vista, ossia il praticante guarda l'oggetto, tramite il tatto, ossia il praticante tocca l'oggetto spesso restando in contatto con esso, o tramite entrambi i sensi. Quando la usa per ottenere una visione, il praticante generalmente la fissa intensamente finché le immagini non cominciano a formarsi e non distoglie lo sguardo finché le immagini non spariscono.
Per favorire la formazione delle immagini, alcuni praticanti la avvicinano a una parete scura oppure la avvolgono in un panno nero, altri prediligono le ore della luce del giorno e in particolare l'alba, ma esistono anche altre tecniche.
Alcuni praticanti cadono in stato di trance durante l'uso della sfera mentre altri praticanti restano coscienti (da wikipedia).


Questa felicità

Questa felicità promessa o data
m'è dolore, dolore senza causa
o la causa se esiste è questo brivido
che sommuove il molteplice nell'unico
come il liquido scosso nella sfera
di vetro che interpreta il fachiro.
Eppure dico: salva anche per oggi.
Torno torno le fanno guerra cose
e immagini su cui cala o si leva
o la notte o la neve
uniforme del ricordo.

Mario Luzi

giovedì 8 settembre 2011

Frammento

settembrino

Ho chiuso, confinato nel cuore
un dito di niente, imperfetto
come disegno appena accennato.
Immaginario di desideri invecchiati
è il mio dire...il mio dare
fresco di stampa, libro già superato
insorgo e mi insulto
in vago sentore di antico.
La polvere giace sul senso
di vividi occhi impauriti.
stanche figure di troppe dolenze
in un violento attacco d'ira
mi indigno di nuovo come una volta.

anonimo del XX° secolo
frammenti ritrovati

mercoledì 7 settembre 2011

Poesia

AMICIZIA

Noi non ci conosciamo. Penso ai giorni
che, perduti nel tempo, c'incontrammo,
alla nostra incresciosa intimità.
Ci siamo sempre lasciati
senza salutarci,
con pentimenti e scuse da lontano.
Ci siam rispettati al passo,
bestie caute,
cacciatori affinati,
a sostenere faticosamente
la nostra parte di estranei.
Ritrosie disperanti,
pause vertiginose e insormontabili,
dicevan, nelle nostre confidenze,
il contatto evitato e il vano incanto.
Qualcosa ci è sempre rimasto,
amaro vanto
di non ceduto ai nostri abbandoni,
qualcosa ci è sempre mancato.

Vincenzo Cardarelli

martedì 6 settembre 2011

La distruzione o amore


Aleixandre esprime il caattere romantico del suo surrealismo descrivendo una scena che si svolge la sera nel lento tramonto del sole: la forma si dissolve ed ecco che l’elemento naturale di quel preciso momento del giorno, viene quasi frazionato in mille parti e colori che si confondono, dall’ombra dei capelli alle radici dei giunchi, dalla loro verde cima alla fronte del sole; i rossi e i verdi si uniscono e si disperdono. Sullo sfondo comunque rimane quel triste sentore di morte descritto da cenere, umidità, polvere, freddo, sapore della terra che accoglierà le spoglie. “La distruzione o amore” è una raccolta di poesie dello spagnolo Vicente Aleixandre molto meditata e dolorosa dove l’amore è sì la forza radicale dell’essere e della vita, ma può essere raggiunto solo con la dissoluzione della forma e della vita stessa, la morte appunto.  Alla luce di tale similitudine "amore come morte", va inquadrata questa breve poesia, la più breve di tutta la raccolta (dalla rete).

LENTA UMIDITÀ

Felice ombra dei capelli
che serpeggia quando il sole è al tramonto,
simile a giunchi aperti - è tardi; fredda
umidità lasciva, quasi polvere -.
Delicata una cenere,
il grembo segreto del giunco,
serpente tenero senza veleno
di cui lo sguardo verde non fa male.
Addio. Dondola il sole
i quasi rossi, quasi verdi raggi.
La triste fronte aureolata immerge.
Umido, freddo, sapore di terra.

Vicente Aleixandre

lunedì 5 settembre 2011

Stelle

Emisfero Boreale

Osservando il cielo le stelle appaiono come migliaia di puntini luminosi, diversi per intensità, colore e dimensione, che si trovano stampati su di un'unica superficie a disegnare le più svariate forme.
Sin dai tempi antichi infatti, nonostante esse occupino zone contigue del cielo solo per effetto prospettico, essendo distanti fra loro a volte per migliaia di anni luce, è stato possibile raggruppare le stelle più luminose in modo da formare quelle figure a cui si è dato il nome di costellazioni.
Le stelle si sono meritate inoltre nel corso dei secoli l'appellativo di fisse, anche se in effetti, al pari di tutti i corpi del sistema solare, esse si muovono (moto proprio), ma in maniera talmente lenta che per notare degli spostamenti bisognerebbe attendere millenni. Questo perchè, a differenza dei pianeti, esse si trovano ad una distanza talmente grande da rendere l'angolo che deriva dallo spostamento quasi impercettibile.
Le stelle si distinguono in base alla magnitudine relativa (luminosità apparente), una scala di valori centrata sullo zero, corrispondente al valore della stella Vega, con i valori più alti espressi con numeri negativi. La differenza fra le prime e le ultime è di circa 1 a 500, vale a dire che le stelle di magnitudine 1 saranno 500 volte più luminose di quelle dell'ultima classe (25).
Un'attenta valutazione va posta dunque alle distanze ed alle dimensioni stellari, che se non correttamente valutate possono portare a considerazioni errate. Il Sole infatti, una stella di medie dimensioni, che è anche la più vicina a noi (dista in media 149,6 milioni di chilometri, pari a 8 minuti luce), ci sembra ben più grande e luminoso di tante altre stelle, che pur emettendo luce per migliaia di volte tanto, appaiono molto deboli e minuscole a causa della loro lontananza.
Per ovviare a questo problema, e considerando che l'intensità della luce diminuisce col quadrato della distanza della sorgente, si usa allora la magnitudine assoluta (luminosità effettiva), ossia si considerano i corpi stellari come posti tutti alla stessa distanza, fissata per convenzione in 10 parsec, equivalenti a circa 32 anni luce.
Una stella puo' essere definita come un'enorme sfera autogravitante di gas caldissimo (principalmente idrogeno ed elio), che produce energia attraverso un processo di fusione nucleare e la riemette sotto forma di radiazione.
Le stelle si trovano a distanze immense dal nostro sistema solare, cosi' ci appaiono come piccoli puntini luminosi nel cielo. Esse costituiscono la componente principale delle galassie, che sono agglomerati di miliardi di stelle grandi e piccole, di nubi di gas e polvere.
Le stelle ci appaiono sulla sfera celeste raggruppate in insiemi, detti costellazioni. A molte stelle gli astronomi hanno attribuito nomi propri, per lo piu' di origine greca, araba o latina. Altre vengono classificate con il nome della costellazione a cui appartengono e una lettera dell'alfabeto greco, che indica la luminosita' relativa a quella delle altre stelle della stessa costellazione. Ad esempio, Alfa Tauri e' la stella piu' brillante della costellazione del Toro, Beta Tauri la seconda, e cosi' via. Altre ancora prendono il nome da particolari cataloghi nei quali sono classificate. I piu' moderni cataloghi, compilati con l'aiuto delle osservazioni di satelliti artificiali, contengono anche milioni di stelle, oltre ad altri oggetti, galattici ed extragalattici.
Entro una sfera centrata sul Sole e con raggio di 300 anni luce, si stima che ci siano 500mila stelle (dalla rete).


Ho pena delle stelle

Ho pena delle stelle
che brillano da tanto tempo,
da tanto tempo...
Ho pena delle stelle.

Non ci sarà una stanchezza
delle cose,
di tutte le cose,
come delle gambe o di un braccio?

Una stanchezza di esistere,
di essere,
solo di essere,
l’essere triste lume o un sorriso...

Non ci sarà dunque,
per le cose che sono,
non la morte, bensì
un’altra specie di fine,
o una grande ragione:
qualcosa così, come un perdono?

Fernando Pessoa


Notte stellata, Vincent van Gogh


domenica 4 settembre 2011

Poesia


Settembre

Verdi giardinetti,
chiare piazzole,
fonte verdognola
dove l'acqua sogna,
dove l'acqua muta
finisce sulla pietra. ..
Le foglie d'un verde
vizzo, quasi nere
dell'acacia, il vento
di settembre le bacia,
e alcune si porta via
gialle, secche,
giocando, tra la bianca

polvere della terra.


Antonio Machado

sabato 3 settembre 2011

Gianni Rodari

“La fantasia fa parte di noi
come la ragione:
guardare dentro la fantasia
è un modo come un altro
per guardare dentro noi stessi”.

(Gianni Rodari)



Gianni Rodari nasce il 23 ottobre 1920 a Omegna sul Lago d’Orta in cui i genitori originari della Val Cuvia nel Varesotto si trasferiscono per lavoro. Gianni frequentò ad Omegna le prime quattro classi delle scuole elementari. Era un bambino con una corporatura minuta e un carattere piuttosto schivo che non lega con i coetanei. È molto affezionato al fratello Cesare mentre a causa della notevole differenza di età è poco in confidenza con il fratello Mario.
Il padre Giuseppe fa il fornaio nella via centrale del paese e muore di bronco-polmonite quando Gianni ha solo dieci anni. In seguito a questa disgrazia la madre preferisce tornare a Gavirate il suo paese natale.
Nel varesotto vive dal 1930 al 1947.
Frequenta la quinta elementare a Gavirate.Il 5 agosto 1931 fa richiesta di entrare in seminario per frequentare il ginnasio. Nell'ottobre dello stesso anno entrerà quindi nella IC del seminario di Seveso. Gianni si distingue subito per le ottime capacità e risulterà infatti il migliore della classe. Risultati che furono poi confermati anche nella seconda classe. All'inizio della classe terza, nell'ottobre 1933 si ritirò. Concluse l'anno scolastico a Varese, ma non proseguì gli studi liceali bensì optò per le scuole Magistrali. Frequentò con profitto la quarta classe nel 1934-35 e venne ammesso al triennio superiore. Il 25 febbraio 1937 abbandonò gli studi per presentarsi alla sessione estiva conl'intento di sostenere direttamente gli esami e guadagnare così un anno.
Già a partire dal 1935 Rodari militava nell'Azione Cattolica. Dai verbali delle adunanze di Gavirate risulta che nel dicembre dello steso anno Gianni svolgeva già la funzione di presidente. Anche l'anno successivo fu dedicato molto all'organizzazione cattolica.
Nel 1936 pubblicò otto racconti sul settimanale cattolico L'azione giovanile e iniziò una collaborazione con Luce diretto da Monsignor Sonzini.
Nel 1937 iniziò un periodo di profondi cambiamenti. Nel marzo lasciò la presidenza dei giovani gaviratesi dell'Azione cattolica e da allora i rapporti con questa si allentarono molto. Tra la primavera e l'estate il suo massimo impegno venne dedicato allo studio e a soli 17 anni conseguì il diploma magistrale.
In quegli stessi anni Rodari leggeva molto e amava la musica. Andò per tre anni a lezione di violino. Molto sensibile, si confidava solo con pochi amici. Aveva una grande curiosità intellettuale e cominciò a leggere le opere di Nietzsche, Stirner, Schopenhauer, Lenin, Stalin e Trotzkij. "Queste opere, - commenta- ebbero due risultati: quello di portarmi a criticare coscientemente il corporativismo e quello di farmi incuriosire sul marxismo come concezione del mondo".
Nel 1939 si iscrive all’Università cattolica di Milano, alla facoltà di lingue. Abbandonerà poi l'esperienza universitaria dopo alcuni esami, ma senza laurearsi. Nel frattempo inizia ad insegnare in diversi paesi del varesotto.
Nel 1940, quando l’Italia entra in guerra Rodari viene dichiarato rivedibile e non viene richiamato alle armi.
Nel 1941 vince il concorso per maestro ed incomincia ad insegnare ad Uboldo come supplente. Fu un periodo molto duro di cui ha un forte ricordo. Si iscrive al partito fascista e accettò di lavorare nella casa del fascio pur di tirare avanti. I drammatici avvenimenti della guerra lo colpiscono profondamente negli affetti personali quando apprende la notizia della morte degli amici Nino Bianchi e Amedeo Marvelli, mentre il fratello Cesare nel settembre del 1943 viene internato in un campo di concentramento in Germania.
Subito dopo la caduta del fascismo Gianni Rodari si avvicina al Partito Comunista, a cui si scrive nel 1944 e partecipa alle lotte della resistenza.
Subito dopo la guerra viene chiamato a dirigere il giornale "Ordine Nuovo", nel 1947 viene chiamato all’Unità a Milano, dove diventa prima cronista, poi capo cronista ed inviato speciale.
Mentre lavora come giornalista incomincia a scrivere racconti per bambini. Nel 1950 il Partito lo chiama a Roma a dirigere il settimanale per bambini, il "Pioniere", il cui primo numero esce il 10 settembre 1950. Nel 1952 compie il primo dei diversi viaggi che farà in Urss.
In quegli anni pubblica Il libro delle filastrocche ed il Romanzo di Cipollino.
Nel 1953 sposa Maria Teresa Feretti, dalla quale quattro anni dopo ha la figlia Paola.
Dal settembre 1956 al novembre 1958 torna a lavorare all'Unità diretta da Ingrao. Farà l'inviato e poi il responsabile della pagina culturale e infine il capocronista. Nel 1957 supera l'esame da giornalista professionista.
Il 1° dicembre 1958 passa a lavorare a Paese sera. Si realizza finalmente la scelta che contrassegnerà tutta la sua vita: affiancare al lavoro di scrittore per l'infanzia quello di un giornalismo politico non partitico.
Nel 1960 incomincia a pubblicare per Einaudi e la sua fama si diffonde in tutta Italia. Il primo libro che esce con la nuova casa editrice è Filastrocca in cielo ed in terra nel 1959.
Solo nel 1962-63 raggiunge una certa tranquillità economica grazie alla collaborazione a La via migliore e a I quindici.
Dal 1966 al 1969 Rodari non pubblica libri, limitandosi a una intensa attività di collaborazioni per quanto riguarda il lavoro con i bambini. Lascia Paese sera e nel l970 vince il Premio Andersen, il più importante concorso internazionale per la letteratura dell’infanzia, che accresce la sua notorietà in tutto il mondo.
Nel 1970 ricomincia a pubblicare per Einuadi ed Editori Riuniti, ma la sua prodigiosa macchina creativa non sembra più girare a pieno regime. Non è solo a causa del grande successo, ma anche della grande mole di lavoro e della sua condizione fisica.
Nel 1974 si impegna nel rilancio del Giornale dei genitori, ma subito cerca di disimpegnarsi. Cosa che accadrà agli inizi del 1977.
Al ritorno da un viaggio in Urss Gianni Rodari nel 1979 comincia ad accusare i primi problemi circolatori che lo porteranno alla morte dopo un intervento chirurgico il 14 aprile del 1980 (dalla rete).


Stracci! Stracci!

O cenciaiolo,che hai nel sacco?
“Una scarpa senza tacco,
un vecchio abito da sera
con più buchi del groviera,
un tamburo senza pancia,
un piattino senza mancia,
una giacca senza bottoni,
una bretella senza calzoni,
e in fondo in fondo, col naso per terra,
un ministro della guerra”.

Gianni Rodari


La Grammatica della Fantasia è un libro scritto da Gianni Rodari e pubblicato nel 1980, anno della sua morte. Non fu un caso che esso venne scritto nell'ultimo periodo della sua vita dato che leggendo l'opera possiamo quasi definirla "il resoconto degli studi sulla fantastica di Rodari". Nonostante questo già il sottotitolo la dice lunga sul contenuto: "Introduzione all'arte di inventare storie". Esso risulta l'unico volume dello scrittore di Omegna che non è di narrativa ma un saggio teorico. Nasce ufficialmente a Reggio Emilia (città che Rodari apprezzò molto in qiuanto le sue scuole accoglievano a braccia aperte lui e le sue idee; non per niente frequenti erano le sue visite in Emilia Romagna) dalla paziente trascrizione a macchina da parte di una stagista di alcuni appunti rimasti a lungo dimenticati. Gli appunti in questione, scriti intorno agli anni'40, facevano parte della raccolta del "Quaderno della fantasia". Vennero recuperati in seguito ad un comizio che si terrà proprio nella città emiliana dal 6 al 10 marzo 1972. L'opera si sviluppa in 45 capitoli e potremmo dire tranquillamente che la stragrade maggioranza degli argomenti sopra citati nella biografia siano ripresi anche nel corso della spiegazioni nonché presi come esempi (Wikipedia).

venerdì 2 settembre 2011

Settembre



Settembre

Ahi settembre mi dirai quanti amori porterai
le vendemmie che faro', ahi settembre tornero'.
Sono pronto e tocca a me, l'aria fresca soffiera'
l'armatura non l'avro', ahi settembre partiro'.
Mentre il giorno sparisce primavera verra'
sara' dolce e nervosa ma non mi scappera'
saliro' sul battello e non la fuggiro'
saro' avvolto per sempre e la bacero'
e i suoi lunghi capelli non li rivedro' piu'
ahi settembre lontano, dalle un bacio per me.
La tempesta di neve non mi sorprendera' ahi settembre che sara'.
Lascio tutto a te, dille del mio amore
dille che se puo' io potro' aspettare
l'accompagnero', dentro il mio giardino
sempre la terro', da vicino, sempre, sempre.
Ed un giorno mi disse entra ti aspettero'
ma il nemico da sempre si cattura cosi'
apri bene la porta, fallo entrare da te
lei l'ha fatto settembre, lei l'ha fatto con me
e se nella tua testa un rasoio terra'
tagliera' i miei pensieri come e quando vorra'
usera' i suoi capelli, io la pettinero'
e prima che sia settembre il mio sangue daro'.
lascio tutto a te....

Alberto Fortis


il mese del ripensamento,
quello dove rimettere tutto in discussione,
come se non fosse abbastanza
ci dedichiamo all'incipiente stagione del sonno
cercando di tirare delle somme e valutarle;
io non sò se sia qualcosa di vero,
oppure se le viscere sobbalzano e si agitano
per la fine imminente dell'estate:
io sò che lo stomaco stride e la mente... 


giovedì 1 settembre 2011

Juan Gelman

Juan Gelman nasce nel 1930 a Buenos Aires, terzo figlio di una coppia di immigranti ucraini.
Dopo aver abbandonato gli studi universitari, si dedica completamente alla poesia, passando da un mestiere all'altro fino ad approdare al giornalismo.
Nel 1975, a causa della sua attività di intellettuale di sinistra, è costretto, dopo il colpo di Stato militare, ad abbandonare strategicamente l'Argentina, scelta che si tramuterà poi in una forma di esilio forzato. Rifugiato inizialmente a Roma, lavora per l'agenzia stampa Inter Press Service.
Nel 1976 i militari argentini sequestrano suo figlio Marcelo Ariel, ventenne, e la giovane moglie,Maria Claudia Irureta Goyena, diciannovenne, i quali vengono barbaramente assassinati in prigionia.
La loro figlia nasce in campo di prigionia e se ne perdono immediatamente le tracce.
Vari capi di Stato dei principali Paesi europei protestano contro i militari argentini: Gelman raccoglie le loro voci e viene pubblicata una lettera di ripudio del loro operato su "Le Monde" firmata, fra gli altri, anche da Francois Mitterrand e Olof Palme.
Da quel momento vivrà spostandosi tra Roma, Madrid, Managua, Parigi, New York e Messico, lavorando come traduttore per l'Unesco. Gabriel Garcia Màrquez, Augusto Roa Bastos, Juan Carlos Onetti, Alberto Moravia, Mario Vargas Liosa, Eduardo Galeano, Octavio Paz e molti altri scrittori protestano affinchè la sua posizione di perseguitato politico venga risolta, cosa che finalmente accade nel 1988.
Può finalmente rientrare in Argentina senza pendenze giudiziarie a carico. Tuttavia, decide di risiedere definitivamente in Messico, Paese della moglie.
Il 7 gennaio 1990 vengono identificati i resti del figlio Marcelo, ucciso con un colpo alla nuca. Riceve il premio Nacional de Poesia, la massima onorificenza da parte dello Stato argentino, che gli assegna anche una pensione vitalizia.
Nel 1999 intraprende una campagna giudiziaria e di stampa per rintracciare la nipote.
Dopo una tenace interpellanza e grazie all'intervento del presidente dell'Uruguay Julio Maria Sanguineti, Gelman finalmente ritrova e identifica la bambina, data in adozione a una famiglia di Montevideo.
Le sue principali opere di poesia sono: Violìn y otras cuestiones, Gleizer, Buerfos Aires 1956; Eijuego en que andamos, Nueva Expresión, Buenos Aires 1959; Velario del solo, Nueva Expresión, Buenos Aires 1961; Gotàn (1956-
1962), La Rosa Blindada, Buenos Aires 1962; Los poemas de Sidney West, Galerna, Buenos Aires 1969; Fdbulas, La Rosa Blindada, Buenos Aires 1971; Relaciones, ivi, 1973; Hechos, Lumen, Barcelona 1980; Hacia el Sur, Marcha, México 1982; Colera Buey, Libros de Tierra Firme, Buenos Aires 1984; Composiciones (1983-1984), Ediciones del Mali, Barcelona 1986; Dibaxu (1983-1985), Seix Barrai, Buenos Aires 1994; Anunciaciones, Visor, Madrid 1988; ìnterrupciones I, Libros de Tierra Firme/Ultimo Reino, Buenos Aires 1988; Interrupciones II, ivi, 1988; Carta a mi madre, ivi, 1989; Salarios del impio (1984-1992), ivi, 1993; Incompletamente, Seix Barrai, Buenos Aires 1997; Ni el flaco perdón de Dios/Hijos de desaparecidos. Pianeta, Buenos Aires 1997 (con Mara La Madrid); Valer la pena, Seix Barrai, Buenos Aires 2001.
Nel 2007 gli è stato attribuito il prestigioso Premio Cervantes. 
Le sue opere sono state tradotte in numerose lingue e pubblicate in tutto il mondo (dalla rete).


IL GIOCO IN CUI ANDIAMO

Se mi facessero scegliere, io sceglierei
questa salute di sapere che siamo molto malati,
questa gioia di andare così infelici.

Se mi facessero scegliere, io sceglierei
questa innocenza di non essere innocente,
questa purezza in cui mi trovo per impuro

Se mi facessero scegliere, io sceglierei
questo amore che odio,
questa speranza che mangia pani disperati

Succede signori che, io
qui mi gioco la morte.

Juan Gelman