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L'ombra è l'opposto del sole, ma si nutre di esso.
Un cielo grigio non genera ombre: nessun contrasto, nessun pensiero.


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venerdì 10 febbraio 2012

Scriccioli (Troglodytes troglodytes)

Ordine: Passeriformi
Famiglia: Passeriformi
Genere: Troglodytes
Specie: Troglodytes
Distribuzione: Europa, Africa e America settentrionale, centro e sud dell' Asia
Dimensioni: 9-10 cm
Habitat: boschi di montagna, pianura, frutteti, giardini e parchi.

Diffusione e abitudini: Lo Scricciolo è diffuso in quasi tutta l’Europa ed è possibile trovarlo anche nei paesi più freddi come la Russia e la Scandinavia.
E’ presente anche in alcune regioni dell’Africa, dell’Asia e dell’America settentrionale.
In Italia è un uccello stanziale e distribuito su quasi tutto il territorio nazionale.
Il suo habitat naturale è molto vario ed è possibile trovarlo in boschi di montagna, pianura, frutteti, giardini e parchi, purché vi sia una densa vegetazione arborea.
Lo scricciolo non disdegna nemmeno i giardini urbani e la presenza umana non lo intimorisce in modo particolare e non è raro trovare siti di nidificazione in luoghi abitati o frequentati dall’uomo. E’ un uccello molto vivace e dinamico e predilige posarsi spesso a terra, dove si muove con grande agilità e velocità, tanto da assomigliare ad un piccolo mammifero.
Dotato di una grandissima curiosità, lo scricciolo spesso si intrufola nei posti più disperati, passa da un cespuglio all’altro e perlustra tutto ciò che lo incuriosisce e che richiama la sua attenzione.
Descrizione generale: il più piccolo della famiglia dei troglodytes, pesa circa 9-10 grammi e misura circa 9-10 cm. Si presenta con una corporatura compatta e arrotondata con una piccola coda tenuta spesso eretta e sia il maschio che la femmina sono caratterizzati da una colorazione uniforme del piumaggio, senza dimorfismi sessuali.
Il dorso è di colore bruno-rossastro così come le ali che però presentano una leggera barratura bruna, mentre il petto è di colore più chiaro.
Anche la coda e il capo sono di colore bruno-rossastro con un sopraciglio chiaro e un becco di colore nero molto sottile, tipico degli uccelli insettivori.
La caratteristica che lo contraddistingue maggiormente e che lo rende facilmente riconoscibile è il portamento, sopratutto quando si sposta sul terra poiché assume una posizione particolare, che gli permette di spostarvi velocemente, con il petto basso e la coda alzata.
Quelle poche volte che si posa sui rami, preferisce sempre quelli più esposti, quasi mai quelli più alti, come se volesse mettere in mostra il suo piumaggio e le sue doti da buon cantore.
Il canto di questo uccello è molto vivace e forte, tanto è vero che è quasi impensabile che un uccello così piccolo riesca ad emettere dei suoni che possono essere uditi anche a molta distanza.
Riproduzione: L’accoppiamento avviene generalmente due volte l’anno e ha inizio verso la fine del mese d’Aprile.
Il maschio è poligamo e possiede un territorio personale in cui costruisce un notevole numero di nidi, alcuni dei quali utilizza anche come dormitorio per la notte, che mostra a tutte le femmine che entrano nel suo territorio attirando la loro attenzione entrando ed uscendo dal nido, iniziando a cantare e assumendo un comportamento frenetico che lo porta a muovere velocemente la coda.
Se la femmina accetta le attenzioni del maschio e il nido costruito è di suo gradimento, allora avviene l’accoppiamento.
I nidi presentano un aspetto grezzo, ben mimetizzato con l’ambiente circostante e solo l’esterno è rifinito, poiché all’interno provvederà la femmina aggiungendo un rivestimento costituito da piume, lana, crini, ecc.
Il nido è sempre ben nascosto ed è difficile da individuare, essi possono trovarsi tra i cespugli più fitti, a terra fra le radici di un albero, tra le fessure di un muro, sotto le tegole di una casa, tra le cavità delle rocce, nelle cavità degli alberi, ecc. Quando il nido è utilizzato come dormitorio per la notte, il suo interno si presenta grezzo senza nessun rivestimento soffice e isolante.
La femmina depone tra le 5-8 uova, molto grosse di colore bianco con puntini rossastri, che cova da sola per circa 15 giorni, poiché il maschio subito dopo la deposizione abbandona la femmina per cercare una nuova compagna. I piccoli nidiacei restano molto a lungo nel nido, anche dopo che hanno imparato a volare e anche quando sono completamente indipendenti, infatti continueranno ad utilizzare il nido come dormitorio per la notte.
Alimentazione: l ’alimentazione dello scricciolo è costituita essenzialmente da piccoli insetti, bruchi, vermi, ecc che trova a terra e fra le foglie. In primavera non disdegna anche qualche bacca.
Curiosità: lo scricciolo, come la cannaiola, è uno degli uccelli che è maggiormente parassitato dal cuculo (Cuculus canorus), il quale utilizza il nido dello scricciolo per deporvi il proprio uovo, che sarà covato dalla femmina dello scricciolo e poi alla nascita il pullus di cuculo sarà alimentato fino al completo svezzamento (dalla rete).

Una leggenda celtica classifica lo scricciolo (Troglodytes troglodytes) il “re degli uccelli”, poiché un giorno tutti gli uccelli imbandirono una gara per vedere chi tra di loro riusciva a volare più in alto e il vincitore sarebbe stato dichiarato il re degli uccelli.
Lo scricciolo inizio a volare in alto, ma ben presto venne raggiunto e superato dall’aquila allora il piccolo trogloditide salì sul dorso del maestoso uccello e si fece trasportare ancora più in alto fino a spiccare di nuovo il volo e quindi vincere la gara.


L'uccellino del freddo

Viene il freddo. Giri per dirlo
tu, sgricciolo, intorno le siepi;
e sentire fai nel tuo zirlo
lo strido di gelo che crepi.
Il tuo trillo sembra la brina
che sgrigiola, il vetro che incrina...
trr trr trr terit tirit...
Viene il verno. Nella tua voce
c'è il verno tutt'arido e tecco.
Tu somigli un guscio di noce,
che ruzzola con rumor secco.
T'ha insegnato il breve tuo trillo
con l'elitre tremule il grillo...
trr trr trr terit tirit...
Nel tuo verso suona scrio scrio,
con piccoli crepiti e stiocchi,
il segreto scricchiolettio
di quella catasta di ciocchi.
Uno scricchiolettio ti parve
d'udirvi cercando le larve...
trr trr trr terit tirit...
Tutto, intorno, screpola rotto.
Tu frulli ad un tetto, ad un vetro.
Così rompere odi lì sotto,
così screpolare lì dietro.
Oh! lì dentro vedi una vecchia
che fiacca la stipa e la grecchia...
trr trr trr terit tirit...
Vedi il lume, vedi la vampa.
Tu frulli dal vetro alla fratta.
Ecco un tizzo soffia, una stiampa
già croscia, una scorza già scatta.
Ecco nella grigia casetta
l'allegra fiammata scoppietta...
trr trr trr terit tirit...
Fuori, in terra, frusciano foglie
cadute. Nell'Alpe lontana
ce n'è un mucchio grande che accoglie
la verde tua palla di lana.
Nido verde tra foglie morte,
che fanno, ad un soffio più forte...
trr trr trr terit tirit...

Giovanni Pascoli

giovedì 9 febbraio 2012

Preghiera

G. Klimt, madre e figlio, particolare


donna e madre
tra sacrifici e amore
in uno screpolato viso
non compare il solito riso
di quando pensiero e pudore
ornavano forme leggiadre
di te...
nel suono del cuore,
china in attesa,
come una sposa
hai contato le ore...

anonimo del XX° secolo
frammenti ritrovati

mercoledì 8 febbraio 2012

Riflesso e poesia

non è mai un errore
se la vita ti scorre nei desideri
se inespressi confini si placano
in innumerevoli rivoli;
non è stato incompreso
il brusco risveglio mattutino
di quando il freddo attanaglia
non solamente il corpo...

Cupido, loser, eigenwilliger Knabe!

Cupido, loser, eigenwilliger Knabe!
Du batst mich um Quartier auf einige Stunden.
Wie viele Tag'und Nächte bist du geblieben!
Und bist nun herrisch und Meister im Hause geworden!

Von meinem breiten Lager bin ich vertrieben;
Nun sitz ich an der Erde, Nächte gequälet;
Dein Mutwill schüret Flamm auf Flamme des Herdes,
Verbrennet den Vorrat des Winters
und senget mich Armen.

Du hast mir mein Geräte verstellt und verschoben;
Ich such und bin wie blind und irre geworden.
Du lärmst so ungeschickt; ich fürchte das Seelchen
Entflieht, um dir zu entfliehn, und räumet die Hütte.

Cupido, monello testardo!

Cupido, monello testardo!
M'hai chiesto un riparo per poche ore,
e quanti giorni e notti sei rimasto!
Adesso il padrone in casa mia sei tu!

Sono scacciato dal mio ampio letto;
sto per terra, e di notte mi tormento;
il tuo capriccio attizza fiamma su fiamma nel fuoco,
brucia le scorte d'inverno
e arde me misero.

Hai spostato e scompigliato gli oggetti miei,
io cerco, e sono come cieco e smarrito.
Strepiti senza ritegno, e io temo che l'animula
fugga via per sfuggire te, e abbandoni questa capanna.

Johann Wolfgang Goethe

martedì 7 febbraio 2012

Fortuna


Dal latino fortūna, il termine deriva da "fors" ossia caso, sorte.
fortuna s. f. [lat. fortūna, der. di fors fortis «caso, sorte»]. –
1. Propriam., nome di un’antica divinità romana, personificazione della forza che guida e avvicenda i destini degli uomini, ai quali distribuisce ciecamente felicità, benessere, ricchezza, oppure infelicità e sventura: la dea Fortuna; il tempio della Fortuna.
Concepita e rappresentata variamente nella letteratura e nell’arte
In lingua italiana il termine fortuna indica, in generale, la buona sorte.
Fortuna era una divinità antica, forse precedente alla fondazione di Roma anche se i romani ne attribuivano l'introduzione del culto a Servio Tullio, il re che più, fra tutti, fu favorito dalla Fortuna, alla quale dedicò ben ventisei templi nella capitale.
Si racconta anche che ella l'avesse amato, benche egli non fosse che un mortale e avesse l'abitudine di entrare a casa sua attraverso una finestrella.
Una statua del re Servio Tullio si ergeva nel tempio della Dea.
« Gli annali di Preneste raccontano che Numerio Suffustio, uomo onesto e ben nato, ricevette in frequenti sogni, all'ultimo anche minacciosi, l'ordine di spaccare una roccia in una determinata località.

Atterrito da queste visioni, nonostante che i suoi concittadini lo deridessero, si accinse a fare quel lavoro.
Dalla roccia infranta caddero giù delle sorti incise in legno di quercia, con segni di scrittura antica.
Quel luogo è oggi circondato da un recinto, in segno di venerazione, presso il tempio di Giove bambino, il quale, effigiato ancora lattante, seduto insieme con Giunone in grembo alla dea Fortuna mentre ne ricerca la mammella, è adorato con grande devozione dalle madri.
E dicono che in quel medesimo tempo, là dove ora si trova il tempio della Fortuna, fluì miele da un olivo, e gli arùspici dissero che quelle sorti avrebbero goduto grande fama, e per loro ordine col legno di quell'olivo fu fabbricata un'urna, e lì furono riposte le sorti, le quali oggidì vengono estratte, si dice, per ispirazione della dea Fortuna. » (Marco Tullio Cicerone, De Divinatione XLI 85-86).
La Fortuna era una dea dal carattere doppio, ma sempre positivo (altrimenti si parlava di Sors, la sorte):
1.Uno intraprendente, cioè che aiutava a far andare bene le imprese
2.Uno erotico (per il quale è rimasto il detto essere baciati dalla fortuna)
Il suo corrispettivo nella mitologia greca è la dea Tiche (dalla rete).



Avventura e fortuna

Quando e ' bel tempo, batto i marciapiedi
per la passante dall'aria di vittoria
che scardinera' con una punta d'ombrello
la palpebra dei miei occhi o la scorza del mio cuore.

Contento (ma non troppo) mi dico: questo e' vivere:
a spasso con i crampi, il barbone si ubriaca.

Un bel giorno (che mestiere!) faccio al solito il mio giro.
Beh, mestiere...E alla fine, passa lei.
Lei chi? Ma la passante! Col suo ombrello!
Come un ladro in chiesa la sfioro...e lei
mi guarda un po', sorridendo benevola,
mi tende la mano
e sgancia due soldi.

Tristan Corbiere

lunedì 6 febbraio 2012

Rime infantili e filastrocche

Si definiscono nursery rhyme brevi canzoni o prose popolari per bambini originariamente impiegate, negli asili, a scopo didattico.
In molte culture queste filastrocche si sono tramandate di generazione in generazione seguendo i canoni della tradizione orale.
Nella lingua inglese si definiscono strettamente "nursery rhyme" quelle inglesi, o di altre culture europee, generate sino al XVII secolo. In origine erano, forse, una sorta di "cartoon" ante litteram.
Alcune nursery rhyme sono certamente più antiche e risalgono al Medio evo; probabilmente la più famosa collezione di filastrocche è Mother Goose (Mamma Oca).
In letteratura la filastrocca è un tipo di componimento breve con ripetizione di sillabe ed utilizzo di parole di estrazione popolare.
Il ritmo della filastrocca è rapido e cadenzato con rime, assonanze e allitterazioni ricorrenti.
Alcuni procedimenti analoghi a quelli utilizzati nelle filastrocche si possono trovare nella poesia burlesca quale quella di Lodovico Leporeo e Olindo Guerrini.
Noto autore di filastrocche è, in Italia, Gianni Rodari (da wikipedia).


Filastrocca corta e matta

Filastrocca corta corta,
il porto vuole sposare la porta,
la viola studia il violino,

il mulo dice - Mio figlio è il mulino;
la mela dice - Mio nonno è il melone;
il matto vuole essere un mattone
e il più matto sulla terra
sapete che vuole? Vuol fare la guerra!

Gianni Rodari

domenica 5 febbraio 2012

Poesia con riflesso

ROMANZA A NOTTE

Un solitario sotto la volta stellata
va per la silenziosa mezzanotte.
Il fanciullo da sogni confuso si sveglia,
il suo volto grigio nella luna si sfa.

La folle piange con sparsa chioma
alla finestra che irrigidisce inferriata.
Lungo lo stagno in dolce viaggio
passano amanti mirabilmente.

L'assassino pallido nel vino sorride,
orror della morte gli ammalati afferra.
La monaca prega ferita e nuda
dinnanzi al Salvatore crocefisso.

La madre sommessa nel sonno canta.
Quietamente a notte il bimbo
guarda con occhi che sono veraci.
Nel bordello risuonan risate.

Alla luce di sego giù in cantina
il morto traccia con bianca mano
un ghignante silenzio alla parete.
Il dormiente sussurra nel sonno.

Georg Trakl


brucio d'attese
e mi medico il cuore
con cose che trovo passando
in un diminuendo infinito
di facili assiomi;
troverò nel sole d'inverno
un sollievo decente... 

sabato 4 febbraio 2012

Viburni

Il genere viburnum comprende circa duecento specie di arbusti di dimensioni varie, decidui o sempreverdi, originari dell'Asia e dell'Europa; molto diffusi nei giardini per la facilità di coltivazione, hanno in genere forma arrotondata, o eretta, e raggiungono i 3-4 metri di altezza nell'arco di alcuni anni.
Il fogliame è ovale o lanceolato, in genere coriaceo, liscio o rugoso, a seconda della specie, di colore verde scuro.
I fusti sono molto ramificati, e sopportano potature anche drastiche, per mantenere l'arbusto più compatto. Le specie a foglia caduca fioriscono in primavera, la gran parte delle specie sempreverdi fioriscono in autunno o in primavera.
Quasi tutte le numerose specie di viburno producono decorative bacche, che rimangono sulla pianta a lungo. I fiori dei viburni sono riuniti in caratteristici racemi ad ombrello, e così anche le bacche. In alcuni casi i racemi sono globosi, come in V. opulus.
Se non riusciamo a digerire i nomi latini delle piante (peraltro indispensabili in certi frangenti), per i viburni (genere Viburnum) è sempre disponibile un ricco carnet di denominazioni popolari tuttora valide: lantana, lentaggine, viburno tino, pallon-di-maggio...
Ce li ha tramandati un’inveterata dimestichezza dell’uomo con arbusti di grande utilità pratica – dalla medicina popolare all’artigianato del legno – ma anche dal richiamo estetico straordinario per forme, colori e profumi, che si somma ad un’eccellente flessibilità e a un’ampia versatilità d’impiego. In natura non è così difficile imbattersi in un viburno spontaneo: al nord, basta inoltrarsi in un sentiero di collina o montagna, ai margini di un bosco di alberi decidui (la lantana: V. lantana); nel centro-sud, accanto ad alberi sempreverdi (il tino: V. tinus); oppure in un pioppeto o in una boscaglia umida (il pallon di maggio: V. opulus). Proprio perché abituati a vivere in ambienti tanto diversi, i viburni, quando vengono impiegati per scopi ornamentali, rappresentano una risorsa davvero preziosa per tutti: il semplice appassionato di giardini e il grande paesaggista ne ricaveranno uguali vantaggi. Senza contare che a rinforzare le fila delle specie nostrane sono arrivate da diverse parti del mondo altri viburni, uno più bello dell’altro.
In città e nelle siepi: da più di un secolo, le amministrazioni pubbliche – impegnate a rinverdire gli ambienti urbani con aiuole, piccoli giardini e viali alberati – si servono frequentemente di viburni sempreverdi, che siano da un lato di piacevole aspetto e dall’altro di facile manutenzione. Se poi si tratta di arbusti che tollerano senza troppi problemi l’aria inquinata della città, tanto meglio: di qui, la scelta di specie come V. tinus, il cui fogliame sempreverde resiste alle prove più dure, mentre la sua capacità di adattarsi a climi relativamente freddi (e continuare a fiorire per lunghi periodi dell’anno, anche d’inverno) è davvero ammirevole. Per la formazione di siepi, il tino è inarrivabile, ma in alcuni casi, se lo spazio a disposizione è sufficientemente ampio, si ricorre anche al cinese V. rhytidophyllum; che però non a tutte le latitudini si comporta da sempreverde anche nei mesi freddi. Questa specie mette in mostra foglie pendule di grande effetto, ma può alzarsi fino a sei metri e allargarsi anche per più di quattro. Sempre per gli stessi scopi e con analoghe possibilità di fioritura invernale, si può utilizzare l’ibrido V. x pragense che, quando viene lasciato crescere indisturbato, assume un bel portamento tondeggiante.
Un po’ di botanica: il genere Viburnum comprende più di 150 (o forse 200) specie spontanee, che vivono nelle aree temperate dell’emisfero settentrionale della terra, con qualche rappresentante in Sud America e Malaysia. Si tratta esclusivamente di arbusti o alberelli, con altezze variabili fra i 50 cm e i 15 metri e con fogliame deciduo o sempreverde. Essi hanno foglie opposte, semplici e solo talvolta in verticilli di tre, con margine intero oppure dentellato. Il fogliame è medio-grande e in molti casi si colora vivacemente in autunno. Le infiorescenze – in corimbi, ombrelle o pannocchie – possono avere fiori esterni sterili e interni fertili, rassomigliando in questo alle ortensie. I singoli fiori hanno corolle bianche, crema o anche rosee, mentre i frutti (drupe) sono oblunghi o quasi sferici, con un solo seme e colori vivaci che spaziano dal nero al rosso al blu metallico.
In ogni giardino: quasi tutti i viburni trovano numerose forme d’impiego in ogni tipo di giardino, piccolo o grande che sia, non solo per il fatto che essi si presentano sotto diverse fogge e dimensioni, ma anche perché le loro ‘prestazioni’ sono sfruttabili in tutte le stagioni. In pratica, non vi è problema, per quanto difficile o insolito, che essi non siano in grado di risolvere in modo efficace. La destinazione usuale è nelle aiuole di ampie dimensioni, in cui essi si mescolano con altri arbusti, così come all’interno di bordure, magari anche accompagnati da erbacee perenni di buona struttura. Le specie decidue più scenografiche, come ad es. V. plicatum nelle sue numerose varietà, meritano il posto d’onore in spazi che le accolgano in funzione di elementi isolati, dal momento che sono in grado di reggere perfettamente la scena anche da sole. Alcune specie che raggiungono un’altezza medio-alta sono idonee a formare ‘schermi’ naturali, sia per occultare brutture che non sapremmo come nascondere, sia per dare maggior risalto ad altri arbusti od erbacee collocati in primo piano: ancora una volta, a tale scopo, useremo V. tinus, che sempre più si conferma come pianta-tuttofare (dalla rete).


il dito solca una polvere antica
disegnando arabeschi sul legno,
la luce fatica a rischiarare la sera;
rovinata dal tempo sollevo la plica
di libro che narra un fantastico regno
che mi vide bambino riscoprire la vera
dolcezza di un abbraccio notturno,
di madre, fuori le essenze nel vento
del bianco e profumato viburno
in me, dentro, un calore mai spento...

Anonimo del XX° secolo
frammenti ritrovati

venerdì 3 febbraio 2012

Poesia e Riflesso

Nuda è la terra

Nuda è la terra, ulula
l'anima sull'orizzonte pallido
come lupa famelica. Che cerchi,
poeta, nel tramonto?
Amaro camminare, perchè pesa
nel cuore il cammino. Il vento gelido
e la notte che arriva, e l'amarezza
della distanza...Sul bianco cammino
,
si stagliano neri alberi stecchiti,
lungo i monti solitari c'è oro e sangue...
Il sole è morto...Che cerchi,
poeta, nel tramonto?

Antonio Machado

 
Desnuda está la tierra

Desnuda está la tierra,
y el alma aúlla al horizonte pálido
como loba famélica. ¿Qué buscas,
poeta, en el ocaso?
¡Amargo caminar, porque el camino
pesa en el corazón! ¡El viento helado,
y la noche que llega, y la amargura
de la distancia!... En el camino blanco
algunos yertos árboles negrean;
en los montes lejanos
hay oro y sangre... El sol murió... ¿Qué buscas,
poeta, en el ocaso?

Antonio Machado

 
e la nuda terra abbraccia
la nostra fine ed il nostro inizio
in un veleggiare di cose nel vento
con un canto sottile ed eterno;
nel freddo i cristalli disegnano
solchi di passi affrettati,
il lampione rimanda impotente
una luce schermata dal ghiaccio...

giovedì 2 febbraio 2012

La Candelora

La Candelora, collocata a mezzo inverno nel tempo astronomico, coincide nel ciclo agreste/vegetativo con la fine dell'inverno e l'inizio della primavera; il più famoso detto popolare a riguardo infatti recita:

"Quando vien la Candelora
de l'inverno semo fora;
ma se piove o tira il vento
de l'inverno semo dentro."

Questo sta a indicare che se il giorno della candelora si avrà bel tempo, si dovranno aspettare ancora diverse settimane perchè l'inverno finisca e giunga la primavera.
Al contrario, se alla candelora fa brutto, la primavera sta già arrivando.
E' quindi un momento di passaggio, tra l'inverno/buio/"morte" e la primavera/luce/risveglio.

Oggi il calendario cristiano ricorda la Presentazione del Bambino Gesù al vecchio Simeone, nel Tempio di Gerusalemme, e la contemporanea Purificazione di Maria (secondo il vecchio rito ebraico le donne, dopo il parto dovevano 'purificarsi' per 40 giorni, e oggi scadeva appunto la purificazione, dopo la nascita di Gesù), c'è da specificare che la festa del 2 febbraio ha origini antichissime, e pagane, riallacciandosi alla tradizione del Lupercale romano e della Imbolc celtica.
Questo passaggio viene celebrato attraverso la purificazione e la preparazione alla nuova stagione.
Era insomma la festa dell'inverno, delle giornate che finalmente cominciano a riallungarsi, che fanno sperare la fine vicina del freddo, del gelo, delle intemperie,  e l'arrivo della nuova primavera (dalla rete).

La Candelora

Due febbraio. Accendete
la candelina di purificazione...
Farà lume a un'orazione,
d'innocenza splenderete.
...Non è ancora primavera.
Ne è dolce promessa:
fiamma accesa, odor di cera
come in chiesa la prima messa.

Renzo Pezzani

mercoledì 1 febbraio 2012

Brividi

I brividi sono rapide contrazioni muscolari asincrone provocate da impulsi cerebrali involontari riflessi.
Il loro scopo è quello di produrre calore per scaldare il sangue che scorre attraverso i muscoli, quando la temperatura interna del corpo scende sotto il set point ipotalamico (37 °C). Infatti i brividi si presentano generalmente quando la temperatura corporea si abbassa. Si possono però avere brividi anche per febbre alta: in questo caso la produzione di prostaglandine porta il set point ipotalamico a 40 °C e quindi temperature al di sotto di questa vengono riconosciute come stati di freddo, che scatenano il brivido; questo serve ad innalzare ulteriormente la temperatura per accelerare il metabolismo e quindi anche la risposta immunitaria dell'organismo (da wikipedia).
Spesso nel brivido si nasconde la paura  (quell'ansia che attanaglia) per qualcosa di imperscrutabile ma che urta profondamente il nosrto conscio (e inconscio).

Il brivido

Mi scosse, e mi corse
le vene il ribrezzo.
Passata m'è forse
rasente, col rezzo
dell'ombra sua nera,
la morte. . .
Com'era ?
Veduta vanita,
com'ombra di mosca:
ma ombra infinita,
di nuvola fosca
che tutto fa sera:
la morte. . .
Com'era ?
Tremenda e veloce
come un uragano
che senza una voce
dilegua via vano:
silenzio e bufera:
la morte. . .
Com'era ?
Chi vede lei, serra
nè apre più gli occhi.
Lo metton sotterra
che niuno lo tocchi,
gli chieda—Com'era?
rispondi . . .
com'era ?—

Giovanni Pascoli