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L'ombra è l'opposto del sole, ma si nutre di esso.
Un cielo grigio non genera ombre: nessun contrasto, nessun pensiero.


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giovedì 9 luglio 2009

Angoscia


Non vengo questa sera per il tuo corpo, o bestia
Che i peccati d'un popolo accogli, né smuoverò
Nei tuoi capelli impuri una triste tempesta
Sotto il tedio incurabile che versa il mio bacio:
Chiedo al tuo letto il sonno pesante, senza sogni,

Librato sotto il velo segreto dei rimorsi,
E che tu puoi gustare dopo le tue menzogne
Nere, tu che del nulla conosci più che i morti.
Poichè il vizio, rodendomi l'antica nobiltà,

M'ha come te segnato di sua sterilità;
Ma mentre nel tuo seno di pietra abita un cuore
Che crimine o rimorso mai potrà divorare,

Io pallido, disfatto, fuggo col mio sudario,
Sgomento di morire se dormo solitario.

S. Mallarmè

martedì 7 luglio 2009



TEMPORALE

Un bubbolio lontano...
Rosseggia l'orizzonte,
come affocato, a mare;
nero di pece, a monte,
stracci di nubi chiare,
tra il nero un casolare,
un'ala di gabbiano.

Giovanni Pascoli, Myricae

La Pioggia nel Pineto




Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove sui pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t'illuse, che oggi m'illude,
o Ermione.
Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitio che dura
e varia nell'aria
secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto austral
non impaura,
né il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancora, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immersi
noi siam nello spirito
silvestre,
d'arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.
Ascolta, Ascolta. L'accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall'umida ombra remota.
Più sordo e più fioco
s'allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s'ode voce dal mare
or s'ode
su tutta la fronda
crosciare
l'argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell'aria
è muta: ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell'ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.
Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pesca
intatta,
tra le palpebre gli occhi
son come polle tra l'erbe,
i denti negli alveoli
son come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
(e il verde vigor rude
ci allaccia i melleoli
c'intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m'illuse, che oggi t'illude,
o Ermione.


(Gabriele D'Annunzio 19°-20° secolo)


In questo giorno di pioggia mi sembrava logico riproporre questi versi, è forse il D'Annunzio migliore, quello aulico e bucolico che vede nell'ambiente intorno a lui il vero mondo vivente e ci vuole vivere con intensità cercando di trasmettere coi versi non solo bellissime imagini ma anche colori e sapori ed odori e profumi.
Mi piace questa poesia, forse perchè vorrei averla scritta io stesso, o forse solo perchè mi richiama alla mente quella pace e serenità che troppo spesso mi sfugge, mi manca.
Il cielo durante il temporale è cupo come un'anima in pena e le nuvole corrugano la fronte di quell'anima fino a farla imbronciare.
Ora è un suono di campane che mi presenta ad un nuovo mattino.


lunedì 6 luglio 2009

Vele sull'Adriatico



Rientran lente dalle liete pesche
sette vele latine,
e portan seco delle ondate fresche
di fragranze marine.

Son bianche, rosse, gialle e su vi raggia l'occhiata ultima del sole;
s'allunga all'aura una canzon selvaggia
d'amore e di viole.

Nel ciel di perla le rondini brune
ricaman voli a sghembo;
non si vede del mar là tra le dune
che un cinereo lembo.

Il fiume è pieno di riflessi: a schiera
le sette vele stanche
vengono innanzi insieme con la sera:
son gialle, rosse e bianche.

Gabriele D'ANNUNZIO

venerdì 3 luglio 2009

PHILADELPHIA

Non ricordo bene...sicuramente era parecchi anni fa e questa canzone veniva trasmessa a raffica da tutte le radio private e inflazionava le trasmissioni radiofoniche e non. Credo che nessuno allora fosse realmente in grado di capire cosa succedeva agli ammalati di AIDS in America e nel resto del mondo, ma questo è un dettaglio.

Ora le cose sono molto diverse, il dramma non è più così drammatico tanto che si sta troppo abbassando la guardia su questa malattia. No comment. Rimane la canzone ed è un bene rimarcare quanto BS sia cambiato così come i tempi d'altra parte. Ma anche questo ha ben poca importanza...

Sono stato a Philadelphia molti anni dopo la canzone e vedere come tutti i turisti (americani e non) facessero a gara per andare a vedere la "famosa scalinata di Rocky" non è certamente stato edificante ma "sic est!".

Se vi va oltre al videoclip originale di BS vi suggerisco di guardare l'altro con spezzoni del film.

Titolo: Strade Di Philadelphia

Ero malridotto e non riuscivo a capire cosa sentivo Non riuscivo a riconoscermi Vedevo il mio riflesso in una vetrina e non riconoscevo la mia stessa faccia Oh fratello mi lascerai a consumarmi Sulle strade di Philadelphia Ho caminato lungo il viale finchè le mie gambe sono diventate come pietra Ho sentito le voci di amici spariti e partiti Di notte potevo sentire il sangue nelle vene Nero e sussurrante come la pioggia Sulle strade di Philadelphia Non c'è alcun angelo che venga a salutarmi Ci siamo solo io e te amico mio I miei vestiti non mi vanno più bene Ho camminato mille miglia Solo per sfuggire a questa pelle La notte è arrivata, sono sdraiato e sono sveglio Mi sento indebolire Quindi fratello ricevimi con il tuo bacio infedele O ci lasceremo soli così Sulle strade di Philadelphia

Streets Of Philadelphia (Bruce Springsteen)

I was bruised and battered And I couldn't tell what I felt I was unrecognizable to myself Saw my reflection in a window I didn't know my own face Oh brother are you gonna leave me wasting away On the streets of Philadelphia I walked the avenue till my legs felt like stone I heard the voices of friends vanished and gone At night I could hear the blood in my veins Just as black and whispering as the rain On the streets of Philadelphia Ain't no angel gonna greet me It's just you and I my friend And my clothes don't fit me no more I walked a thousand miles just to slip this skin The night has fallen, I'm lyin' awake I can feel myself fading away So receive me brother with your faithless kiss Or will we leave each other alone like this On the streets of Philadelphia

mercoledì 1 luglio 2009

...E l'ore...L'ore non passavan mai!




Ero fanciullo, andavo a scuola: e un giorno
dissi a me stesso: -Non ci voglio andare-
E non ci andai. Mi misi a passeggiare
solo soletto, fino a mezzogiorno.

E così spesso a scuola non andai
che qualche volta da quel triste giorno.
Io passeggiavo fino a mezzogiorno
e l'ore... l'ore non passavan mai.

Il rimorso tenea tutto il mio cuore
in quella triste libertà perduto,
e l'ansia mi prendea d'esser veduto
dal signor Monti, dal signor dottore.

Pensavo alla mia classe, al posto vuoto,
al registro, all'appello (oh, il nome, il nome
mio nel silenzio!) e mi sentivo come
proteso nell'abisso dell'ignoto...

Infine io mi spingea fino ai giardini
od ai viali fuori di città;
e mi chiedevo: -Adesso chi sarà?
interrogato, Poggi o Poggiolini?

E fra me ripetevo qualche brano
di storia (Berengario... Carlo Magno...
Rosmunda...) ed era la mia voce un lagno
ritmico, un suono quasi non umano...

E quante, quante volte domandai
l'ora a un passante frettoloso; ed era
nella richiesta mia tanta preghiera!
Ma l'ore... l'ore non passavan mai!


Marino MORETTI

A cinque Lune da Nobegmor (X)

CAPITOLO X°


- Svegliati Gujil ...
Svegliati!
A quelle parole il corpo del Principe si scosse in un fremito e cominciò a ridestarsi.
Gujil aprì di colpo gli occhi e lo vide.
Ai bordi del fuoco, seduto su un ceppo, Noretex lo stava fissando.
- Come diavolo ... - cominciò la frase il giovane mentre con le mani si stropicciava gli occhi ancora gonfi di sonno.
- Non chiederti spiegazioni di cose che non potresti comprendere, - disse il vecchio alchimista prevenendolo - siamo qui e tanto ti basti.
- Siamo? - chiese Gujil e d'istinto roteò il capo per abbracciare un più ampio campo visivo.
Immediatamente si accorse che il corpo del basilisco era sparito dalla radura e vide al suo posto un unicorno brucare con tranquillità la tenera erba cresciuta, come per incanto, dove prima era sterile terra riarsa e bruciata.
Lo sguardo pieno di domande nuovamente tornò ad osservare Noretex.
- E' Phuxarius, - disse il vecchio - ora è libero e nuovamente vaga per le terre di Opoflop ridonando pace e prosperità ma ha ancora legato a sé il sorriso di Arhiac.
No!
Non lo svegliare. - disse Noretex a Gujil che si era nel frattempo portato nei pressi del compagno ancora addormentato - E' molto stanco ed ha bisogno di riposo.
Ha vegliato su di te per buona parte della notte.
Devi andare Gujil!
Tornatene a Nobegmor altrimenti il dolore che in te è stato trasferito dall'anima del basilisco dilagherà annientandoti.
Ben poco può fare la mia arte ora, ma se tu decidessi di fare immediatamente ritorno a Ozman potrei ancora aiutarti ad arginare, per quanto mi è possibile, il maleficio perché più non si espanda nei tuoi pensieri e nei tuoi visceri.
Ma per ogni istante che fugge, per ogni momento, la possibilità di riuscita dell'incantesimo si va facendo più esigua.
Devi decidere ora.
Subito!
Quelle parole sortirono nel petto di Gujil un effetto tremendo che lo lasciò tremante e senza fiato.
Il loro suono si ripeteva continuamente, in maniera martellante, nel suo cervello.
- Basta! - gridò mentalmente il giovane Principe portando le mani alle tempie e quell'effetto di cui era preda si dileguò all'istante ed egli ritornò padrone dei suoi pensieri.
Dopo un attimo di riflessione disse:
- No, Noretex.
Ho promesso a me stesso che sarei andato fino in fondo a questa storia e non mi posso deludere.
troppe volte ho erroneamente ceduto alle lusinghe delle strade più facili, ora voglio riuscire nel mio intento, o perire con esso.
Costi quello che costi porterò a termine ciò che intrapresi.
- Folle! - sbottò con un moto di stizza la voce del vecchio, ma subito riprese un suono più dolce e continuò - Sei folle piccole Gujil ma io ti ammiro per questo.
La tua determinazione non è frutto di scriteriato delirio ma amore.
Quell'amore che tu non sai ma in te è grande e possente.
Che il tuo sacrificio possa essere ricompensato come merita da chi tutto sa e a tutto provvede.
Sei un sognatore figliolo e la strada del tempo è cosparsa dei resti di chi, come te, ha dovuto soccombere alla cruda realtà.
Sei proprio sicuro in questa tua decisione?
Gujil assentì con il capo.
- Bene. - riprese Noretex - Tieni! - disse e da sotto il mantello estrasse un'ampolla ricolma di un liquido verde che pareva vivente e si agitava racchiuso dalle fragili pareti di vetro opalino.
- Abbine cura, - continuò il vecchio - in essa c'è un filtro che contiene l'essenza del sorriso di Arhiac.
Va da lei, a Sinocon; sarai ricevuto con accoglienze regali.
Quando, a sera, Arhiac vorrà intrecciare con te i sacri calici dell'amicizia versa il contenuto nella di lei coppa così che bere lo possa e riavere ciò che io le dovetti carpire.
Buona fortuna mio giovane amico!
Così disse e svanì.
Il Principe sentì che non lo avrebbe mai più rivisto e ne provò sofferenza.
Sistemò l'ampolla preziosa nel tascapane che gli pendeva dal fianco e si accinse a destare Mizaurio.

sabato 27 giugno 2009

Cime Tempestose

Una volta pensavo che il tempo fosse la sola costante.

Ora non è più così. Lo sento scorrere addosso a me e a chi mi circonda e l,a sensazione il più delle volte non è affatto piacevole. La mia bacheca di video evergreen mi ha permesso di ripescare questo brano in cui una bella Kate Bush presenta forse il suo pezzo più famoso...ed è veramente bello e ascoltabile.

Pochi sanno che Mia Martini ne fece un'edizione italiana.

Chissà se Emily avrebbe gradito questo interessante tributo alla sua opera.

Il testo originale: Out on the wiley, windy moors We'd roll and fall in green. You had a temper like my jealousy: Too hot, too greedy. How could you leave me, When I needed to possess you? I hated you. I loved you, too. Bad dreams in the night. They told me I was going to lose the fight, Leave behind my wuthering, wuthering Wuthering Heights. Heathcliff, it's me--Cathy. Come home. I'm so cold! Let me in-a-your window. Heathcliff, it's me--Cathy. Come home. I'm so cold! Let me in-a-your window. Ooh, it gets dark! It gets lonely, On the other side from you. I pine a lot. I find the lot Falls through without you. I'm coming back, love. Cruel Heathcliff, my one dream, My only master. Too long I roam in the night. I'm coming back to his side, to put it right. I'm coming home to wuthering, wuthering, Wuthering Heights, Heathcliff, it's me--Cathy. Come home. I'm so cold! Let me in-a-your window. Heathcliff, it's me--Cathy. Come home. I'm so cold! Let me in-a-your window. Ooh! Let me have it. Let me grab your soul away. Ooh! Let me have it. Let me grab your soul away. You know it's me--Cathy! Heathcliff, it's me--Cathy. Come home. I'm so cold! Let me in-a-your window. Heathcliff, it's me--Cathy. Come home. I'm so cold! Let me in-a-your window. Heathcliff, it's me--Cathy. Come home. I'm so cold!

La traduzione: Fuori nella brughiera rugiadosa e ventosa Ci eravamo rotolati ed eravamo caduti nel prato Avevi un carattere come la mia gelosia Troppo caldo, troppo vorace Come hai potuto lasciarmi Quando avevo bisogno di averti? Ti ho odiato e ti ho anche amato Ma i sogni nella notte Mi hanno detto che stavo per perdere la lotta Andando via dalle mie cime tempestose, cime tempestose Heathcliff, sono io – CathyTorna a casa, ho così freddo! Lasciami entrare dalla tua finestra Heathcliff, sono io – Cathy Torna a casa, ho così freddo! Lasciami entrare dalla tua finestra Oh, sta facendosi buio, sta venendo la solitudine Dall’altra parte di te Ho sofferto molto, cado nel vuoto senza di testo tornando amore Heathcliff crudele, mio unico sogno, mio solo padrone per troppo tempo ho urlato nella notte sto tornando al suo fianco, per mettere le cose a posto sto tornando a casa alle mie Cime Tempestose, le mie Cime Tempestose Heathcliff, sono io – CathyTorna a casa, ho così freddo! Lasciami entrare dalla tua finestra Heathcliff, sono io – Cathy Torna a casa, ho così freddo! Lasciami entrare dalla tua finestra Oh, fammela avere Lascia che strappi via la tua anima Oh, fammela avere Lascia che strappi via la tua anima Sai sono io – Cathy Heathcliff, sono io – CathyTorna a casa, ho così freddo! Lasciami entrare dalla tua finestraHeathcliff, sono io – CathyTorna a casa, ho così freddo

domenica 21 giugno 2009

A Cinque Lune da Nobegmor (IX)

CAPITOLO IX°


Gujil si riebbe al leggero contatto delle carezze di Mizaurio.
- Svegliati Gujil! - gli disse l'amico - Ce l'abbiamo fatta; per tutti i diavoli dell'universo, ce l'abbiamo proprio fatta!
Il Principe, dondolando il capo dolente, si mise a sedere e si massaggiò le spalle contratte per il colpo ricevuto.
Dopo che si fu ripreso completamente si alzò a fatica e poi diresse lo sguardo verso la figura del basilisco che, imprigionato, si dibatteva disperatamente cercando di liberarsi dalla terribile morsa che lo avvolgeva alla gola, ma tutti i suoi immani sforzi risultavano vani e la catena, anzichè allentare la presa, lo costringeva sempre più e a tal punto che il respiro del mostro, prima possente e prolungato, si era ridotto ad un breve e faticoso rantolo.
Dal becco, semiaperto per lo sforzo del respiro e della fatica più non usciva alcun suono ma un rivolo di bava che si rovesciava sul terreno.
Gli occhi stralunati sembrava quasi stessero per fuoriuscire dalle orbite.
L'animale era stremato e dopo alcuni minuti stramazzò rovinosamente al suolo, sconquassandolo, con un debole gemito.
- E' morto! - esclamò Mizaurio.
Le sue parole furono subito smentite dal movimento del corpo del mostro che ne tradiva il respirare affannoso.
- No ..., No ..., - riprese lo scudiero - è solamente svenuto.
che hai mio Principe? - chiese preoccupato Mizaurio rivolgendosi a Gujil che, appoggiato con un braccio all'enorme fusto del cedro seguiva pensieroso la scena.
Dopo alcuni attimi Gujil abbandonò quella posizione e, rivolgendosi all'amico, gli disse:
- Ho visto i suoi occhi, amico mio, e ne sto provando una forte paura.
Ho incontrato il dolore nella sua essenza più intima ed è stata una cosa terrificante, un sovrapporsi su tutto e su tutti e, per un interminabile attimo mi sono sentito morire ed ho avuto il mio cuore squarciato da fitte di indescrivibile potenza.
Credo che non riuscirò mai a dimenticare la profondità abissale di quello sguardo e a questa idea fatico a controllare il terrore che è in me e dilagare vorrebbe.
Ho il cuore che batte troppo forte nel petto, è un rumore che mi appanna il pensiero e la vista.
Mio dio! Mizaurio...
Dimmi che mi sta succedendo perché io non lo riesco a comprendere.
Ciò che provo sta diventando insopportabile ed il peso, qui, sullo stomaco, mi provoca un insostenibile dolore.
Stringimi forte la mano Mizaurio, affinché io possa sentirti vicino e lenire questo freddo che in me aleggia, al contatto con il tuo calore che so amico e compagno.
Ciò detto con la sua mano strinse con forza quella dello scudiero che si era protesa verso di lui; poi tacque.
Dai suoi occhi sbocciarono gocce imperlate che ne rigarono il viso provato e stravolto.
Scese il silenzio in quella piccola valle e la luna, fino ad allora celata da una densa coltre di nubi, fece capolino nella volta celeste e li illuminò di un tenue chiarore.
Quel lento e trattenuto singhiozzare continuo di Gujil riempiva l'animo del fedele Mizaurio di un'immensa tristezza.
Poi, insieme, raccolsero della legna da ardere per dare calore alla notte che avrebbero dovuto trascorrere prima di intraprendere la via del ritorno.
Non appena la fiamma ebbe preso vigore, intorno a quel fuoco, per un breve tratto parve dileguarsi il buio ma il silenzio restava pesante e veniva interrotto solo dal crepitio del legno secco attaccato dal fuoco.
Con un enorme sforzo, Gujil era riuscito ad allontanare da sé la disperazione che gli aveva invaso la mente e l'anima e stava riposando, tranquillamente addormentato, al tepore del falò.
Mizaurio, immerso in un turbinio di pensieri, stava svogliatamente sgranocchiando una galletta di segale in attesa che il sonno e la stanchezza rapissero anche le sue membra.
Fissava i bagliori delle fiamme con uno sguardo preoccupato.
- Beh, ora è tardi ed è tempo che mi prenda un po' di riposo. - disse ad alta voce tra sé e sé e, prima di distendersi sull'improvvisato giaciglio, si mise a raccogliere altra legna da aggiungere al fuoco perché non si spegnesse durante la notte.
Con un'enorme fascina sulle spalle si volse, guardando per un'ultima volta la radura che era stata teatro della loro epica impresa ed osservò la figura del basilisco la cui mole enorme era perfettamente distinguibile anche nella fitta oscurità notturna.
Sospirò rumorosamente, fece dietro-front e si accinse ad aggiungere altra legna al fuoco che andava ormai languendo.
Quando fu tranquillo che la forza delle fiamme li avrebbe protetti per tutto il resto della nottata si tolse la cintura con la spada dalla vita e si sistemò ad attendere il sonno.
Teneva la mano saldamente costretta sull'elsa di quell'arma che aveva disteso al suo fianco.
Sorretto da quel rassicurante contatto quasi subito si addormentò.

lunedì 8 giugno 2009

A Cinque Lune da Nobegmor (VIII)

CAPITOLO VIII°


Dopo alcune ore arrivarono al campo stremati e, tra lo stupore degli uomini, ordinarono di preparare le loro cavalcature e di attenderli, al ritorno, in quello stesso posto.
Il sole era arrivato allo Zenith.
- Bene Gujil. - disse Mizaurio trattenendo con forza le redini al suo cavallo - Adesso mi sai dire da che cavolo di parte si va?
Il Principe di Ozman osservò dubbioso l'orizzonte sgombro di nubi.
- Lo sapessi amico mio. - rispose - Comunque credo che la cosa non faccia differenza.
Se il destino indicatoci da Noretex è quello che incrocia la via del basilisco sento che sapremo trovarlo.
Per di quà! - esclamò a squarciagola spronando il proprio destriero alla corsa.
Così si diressero ad ovest rispetto alla collina dove avevano incontrato Phuxarius.
Per circa due ore galopparono a rotta di collo attraverso la pianura la cui erba, ondeggiante e verde, mimava un pacato oceano.
Giunti ai limiti della vasta distesa incontrarono i primi contrafforti di un'alta catena montuosa.
Seguirono il profilo delle montagne addentrandosi in una fitta foresta di larici.
Ben presto il terreno, da pianeggiante, si fece leggermente inclinato fino a costringere il loro galoppo su un basso crinale che si incuneava, come una grossa spina contorta, tra i fianchi squarciati di due vette elevate.
Seguirono quella ferita tra i monti fino a quando il percorso si interruppe a ridosso di una granitica parete che ne sbarrava la strada.
Gujil e Mizaurio frenarono le loro cavalcature nel preciso istante in cui si avvidero dell'insuperabile ostacolo.
I cavalli scalpitavano agitati con i mantelli madidi di sudore.
- Cosa facciamo ora? - gridò Mizaurio.
- Non lo so, - rispose Gujil - giuro che non lo so.
Scesero da cavallo e si misero ad ispezionare il terreno circostante.
- Eppure sento che siamo sulla giusta pista, ... lo sento chiaramente. - disse ad alta voce il Principe rivolgendosi al compagno.
Improvvisamente, alla loro sinistra, un rumore tra i cespugli attirò l'attenzione di essi.
Si diressero con circospezione verso la fonte di quel suono e notarono la folta macchia di rovi che saliva a ricoprire l'angolo di congiunzione tra la parete di roccia che aveva fino ad allora delimitato il loro percorso e quella che ora ne stava ostacolando il prosieguo.
Spaventato dal rumore del loro sopraggiungere, un agile daino dal fulvo mantello punteggiato di bianco che era uscito dalla macchia di rovi per brucare con tranquillità la tenera erba che ricopriva la superficie del canalone, si ributtò nella macchia con la velocità di un fulmine.
- Vuoi vedere che ... - cominciò Gujil e, senza proseguire, si diresse all'inseguimento dell'animale.
Mizaurio lo raggiunse e, estraendo la sua spada, aiutò il compagno a farsi largo tra i rovi.
Il sole cominciava a nascondersi dietro le montagne.
- E' già il tramonto. - disse Mizaurio e, imitato dal Principe, centuplicò i propri colpi per guadagnare del tempo prezioso.
Lavorando alacremente di spada presto si accorsero che l'intrico di rovi delimitava, nascondendolo alla vista, uno stretto pertugio sotto le rocce.
Quando ebbero quasi completamente ripulito il passaggio dovettero infilarsi in quell'apertura strisciando, tanto era angusta.
Dopo alcuni minuti di faticoso procedere a carponi sbucarono in una piccola valle densa di vegetazione dove troneggiavano, svettando verso il nitido cielo, alcuni alberi secolari.
- Ci siamo! - disse Gujil traendo con il suono della sua voce tutta l'eccitazione che aveva pervaso il suo essere.
- Lo sento.
Ci siamo!
Presto Mizaurio!
Dobbiamo fare presto!
Ciò detto ritornò sui propri passi ed una volta giunto nuovamente nel canalone dove aveva avuto termine la loro forsennata cavalcata, si avvicinò al suo cavallo e staccò dalla sella il tascapane che vi penzolava da un lato.
Velocemente ripercorse lo stretto pertugio e si ricongiunse a Mizaurio che lo stava aspettando.
- Hai con te la catena? - chiese lo scudiero al Principe.
Gujil assentì mostrando all'amico il tascapane che si era messo attorno al collo.
- Bene, - proseguì Mizaurio tradendo nei gesti il suo nervosismo - di là! - disse indicando un punto in cui gli alberi si facevano più fitti.
Mano a mano che il loro cammino proseguiva la luce della sera andava diminuendo la sua intensità.
Ad un tratto sentirono nell'aria arrivare ai loro sensi tesi allo spasimo un rumore cadenzato che si ripeteva, monotono, ad intervalli regolari.
- E' lui! - gridò Gujil.
- Si, - gli fece eco Mizaurio - questo deve essere il suo respiro.
Presto mio Gujil, la notte sta scendendo, non abbiamo molto tempo.
Il resto del cammino lo fecero silenziosamente e nessuna loro parola venne a turbare l'atmosfera che regnava in quel luogo.
Il rumore si andava facendo sempre più distinto e la luce sempre più debole.
Superata l'ultima fila di alberi lo videro.
La sua mole enorme adagiava il proprio peso sul soffice terreno che intorno ad esso appariva arido e senza segno di vita.
Nemmeno il più piccolo filo d'erba cresceva nel raggio di alcuni metri intorno al basilisco.
La lunga coda serpentina ne avvolgeva il corpo appoggiandosi sulla schiena del mostro appena sotto l'enorme testa di gallo su cui risaltava, splendendo di mille riflessi colorati, una bellissima corona regale in cui si trovavano incastonati rubini rosso acceso grossi come uova.
Il suo corpo, rattrappito nel sonno, ogni tanto si agitava sollevandosi ritmicamente sotto la spinta dei potenti respiri.
Le squame, colpite dalla fioca luce, spendevano intorno alla sua massa una mistica ed evanescente colorazione turchese.
Il grande becco, giallo come il sole, era socchiuso a lasciare filtrare il soffio vitale che lo animava.
A pochi metri da lui alcuni possenti aceri gli facevano ventaglio con la loro imponente presenza.
Gujil e Mizaurio si avvicinarono prudenti, quasi trattenendo il fiato.
Si fermarono quando, scosso da alcuni fremiti improvvisi, il corpo del basilisco cominciò a muoversi.
La luce era ormai quasi totalmente scemata.
- Presto, maledizione. - mormorò Gujil tra i denti - Si sta per risvegliare.
Disse ed estrasse velocemente la catena che gli aveva fornito Noretex.
Mizaurio corse, rapido come una freccia, dalla parte opposta a quella dove si era piazzato Gujil.
Tra loro c'era il corpo del basilisco da cui il sonno stava piano piano lasciando posto al torpore che precede il risveglio.
- Presto! - urlò a piena voce lo scudiero - tirami un capo della catena!
- Ma ... - tentennò Gujil - è ... è troppo corta!
- Non ha importanza! - gli rispose Mizaurio con voce stridula - tiramene un capo e trattieni saldamente quell'altro nella tua mano!
Il Principe obbedì e scagliò con forza la catena in direzione di Mizaurio.
Per incanto la catena si allungò in un'ampia parabola che oltrepassò sibilando il corpo dell'animale e cadde vicino ai piedi dello scudiero.
La parte centrale della catena, dopo un attimo in cui parve galleggiare nell'aria quasi fosse realmente senza alcun peso, crollò con violenza sulla nuca del mostro.
A quel freddo e divenuto pesante contatto il corpo dell'animale venne scosso da un brivido più forte di tutti gli altri.
Di colpo il basilisco spalancò le palpebre e sollevò il capo.
Il mostruoso essere, ormai completamente risvegliatosi, proruppe in un ruggito agghiacciante che serpeggiò come una scarica lungo la spina dorsale dei due compagni.
La sua coda si srotolò in tutta la propria lunghezza e frustò rabbiosamente l'aria producendo un rumore simile al tuono.
- Ora corri verso di me! - urlò, sovrastando l'assordante rumore, la voce di Mizaurio.

- Non lo guardare mai Mizaurio! - gridò Gujil a sua volta- Ricorda le parole di Noretex!
Disse e cominciò la sua corsa.
Nell'attimo stesso in cui vide il Principe scattare verso di lui Mizaurio fece altrettanto.
Si incrociarono a mezza strada e Gujil avvertì sulla fronte il freddo contatto che la catena, retta dall'amico, gli aveva procurato nell'attimo esatto in cui lo stava oltrepassando.
Intorno al collo del basilisco la catena, via via che i due amici aumentavano la distanza che li andava separando, tra lo stridore provocato dagli anelli che scorrevano l'uno sull'altro, andava sempre più stringendosi in una morsa soffocante.
Sballottando il capo da una parte all'altra, lo spaventoso animale cercava di liberarsi da quel resistente cappio senza però, fortunatamente, riuscirci.
Le grida che uscivano dal suo becco spalancato si tramutarono in fiamme che ora si levavano al cielo, ora si schiantavano al suolo sul terreno di fronte incenerendo ogni cosa al loro tocco.
Gujil, stringendo con forza sovrumana la sua parte di catena, corse disperatamente ad avvolgerla intorno al fusto dell'albero più vicino.
Mizaurio, dall'altra parte, stava tentando di fare altrettanto.
Il basilisco si dibatteva furiosamente cercando di sciogliersi dal laccio che lo bloccava e metteva a dura prova i muscoli dei due amici.
Quando Gujil cercò, con un ultimo disperato sforzo, di stringere un nodo robusto tra la catena, tesa e vibrante, che imprigionava il mostro ed il capo ancora libero, avvenne una cosa incredibile.
Non appena gli anelli rosati giunsero tra loro a contatto si fusero in più punti a formare un tutt'uno indistricabile.
Ripresosi immediatamente dalla sorpresa, il Principe corse verso Mizaurio con l'intenzione di portargli aiuto e, per poco, non venne investito dall'alito di fuoco del basilisco.
Gujil riuscì miracolosamente ad evitare l'attacco ma, per una frazione di secondo, i suoi occhi incrociarono quelli del mostro.
Quando giunse da Mizaurio vide che ormai il compagno era giunto allo stremo delle forze e, proprio un attimo prima che lo scudiero mollasse la presa, si tuffò sulla catena.
Uno scossone più forte degli altri lo trascinò per alcuni metri facendolo letteralmente rovinare contro il tronco dell'albero intorno a cui la catena era già stata parzialmente avvolta.
Il respiro gli venne a mancare, sentì vacillare la sua mente ma resse allo sforzo e con un rabbioso movimento titanico unì l'ultimo capo rimasto libero al resto della catena prima di perdere i sensi.