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L'ombra è l'opposto del sole, ma si nutre di esso.
Un cielo grigio non genera ombre: nessun contrasto, nessun pensiero.


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martedì 21 marzo 2017

Rosa, rosae, rosae...


23

Se noi vivessimo
quanto la rosa, con la sua intensità,
il profondo profumo dei corpi
sarebbe maggiore.

Ah, breve, intensa vita
di un giorno eterno di rose,
sei passato per la casa
uguale, uguale, uguale
a una meteora ferita, fragrante
di bellezza e verità.

L'orma che hai lasciato è un abisso
di rose disfatte
ove un profumo persistente spinge
i nostri corpi ad andare lontano
.

Miguel Hernández
Quaderno di assenze
Traduzione di Gabriele Morelli 
 
 
È una follia odiare tutte le rose perché una spina ti ha punto, abbandonare tutti i sogni perché uno di loro non si è realizzato, rinunciare a tutti i tentativi perché uno è fallito.

Antoine de Saint-Exupéry
 
❝Flora, dea della primavera e dei fiori, aveva domandato agli altri Dei di aiutarla a trasformare la sua amica defunta, nella Regina dei Fiori.
Un dio le aveva ridato la vita, un’altro l’aveva immersa nel nettare, un’altro le aveva dato il profumo, un’altro il frutto, e la dea Flora le aveva donato i petali.
Il risultato era stato, naturalmente, la Rosa.❞
 
Una rosa non ha bisogno di predicare.
Si limita a diffondere il proprio profumo.

Mahatma Gandhi
 
❝Una leggenda narra che la prima rosa rossa nacque da una goccia di sangue di Venere caduta sui petali di una rosa bianca che divenne così rossa e generò molti nuovi rosai dello stesso colore.
Poiché il piccolo incidente si verificò mentre la dea della mitologia Greca correva in aiuto del suo amante Adone, la rosa divenne il fiore simbolo dell’amore❞
 
Ciò che resta di tutti i viaggi è il profumo di una rosa appassita.

Cavidan Tumerkan

 
i fiori ora arrivano, è Primavera,
tra un po' le rose, così amate,
così curate da loro, ovunque,
rosa, rosae, rosae...

lunedì 20 marzo 2017

La prigione che prima o poi ci macherà

Adesso che il tempo sembra tutto mio
e nessuno mi chiama per il pranzo e per la cena,
adesso che posso rimanere a guardare
come si scioglie una nuvola e come si scolora,
come cammina un gatto per il tetto
nel lusso immenso di una esplorazione, adesso
che ogni giorno mi aspetta
la sconfinata lunghezza di una notte
dove non c'è richiamo e non c'è più ragione
di spogliarsi in fretta per riposare dentro
l'accecante dolcezza di un corpo che mi aspetta,
adesso che il mattino non ha mai principio
e silenzioso mi lascia ai miei progetti
a tutte le cadenze della voce, adesso
vorrei improvvisamente la prigione.
 
Patrizia Cavalli
 
sentirsi come in prigione:
sentirsi continuamente obbligato da altri individui, spesso estranei, a fare qualcosa senza possibilità di realizzare ciò che si desidera veramente; non è una situazione piacevole e si vuole evadere da ciò. Quando però le contingenze decidono per noi ecco che ci può mancare quella sensazione di prigione che se da una parte vincola la nostra anima libera, dall'altra ci dà sicurezza e tranquilla continuità. 
 
è vero, dov'è la prigione?
ora che le distrazioni sono minime,
ora che il suono è più ovattato,
adesso che il tempo imperterrito incombe...

domenica 19 marzo 2017

Serenade



serenata
[se-re-nà-ta]
sostantivo femminile
Sabatini Coletti
 
1.- Canto con accompagnamento musicale, eseguito di sera o di notte sotto la casa della donna amata per renderle omaggio: fare, cantare la serenata.
2.- estensivamente. Schiamazzi, canti sguaiati e sgradevoli, che perlopiù vengono eseguiti sotto la finestra di qualcuno per beffeggiarlo; versi fastidiosi di animali
3.- musica. Breve composizione vocale e strumentale destinata a essere suonata o cantata all'aperto


Serenata

così le notti stanno intrepide sulla neve
il giorno si è smarrito dietro i salici bianchi
ragazza mia
ragazza mia
Tu
sei lontana


non so se ora pensi o
sogni o dormi
intrepide stanno le nostre notti
separate
come le orme dei corvi
sui giardini
qui e lì

 
 Norbert Conrad Kaser
La dolcezza della ribellione
Traduzione di Gio Batta Bucciol

 

tra canzoni e rime baciate
suoni alla bella di turno,
a lei,
poi caduche situazioni e corpi
lontane passioni a volte passive...

la dedico a te padre mio, perché ogni giorno che passa è ancora dolore e mancanza; anima sensibile sicuramente rallegri il posto dove ora sei.
Gujil
 

sabato 18 marzo 2017

Certi alberi, e risorgive


Certi alberi

Questi sono stupefacenti: accosto
ciascuno al vicino, come se il discorso
fosse una messa in scena silente.
Dandoci stamane casualmente

appuntamento così tanto via
dal mondo quanto in armonia
con esso, io e te
siamo d’improvviso ciò che

gli alberi cercano di dirci
che siamo: che il loro mero esserci
ha significato; che potremo toccare
presto, e amare e spiegare.


E lieti di non avere inventato
noi tale grazia, ne siamo circondati:
un silenzio già colmo di rumori,
una tela su cui affiori

un coro di sorrisi, d’inverno, un mattino.
Posti in una luce sconcertante, e in cammino,
i nostri giorni indossano una tale reticenza
che questi accenti paiono la loro
                         stessa resistenza.
 
John Ashbery
Traduzione di Damiano Abeni e Moira Egan
 
 
Una risorgiva, o fontanile, è una sorgente di acqua dolce di origine naturale, talvolta fatta emergere dall'uomo, tipica dei terreni di piana alluvionale, come gran parte delle pianure italiane, tra cui la Pianura Padano-Veneta o la fascia pedemontana etnea. L'uso del termine risorgiva è corretto quando l'affioramento è spontaneo, mentre si dovrebbe usare il termine fontanile quando l'affioramento è di origine antropica. La sovrapposizione dei due termini deriva dal fatto che spesso i fontanili venivano scavati in aree già interessate da risorgive. I fontanili o risorgive sono caratterizzati da flora e fauna tipiche. Le acque piovane e fluviali che, trovando terreno molto permeabili, penetrano in profondità nel sottosuolo, formando una falda freatica, possono tornare in superficie in corrispondenza di terreni impermeabili.
L'acqua che fuoriesce da fontanili e risorgive presenta una temperatura costante compresa fra i 9 - 10 °C in inverno e i 12 - 15 °C in estate. L'acqua riemerge in quella che viene definita testa del fontanile e poi si distribuisce nella cosiddetta asta, dove può essere prelevata per l'irrigazione dei campi ed in particolare le marcite, grazie alla temperatura costante che ne consente l'utilizzo durante tutto l'anno. Nell'hinterland catanese e nella stessa Catania (come ad esempio all'interno del Teatro romano) la formazione delle risorgive è dovuta alla presenza di strati impermeabili (in prevalenza argille) pressati da strati permeabili (roccia lavica). L'origine delle acque può essere pluviale o a seguito dello scioglimento delle nevi dell'Etna. Analogamente nel territorio di Adrano, presso le forre, diverse risorgive alimentano piccoli affluenti del Simeto dette in siciliano favare.
Qui sono le lave del Mongibello Antico che, pressando le argille e le marne a ridosso delle lave dei centri alcalinici basali, fanno fuoriuscire le acque di falda, probabilmente da riserve sotterranee.
Un caso anomalo è certamente costituito dalle acque della fonte Aretusa, oggi in luogo ben diverso da quello originario. La situazione del sottosuolo, in prevalenza costituito da rocce calcaree, è stato fortemente alterato dall'uomo e oggi la risorgiva segue percorsi non del tutto chiari. Nella Pianura Padano-Veneta i livelli permeabili sono formati dalle ghiaie delle mega-conoidi alluvionali dell'alta pianura, mentre quelli impermeabili sono costituiti dai depositi di esondazione formati da limo ed argilla della bassa pianura.
Ad esempio a Montorio Veronese, dove l'acqua piovana della Lessinia filtrata attraverso le rocce permeabili che la caratterizzano riaffiora, a contatto con strati impermeabili di tipo argilloso, sono presenti ben sette risorgive, che generano due laghetti e diversi fossi, dando al paese le caratteristiche di una piccola Venezia. Nella zona a nord di Castel Goffredo i fontanili sono probabilmente alimentati anche per effetto dell'infiltrazione delle acque del Garda attraverso i rilievi morenici. Nella pianura friulana, il fenomeno delle risorgive si manifesta in una fascia continua di territorio che va da Polcenigo a Monfalcone con un'inclinazione nord-ovest sud-est, chiamata linea delle risorgive.
 
alti fusti ombreggiano risorgive
e strade della mia giovinezza,
un carro pieno di fieno, un cavallo,
due giovani falci già vecchie...

venerdì 17 marzo 2017

Tra i sogni



Sogni
 
Dai sogni al presente
si sveglia la mente
dopo, passata la notte
e accorrono a frotte
cose nascoste, sopite.
Come un giro di vite
la testa riprende percorsi
come fossero piccoli sorsi
di acqua, quando assetati
gli uomini pregano grati
per quello che hanno
per ciò che non sanno.
 
Anonimo
del XXI° Secolo
poesie ritrovate



 
Interpretare i sogni significa scoprire ed analizzare fino al più piccolo particolare tutto ciò che sfugge al nostro diretto controllo e alla nostra razionalità, è un desiderio e quasi un bisogno innato nell’uomo.
E i sogni rientrano perfettamente in questo quadro: sono irrazionali, non possiamo gestirli, e il loro carattere dirompente spesso ci sconvolge.
Essi, infatti, possono essere una semplice foto distorta della realtà in cui siamo immerse, o ancora la foto irreale di un mondo immaginato, ma in alcuni casi, con una forza incredibile, e che quasi spaventa, possono portare in superficie stati emotivi, paure, o sentimenti, nonostante i nostri continui sforzi per nasconderli, soffocarli e mascherarli alla luce del giorno.
Di notte nessuno è al sicuro.
Nell’antichità e nel libro dei Sogni, i sogni, o meglio il significato dei sogni, non aveva nulla di lontanamente psicologico: non gli venivano riconosciute validità a livello psichiatrico, né psicologico.
Ci si limitava semplicemente a ricordare il proprio sogno sino al mattino, per poi correre a controllare con quale numero fosse abbinato e tentare cosi la fortuna  (dalla rete).

giovedì 16 marzo 2017

Mappamondi e Burchiello

Nominativi fritti e mappamondi
e l’arca di Noè fra duo colonne
cantavan tutti ‘Kyrieleisonne’
per la ’nfluenza de’ taglier mal tondi.
 La luna mi dicea “Ché non rispondi?”.
E io risposi “I’ temo di Giansonne,
però ch’i’ odo che ’l dïaquilonne
è buona cosa a fare i cape’ biondi”.
Et però le testuggine e’ tartufi 
m’hanno posto l’assedio alle calcagne,
dicendo:”Noi vogliàn che tu ti stufi”,
e questo sanno tutte le castagne:
perché al dì d’oggi son sì grassi e gufi
c’ognun non vuol mostrar le suo magagne. 
E vidi le lasagne
andare a Prato a vedere il sudario,
e ciascuna portava lo ’nventario.
 
Domenico Di Giovanni
detto "Il Burchiello" 


aria fritta abbiamo detto,
di cose di stupida importanza;
il mio mappamondo è chiuso,
da tempo, da troppo tempo... 
 
Parafrasi:
Nominativi fritti e mappamondi e l’arca di Noè fra due colonne cantavano tutti il Kyrie eleison sotto l’influsso dei piatti di portata piuttosto vuoti. La luna mi diceva “Perché non rispondi?” E io risposi: “Ho paura di Giasone (il capo degli Argonauti alla ricerca del Vello d’oro), perché sento dire che la pomata va bene per imbiondire i capelli”. Però le testuggini e i tartufi mi assediano standomi alle calcagna, dicendo “Vogliamo che tu ti stufi”. Ed è cosa nota a tutte le castagne, perché oggigiorno i gufi sono così grassi che nessuno vuol mostrare i propri difetti. E vidi le lasagne andare a Prato a vedere il Sudario (in realtà la Sacra Cintola), e ognuna portava l’inventario.
  
Domenico di Giovanni detto il Burchiello
(Firenze 1404 - Roma 1449), (diminutivo di ‘burchio’, barca tirata a rimorchio su fiumi o canali per trasporto di carichi alla rinfusa), di umilissima origine, è un barbiere non privo di cultura (iscritto all’Arte dei Medici e speziali, la stessa di Dante), nella cui bottega si riuniscono vari letterati, dalle simpatie antimedicee: per tale ragione nel 1434 è esiliato a Siena. Imprigionato per reati comuni, si trasferisce poi a Roma; ma, per la vita sregolata, finisce in miseria. I suoi sonetti caudati, affidati alla tradizione orale, sono accomunati nei manoscritti a quelli di seguaci e imitatori. Solo in parte si tratta di parodie dell’imperante petrarchismo o, sul modello dei poeti giocosi toscani, di descrizioni della propria vita miseranda. Ma la sua vena più originale è quella comico-realistica, travasata ingegnosamente in un mondo irreale e bizzarro. 

Commento:
Il più famoso dei sonetti caudati del Burchiello appartiene alla serie dei cosiddetti sonetti “alla burchia” (come lui dice, ‘alla piratesca prendendo un po’ qui un po’ là, alla rinfusa’): un guazzabuglio di parole, di cose, di nomi, senza alcun nesso apparente, benché sempre attraversati, in controluce, da allusioni e doppi sensi osceni, come saranno quelli dei Canti carnascialeschi di Lorenzo il Magnifico, con effetti comici e bizzarri. (Qui, per esempio, mappamondi, l’arca di Noè fra duo colonne, taglier mal tondi, luna possono alludere a determinate parti del corpo). Il suo linguaggio, teatralmente declamatorio, fa ampio uso della metonimia, dell’ossimoro, del paradosso, con effetti di stralunata ilarità, che rendono originalissima la sua maniera, poi ampiamente imitata da molti poeti dei secoli successivi, fino al moderno nonsense di Edward Lear (1812 - 1888) e Lewis Carroll (1832 - 1898). 

Scelta, parafrasi, commento e note di Gigi Cavalli (dalla rete).
 

mercoledì 15 marzo 2017

Giorni di minime #45 a Boccadasse

Boccadasse (Boca d'azë o Bocadâze in genovese) è un antico borgo marinaro della città di Genova, che fa parte del quartiere di Albaro.
Nell'attuale suddivisione amministrativa del comune di Genova è quindi compreso nel Municipio VIII - Medio Levante, che oltre ad Albaro comprende anche i quartieri della Foce e di San Martino.
Convenzionalmente il piccolo quartiere di Boccadasse è delimitato dalla via Cavallotti (che delimita il borgo ad ovest verso Albaro), via Caprera che lo separa da Sturla alta e via del Capo di S. Chiara, ad est del quale si estende Vernazzola, altro piccolo borgo marinaro che fa parte del quartiere di Sturla.
A sud naturalmente il confine è la linea costiera.
Diverse sono le ipotesi circa l'origine del nome di Boccadasse, ma non ci sono fonti certe in proposito. Secondo quella più frequentemente citata, il nome del borgo deriverebbe dalla forma della piccola baia:
Boccadasse significherebbe bocca d'asino (bocca d'azë).
Altre possibili origini del nome fanno riferimento al torrente "asse" che un tempo scorreva dove attualmente si trova via Boccadasse e, dopo aver alimentato i lavatoi (treuggi) e la fontana, sfociava in mare al centro del borgo, o ancora, dal nome di un antico proprietario, Guglielmo Boccadassino.
Secondo una leggenda il borgo sarebbe stato fondato intorno all'anno 1000 da alcuni pescatori spagnoli che, colti da una tempesta, trovarono rifugio in questa insenatura. Dal nome del loro capitano (De Odero o Donderos), sarebbe derivato il cognome Dodero, ancora oggi diffuso nella zona.
Il borgo di Boccadasse è sempre stato parte integrante del territorio di S. Francesco d'Albaro, da cui dipendeva amministrativamente, sia come comune che come parrocchia. S. Francesco d'Albaro fino all'Ottocento era un comune rurale, composto di case sparse, orti e ville signorili sulle colline prospicienti il mare: Boccadasse ne costituiva una piccola appendice periferica, uno dei pochi nuclei compatti di questo territorio e l'unico in riva al mare. Con il Regio Decreto n. 1638 del 26 ottobre 1873 sei comuni della bassa Val Bisagno, e tra questi San Francesco d'Albaro, furono accorpati al comune di Genova.
L'espansione edilizia del Novecento ha cambiato profondamente l'aspetto di questa zona, trasformandola in uno dei più eleganti quartieri residenziali di Genova, ma cancellando al tempo stesso il tessuto storico preesistente.
In questo contesto il borgo di Boccadasse, per la posizione periferica, ma soprattutto per volontà dei suoi abitanti, è riuscito a conservare l'originale struttura urbanistica.
Secondo alcuni dal nome del borgo sarebbe derivato quello del quartiere di Buenos Aires la Boca, abitato da immigrati di origine genovese, ma non ci sono riscontri a supporto di questa affermazione (da Wikipedia).

ho visto il mare, ieri, stamane,
l'ho visto negli occhi della gente,
nei percorsi obbligati delle vite,
quelle che mi scorrono incontro;
qualche volta è un rivolo quieto
altre un fiume sempre in piena... 
Gujil
 

martedì 14 marzo 2017

Di Marzo

Marzo
 
Marzo ventoso
mese adolescente
marzo luminoso
marzo impenitente.
Marzo che fai tuoi giochi
con le nuvole in alto
e con l'ombra e le luci
dài mutevol risalto
alla terra stupita
alla terra intorpidita,
mentre dal seno le strappi
e le primole e le rose
e fresch'acque rigogliose
lieto fai rigorgogliare.
Ed il passero riscuoti
con la tua folle ventata
nella sua grondaia secca
nella siepe denudata.
Spazzi i portici e le calli
e la nebbia nelle valli
e la polvere degli avi
e i propositi dei savi
rompi e l'ombra delle chiese.
Ed il pavido borghese
che nell'essa porta il gelo
dell'inverno trapassato
e col corpo imbarazzato
geme il reuma ed il torpore,
che nel volto porta il velo
della noia ed il pallore
della diuturna morte,
si rinchiude frettoloso
si rinvoltola accidioso
e rincardina le porte.
Se lo scuoti e lo palesi,
marzo giovane pazzia,
la sua trista nostalgia
sogna il sonno di sei mesi.
Ei ti teme, dolce frate
marzo, terrore giocoso
ma tu passi vittorioso
sbatti gli usci e le impannate
con le tue folli ventate.
E la densa polve sveli
nel tuo raggio popolato
e sul legno affumicato
i vetusti ragnateli.
Poich'il termine al riposo
canti, marzo adolescente,
t'odia questa buona gente,
marzo luminoso.
Ma se t'odiano addormiti
nelle coltri riscaldate
ed i passeri impauriti
nelle siepi denudate,
t'ama il falco su nell'aria
che più agile si libra
nella tua ventata varia
e la sente in ogni fibra
lieto nella tua procella,
ché per lei si fa più bella
ché per lei si fa più pura
ai suoi occhi la natura.
Marzo mese luminoso
marzo adolescente
marzo mese irriverente
marzo ventoso.

Carlo Michelstaedter
1° marzo 1910
 


Marzo è il terzo mese dell'anno secondo il calendario gregoriano (il primo mese nell'antico anno romano), il primo della primavera nell'emisfero boreale e dell'autunno nell'emisfero australe.
Conta 31 giorni e si colloca nella prima metà di un anno civile.
Nell'immaginario collettivo è sinonimo di incostanza e instabilità: esser nato di marzo, ad esempio, è usato per indicare una persona capricciosa e volubile. 
Il nome deriva dal latino Martius.
Il mese era infatti dedicato al dio romano Marte, divinità del raccolto primaverile e della guerra, attività alle quali era adibito il mese.
Marzo pazzarello guarda il sole e prendi l'ombrello, è un proverbio popolare, che tende a sottolineare la variabilità del tempo meteorologico, relativa a questo periodo dell'anno.
La letteratura popolare offre un numero piuttosto vasto di proverbi, provenienti da tutte le regioni d'Italia, aventi come comune denominatore il vento.
Il vento di questo periodo dell'anno possiede ancora, a tratti, caratteristiche invernali, ma nello stesso tempo è già primaverile.
L'alternanza di sole e di pioggia, l'incerto passaggio dal freddo al caldo è una condizione ottimale per la campagna, in quanto stimola la vegetazione con gradualità, sospinge alcuni fenomeni naturali, come ad esempio il consolidamento della radice e lo sboccio della gemma, evitando che possano esporsi inavvertitamente al gelo, talvolta ancora presente in questo periodo (da Wikipedia)

 
Marzo nell'ansia, al petto, alla gola,
tutto è così difficile, pesante,
vorrei fuggire, ripararmi,
ma dove? dove?...

lunedì 13 marzo 2017

Primule


Fior di speranza

Magico fior, quale ignorato, incolto
Suolo ti nutre? io ti cercai sull’erto
Giogo dell’Alpi, io ti cercai nel folto
Delle brune foreste, e in sull’aperto

Lido ove rompe immenso il mar travolto,
E sullo scoglio d’alighe coperto,
E dove piu da’ turbini sconvolto
Stende le sabbie il livido deserto.

Tra rose e gigli ed umili viole
Io ti cercai, ma indarno; onde presumo
Che te non vegga il chiaro occhio del sole.
 
E pur del tuo vivifico profumo
M’ansia un desio pien di leggiadre fole
In cui la vita ed il pensier consumo.
 
Arturo Graf
  
Il genere Primula appartiene alla famiglia delle Primulaceae ed è sicuramente una delle piante più conosciute e diffuse.                      
Comprende numerose specie sempreverdi, annuali, rustiche e non. La maggior parte sono specie da coltivare all'aperto ma molte di esse si adattano anche alla coltivazione in appartamento. Sono piante che, a seconda della specie, producono fiori praticamente tutto l'anno.                             
Il nome Primula deriva dal latino primus «primo» per indicare la precocità di fioritura che avviene subito dopo la scomparsa della neve quando nei prati comincia a nascere l'erba verde. Le foglie sono radicali, disposte a rosetta e ricoperte da una fitta peluria soprattutto nella pagina inferiore, in quasi tutte le specie.
I fiori possono essere disposti ad ombrella, a spiga e in genere sono molto numerosi e di tutti i colori dell'arcobaleno.
PRIMULA ACAULIS (P. VULGARIS)
La Primula acaulis è la specie spontanea che più frequentemente ritroviamo nei boschi di montagna di tutta l'Europa. Non supera i 10 cm di altezza ed è caratterizzata da foglie strette e allungate con i margini ondulati.                                      
Possono essere coltivate tranquillamente in appartamento purchè ci sia fresco per tutto il periodo della fioritura dopo di che devono essere portate all'aperto perchè dentro casa morirebbero. Da questa specie sono derivati numerosi ibridi dai colori più svariati (dalla rete).

il fiore della speranza è arrivato,
con le viole di marzo,
costeggia le ripe ed i prati
voglio pensare sia la primula
una macchia di giallo, di primavera...



domenica 12 marzo 2017

Ospiti

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Piero della Francesca
"Madonna di Senigallia"
Ospiti

[...] Siamo ospiti, mia donna, non possiamo
ignorarlo. Ospiti a pagamento nel pensiero
ospiti nei ricordi, tollerati. In prestito
l’amare, in prestito ogni storia traversata
e la nuvola che balla allegra
nel cielo di giacinto
malgrado la presenza degli dei.
Prendemmo in uso transitorio
il pianto per i visi perduti nei cassetti
in uso colpe e affanni reperiti per via, in uso
la scena madre al freddo d’un lampione
e la soglia di estatica emozione
che sfioriamo senza capire
contemplando la Maestà di Piero.
Puri accidenti da rendere alla svelta
quinte precarie come l’acqua viola dell’Egeo
che felici ci accolse nel crepuscolo.
Queste parole stesse sono zattere
prese a nolo sul lago del silenzio
rapide a scomparire nel gran salto. [...]


Lucio Mariani Parola estrema


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Ospite
/ò·spi·te/
sostantivo  e aggettivo maschile e femminile
 (dalla rete)

1. La persona che accoglie temporaneamente uno o più altri nella propria casa, anche solo nell'occasione di una visita o di un trattenimento. "un o. garbato"
• Come agg. ( estens. ): la casa o., la terra o., che ci ospita; lett., ospitale, accogliente. "Fin che il sole ravviva L'ospiti mura, resta Tra noi, cantando, o passero"
• particolarmente In parassitologia, l'individuo a spese del quale vive un parassita: o. intermedio, quello in cui il parassita compie una parte del ciclo vitale, per poi riprodursi nell’o. definitivo (anche come agg. : la pianta o.).
• In embriologia sperimentale, l'individuo sul quale viene effettuato un trapianto.
2. più com. La persona che gode dell'ospitalità o si trova, come invitato, in casa d'altri: presso i popoli antichi l'o. era sacro; sono stato suo o. per alcuni giorni; essere o. di una famiglia, di una casa, di un paese; accogliere, intrattenere, congedare gli o.; un o. di riguardo; prov. l'o. è come il pesce: dopo tre giorni puzza, per indicare che una permanenza troppo prolungata in casa d'altri finisce con l'essere molesta.
• Insalutato ospite, vedi insalutato.
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• generic. La persona che soggiorna in una località turistica, in un albergo o anche in una casa di cura. • Come agg. : squadra ospite, quella che, in una competizione sportiva, gioca in trasferta (o ‘fuori casa’).

Origine Dal lat. hospes -ĭtis, da un più antico *hostipotis ‘signore dello straniero’, comp. di hostis ‘straniero’ e potis ‘signore, padrone’ •prima metà sec. XIV.

siamo ospiti del pianeta,
non ce ne rendiamo conto
e come cavallette imprudenti
consumiamo tutto ciò che abbiamo...