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L'ombra è l'opposto del sole, ma si nutre di esso.
Un cielo grigio non genera ombre: nessun contrasto, nessun pensiero.


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domenica 7 novembre 2021

Giorni di minime #76

Ancora le rive del fiume attendono
i miei passi ora divenuti pesanti,
le colorate sponde ramentano agli occhi
le struggenti cose del cuore;
non ho scuse, ragioni, imprevisti,
l'anima si perde al ricordo, al suono
di parole mai dette o forse mai solo ascoltate.
Vivrò quel silenzio animato
con religioso timore, stupito, sorpreso
da quello che sono, che credo...

Gujil

sabato 6 novembre 2021

Filastrocca autunnale

L'arrivo dell'autunno

 
L’autunno ha bussato,
che cosa ha portato?
Un cesto di mele,
un cucchiaio di miele,
le pere mature,
le noci un po’ dure,
dei grappoli d’oro,
cornacchie nel coro,
il profumo dei funghi,
pomeriggi un po’ lunghi,
la nebbia fitta fitta,
una scolaretta zitta zitta,
la zucca tonda e gialla,
una stanca farfalla,
un tappeto di foglie accartocciate,
le strade lunghe, grigie e bagnate,
tanti quaderni da riempire,
tante castagne da abbrustolire.
Ciao autunno, sei arrivato,
quante cose ci hai portato!
 

Marzia Cabano

La filastrocca è un tipo di componimento breve con ripetizione di sillabe ed utilizzo di parole, costituito da un linguaggio semplice e ritmato. È la prima forma poetica che conosce il bambino, il suo primo approccio con le parole e la musica. Il ritmo della filastrocca è rapido e cadenzato con rime, assonanze e allitterazioni ricorrenti. Di origine popolare, usata nel passato per tramandare tradizioni o contro le maldicenze. Riadattata, viene oggi usata principalmente per far addormentare o divertire i bambini (TRECCANI).

Potrà il freddo incombente lenire
ciò che il cuore non dice in autunno?
Il gelo del sole riflette l'anima
di chi non riesce a vivere in fondo...

venerdì 5 novembre 2021

Giorni di minime #75

 
 
e il fiume attende il passo mio di oggi,
Novembre, le brume, i chiaroscuri velati,
nel novero delle circostanza manca il vero senso
si sciorinano scuse, atteggiamenti, situazioni,
poi si ritorna a quel dunque che sfugge,
prevale una tristezza di fondo,
giù, proprio in fondo...

Gujil

giovedì 4 novembre 2021

Giorni di minime #74

 
 
 
tersa giornata novembrina mi aspetta
nel bosco, da solo, col rio che scorre
in anse, ritorni, cascate, acqua
che dilava le malinconiche vie del cuore;
mi muovo malgrado mi manchi
sia un attimo, sia troppo,
siamo tempesta di gioie e dolori,
siamo prigionieri dei ruoli...

Gujil


mercoledì 3 novembre 2021

A Silvia (sorella nel bene e nel male)

A silvia 
Silvia, rimembri ancora
Quel tempo della tua vita mortale,
Quando beltà splendea
Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
E tu, lieta e pensosa, il limitare
Di gioventù salivi?
Sonavan le quiete
Stanze, e le vie dintorno,
Al tuo perpetuo canto,
Allor che all'opre femminili intenta
Sedevi, assai contenta
Di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
Così menare il giorno.
Io gli studi leggiadri
Talor lasciando e le sudate carte,
Ove il tempo mio primo
E di me si spendea la miglior parte,
D'in su i veroni del paterno ostello
Porgea gli orecchi al suon della tua voce,
Ed alla man veloce
Che percorrea la faticosa tela.
Mirava il ciel sereno,
Le vie dorate e gli orti,
E quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Lingua mortal non dice
Quel ch'io sentiva in seno. 
Che pensieri soavi, Che speranze, che cori, o Silvia mia! Quale allor ci apparia La vita umana e il fato! Quando sovviemmi di cotanta speme, Un affetto mi preme Acerbo e sconsolato, E tornami a doler di mia sventura. O natura, o natura, Perchè non rendi poi Quel che prometti allor? perchè di tanto Inganni i figli tuoi?

Tu pria che l'erbe inaridisse il verno, Da chiuso morbo combattuta e vinta, Perivi, o tenerella. E non vedevi Il fior degli anni tuoi; Non ti molceva il core La dolce lode or delle negre chiome, Or degli sguardi innamorati e schivi; Nè teco le compagne ai dì festivi Ragionavan d'amore. Anche peria fra poco La speranza mia dolce: agli anni miei Anche negaro i fati La giovanezza. Ahi come, Come passata sei, Cara compagna dell'età mia nova, Mia lacrimata speme! Questo è quel mondo? questi I diletti, l'amor, l'opre, gli eventi Onde cotanto ragionammo insieme? Questa la sorte dell'umane genti? All'apparir del vero Tu, misera, cadesti: e con la mano La fredda morte ed una tomba ignuda Mostravi di lontano.
Giacomo Leopardi

siamo caduche foglie sorella, unite
su un medesimo ramo ormai spoglio;
cadremo anche noi alla terra, nel fango
abbiamo dato la vita, avremo la morte...
Questa canzone, composta dal poeta nel 1828,
è dedicata ad una fanciulla, Silvia che per il poeta rappresenta i sogni
e le illusioni giovanili. Silvia fu, probabilmente, una certa Teresa Fattorini,
figlia del cocchiere di casa Leopardi, la quale morì giovanissima a
causa di una malattia e della quale Leopardi era innamorato.
Il poeta le si rivolge nella poesia ricordando il tempo felice della giovinezza in cui entrambi coltivavano speranze per il futuro, tradite poi dalla dura realtà della vita. In conseguenza, il poeta si “scaglia” contro la natura accusandola di ingannare i suoi figli non mantenendo le promesse di felicità che fa crescere nel loro animo.
All’apparire dell’amara verità della vita, al cadere delle illusioni, secondo Leopardi non ci restano allora che una tomba disadorna e abbandonata e la morte che, inesorabilmente, pone fine ad ogni cosa (dalla rete).

martedì 2 novembre 2021

Protocollo cittadino #50 (il giorno dei morti)

La festa dei morti è il giorno di commemorazione dei defunti.
Si celebra generalmente il 2 novembre. Di solito, le persone visitano le tombe dei loro cari defunti. È comune accendere candele, lasciare offerte, soprattutto un piatto speciale dedicato alla persona cara scomparsa, pregare.
In alcune regioni d'Italia, per esempio, tra il 1° e il 2 novembre, si usa ancora mettere in cucina un vaso di acqua fresca perché i morti possano dissetarsi.
Cibo tipico della tradizione popolare, sono dei biscotti le "ossa dei morti" od un dolce, il "pane dei morti".
(dalla rete)


 
il grigiore di questi giorni ben si adatta
a Novembre, il mese dei morti,
non è facile pensare ai miei cari
i ricordi si azzoppano, cozzano pensieri
e ricordi, già i ricordi belli e brutti;
le dinamiche ci costringono e imbrigliano
alle ricorrenze obbligate, stabilite
ma è il cuore nostro che sà, che piange,
la dura e fredda terra di questo mese
prelude all'inverno, ai silenzi affuscati
da brume che faticano ad esistere
come le nebbie, quelle di allora, potenti
che anche oggi nascondono agli occhi
il pianto antico del mondo dei morti...
 
Gujil

lunedì 1 novembre 2021

Lettera del 1916, Sibilla Aleramo

Sibilla Aleramo
a Dino Campana
(1916)

I nostri corpi su le zolle dure, le spighe che frusciano sopra la fronte, mentre le stelle incupiscono il cielo. Non ho saputo che abbracciarti. Tu che m’avevi portata così lontano. Oh tu non hai bisogno di me! È vero che vuoi ch’io ritorni? Come una bambina di dieci anni. È vero che mi aspetti? Rivedere la luce d’oro che ti ride sul volto. Tacere insieme, tanto, stesi al sole d’autunno. Ho paura di morire prima! Dino, Dino, ti amo! Ho visto i miei occhi stamane, c’è tutto il cupo bagliore del miracolo. Non so, ho paura. È vero che mi hai detto ‘amore’? Non hai bisogno di me. Eppure la gioia è così forte. Son tua. Sono felice, tremo per te ma di me son sicura. E poi non è vero, son sicura anche di te, vivremo, siamo belli. Dimmi. Io non posso più dormire,ma tu hai la mia sciarpa azzurra, ti aiuta a portare i tuoi sogni? Scrivimi! 

oggi nessuno più scrive lettere ormai,
siamo preda consapevole del tecnologismo;
io, per me, amo ancora il bianco candore
in cui riporre frasi, certezze, speranze...
 
È il 3 agosto 1916, ed è mattino presto quando si incontrano la prima volta. Dalla corriera che si arrampica sino al paesino scende un personaggio che nessuno fino ad allora aveva mai visto. Una donna in bianco con un grande cappello. Tra i due nasce una passione furibonda. Su questa loro storia è stato scritto molto, sono state pubblicate le lettere di Sibilla, hanno anche fatto un film. Ma in realtà nessuno può capir e sapere fino in fondo cosa accadde veramente. Lui soffre di ossessioni, non dorme la notte. Lei è Sibilla Aleramo, un nome che all'epoca bastava pronunciare per capire tutto, o per non capirci più niente. Ma ha già troppi uomini e Dino questo non può né capirlo né accettarlo. La follia si mescola alla gelosia. Dopo quei pochi giorni intensi Sibilla riparte, con la corriera. Alla fine di  settembre si incontrano di nuovo, Dino la raggiunge a Firenze e da lì vanno a Pisa. Lui le chiede dei suoi amanti: lei ammette. Lui le sputa in faccia, e la picchia. Sibilla rivive il trauma del passato e fugge.
Ma poi torna, perché questo folle amore tra loro è vero. Dino intanto peggiora di giorno in giorno. La tratta come una puttana. Si stabiliscono a Settignano, poi passano il Natale insieme a Marradi, è il 1916. Seguirà una visista da uno psichiatra che spiega a Sibilla che non c’è niente da fare e che anche lei ora rischia di ammalarsi di sifilide.
Il finale di questa pazza storia d'amore è noto a tutti. Sibilla a un certo punto smise davvero di cercarlo. Dino già non era più in grado nemmeno di scrivere, e fu internato in manicomio nel 1918. Non ne uscì mai più, fino alla morte, nel 1932.

Sibilla visse ancora a lungo, morì a Roma a ottantatré anni nel 1960, dopo una lunga malattia. È sepolta presso il Cimitero del Verano (dalla rete).

domenica 31 ottobre 2021

Incisione

Scritto sopra una lama

Lama, fulmin d’acciar, anima tersa
e fredda come un’anima di bianca
sacerdotessa, o lama, dimmi, stanca
non fosti mai di star nel sangue immersa?

Io t’odio, t’odio, eppure a questo orrore
un’invidia di pazzo s’accompagna;
sei piú grande di me, lama di Spagna,
perché tu forse hai penetrato un cuore!

Sergio Corazzini 
da "Dolcezze"

l'incisione su lama (o su qualsiasi altro oggetto) viene praticata con l'obiettivo di rendere durevoli alcune frasi come motti e altro che vengono ritenute importanti e tramandabili nel tempo.

 
incise parole nel freddo acciaio
sono forti, indelebili quasi e sole;
"ricordati" dicono a coloro che leggono,
atmosfera di rarefatta ragione, impavide...


sabato 30 ottobre 2021

Haiku e riflesso

君思ひ
揺れずスマホが
重く成る

Kimi omoi
yurezu sumaho ga
omoku naru

Thinking of you
my messageless phone
feels a bit heavier

Mentre ti penso
questo quieto telefono
un po’ più pesante

Lorenzo Marinucci 

essenza di pensiero, odierno, vero,
rimango stupido, incredulo e solo;
caduche idee si schiantano nel giorno,
possiedo il potere di dire
"va bene così"...

venerdì 29 ottobre 2021

In un amen

Nella ritualità cristiana la parola amen conclude le preghiere e accompagna la liturgia delle funzioni religiose, ma ormai è entrata anche nel linguaggio comune come espressione rimarcare in modo solenne (o ironico) la fine di un discorso (TRECCANI- dalla rete)
 
Amen

Anima, andremo, sì, per vie serene
e lontano, tra i monti, a salvamento:
alle cerule soglie d'un convento
stenderemo sull' erba nostre pene.
Cori sommessi udremo, e cantilene
pie di compagni e favole di vento:
beveremo nei calici d'argento:
faremo un nido delle nostre vene!
Ma passeranno l'albe per la valle
e le notti stellate, come fiumi:
a piedi scalzi, un dì, verrà la morte.
Tremeranno, di brividi, le porte:
crudeli mani accecheranno i lumi:
andrai piano gemendo, anima, sola!

Alberto Tarchiani
da "Piccolo libro inutile"

Amen è un termine ebraico ricorrente nella Bibbia che può essere tradotto con "e così sia", anche se naturalmente la formula racchiude un ventaglio di significati ben più ampio e profondo, soprattutto quando utilizzato in un contesto religioso. Tuttavia, come già accennato, la parola è ormai entrata a far parte della lingua italiana, dove esprime un senso di conclusione (es: «amen, ormai la faccenda è finita») o di brevità («Ti ha fatto male la puntura? No, è stato velocissimo, si è tutto risolto in un amen».

la vita dei se in sè ripone cose
attimi segnati da fugaci fiammate;
ripongo il mio cuore nel gelo dell'anima
e richiudo piano il passaggio, la via... amen