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L'ombra è l'opposto del sole, ma si nutre di esso.
Un cielo grigio non genera ombre: nessun contrasto, nessun pensiero.


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mercoledì 10 febbraio 2010

Vincenzo Cardarelli,
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il cui vero nome era Nazareno Caldarelli, nacque a Corneto Tarquinia, un piccolo paese di provincia, dove suo padre (Antonio Romagnoli), marchigiano d'origine, gestiva il buffet della stazione ferroviaria e qui trascorse la sua infanzia e la sua adolescenza.Compì studi irregolari e formò la propria cultura da autodidatta. All'età di diciassette anni fuggì di casa e approdò a Roma dove, per vivere, fece i più svariati mestieri, fra i quali il correttore di bozze presso il quotidiano l'Avanti!. Su l'Avanti!, del quale divenne redattore, ebbe inizio, nel 1906, la sua carriera giornalistica.
Collaborò a Il Marzocco, La Voce, la rivista Lirica, Il Resto del Carlino e, dopo gli anni della Prima guerra mondiale che aveva trascorso tra la Toscana, il Veneto e la Lombardia, rientrò a Roma e insieme ad un gruppo di intellettuali fondò la rivista La Ronda attraverso la quale espresse il suo programma di restaurazione classica. Fu direttore della Fiera letteraria, insieme al drammaturgo forlivese Diego Fabbri.
La sua fama resta legata alle numerose poesie e prose autobiografiche di costume e di viaggio, raccolte in Prologhi (1916), Viaggi nel tempo (1920), Favole e memorie (1925), Il sole a picco (1929) romanzo con illustrazioni del pittore bolognese Giorgio Morandi, Il cielo sulle città (1939), Lettere non spedite (1946), Villa Tarantola (1948).
Fu un conversatore brillante ed un letterato polemico e severo, avendo vissuto una vita vagabonda, solitaria e di austera e scontrosa dignità. Suoi maestri sono stati Baudelaire, Nietzsche, Leopardi, Pascal, che lo hanno portato ad esprimere le proprie passioni con un senso razionale, senza troppe esaltazioni spirituali. La sua è una poesia descrittiva lineare, legata a ricordi passati di qualunque tipo,siano paesaggi animali persone e stati d'animo, che vengono espressi con un uso di un linguaggio discorsivo e nello stesso tempo impetuoso e profondo. (Wikipedia)
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Gabbiani
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Gabbiani
Non so dove i gabbiani abbiano il nido,
ove trovino pace.
Io son come loro
in perpetuo volo.
La vita la sfioro
com’essi l’acqua ad acciuffare il cibo.
E come forse anch’essi amo la quiete,
la gran quiete marina,
ma il mio destino è vivere
balenando in burrasca.
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Vincenzo Cardarelli
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E' veramente bella questa poesia di Vincenzo Cardarelli, direi che mi rappresenta come poche, mi è molto vicina.
Mi scuote e mi abbraccia con franca dolcezza donando al mio spirituale un pò di requie ed al mio fisico un senso di protezione, in questi periodi di continue turbolenze e negatività.
La poesia mi aiuta, quando struggersi è afinalistico ma dolce come un naufragio leopardiano, quando il nodo alla gola ha origini antiche e rappresenta quello "spleen" profondo che hanno solo in pochi, gli eletti...i tristissimi animi grandi.
La poesia mi consola e mi aiuta nel vivere e nel sopravvivere.
Chissà se Richard Bach aveva presente questa poesia quando ha scritto "Il gabbiano Jonathan Livingstione"...mi piace pensare di si.
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martedì 9 febbraio 2010


Nevica
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A larghi fiocchi
cade la neve
dal cielo in terra
candida e lieve.
Bianco tappeto
fa per le strade,
sui rossi tetti
morbida cade.
Tutto arrotonda,
tutto ammodella,
agguaglia tutto
la neve bella…
Silenzio e pace!
Cade la neve,
sui rossi tetti,
morbida e lieve.
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Olindo Grossi Mercanti
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lunedì 8 febbraio 2010

Tir na nog

Oggi è tempo di questa bella favola celtica.

Nelle leggende di questa parte del Nord (che comprende l'estremo lembo Nord-Ovest della Francia e il Sud-Ovest dell'Inghilterra e Irlanda pure) si respira un sacco di brezza marina e di impalpabile atmosfera piena di trucchi e magia. Un amico ogni tanto me ne racconta qualcuna in modo chiaro e comprensibile e qualcuna riesce anche meravigliosamente a musicarla con la sua arpa celtica.
Questa, tra le tante è piena di cose, di vita ed amore universale.
La bellezza in cambio della giovinezza e della prigionia...che fare?
Da leggere.
Grazie a tale "snowfair" per il testo che segue rintracciato in giro per la rete.
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TIR-NAN-OG
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Aodh figlio di Aodh, un pescatore dell’isola di Oronsay, si trovava un giorno nella sua piccola imbarcazione, sospinta pigramente dalla marea nelle acque della baia. Passava la maggior parte del tempo sdraiato in coperta senza far nulla; di tanto in tanto cercava di pescare uno di quei pesci che si nascondevano nei fondali sabbiosi. La bella stagione volgeva al termine e già si sentiva nell’aria l’incedere dell’autunno, che presto avrebbe imbiancato le alghe e dipinto d’oro e ruggine la brughiera e le dolci colline. La baia dalla sabbia dorata dove le anatre venivano a passare l’inverno: quello era il posto preferito di Aodh, insieme a quel grappolo di isole dalle strette insenature, rifugio di grandi banchi di pesci dal ventre argenteo.
L’imbarcazione scivolò lentamente verso le secche, poi le correnti la trascinarono verso il mare aperto, nelle acque azzurre dove giocavano le foche. Per evitare che la barca si scontrasse con venti troppo forti Aodh decise di virare, ma non appena ebbe messo mano ai remi si accorse di aver commesso un’imprudenza, perché una raffica di vento lo sospinse irrimediabilmente verso il largo, in balia delle correnti. Quando scese la notte, nuvole minacciose si abbassarono sul mare e un vento impetuoso sferzò la piccola imbarcazione, facendola sussultare paurosamente. Le colline dell’isola erano ormai sparite dall’orizzonte: nessuno aveva veduto la barca di Aodh allontanarsi dalla riva e svanire oltre l’estrema lingua di terra. Enormi ondate si abbattevano sul fragile scafo e, quando sembrava ormai che la barca dovesse soccombere alla tempesta, uno stormo di beccacce di mare si alzò in volo, circondando l’imbarcazione. E dove esse volavano, il mare si calmava e il vento non aveva alcun potere sulle onde. Gli uccelli accompagnarono la barca fino all’alba, quando un’isola verde apparve all’orizzonte. Le beccacce si precipitarono verso la terra ferma, mentre Aodh riuscì a governare l’imbarcazione fino alle acque calme delle sue insenature, dove non vi erano onde né correnti. Il giovane approdò su una spiaggia di sabbia finissima, tirò la barca in secca e si fermò a riposare. In quel luogo regnava una calma immobile, quasi spettrale. Aodh temette di aver superato i confini del mondo e allora, come aveva appreso dai vecchi pescatori della sua terra, affondò il suo coltello in una piccola collina che si trovava nei pressi. Così, gli avevano insegnato, si possono tenere a bada le forze del male. Si udì a un tratto una voce melodiosa che proveniva da una fanciulla seduta su una roccia. In vita sua, Aodh non aveva mai veduto un viso così bello e dolce, contornato da una selva di capelli d’oro che ricadevano sulle candide spalle. La fanciulla lo chiamò e Aodh se ne innamorò perdutamente. Passarono gli anni e il suo amore per la fanciulla cresceva di giorno in giorno. Aodh si sentiva felice come non lo era mai stato. Quel luogo emanava davvero una pace infinita, con il sole che splendeva sempre alto nel cielo e nessuna ombra che giungesse a oscurare la sua serenità. Un giorno però, Aodh cominciò a sognare la sua terra natale, l’isola di Oronsay. Invano cercò di scacciare quel pensiero. Ogni volta esso si riaffacciava alla sua mente con maggiore insistenza finché, un giorno, egli tornò alla spiaggia dove aveva affidato la sua piccola barca alla dolce carezza delle maree, deciso a ripartire per la terra che aveva quasi dimenticato. “Il tuo desiderio non si può avverare” gli disse la fanciulla, avendole Aodh rivelato i suoi propositi. “Sette anni hai vissuto a Tir-nan-og, la Terra dell’Eterna Giovinezza dalla quale non vi è ritorno” “La mia barca è ancora in ottimo stato e può riprendere il mare” le rispose il giovane. “Oh mio amore. Non potrà condurti lontano dalla riva. Dovrà ritornare, o sarà trascinata negli abissi.” Aodh comprese d’un tratto che quell’ isola di eterna giovinezza, immersa nella pace e nel silenzio, altro non era che una prigione, una prigione che li estraniava dal mondo.
Ma non rivelò alla fanciulla del pugnale conficcato nella collina, che gli avrebbe permesso di riacquistare la libertà e far ritorno alla sua amata isola. La mattina dopo si recò alla spiaggia, deciso a mettere in mare la barca. “Vieni con me fino a quella punta laggiù” disse alla bella fanciulla. “Giusto fin là, e non oltre, tu e io possiamo arrivare”, gli rispose quella entrando nella piccola imbarcazione. Quando però ebbero raggiunto il promontorio, Aodh virò verso il mare aperto, cavalcando saldamente le onde che spingevano la barca verso est. Intanto la fanciulla, seduta a poppa, si mise a singhiozzare. Aodh cercò di consolarla e, con sua grande sorpresa, notò che a ogni lacrima che sgorgava dai suoi occhi sembrava perdere un po’ della sua bellezza. La navigazione sul mare in tempesta durò tre giorni e tre notti. All’alba del quarto giorno apparve finalmente all’orizzonte il profilo dell’isola di Oronsay. Aodh guidò la barca nelle acque sicure della familiare baia e, impaziente, fece per scendere a terra. “Vieni, mia amata” gridò alla fanciulla. “Ti porterò alla mia casa sulla collina, dove nessun malvagio incantesimo potrà colpirci.” Ma la fanciulla non rispose. Si riparò fra le rocce, avvolgendosi nel suo scialle, e volse il viso verso il cielo, là dove i gabbiani volavano in cerchio e poi appena sopra di lei, dove le beccacce di mare frugavano con il becco fra gli scogli. Aodh la chiamò per l’ultima volta, quindi le si avvicinò per scostarle lo scialle, mentre la prendeva tra le sue braccia. Ma non appena il suo sguardo si posò sul volto della ragazza Aodh rabbrividì: la sua amata aveva perso le fattezze di una giovane e bella fanciulla per trasformarsi in una vecchia raggrinzita e deforme. “Oh Aodh, figlio di Aodh” pianse la donna. “Solo tornando alla verde isola dell’Eterna Giovinezza potrò ritrovare la mia gioventù e conservarla per sempre!” .Comprendendo la potenza delle antiche leggende, Aodh si sentì perduto. Coloro che facevano ritorno dall’isola incantata perdevano non solo la gioventù e la bellezza, ma anche la felicità. Così Aodh prese per mano la sua amata e risalì con lei sulla barca per ritrovare la Terra della Felicità Perduta. I pescatori di quelle isole raccontano che, di tanto in tanto, un piccolo battello solca ancora l’orizzonte alla ricerca di Tir-nan-og, la Terra dell’Eterna Giovinezza. Ma, come viene avvistata, sale un vento impetuoso e l’isola sparisce misteriosamente. I marinai allora si affrettano ad ammainare le vele, perché in quell’apparizione hanno imparato a riconoscere il segnale di una tempesta imminente.
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Vediamo ora un'altra fonte accreditata dal web e cosa dice Wikipedia a proposito di questo luogo mitico e leggendario:
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Tír na nÓg ("Terra del giovane eterno") è l'altromondo della mitologia irlandese, probabilmente il meglio conosciuto, grazie al mito di Oisín e Niamh (Ciclo di Fianna) Si trovava dove i Tuatha Dé Danann o Sídhe si stanziarono quando lasciarono la superficie dell'Irlanda e fu visitata da alcuni dei più grandi eroi irlandesi. Tír na nÓg è simile ad altre mitiche terre irlandesi come Mag Mell e Ablach. Era un luogo ai confini del mondo, collocato su un'isola lontana, a ovest. Lo si può raggiungere con un arduo viaggio o su invito di uno degli elfi che vi risiedono. Molti racconti popolari del Medio Evo narrano di numerose visite di eroi e monaci irlandesi a quest'isola.
Questo "aldilà" è un posto in cui la malattia e la morte non esistono. È un luogo di giovinezza e bellezza eterna, dove la musica, la resistenza, la vita e tutti i passatempi piacevoli stanno insieme in un singolo posto. Qui la felicità dura per sempre, nessuno desidera cibi o bevande. È l'equivalente celtico dei Campi elisi greci e romani o del Valhalla vichingo. Tir na nÓg svolge un ruolo importante nel racconto di Oisín e di Niamh, che fa da guida al primo. I due viaggiano insieme fino al regno benedetto, dove l'eroe trascorre un po' di tempo. Alla fine, però, la nostalgia di casa prende il sopravvento e Oisín vuole tornare in patria. È devastato dall'apprendere che in Irlanda sono trascorsi 100 anni dall'inizio del suo viaggio, sebbene per lui sia passato solo un solo anno. Può vedere l'Irlanda dalla parte posteriore del cavallo magico di Niamh, che lo avverte di non toccare la terra, poiché il peso di tutti quegli anni scenderebbe su lui in un momento. Oisín non fa attenzione al consiglio e immediatamente diventa vecchissimo. Si è ipotizzato che sarebbe caduto da cavallo nella zona di Elphin (contea di Roscommon) Poté raccontare la sua storia a San Patrizio e ricevere da lui la benedizione prima di morire. (da Wikipedia)
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domenica 7 febbraio 2010


C'era una volta.
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C’era una volta un re e una regina,
che al sol vederli passava la fame.
Vivean a starne, vestivan di trina per la felicità del lor reame,
quando la gente non avea farina, lo re diceva mangiate pollame.
Lo re può fare e disfar ciò che vuole,
noi siam nati per far ombra al sole.
Lo re può fare e la pace e la guerra,
e noi siam nati per andar sottoterra…
Passa la notte e l’alba s’avvicina…
C’era una volta un re e una regina.
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Dall'Ongaro (1808-1873)
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Questa filastrocca comincia come una fiaba ma sotto i toni fiabeschi sono nascosti i problemi dell'Italia del Risorgimento: la condizione miserabile del popolo e della povera gente che conbtrasta con la ricchezza e l'indifferenza rappresentata dal potere del Re e della Regina.

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sabato 6 febbraio 2010


E' Come un Ragazzo
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Febbraio è sbarazzino.
Non ha i riposi del grande inverno,
ha le punzecchiature,
i dispetti
di primavera che nasce.
Dalla bora di febbraio
requie non aspettare.
Questo mese è un ragazzo
fastidioso, irritante,
che mette a soqquadro la casa,
rimuove il sangue,
annuncia il folle marzo
periglioso e mutante.
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Vincenzo Cardarelli
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venerdì 5 febbraio 2010

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Allora, io ero la, sulla più alta delle montagne,
e tutto intorno a me
c'era l'intero cerchio del mondo.
E mentre ero la, vidi più di ciò che posso dire
e capii più di quanto vidi;
perché stavo guardando in maniera sacra
la forma spirituale di ogni cosa,
e la forma di tutte le cose che,
tutte insieme, sono un solo essere.
E io dico che il sacro cerchio del mio popolo
era uno dei tanti che formarono un unico grande cerchio,
largo come la luce del giorno e delle stelle,
e nel centro crebbe un albero fiorito a riparo
di tutti i figli di un'unica madre ed in un unico padre.
E io vidi che era sacro...
E il centro del mondo è dovunque.
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Il tramonto
Alce Nero (Heaka Sapa)
(1863 - 1950) Sioux Oglala
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giovedì 4 febbraio 2010


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UNA CASINA DI CRISTALLO
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lo sogno una casina di cristallo
proprio nel mezzo della città,
nel folto dell'abitato.
Una casina semplice, modesta,
piccolina, piccolina,
tre stanzette e la cucina.
Una casina
come un qualunque mortale
può possedere,
che di straordinario non abbia niente,
ma che sia tutta trasparente:
di cristallo.
Si veda bene dai quattro lati la via
e di sopra bene il cielo
e che sia tutta mia.
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Aldo Palazzeschi

mercoledì 3 febbraio 2010


BREZZA MARINA

La carne è triste, ahimè !
E ho letto tutti i libri.
Fuggire! laggiù fuggire!
Sento che gli uccelli sono ebbri
Di essere tra loscura schiuma ed i cieli!
Niente, né gli antichi giardini riflessi dagli occhi
Tratterà questo cuore che nel mare si immerge
O notti! né la luce deserta della mia lampada
Sul foglio vuoto che il candore difende,
E né la giovane donna che allatta il suo bambino.
Partirò! Vascello che fai dondolare l'alberatura
Leva lancora verso un luogo esotico!
Una Noia, delusa da speranze crudeli,
Crede ancora all'addio supremo dei fazzoletti!
E, forse, gli alberi, che attirano i temporali
Sono quelli che un vento inclina sui naufraghi
Persi, senza alberi, senza alberi, né piccole isole verdi
Ma ascolta, o cuore mio, il canto dei marinai!

Stephane Mallarmè
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martedì 2 febbraio 2010

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FORTUNALE

Alghe salmastre, sbattute
in astratti disegni,
sensuali ricami su antiche sabbie
mai più calpestate aride muoiono.

"Io... ho dentro il fragore
del mare in tempesta,
di quando lo scoglio bagnato
si staglia infreddolito eterno
e onde irritate frustano cielo
di nuvole basse ed implose.
Stallo di un albatro
in volo radente
di vento, accecato;
sorrido, forse sogghigno
incidentale ricorso, ripenso"
Conchiglie insabbiate, sbeccate
in deturpanti fregi,
pietose incisioni su inutili rabbie
collezioni sgradite insolenti insorgono.

"Io... ho dentro l'umore
del fumo che impesta,
di quando lo spazio arginato
si ritrae impalpabile inferno
e fili sottili si avvolgono a velo
di forme svariate e suontuose.
Frantumi di un vetro
in riflesso dolente
di specchio, spezzato;
sogghigno, forse sorrido
inaffidabile scorso, ripenso "

Anonimo del XX° Secolo
frammenti ritrovati
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lunedì 1 febbraio 2010

Un'Altro Giorno

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Un altro giorno senza te li ho contati tutti sai ce ne sono stati anche di felici ma... con un vuoto dentro me che non mi ho sentito mai quando mi chiedevi di portarti via con me e non basta non pensarti ubriacarsi di altri sguardi e ripetersi che in fondo non sei tu l'unica al mondo e non basta uscire spesso ingannarsi con il sesso fare finta che sia amore almeno per un paio d' ore e come un film che ho visto gia' mi vesto al buio e scappo via l'effetto e' tutto qua.... di una nuova compagnia e non basta non cercarti sotto il fuoco dei ricordi fare quello che sostiene che da soli si sta bene e non bastano gli amici le stronzate che gli dici per convincerti che ancora sei tu che hai l'ultima parola e' un altro giorno senza te li ho scontati tutti sai un altro giorno a dirsi che.... forse un giorno... e non basta non cercarti sotto il fuoco dei ricordi fare quello che sostiene che da soli si sta bene e non basta uscire spesso ingannarsi con il sesso fare finta che sia amore almeno per un paio d'ore e' un altro giorno senza te li ho scontati tutti sai e' un altro giorno a dirsi che.... forse un giorno...




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Beh! non è male questa canzone di Luca Barbarossa. Musicalmente richiama un filino "Cowgirl in the Sand" di N. Young (sopratutto all'inizio del brano) ma questo è un piccolo neo che possiamo perdonare. Il testo è attuale, sufficientemente contemporaneo e circondato da quel giusto grado di malinconia e rimpianto. L'ascolto è gradevole.


Certo che il vissuto influenza da sempre l'attenzione all'ascolto e chi è senza peccato è autorizzato a scagliare la prima pietra da subito; coordinare le idee in situazioni contingenti richede uno sforzo pesante che svuota e lascia senza fiato ed energie ma così è la vita...e va beh, viviamola.

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