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L'ombra è l'opposto del sole, ma si nutre di esso.
Un cielo grigio non genera ombre: nessun contrasto, nessun pensiero.


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sabato 1 agosto 2009

A Cinque Lune da Nobegmor (XIII)

CAPITOLO XIII°


- Che strano ... - disse Gujil rivolto a Mizaurio mentre spronava la sua cavalcatura sulla via del ritorno - ... non so ancora capacitarmi di ciò che è accaduto.
Appare tutto ciò assurdo che, a stento, riesco a credere a ciò che mi hai detto, amico mio.
Mi sembra di vivere legato ad un incubo dal quale non mi riesco a destare.
- Sono forse frutto di un incubo le sofferenze che provengono dalle tue ferite Gujil? - a sua volta disse Mizaurio.
- No, non lo sono. - rispose il Principe - La testa sa che tutto ciò è reale, ma la mia anima forse vorrebbe che non lo fosse affatto.
Quanto tempo ti ha detto mi resta la ninfa?
- Cinque lune, - disse lo scudiero - non una di più.
Ora, taci mio Signore.
Sprona il tuo cavallo e risparmia le forze, ancora molto lunga è la strada per il campo dove ci attende la nostra scorta.
Ciò detto tacquero entrambi.
I destrieri, criniere scompigliate dal vento veloce, saettavano leggeri divorando il percorso.
Finalmente raggiunsero i margini della grande e verde pianura sul cui sfondo si delineavano le prime file degli alberi dove avrebbero dovuto ritrovare l'accampamento con i loro soldati.
Mano a mano che la distanza che li separava si riduceva andava crescendo in loro il pensiero e la voglia del riposo.
Giunti a pochi chilometri dalla foresta notarono il filo di fumo che saliva, con una lunga spirale, al cielo terso.
Gujil incrementò l'andatura frustando con le redini il proprio destriero.
Il suo bel volto, contratto in una smorfia di sofferenza, tradiva il dolore indicibile che stava provando.
Mizaurio notò le macchie rossastre sul corpo di Gujil e vide che si stavano espandendo, segno inequivocabile che lo sforzo della cavalcata aveva fatto riaprire le ferite.
Quando trafelati arrivarono al campo lo trovarono completamente devastato e senza vita.
L'odore della morte aleggiava in quel posto come una sinistra presenza incombente.
Cadaveri di animali e di soldati giacevano sparsi nel raggio di alcune decine di metri.
- Ma Dio! - singhiozzò Mizaurio - sono tutti ... tutti morti!
Smontò da cavallo e si aggirò freneticamente per il campo alla ricerca di qualche superstite.
Non ne trovò.
Fece allora mestamente ritorno verso Gujil e lo trovò, poco distante dall'accampamento, appoggiato all'appiglio sicuro del fusto di un albero mentre guardava, impietrito e con occhi lucidi, l'orrendo eccidio che aveva di fronte.
Lo scudiero notò che dalle ferite del Principe il sangue colava in lunghi rivoli sulle vesti lacere e sporche.
- Aspettami qui, mio Principe e datti riposo e ristoro; - gli disse quando lo ebbe raggiunto - io faccio un giro di perlustrazione nei dintorni.
Gujil assentì e Mizaurio lo aiutò a sistemarsi più comodamente appoggiandogli la schiena alla base del tronco.
Quando si fu assicurato che il suo Signore non avrebbe corso pericoli immediati lo salutò e si diresse nel folto della foresta.
Dopo alcuni minuti di marcia la sua attenzione fu attirata dal fruscio intermittente provocato dai fusti di alcuni alti bambù che componevano il canneto di una vicina palude.
Guardò in quella direzione e, dopo qualche attimo, quando ebbe individuato il punto esatto da cui quel frusciare proveniva, decise di andare a dare un'occhiata.
Con circospezione, prestando estrema attenzione anche ad ogni più piccolo rumore sospetto, si diresse a quella volta armato della sua tagliente lama.
A fatica, con la mano sinistra, si apriva la strada tra le folte canne.
Il braccio destro, che impugnava saldamente la spada, era pronto a colpire.
Mano a mano che si avvicinava alla parte centrale del canneto sentiva crescere in lui l'angoscia ed il suo fiato si faceva sempre più ansimante e preoccupato.
Arrivato nel luogo esatto da cui provenivano i rumori indugiò un istante e poi si fece coraggio, trasse un profondo respiro ed scostò l'ultima fila di canne che lo divideva dall'ignoto.
Fu così che lo vide e subito lo riconobbe.
Era un uomo della loro scorta.
Accanto ad egli giaceva, riverso, il cadavere di un lupo con la testa fracassata.
- Adinaulo! - esclamò con voce sopraffatta dalla commozione si accucciò presso di lui.
Sollevatone delicatamente il corpo lo girò su se stesso appoggiandolo di schiena al terreno.
Il torace dell'uomo era intriso di sangue rappreso ed un profondo e spaventoso squarcio gli aveva dilaniato la gola ma ancora il respiro ne animava il petto.
Mizaurio inumidì con il contenuto della sua borraccia un lembo di stoffa e deterse la fronte ed il volto del soldato dopodiché gli fece scivolare tra le labbra riarse qualche sorso di liquido che l'uomo, a fatica, deglutì avidamente.
- Adinaulo ... - lo chiamò schiaffeggiandolo delicatamente sul viso - Adinaulo ...
- Sei ... sei tu ... Mizaurio? - chiese il ferito con un filo di voce ed alzò debolmente le palpebre rigonfie e dolenti.
- Si, sono io.
Va tutto bene ora.
Sono qui.
- Sono stati ... ah! ... - continuò a fatica l'armigero -sono stati i lupi.
Erano tanti ..., troppi ....
Ci hanno aggredito di notte uccidendo nel sonno molti dei nostri compagni con le loro zanne feroci.
Ed un uomo alto, dal nero mantello, continuamente li andava incitando e gridava - "Dovete trovarmi Gujil! Trovatemi Gujil!" - A stento sono riuscito a fuggire ma uno dei lupi ni ha inseguito fino a qui e, come puoi vedere, mi ha raggiunto.
Troppo tardi mi accorsi del grave pericolo.
Volevo avvisarvi ma ho fallito ... ho fallito ...
Detto questo il petto di Adinaulo fu scosso da alcuni violenti colpi di tosse ed un rivolo di sangue bluastro gli fuoriuscì dalla rima delle labbra.
- Salva il nostro amato Principe, Mizaurio, perché egli è in grave pericolo.
Dovete prestare attenzione a quell'uomo di nero vestito.
Egli è ... - non fece in tempo a finire la frase.
Lo sforzo del parlare provocò in lui un'altra crisi di tosse.
Con un rantolo simile ad un sibilo Adinaulo sbarrò gli occhi e spirò tra le braccia dello scudiero.
Il resto fu solo un desolante silenzio.
Usando la spada come fosse un badile Mizaurio scavò una profonda fossa in cui depose il corpo del soldato.
Lo ricoprì di terra e, dopo aver recitato una breve orazione funebre, prese mestamente la via del ritorno.
Quando arrivò al campo era passato molto tempo ed il sole del tramonto dardeggiava rossi raggi infuocati sulla fila interminabile di cirri che copriva l'orizzonte.
Non appena arrivò nello spiazzo dove avrebbe dovuto ricongiungersi a Gujil si bloccò impietrito dalla sorpresa.
Non solo del Principe non c'erano tracce, ma al posto dei cadaveri dei loro animali sorgevano, a poca distanza le une dalle altre, delle piccole ed ordinate montagnette alla testa delle quali era stata infissa nel terreno una rudimentale croce di legno.
Armi, vettovaglie, il carro che trasportava le loro provviste, tutto era inspiegabilmente scomparso.
Tutto, tranne il suo cavallo e quello del Principe ancora legati al ramo di un nodoso olmo poco lontano.
- Maledizione! Hanno portato via tutto! - pensò ad alta voce Mizaurio mentre girovagava, sbigottito e preoccupato, per il resto di quello che rimaneva del primitivo accampamento.
- Ed hanno rapito anche Gujil! - continuò ritto nel centro dello spiazzo, con le mani appoggiate sui fianchi non sapendo quale comportamento adottare.
Andò risoluto verso i cavalli cercando di escogitare un qualche cosa che fosse in grado di trarlo d'impaccio da quella situazione di stallo.
Sguardo fisso sul terreno, notò che due solchi regolarmente distanziati tra di loro formavano come una profonda rotaia nell'umido suolo, ricco di humus, del sottobosco.
Raggiunse di corsa i cavalli, ne sistemò i finimenti e montò in groppa al suo legando al pomello della propria sella le briglie del cavallo di Gujil che, docilmente, li seguì quando si mossero.
Mizaurio si soffermò ancora per breve tempo a dare l'estremo saluto ai compagni di tante avventure con un'indicibile tristezza nel cuore.
Ciò fatto, individuò i solchi lasciati nel terreno dalle ruote del carro, rimontò a cavallo e si mise a seguire le tracce al piccolo trotto.
Poco dopo fuoriuscì da quella foresta e si immise nella pianura dirigendosi verso est.
Il sole era ormai completamente calato dietro il fiammeggiante sipario dell'orizzonte ma, in quel grande e sgombro spazio aperto, persisteva ancora la tiepida luce del crepuscolo con i suoi vividi e teneri colori.
- Tra poco scenderà il buio e sarà difficile ed impegnativo seguire le tracce. - disse lo scudiero riflettendo tra sé e sé - E' meglio che acceleri l'andatura perché poi sarà decisamente difficoltoso mantenere la pista.
Fortunatamente per lui, il peso del carro aveva tracciato una vera e propria strada nell'erba alta.
Lo scudiero si pose senza esitazioni al centro di essa e spinse il suo destriero ad un forsennato galoppo.
Con l'arrivo dell'oscurità il vento, che prima aveva spirato sotto forma di una dolce brezza, ora si era fatto più forte e frustava, con furiose raffiche, l'uomo ed i cavalli.
Cavalcava Mizaurio in quella pianura che non sembrava mai dovesse avere fine; si era raggomitolato sulla sella appoggiando il petto sul lungo collo dell'animale per offrire meno resistenza alla turbolenza dell'aria che soffiava, fredda ed insistente, contro di loro.
Infine, dovette rallentare sensibilmente l'andatura perché si accorse che lo sforzo prolungato stava sfiancando il povero cavallo.
Le tracce profonde persistevano ma Mizaurio, disturbato dal forte vento che lo costringeva a tenere gli occhi semichiusi, dovette scendere da cavallo e proseguire a piedi per non perderle.
Quando la tormenta si placò era ormai notte fonda e la pianura ancora distendeva la sua vegetazione a perdita d'occhio.
Deciso a non lasciarsi vincere dalla stanchezza che già cominciava ad intorpidirlo, Mizaurio risistemò i finimenti del cavallo e risalì faticosamente in sella.
Illuminato dal pallido chiarore della luna, il sentiero tracciato dalle ruote del carro si snodava come un sinuoso serpente fin dove gli occhi arrossati dello scudiero riuscivano a giungere e confondeva il suo percorso alla linea dell'orizzonte imbrunito.
- Avanti! Devo andare avanti! - ripeteva continuamente lo scudiero ad alta voce per tenersi sveglio e spronava con foga il suo destriero al galoppo trainandosi dietro il cavallo di Gujil ancora saldamente legato al pomello della sua sella.
Finalmente finì la brughiera cedendo sempre più frequentemente terreno alla vegetazione di arbusti che ne delimitava il passaggio alla macchia.
Benché fosse spossato, Mizaurio continuò la sua marcia nell'alba nascente la cui aurora gli infuse nuove energie con le sue frizzanti e fresche carezze.
- Non avrei dovuto restare tanto a lungo con Adinaulo. - pensò - Chi ha preso Gujil ha fin troppo vantaggio!
Quando si fu addentrato nel folto della vegetazione lo scudiero decise di concedere un attimo di riposo ai cavalli poiché erano sfiniti e madidi di sudore.
Tolse loro le selle e li lasciò liberi a riposare tranquillamente sulle rive di uno stagno.
Spogliatosi si tuffò nel bagno ristoratore che quelle limpide acque gli offrivano.
Dopo una breve nuotata uscì e si distese al calore del sole su quelle sponde invitanti.
Senza accorgersi e senza volerlo si assopì.
La stanchezza accumulata lo aveva tradito e, quando si svegliò, era di nuovo il tramonto.

- Tieni. Li ho colti per te. - disse la giovane donna a Gujil mostrando agli occhi di lui un mazzo di variopinti fiori di campo - Vedo che stai assai meglio.
- Dove mi trovo? - chiesi il Principe uscendo dal sopore che lo aveva attanagliato.
- Al sicuro, non avere timore, ora dormi. Non è che l'alba e le tue ferite abbisognano ancora di un po' di riposo.
A quelle parole vacillò tutto l'essere di Gujil, indeciso tra il sonno e la veglia.
Infine si riaddormentò.

Bestemmiando per il tempo perso, Mizaurio si affrettò a recuperare i cavalli deciso a continuare l'inseguimento interrotto senza più perdere neppure un minuto.
A spron battuto si rimise sulle tracce del carro incitando il destriero frustandolo al garrese con le redini.
Proseguì mantenendo una folle velocità per alcuni chilometri fino a quando le tracce, che ancora erano ben delineate nel soffice terreno, cominciarono a diradarsi a causa del suolo che, via via, andava facendosi più compatto.
Quando le perse completamente era ormai buio pesto.
- Maledizione! - disse - Devo ritrovare Gujil al più presto e cercare di distoglierlo dall'insano proposito di raggiungere Arhiac, anche a costo di ricorrere alle maniere forti, altrimenti prevedo saranno guai veramente grossi.
Disse e fece alcuni tentativi per ritrovare le tracce.
Quando capì che sarebbe stato tempo sprecato, decise di proseguire ugualmente lungo la linea teorica che gli ultimi solchi visibile lasciavano intuire.
- Che gli dei mi aiutino! - esclamò e riprese la sua folle corsa a briglie sciolte verso l'est ormai incupito e tenebroso.
Nel cielo di Opoflop la seconda luna della profezia era già sorta.

venerdì 31 luglio 2009

L'Estate Sui Campi

Splende a distesa il giorno
rosato alla pianura,
la tremula calura
richiama a lungo intorno
dall’alto il visibilio
dei passeri nel sole.
...Il grano trema e nere
si schiudono farfalle
all’afa azzurra; d’oro,
riversa a quel ristoro
di luce, nelle gialle
stoppie bisbiglia l’aria...
...Così morbido e solo
scorre sul fiume il verde
silenzio che alle valli
odoroso si perde.
Restano i campi gialli,
monotona campagna
dei grilli e della sera...




Alfonso Gatto

giovedì 30 luglio 2009

Santuario della Beata Vergine della Pallavicina

Il monumento più illustre di Izano, situato poco all'esterno dell'abitato, alla fine di un viale alberato, sulla strada verso Crema, è il Santuario della Pallavicina.
È un luogo di antica devozione, che conserva tuttora il fascino dei piccoli santuari di campagna; ogni anno, nei giorni di Pasqua e Lunedì dell'Angelo, vi si svolge una Fiera primaverile (denominata "Fiera dell'Angelo"), alla quale partecipano devoti provenenti da ogni località del Cremasco.
Dell'origine dell'edificio poco conosciamo, anche perché non ci è giunta notizia dell'anno nel quale si sarebbe verificata la miracolosa apparizione della Madonna ad una fanciulla del luogo, fatto che dette origine all'erezione di una cappella.
Esso risale comunque ai tempi antichi, per lo meno al XV secolo, datazione desunta da un affresco che reca inciso l'anno 1444.
Di una chiesa edificata sul luogo della primitiva costruzione si parla solo a partire dal 1578, in occasione di una visita pastorale.
A quel tempo la sua struttura doveva essere ormai organizzata secondo le linee essenziali che sono tutt'oggi visibili, malgrado le aggiunte più tarde: un piccolo santuario ad una sola navata, terminante in una profonda abside completamente decorata con affreschi di scuola cremonese.
I secoli successivi videro un progressivo arricchimento architettonico e decorativo, che ricoprì di una veste barocca l'interno; ad una cappella laterale sorta nel punto dell'apparizione ne furono aggiunte, fra la fine del Seicento e i primi del Settecento, altre due, notevoli per ricchezza di pitture e di stucchi, mentre fu attuato solo solo in seguito, nel 1910, il completamento del lato destro, sfondato simmetricamente al fianco sinistro ed animato da una nuova facciata che che dà sul piazzale antistante.
(fonte del testo Comune di IZANO, CR)
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E' un luogo dell'infanzia, della fanciullezza.
Eppure è ancora così presente nei miei occhi e nel mio cuore di oggi, un cuore che ha ancora paura del nulla e dell'oblio.
Gli "ex-voto" disposti alla rinfusa sulle pareti della chiesetta ricordano devozioni passate illuminate dalla fioca luce delle candele. Una madonnina umile, di paese, lontana dalle splendide cattedrali delle grandi città...ma così bella ed umana da innamorarsene.
Ti penso madonnina e mi rivedo bambino a sguazzare nelle acque del canale e a rincorrere rane nelle anse dei fossi.
Oggi la maturità degli anni a volte mi consola ma mi manca il respiro ed il sole luminoso e cocente che scaldava la mia anima e le mia gambe di bimbo curioso e felice durante la fienagione.

mercoledì 29 luglio 2009

A Cinque Lune da Nobegmor (XII)

CAPITOLO XII°

- Chi disturba il riposo di Aulis? - mormorò con una voce simile ad un soave canto di cigni.
L'eterea fanciulla sembrava danzasse sulla superficie dell'acqua che, nel frattempo, era nuovamente ritornata tranquilla.
Un'avvolgente sensazione di pace crescente penetrò in ogni fibra del corpo di Mizaurio ed egli assaporò l'abbandono al beato contatto di fronte al quale ogni tensione spariva come neve al tiepido tocco di un raggio di sole.
- Io sono Mizaurio. - rispose.
La fanciulla pareva guardarlo con occhi ridenti.
- Sei tu umano o creatura di boschi? - domandò ella a lui che estasiato osservava.
- Sono umano o splendente visione. - le disse.
- Io sono Aulis - riprese la ninfa - e nutro di pace e proteggo le creature e le cose di questo angolo nascosto di mondo.
Perché mi destasti dal dolce oblio?
Quale affanno disturba il tuo cuore in modo così pesante da costringere i tuoi gesti al richiamo di ciò che è soprannaturale?
- Langue il mio Principe costretto al dolore ed io ne provo una grande tristezza. - disse Mizaurio e raccontò alla fanciulla il resoconto degli avvenimenti che aveva, con Gujil, vissuto durante quel viaggio.
- ora so, - disse Aulis - ora sento, ... e comprendo.
Lessi, ma avevo perso il ricordo, scorrendo stelle e pianeti, gli eventi di cui mi hai da poco dato racconto.
Sorrise.
Si chinò e raccolse dall'acqua qualcosa che osservò attentamente.
- Ho visto! - disse la ninfa e, poi, continuò con tono più dolce:
- Ascoltami ora con molta attenzione poiché non ho molto tempo; ma chiama l'oblio che mi brama e mi culla nei sogni che questo reale deforma ed uccide.
Più innanzi ai tuoi passi, là dove l'acqua perfora la roccia e sgorga ridente ad alimentare la vena che poi sarà fiume e la terra, là dove troverai il fiore prezioso della purpurea sassifraga.
Raccogline i bulbi interrati e fanne un decotto che a lungo bollisca finché non avrà assunto un deciso colore citrino; quando il tuo Principe avrà bevuto quella prodigiosa essenza tornerà a nuova vita.
Ma bada! Pochi giorni durerà il suo benefico effetto.
Posso dirti che nulla ha potere a guarire il tuo giovane Principe, che non ha ferite nel corpo ma solo nell'anima e nel suo sogno d'amore.
Dovrete lasciare le terre di Opoflop prima che la quinta luna abbia a subire la violenza del mattino.
Altrimenti egli morirà.
Ricordati, o uomo chiamato Mizaurio, ogni attimo e cosa del mondo hanno in sé scritta gli astri.
I corpi del cielo e le universali leggi vanno rispettate dall'uomo, che egli è impotente davanti a quei grandi misteri che danno alito e, con esso, il soffio vitale.
Ricorda!
Così disse e svanì senza che lo scudiero avesse avuto a disposizione il tempo necessario per poter, in qualche modo, replicare alle di lei parole.
Cercò dunque Mizaurio e, cercando, trovò la purpurea sassifraga; quindi ne colse, scavando profondamente la terra, le radici a bulbo e le macerò nella ridente e fresca acqua fino a farne una finissima ed omogenea poltiglia rossastra.
Cosse il decotto per tutto il resto del giorno.
Quando a Mizaurio parve essere pronto, lo tolse dalla fiamma e ne osservò, compiaciuto, il giallo colore.
Lo lasciò raffreddare alcuni minuti dopodiché costrinse le labbra riarse di Gujil, ancora serrate in una muta espressione, a divaricarsi ed il flusso colò copioso nella gola del Principe.

martedì 28 luglio 2009

Il Profeta

SU GIOIA E DOLORE

Allora una donna disse: Parlaci della Gioia e del Dolore.
E lui rispose:
La vostra gioia è il vostro dolore senza maschera,
E il pozzo da cui scaturisce il vostro riso, è stato sovente colmo di lacrime.
E come può essere altrimenti?
Quanto più a fondo vi scava il dolore, tanta più gioia potrete contenere.
La coppa che contiene il vostro vino non è forse la stessa bruciata nel forno del vasaio?
E il liuto che rasserena il vostro spirito non è forse lo stesso legno scavato dal coltello?
Quando siete felici, guardate nel fondo del vostro cuore e scoprirete che è proprio ciò che vi ha dato dolore a darvi ora gioia.
E quando siete tristi, guardate ancora nel vostro cuore e saprete di piangere per ciò che ieri è stato il vostro godimento.
Alcuni di voi dicono: "La gioia è più grande del dolore", e altri dicono: "No, è più grande il dolore".
Ma io vi dico che sono inseparabili.
Giungono insieme, e se l'una siede con voi alla vostra mensa, ricordate che l'altro è addormentato nel vostro letto.
In verità voi siete bilance che oscillano tra il dolore e la gioia.
Soltanto quando siete vuoti, siete equilibrati e saldi.
Come quando il tesoriere vi solleva per pesare oro e argento, così la vostra gioia e il vostro dolore dovranno sollevarsi oppure ricadere.
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da "Il Profeta" di Gibran

lunedì 27 luglio 2009

Il Risveglio


Lo ripete anche l'aria che quel giorno non torna.
La fìnestra deserta s'imbeve di freddo
e di cielo. Non serve riaprire la gola
all'antico respiro, come chi si ritrovi
sbigottito ma vivo. E' finita la notte
dei rimpianti e dei sogni. Ma quel giorno non torna.

Torna a vivere l'aria, con vigore inaudito,
l'aria immobile e fredda. La massa di piante
infuocata nell'oro dell'estate trascorsa
sbigottisce alla giovane forza del cielo.
Si dissolve al respiro dell'aria ogni forma
dell'estate e l'orrore notturno è svanito.
Nel ricordo notturno l'estate era un giorno
dolorante. Quel giorno è svanito, per noi.

Torna a vivere l'aria e la gola la beve
nella vaga ansietà di un sapore goduto
che non torna. E nemmeno non torna il rimpianto
ch'era nato stanotte. La breve finestra
beve il freddo sapore che ha dissolta l'estate.
Un vigore ci attende, sotto il cielo deserto.


Cesare Pavese "Poesie del Disamore" (1934 - 1938)

giovedì 23 luglio 2009

Fuga di Giovinezza


La stanca estate china il capo
specchia nell' acqua il suo biondo volto.
Erro stanco e impolverato
nell' ombra del viale.

Tra i pioppi soffia una leggera brezza.
Il cielo alle mie spalle e' rosso
di fronte l' ansia della sera -
e il tramonto - e la morte.

E vado stanco e impolverato
e dietro a me resta esitante
la giovinezza, china il capo
e non vuole più seguire la strada con me.





Herman Hesse

mercoledì 22 luglio 2009

Per Liberare la Mia Terra

Giorgio Lo Cascio,

4 lp's negli anni della contestazione e dei primi cantautori...e pochissima fama. Insegnante, politicamente schierato e con un linguaggio diretto e franco che non lascia spazio a sottintesi o interpretazioni. Una musica semplice, piena di illusioni e di lotta di classe. Anacronistica oggi ma sicuramente attuale nelle cose che dice.

Ora so cosa mi accomuna a lui, il percorso riflessivo sulla condizione personale e le incongruenze che ci accompagnano nella vita...spero però in un destino diverso e meno beffardo. Il brano in question e mi riporta al mio Perù ed alla visione improvvisa ed eterea del condor nel cielo di Cusco. C'era una volta e c'è ancora adesso un senso di rivalsa e di possente voglia di ribellione...ma è sopita dalle incombenze quotidiane, dal lavorare per vivere (o veceversa), dai programmi radio-televisivi.

Non c'è soluzione ma accettazione consapevole, io personalmente non sò cosa sia meglio.

lunedì 20 luglio 2009

Singhiozzo


Freddo,
come mare ingrossato
riparo nel mio disperare.

Brivido,
come attimo irretito
sospiro nel mio disperare.

Singhiozzo,
come gemito delicato
affogo nel mio disperare.

Sonno,
come animale sfinito
riposo nel mio disperare.



Anonimo
della seconda metà del 1900

giovedì 16 luglio 2009

A Cinque Lune da Nobegmor (XI)

CAPITOLO XI°

La rugiada del mattino imperlava ogni cosa ammantandola di irreali riflessi scintillanti cingendo a cornice la foresta in un'atmosfera che pareva fiabesca.
i due amici, mentre percorrevano a ritroso il cammino del giorno precedente, non scambiarono neppure una parola tra loro.
Ogni tanto lo schiocco di un merlo o il bramito di qualche cervo attiravano e deviavano l'attenzione di Gujil dalle proprie considerazioni.
In poco tempo raggiunsero l'ingresso dello stretto pertugio che li avrebbe di nuovo portati nel canalone dove avrebbero dovuto trovare ad attenderli i loro destrieri.
Una volta usciti dall'angusto cunicolo stirarono le loro membra godendo della calda carezza portata dai raggi solari.
Dei cavalli però nessuna traccia.
Erano scomparsi da quel luogo.
- Senti quale silenzio ...- mormorò Mizaurio rivolgendosi al Principe.
- tu resta qui ed aspetta. - disse Gujil - Io vado a vedere dove diavolo si sono cacciati quei maledetti animali.
Ciò detto avviò i suoi passi a costeggiare un lato del canalone dirigendosi verso uno slargo che ricordava, dal giorno precedente, essere ricco di vegetazione e di acqua. Sobbalzò perché il suo cuore stava ricominciando a sanguinare copiosamente il dolore.
Non appena ebbe oltrepassato una piccola roccia, la cui eminenza più elevata lo superava di poco più di un palmo, li vide e restò impietrito.
Di fronte a lui due grossi lupi gli sbarrarono il cammino.
Il primo, quello alla sua destra, aveva un nerissimo mantello chiazzato da leggere striature di un argento vivissimo.
L'altro, solo appena più piccolo del primo, era completamente grigio.
In ambedue gli animali gli occhi dardeggiavano come dei tizzoni ardenti rivolti verso di lui.
Le loro zanne, lunghissime e perfettamente bianche, digrignavano nel cupo brontolio del loro fiato.
Stupito Gujil arrestò i propri passi e, con gesti lentissimi, impugnò l'elsa della spada nel tentativo di sguainarla.
- uccidetelo! - sentì provenire poco lontano da lui e vide le belve scattare come molle in un plastico balzo fulmineo.
se li trovò addosso senza aver fatto in tempo ad estrarre la lama.
Il peso dei due animali lo scaraventò violentemente a terra; sentì le appuntite zanne affondare nella spalla e nel fianco e, istintivamente, portò la mano ad afferrare il pugnale che teneva allacciato alla vita.
Raggiuntolo lo estrasse dal fodero e con un enorme sforzo scagliò lontano il lupo che lo aveva aggredito al fianco con un violento colpo impresso con le gambe che era riuscito a raccogliere sotto l'addome dell'animale.
Poi, con un altro poderoso colpo di reni, rotolò su se stesso costringendo il lupo più grosso sotto di lui.
Cingendolo alla gola con la mano sinistra lo immobilizzò e gli trafisse il cuore con una pugnalata.
La belva strabuzzò lo sguardo e le si spense negli occhi la fiamma della vita.
Per qualche momento si agitò ancora spasmodicamente sotto il peso di Gujil e poi giacque immobile.
Il tutto avvenne nell'arco di pochi secondi.
Allora Gujil si rannicchiò su se stesso e si voltò con uno scatto, pronto a rispondere all'attacco della seconda belva.
Il sangue colava copioso dalle sue ferite ma il dolore fisico lo teneva desto ed attento.
L'odore del suo stesso sangue lo andava eccitando a dismisura e la rabbia cresceva in lui quasi fosse un fiume in piena.
Quando si rese conto che il secondo lupo giaceva al suolo e si stava trascinando a fatica sugli arti anteriori, comprese che, probabilmente, l'impatto col terreno gli aveva spezzato le zampe posteriori.
Con le nari dilatate come un animale, si scagliò con un urlo selvaggio sulla bestia e la colpì ripetutamente con il pugnale in preda ad una furia omicida incontrollabile.
Quando Mizaurio sopraggiunse, richiamato dal frastuono della lotta, lo trovò ancora con il coltello tra le mani in un mare di sangue.
Con pazienza cercò di calmarlo e quando ci fu riuscito lo trascinò, tenendolo per mano, verso la polla di fresca acqua da cui nasceva un piccolo ruscello.
Spogliatolo gli lavò delicatamente le ferite maledicendo ad alta voce il giorno in cui si erano messi in quel pasticcio.
Notò, nel tascapane di Gujil, l'ampolla contenente il filtro preparato da Noretex.
Era miracolosamente rimasta intatta.
Non un lamento fuoriuscì dalle labbra di Gujil intanto che il fedele compagno gli ricucì le profonde ferite.
Lo sguardo assente; il Principe era lontano col viso tirato ed i capelli impastati di sangue raggrumato e polvere.
Strappando quello che era rimasto della camicia dell'amico, Mizaurio approntò delle improvvisate bende con le quali fasciò il corpo di Gujil.
Le ore passavano lente e l'espressione di Gujil appariva sempre lontana a Mizaurio.
Lo scudiero era perplesso e lo guardava con gli occhi pieni di interrogativi inespressi ma quelli dell'amico erano assenti.
Il suo Principe era lì, accanto a lui, ma era come se la sua essenza fosse stata rapita da chissà quali strane visioni.
Scuotendo il capo Mizaurio si alzò imprecando la sorte e perlustrò accuratamente i dintorni della radura alla ricerca delle loro cavalcature.
Le trovò tranquille, in un angolo appartato intente a pascolare la tenera erba intrisa di stille perlacee.
Recuperati i cavalli fece ritorno al posto nel quale sostava il Principe che trovò esattamente come lo aveva lasciato.
Dopo che fu passato ancora un po' di tempo Mizaurio, spazientito ed indeciso sul da farsi, raccolte alcune piccole pietre sul greto del ruscello, si mise a lanciarle nella polla per ingannare il senso del tempo che andava percorrendo le sue misure con estrema lentezza.
Al terzo sasso l'attenzione dello scudiero venne attirata dal ribollio che, iniziato con un leggero incresparsi, andava via via aumentando di intensità nel centro della pozza.
All'unisono le oche selvatiche levarono il volo dai canneti circostanti e, in formazione compatta, si diressero all'ovest cristallino di quella chiara mattina.
La cosa lo mise in agitazione.
Dopo una brevissima attesa lo spazio circostante zittì i suoi rumori.
La bocca e gli occhi spalancati di Mizaurio videro squarciarsi in un varco il centro della polla e, da esso, apparire una visione di sogno.
Una figura di donna bellissima, diafana, cinta di un evanescente vestito, si era materializzata davanti al suo stupore.