L'ombra è l'opposto del sole, ma si nutre di esso.
Un cielo grigio non genera ombre: nessun contrasto, nessun pensiero.
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martedì 31 marzo 2009
Alle fonti del Clitumno
frassini al vento mormoranti e lunge
per l'aure odora fresco di silvestri
salvie e di timi,
scendon nel vespero umido, o Clitumno,
a te le greggi: a te l'umbro fanciullo
la riluttante pecora ne l'onda
immerge, mentre vèr' lui dal seno de la madre adusta,
che scalza siede al casolare e canta,
una poppante volgesi e dal viso
tondo sorride: pensoso il padre, di caprine pelli
l'anche ravvolto come i fauni antichi,
regge il dipinto plaustro e la forza
de' bei giovenchi, de' bei giovenchi dal quadrato petto,
erti su 'l capo le lunate corna,
dolci ne gli occhi, nivei, che il mite Virgilio amava.
Oscure intanto fumano le nubi
su l'Apennino: grande, austera, verde
da le montagne digradanti in cerchio
l'Umbria guarda.
Salve, Umbria verde, e tu del puro fonte
nume Clitumno! Sento in cuor l'antica
patria e aleggiarmi su l'accesa fronte
gl'itali iddii. Chi l'ombre indusse del piangente salcio
su' rivi sacri ? ti rapisca il vento
de l'Apennino, o molle pianta, amore
d'umili tempi! Qui pugni a' verni e arcane istorie frema
co 'l palpitante maggio ilice nera,
a cui d'allegra giovinezza il tronco
l'edera veste: qui folti a torno l'emergente nume
stieno, giganti vigili, i cipressi;
e tu fra l'ombre, tu fatali canta
carmi, o Clitumno. 0 testimone di tre imperi, dinne
come il grave umbro ne' duelli atroce
cesse a l'astato velite e la forte
Etruria crebbe: di' come sovra le congiunte ville
dal superato Cimino a gran passi
calò Gradivo poi, piantando i segni
fieri di Roma.
Ma tu placavi, indigete comune
italo nume, i vincitori a i vinti,
e, quando tonò il punico furore
dal Trasimeno,
per gli antri tuoi salì grido, e la torta
lo ripercosse buccina da i monti:
— O tu che pasci i buoi presso Mevania
caliginosa, e tu che i proni colli ari a la sponda
del Nar sinistra, e tu che i boschi abbatti
sovra Spoleto verdi o ne la marzia
Todi fai nozze,
lascia il bue grasso tra le canne, lascia
il torel fulvo a mezzo solco, lascia
ne l'inclinata quercia il cuneo, lascia
la sposa a l'ara;
e corri, corri, corri! con la scure
corri e co' dardi, con la clava e l'asta!
corri! minaccia gl'itali penati
Annibal diro. —
Deh come rise d'alma luce il sole
per questa chiostra di bei monti, quando
urlanti vide e ruinanti in fuga
l'alta Spoleto
i Mauri immani e i numídi cavalli
con mischia oscena, e, sovra loro, nembi
di ferro, flutti d'olio ardente, e i canti
de la vittoria!
Tutto ora tace. Nel sereno gorgo
la tenue miro saliente vena:
trema, e d'un lieve pullular lo specchio
segna de l'acque.
Ride sepolta a l'imo una foresta
breve, e rameggia immobile: il diaspro
par che si mischi in flessuosi amori
con l'ametista.
E di zaffiro i fior paiono, ed hanno
de l'adamante rigido i riflessi,
e splendon freddi e chiamano a i silenzi
del verde fondo.
A piè de i monti e de le querce a l'ombra
co' fiumi, o Italia, è de' tuoi carmi il fonte.
Visser le ninfe, vissero: e un divino
talamo è questo.
Emergean lunghe ne' fluenti veli
naiadi azzurre, e per la cheta sera
chiamavan alto le sorelle brune
da le montagne,
e danze sotto l'imminente luna
guidavan, liete ricantando in coro
di Giano eterno e quanto amor lo vinse
di Camesena.
Egli dal cielo, autoctona virago
ella: fu letto l'Apennin fumante:
velaro i nembi il grande amplesso, e nacque
l'itala gente.
Tutto ora tace, o vedovo Clitumno,
tutto: de' vaghi tuoi delúbri un solo
t'avanza, e dentro pretestato nume
tu non vi siedi.
Non più perfusi del tuo fiume sacro
menano i tori, vittime orgogliose,
trofei romani a i templi aviti: Roma
più non trionfa.
Più non trionfa, poi che un galileo
di rosse chiome il Campidoglio ascese,
gittolle in braccio una sua croce, e disse
— Portala, e servi. —
Fuggir le ninfe a piangere ne' fiumi
occulte e dentro i cortici materni,
od ululando dileguaron come
nuvole a i monti,
quando una strana compagnia, tra i bianchi
templi spogliati e i colonnati infranti,
procedé lenta, in neri sacchi avvolta,
litaniando, e sovra i campi del lavoro umano
sonanti e i clivi memori d'impero
fece deserto, et il deserto disse
regno di Dio.
Strappar le turbe a i santi aratri, a i vecchi
padri aspettanti, a le fiorenti mogli;
ovunque il divo sol benedicea,
maledicenti.
Maledicenti a l'opre de la vita
e de l'amore, ei deliraro atroci
congiugnimenti di dolor con Dio
su rupi e in grotte;
discesero ebri di dissolvimento
a le cittadi, e in ridde paurose
al crocefisso supplicarono, empi,
d'essere abietti.
Salve, o serena de l'Ilisso in riva,
o intera e dritta a i lidi almi del Tebro
anima umana! i foschi dí passaro,
risorgi e regna.
E tu, pia madre di giovenchi invitti
a franger glebe e rintegrar maggesi
e d'annitrenti in guerra aspri polledri
Italia madre,
madre di biade e viti e leggi eterne
ed inclite arti a raddolcir la vita,
salve! a te i canti de l'antica lode
io rinnovello.
Plaudono i monti al carme e i boschi e l'acque
de l'Umbria verde: in faccia a noi fumando
ed anelando nuove industrie in corsa
fischia il vapore.
Giosuè CARDUCCI
lunedì 23 marzo 2009
Viole di Marzo

ai bordi di strade carraie
mercoledì 18 marzo 2009
Malinconia
la vita mia
struggi terribilmente;
e non v'è al mondo, non c'è al mondo niente
che mi divaghi.
Niente, o una sola
casa. Figliola,
quella per me saresti.
S'apre una porta; in tue succinte vesti
entri, e mi smaghi.
Piccola tanto,
fugace incanto
di primavera. I biondi
riccioli molti nel berretto ascondi,
altri ne ostenti.
Ma giovinezza,
torbida ebbrezza,
passa, passa l'amore.
Restan sì tristi nel dolente cuore,
presentimenti.
Malinconia,la vita mia
amò lieta una cosa,
sempre: la Morte. Or quasi è dolorosa,
ch'altro non spero.
Quando non s'ama
più, non si chiama
lei la liberatrice;
e nel dolore non fa più felice
il suo pensiero.
Io non sapevo
questo; ora bevo
l'ultimo sorso amaro
dell'esperienza. Oh quanto è mai più caro
il pensier della morte,
al giovanetto,
che a un primo affetto
cangia colore e trema.
Non ama il vecchio la tomba: suprema
crudeltà della sorte.
1961, Umberto Saba
domenica 15 marzo 2009
mercoledì 11 marzo 2009
A Cinque Lune da Nobegmor (III)
Contrariamente alle previsioni di Gujil l'interno della grotta si rivelò perfettamente asciutto e privo di pericoli.
Si addentrarono nello stretto cunicolo frenando la loro impazienza, ora i gemiti si erano fatti perfettamente distinguibili.
La luminosità, diffusa, si andava facendo sempre più intensa.
Improvvisamente l'angusto corridoio terminò il suo tortuoso percorso ed essi si trovarono in un'ampia apertura colma di luce.
Dopo il primo attimo di sorpresa videro, nel fondo dell'antro, uno strano animale che, incatenato con le zampe al terreno, gemeva sommessamente.
Abbassarono le spade e si diressero subito verso di esso.
Giuntigli vicino lo riconobbero; era un unicorno dal mantello colore del vento.
Aveva tutti e quattro gli arti imprigionati da pesantissime catene che ne impedivano i movimenti e, si accorsero, stava piangendo copiose lacrime.
Queste, scivolavano lungo il morbido pelame dell'animale, si riversavano a terra tutte in uno stesso punto nel quale cresceva una strana erba dal colore rossastro.
- Ho sempre creduto che questo genere di animali esistesse solo nei racconti della fantasia. - disse Gujil a se stesso riponendo nel fodero la sua spada.
- Anch'io mio Gujil. - gli fece eco Mizaurio.
Lo sguardo dell'animale stazionava fisso su di loro.
Intuendo la loro voglia di domande l'unicorno parlò con queste parole:
- Il mio nome è Phuxarius nobili Signori.
Vi stavo da tempo aspettando.
Se volete posso a voi raccontare la mia triste storia.
Così disse loro l'unicorno e poi sospese la voce in attesa di una risposta.
L'unico suono che animava il silenzio pesante della caverna era il rumore metallico delle catene i cui anelli cozzavano tra loro ogni volta che l'animale compiva un movimento.
L'enorme volta dell'antro, amplificando a dismisura i rumori, diede a Gujil l'impressione di sentire il soffio del respiro che animava tutto il suo essere.
- Ti ascoltiamo. - disse il giovane Principe rivolgendosi a Phuxarius.
- In me vive il sorriso di Arhiac, - riprese l'unicorno - imprigionato dal sacrilego sortilegio di uno stregone chiamato Drosan.
E' il mio destino di Opoflop.
Io sono il sacrificio ricorrente che permette la vita di questo reame
Ho, nel mio pianto, la salvezza ed insieme la dannazione di tutto il paese perché, piangendo, le mie lacrime donano alla terra quell'acqua che serve affinché possano germinare i suoi frutti; ma, poiché è acqua di dolore, i frutti che ne nascono sono cattivi frutti.
Nutrendo me stesso ed il popolo di Opoflop, con questi aspri frutti, continuamente rinnovo il dolore ma, se non me ne pascessi, morrei e la terra inaridirebbe completamente segnando così un ben più tragico destino per la Principessa e la sua gente.
Dovete sapere che un tempo vagavo invisibile e libero per queste contrade e foreste stupende; allora la mia gioia irrorava le messe ed i volti degli uomini.
Quando Drosan di me venne a sapere mi volle e, con un incantesimo, mi rese visibile ai suoi occhi per potermi cacciare.
Mi trovò dopo lungo vagare, mi incatenò a questa roccia con catene di pulviscolo rosa più dure del ferro ed in me sgorgò il dolore che provo e che spargo con lacrime calde sopra tutto il paese.
stava già per uccidermi quando l'anima della dolce Arhiac, vagando in un sogno agitato, mi vide e provando pietà per la mia triste sorte, mi donò il suo sorriso a proteggere la mia agile forma dall'affilato pugnale di Drosan.
Infatti, non appena egli cercò di colpirmi, mi crebbe intorno la roccia che vedi ed io venni isolato dal resto del mondo.
Per lunghi giorni Drosan cercò di raggiungermi con le sue arti ma mai vi riuscì ed allora fuggì dopo aver depredato le ricchezze di Opoflop.
Il resto è racconto che voi già ben conoscete.
La mia libertà ora è il prezzo per Opoflop perché finché imprigionato io resto così resta Opoflop e con la mia prigionia io la salvo e la danno.
Così disse Phuxarius mentre dai suoi occhi copiose le lacrime cadevano a terra imbevendo di malefica linfa vitale le tenere radici di quell'erba che tutto intorno a lui cresceva.
A quel racconto non resse l'anima di Gujil che armò la mano di quella lama tagliente che portava al suo fianco.
Furibondo, il Principe di Ozman alzò la sua spada e l'abbattè con un grido rabbioso sui rosati anelli di una delle catene che imprigionavano l'unicorno.
- No!
Non lo fare! - urlò Phuxarius un attimo prima che la lama affilata cozzasse contro la maglia della catena.
Fu troppo tardi.
La spada urtò violentemente con un rumore di tuono e dall'impatto si levarono multicolori scintille che avvolsero completamente il giovane.
Nel balenare di un attimo la figura di Gujil si dissolse nell'aria e di lui non rimase nessuna traccia.
venerdì 6 marzo 2009
giovedì 5 marzo 2009
A Cinque Lune da Nobegmor (II)
Il suono della voce del vecchio svanì affievolendosi e le fiamme ripresero il loro solito aspetto di sempre rinvigorendo le ossa di Gujil, Mizaurio e dei loro uomini, gelate dal grande senso di spavento che avevano appena provato.
Gujil, la testa piena di domande senza risposta, non chiuse occhio quella notte e Mizaurio e gli uomini della loro scorta gli tennero compagnia, vegliando sulle loro vite, adducendo al pretesto di avere già abbondantemente riposato in precedenza.
La prima luce del nuovo giorno li trovò pronti alla partenza.
La rugiada del mattino bagnava ogni cosa nella foresta e la terra beveva quell'umidità mentre la fitta nebbia nascondeva alberi ed immagini alla vista degli uomini intenti a riordinare le ultime cose prima di partire alla volta di Sinocon.
Il gruppo si mosse che ancora il sole non era riuscito a diradare, con i suoi caldi e luminosi raggi, la densa coltre della foschia mattutina.
Gujil in testa, affiancato da Mizaurio, faticava a trattenere la prorompente voglia di corsa della sua cavalcatura ed intanto ripensava all'episodio di quella notte cercando un nesso che lo potesse aiutare a capire quale comportamento sarebbe meglio adottare.
Gli fece piacere scoprire che mai nei suoi pensieri si era affacciato il desiderio di fuga ma, anzi, che in lui si era incrementata quella voglia di arrivare fino in fondo al problema.
Sognando ad occhi aperti si immaginava ormai di fronte ad Arhiac a parlarle parole dolci di miele per conquistare il suo cuore intristito e dolente e, nel suo fantasticare, credette di assaporare la fragranza delle labbra di lei ed il calore del suo abbraccio.
Ben altre prospettive si affacciavano alla mente di Mizaurio.
Lo scudiero pensava a quali pericoli avrebbero dovuto, loro malgrado, affrontare prima di arrivare alla meta e la cosa lo faceva sentire decisamente a disagio ed i suoi pensieri tornavano invariabilmente ai giorni in cui quell'assurda avventura non era ancora che una chimerica illusione nella testa di Gujil.
Mizaurio amava Gujil ma lo considerava impulsivo e testardo e non riusciva ancora a capacitarsi di come avesse potuto una persona, così colta ed intelligente, quale era il suo beneamatissimo Principe, innamorarsi di una donna che non solo mai aveva visto, ma sulla quale correvano tutte quelle voci così poco rassicuranti.
E se, da una parte, prima non aveva mai prestato troppa importanza ai coloriti racconti che circolavano su di lei, Sinocon e sul reame di Opoflop, ora, dopo lo sviluppo degli ultimi avvenimenti, era seriamente preoccupato per la situazione che si andava creando.
Sapeva che, comunque, sarebbe stato impossibile distogliere Gujil da quei ferrei propositi che si era ficcato in testa. Decise, da saggio pragmatico quale era, che l'unica soluzione logica sarebbe stata quella di aspettare e vedere cosa sarebbe successo in seguito.
Il resto del gruppo accompagnava la loro cavalcata con un'antica melodia di Ozman che cantava dell'amore, impossibile e grande, di un poeta con la luminosa stella del Nord.
Il suono di quelle voci penetrava il silenzio della foresta di Opoflop come fosse un appuntito pugnale.
Dopo alcune ore di estenuante marcia il disegno degli alberi si diradò e lasciò spazio ad una larga pianura di tenera erba.
Gujil decise di far fermare la colonna nei pressi di una sorgente per far riposare i loro animali provati dalla lunga cavalcata.
Mentre i cavalli pascolavano liberi, pascendosi dei teneri steli, gli uomini prepararono il campo in cui avrebbero trascorso l'imminente notte.
Il sole nel cielo stava declinando la propria parabola.
gujil, accompagnato da Mizaurio, decise di fare una passeggiata prima di cena ed insieme si avviarono seguendo il ruscello nel senso della corrente.
Assorti nei loro discorsi percorsero molta distanza ed in prossimità del tramonto si trovarono ad un bivio del torrente.
Sulla loro destra, seminascosta da alcune nuvole basse, scorsero in lontananza la sagoma di un lieve pendio alla cui sommità credettero di scorgere le alte chiome di alcuni cipressi.
- guarda Mizaurio, - disse Gujil rivolgendosi all'amico - non sarà forse quello il posto indicatoci da Noretex?
- Mio Signore, non lo possiamo dire con certezza, si, potrebbe esserlo come non esserlo; nel dubbio perché non facciamo ritorno al campo?
Domattina, ai primi chiarori dell'alba, potremo ritornare ad appurarlo.
- Neanche per sogno, - rispose Gujil - ci andremo ora!
- Ma ... mio Gujil, è quasi sera e di notte qui, come hai visto, possono succedere strane cose.
Rientriamo al campo, torneremo domattina.
Con una risata Gujil lo apostrofò scrollando il capo e si diresse deciso verso l'altura.
Mizaurio, allargando le braccia in un plateale gesto di sconforto, affrettò il suo passo per poterlo raggiungere.
A metà della loro salita il sole terminò la sua fatica e le tenebre presero il sopravvento sulla luce.
Dopo i primi istanti caratterizzati da cadute, scivolate, urti, i loro occhi cominciarono ad abituarsi gradualmente alla debole luce emanata dalla stelle e la loro salita ricominciò ad essere spedita.
Arrivarono sulla cima che la notte era ormai profonda.
Il terreno divenne pianeggiante ed in breve si trovarono circondati dagli alti fusti di secolari cipressi.
Ora camminavano a testa alta, incantati dal meraviglioso spettacolo offerto ai loro occhi dalle svettanti chiome di quegli alberi che sembravano danzare la loro mirabile imponenza al perfetto intreccio delle costellazioni che risaltavano i loro precisi disegni nella notte senza
La loro meraviglia venne disturbata dal suono lontano di alcuni deboli gemiti.
- Senti Mizaurio? - chiese Gujil fermando il suo passo.
- Sarà il vento mio Principe. - rispose il compagno.
- No. Taci! Vengono da quella direzione.
Seguimi! - disse Gujil indicando all'amico l'intreccio più fitto degli alberi.
Ciò detto il Signore di Ozman affrettò il passo e, tallonato da Mizaurio, si diresse seguendo la provenienza dei suoni.
Ben presto l'intreccio degli alberi si dispose ordinatamente a formare due file parallele, nel cui interno, sembrava abbozzato un sentiero da tempo dimenticato dai passi degli uomini.
Gujil e Mizaurio inforcarono quella via facendosi strada tra la folta vegetazione di rovi e rampicanti che era cresciuta lussureggiante in mezzo al sentiero.
Alla fine del cammino una grotta si delineò ai loro sguardi.
- Ecco Mizaurio, i gemiti provengono da quella grotta, ora li avverto distintamente.
Presto!
Facciamo presto, qualcuno sta male!
- Arrivo Gujil! - rispose Mizaurio estraendo la spada pronto a difendersi e a difendere il suo Principe da un eventuale attacco.
La loro corsa si arrestò all'ingresso dell'antro e si accorsero della debole luminosità che fuoriusciva da esso.
Calmarono i loro animi ed il loro respiro ed entrarono con circospezione proteggendosi reciprocamente i fianchi.
martedì 3 marzo 2009
I' m Easy
It's not my way to love you just when no one's looking.
It's not my way to take your hand if I'm not sure,
It's not my way to let you see what's going on inside of me,
When it's a love you'll not be needing, you're not free.
Please stop pulling at my sleeve if you're just playing,
If you'll not take the things you make me want to give,
I never cared too much for games and this one's driving me insane.
You're not half as free to wander as you claim.
I'm easy, I'm easy.
Say the word, I'll play your game, As though that's how it ought to be.
I'm easy.
Don't lead me on if there's nowhere for you to take me,
If loving you will have to be a sometime thing.
I can't put bars on my insides; my love is something I can't hide
I still hurt when I recall the times I've tried.
I'm easy, I'm easy.
Take my hand and pull me down. I won't put up any fight, because
I'm easy.
Don't do me favors, let me watch you from a distance,
Cause when you're near, it's hard for me to keep my head.
When your eyes throw light at mine, it's enough to change my mind
Make me leave my cautious ways and world behind.
I'm easy. I'm easy
Keith CARRADINE
venerdì 27 febbraio 2009
A Cinque Lune da Nobegmor (I)
- Mio Principe, non dovresti stare così lontano dal fuoco, questa terra è piena di insidie, la notte più del giorno.
- Lo so Mizaurio, ma continuo a pensare a ciò che mi narrasti prima della nostra partenza da Ozman.
Vorrei che tu mi raccontassi di nuovo quella storia.
- Mio Principe, non è bene parlare di queste cose proprio qui. - disse Mizaurio roteando con circospezione lo sguardo ad abbracciare la radura senza badare a mascherare il timore che in lui si era destato - Si, - riprese - non è proprio bene.
- Non essere sciocco, - disse il Principe Gujil, prorompendo in un'affettuosa e sonora risata - Chi vuoi che ci senta. Forse quella civetta che poco fa è volata sul nostro campo? Oppure hai paura che, sentendo il tuo racconto, gli alberi di questa foresta ti assassinino nel sonno strangolandoti con i loro lunghi rami?
Ciò detto il Principe si alzò e prese la direzione del fuoco con la speranza di sgelare, al calore delle fiamme, il freddo di quella notte di mezza stagione.
Mizaurio lo seguì e si sedette accanto a lui.
Il silenzio passò sui loro volti accarezzandoli con una folata di vento che quasi fece spegnere le fiamme.
Ad un gesto del Principe una guardia della sua scorta posò altra legna sul fuoco e la fiamma riprese vigore.
- Le mie orecchie stanno aspettando il suono delle tue parole, amico mio. - ruppe il silenzio la tranquilla voce di Gujil.
La sorpresa del servo fu grande, farfugliando rispose:
- Ma ... mio Signore, to ho spiegato che ...
- Non voglio sentir ragioni stupido codardo, - lo interruppe il Principe - voglio quella storia e la voglio sentire ora. Subito!
Accompagnò le sue parole con un esplicativo movimento del braccio.
- Come tu vuoi o mio Signore, ma non essere avventato, to prego di rifletteva ancora prima di commettere qualche imprudenza.
Accorgendosi, dal cipiglio del Principe, che le Sue parole non avrebbero sortito risultato alcuno, Mizaurio tirò un profondo sospiro e, dopo aver nascosto allo sguardo di Gujil un gesto di scongiuro, cominciò:
- Bene ...
Molti e molti anni fa bussò alla porta del castello di Sinocon uno straniero dal fulgido e maestoso aspetto e dai modi che non lasciano alcun dubbio riguardo alla sua discendenza da nobili origini.
La porta gli fu subito aperta.
Fu una lunga notte di festeggiamenti e di suoni.
Le tavole delle grandi sale traboccavano di ogni ben di Dio, c'erano selvaggina e frutti di lontani paesi.
Le luci del castello illuminavano a giorno le fantastiche storie raccontate dai preziosi arazzi che adornavano le pareti dei saloni, nell'aria aromi e musiche si mescolavano e creavano atmosfere da sogno, da ogni fontana sprizzavano le stille della felicità che animava il reame di opoflop.
Verso la mezzanotte lo straniero si alzò dal suo posto e, tra lo stupore generale, prese la parola.
O grande Re, - disse nel silenzio che si era formato - sono venuto a voi da molto lontano attirato dai coloriti racconti che giunsero ai miei sensi.
E vedo che nessuna esagerazione era stata fatta a riguardo, anzi.
Voglio mostrarti la mia gratitudine per questa splendida accoglienza degna di un magnanimo Re quale tu, effettivamente, ti stai dimostrando.
Il Re sorrise grato allo straniero e lo invitò a proseguire.
- Voglio farti un regalo. - disse e battè più volte le mani.
Poco dopo alcuni schiavi portarono al suo cospetto uno scrigno d'oro massiccio tempestato di gemme.
Lo straniero lo prese e, dopo aver congedato i servi, abbandonò il suo posto e con passo elegante si diresse alla volta del trono.
Sostò per un attimo al cospetto del Re e della Principessa Arhiac e, inchinandosi, porse al Signore di Sinocon lo scrigno prezioso.
Il Re lo accettò.
- Puoi aprirlo mio Re. - disse lo straniero.
Lo stupore di tutti era grande, sui volti degli invitati si poteva leggere e indovinare la curiosità di conoscere il contenuto di un così prezioso dono.
Nell'attimo stesso in cui il Re sollevò il coperchio dallo scrigno cominciò a fuoriuscire un pulviscolo colore del sole al tramonto che presto si sparse per tutto il castello invadendone anche ogni più riposto angolo.
Dal castello il pulviscolo si espanse su tutto quanto il reame di opoflop.
Dicono che il tempo, in quel posto, fermò per un interminabile attimo il suo corso e che accaddero cose incredibili.
- Che genere di cose? - chiese Gujil.
- Nessuno potrà mai dirlo o Principe, fatto sta che quando il tempo riprese a macinare le sue dimensioni qualcosa era, inspiegabilmente, mutato.
Dicono che il Re richiuse lo scrigno e la festa riprese.
Del pulviscolo però non fu mai rinvenuta traccia alcuna, eppure era stato visto da tutti.
Fu allora che lo straniero sorridendo porse la mano alla Principessa Arhiac e le danze ricominciarono.
Alcuni giorni dopo, per le quattro direzioni del reame, i corrieri del Re portarono in tutti i villaggi la notizia delle prossime nozze tra la Principessa e lo straniero.
Il palazzo ferveva nei preparativi per il gran giorno, vennero invitati decine e decine di ambasciatori nei regni vicini e lontani, i cacciatori del Re batterono in lungo ed in largo l'immensa foresta che sai in cerca di prelibate selvaggine ed i lavori nelle miniere preziose vennero decuplicati alla ricerca di meravigliose gemme perché servissero come dote alla sposa.
Chi in quei giorni ebbe occasione di frequentare la Principessa Arhiac la descrive felice come non mai con i già delicati lineamenti ancor più addolciti dall'intenso sentimento che, in così breve tempo, le aveva pervaso il cuore ed i pensieri.
Il vecchio Re sembrava ritornato bambino, si prodigava con entusiasmo affinché il fatidico giorno potesse rivelarsi tra i più splendenti che il reame di Opoflop avesse mai visto.
Il popolo rispecchiava la gioia che si viveva a corte e ben presto l'intera Sinocon traboccò di gente venuta da tutte le parti del mondo per assistere al matrimonio.
C'erano prodi e famosi cavalieri con i loro seguiti ad affollare le locande, giocolieri bravissimi con i loro numeri di abilità, maghi potenti con i loro apprendisti, circhi stracolmi di animali mai visti provenienti dalle lontane regioni d'oriente.
Tutto sembrava avvolto da un magico incanto che non lasciava spazio a nessuna cosa cattiva.
Venne il giorno delle nozze.
Fin dal mattino fu un suono di trombe a chiamare a raccolta il reame e la gente si accalcava nella piazza principale di Sinocon per vedere la cerimonia mascherando l'impazienza con canti e balli.
Dalla porta principale del palazzo due file di armigeri proteggevano, tenendolo sgombro, il camminamento che avrebbe dovuto percorrere il corte nuziale.
L'altare per celebrare il matrimonio, un enorme blocco rosato di marmo massiccio venato di colori di sogno, si stagliava illuminato dal solo che lo carezzava di mille riflessi, sulla terrazza più ampia.
La strada che conduceva all'entrata più grande del castello era gremita, ai suoi bordi, da due ali di folla eccitata; le prime file erano occupate da ragazzi e ragazze che imbracciavano panieri di giunco da cui estraevano, spargendoli sul selciato tirato a lustro, petali multicolori di fiori profumati e freschissimi.
La gente assiepata nella piazza aspettava impaziente l'arrivo della carrozza dello sposo.
La loro attesa venne presto esaudita.
il clamore della folla cominciò a sollevarsi e convergere verso la piazza fin dai limiti della città.
Ben presto, accompagnata da suoni di trombe e tamburi, irruppe nella piazza una magnifica carrozza colore del cielo trainata da dodici splendidi cavalli neri come la pece bardati da finimenti richissimi.
Quando la carrozza fermò la sua corsa di fronte alla grande porta la folla d'istinto zittì la sua gioia e, trattenendo il fiato, aspettò che ne discendesse lo straniero.
Quando egli scese si levò un unanime gemito di meraviglia. Lui era là.
La sua statura possente troneggiava nella piazza di Sinocon.
Nel suo viso gli occhi dardeggiavano riflessi incredibili, i capelli corvini, lunghi fino a ricoprirgli le spalle, si andavano via via accorciando mano a mano che si confondevano e tramutavano nella folta barba che gli incorniciava il volto.
Nel mantello, nerissimo pure esso, risaltava la figura stilizzata di un ippogrifo dalle cui nari fuoriuscivano getti di vapore misti a fiamme.
Una scorta nutrita gli fece strada accompagnandolo dal Re e dalla sua promessa sposa.
Una volta giunto in loro presenza lo straniero prese la mano di Arhiac tra le sue con gesto studiato.
Anche qui, mio Gujil, il racconto perde spessore di verità, poiché nessuno ha mai saputo dire con esattezza che cosà successe.
Comunque Arhiac, nel suo splendido abito di seta gialla che faceva risaltare ancor di più la sua regale bellezza, era felice e perdeva il proprio sguardo negli occhi di lui che le sorrideva amabilmente.
Il lungo strascico della sposa, sorretto da innumerevoli ancelle, si muoveva agitato dal vento leggero come fa l'acqua di un ridente ruscello; la sua corona, d'oro e diamanti, luccicava come una stella.
La minuta figura della Principessa quel giorno fece piangere di gioia e d'invidia tutte quante le donne di Opoflop.
Per il resto il matrimonio non fu diverso da tutti gli altri che si svolgono in ogni parte del mondo ma, una volta che questo fu suggellato da tutti i sacri crismi e fu pronunciato il fatidico "lo voglio!" da entrambi gli sposi, si dice che accadde una cosa imprevedibile.
Infatti lo straniero cominciò a ridere fragorosamente tra lo stupore di tutti e cingendo al suo petto la bella Arhiac urlò con voce tonante:
- Da oggi io sono il Signore e padrone di Opoflop!
Pochi giorni dopo la cerimonia il padre della Principessa Arhiac, il saggio Re di Opoflop, moriva di uno sconosciuto morbo che nessun cerusico o mago era riuscito a contrastare.
Il grave lutto colpì in maniera violenta, con il maglio possente del dolore interiore, la sua giovane figlia.
Suo marito, poco dopo, l'abbandonò fuggendo in una notte di plenilunio non senza aver completamente depredato le ricchezze di Sinocon e di lui nessuno seppe più nulla.
Qualcuno asserisce che lo straniero in questione altri non fosse che il perfido stregone Drosan di Ilamon e che questi, con un altro dei suoi malefici trucchi, non abbia fatto che aggiungere un ulteriore malefatto alla lunga catena dei suoi riprovevoli delitti ed altre preziose ricchezze a quelle già rubate da altri.
Si mormorava che, per mettersi al riparo dalla vendetta di Arhiac, prima della sua fuga abbia assassinato il Re e scagliato un potente incantesimo sulla Principessa sua sposa e su tutto il reame di Opoflop.
I risultati sarebbero quelli che tu sai e che da giorni stiamo attraversando per arrivare a Sinocon.
Ti prego Gujil, non fare pazzie, dai ordine ai tuoi uomini di levare le tende e terniamocene a Ozman.
Sii saggio mio Principe, ti supplico.
- Non se ne parla nemmeno Mizaurio, già ti dissi la mia intenzione di conoscere Arhiac.
Voglio quella donna, qualcosa nel sonno mi agita il respiro quando le immagini del sogno mi portano a lei.
La voglio Mizaurio, ho bisogno di lei come dell'acqua che bevo ed il cibo di cui mi nutro.
Ciò detto il discorso venne arginato dal muro delle riflessioni silenti ed entrambi tacquero immersi nei loro pensieri.
D'un tratto la tranquillità della notte fu scossa da un rumore concitato di passi e di voci.
- Cosa sta succedendo? - tuonò Gujil destandosi rapidamente dal sopore che aveva pervaso le sue membra.
- Non si riesce a capire o Principe, - gli rispose uno dei soldati - tutto era calmo quando, all'improvviso, i nostri cavalli si sono inspiegabilmente messi in agitazione ed hanno cercato di liberarsi dalle pastoie nitrendo furiosamente.
Abbiamo pensato ad una qualche belva ma le perlustrazioni intorno al campo non hanno rilevato niente di sospetto.
Tutto sembrerebbe normale ma gli uccelli notturni hanno alzato il loro volo all'unisono e le creature della notte hanno zittito o loro rumori.
Anche Mizaurio, destatosi dal sonno, si era subito precipitato vicino a Gujil.
Urlando ordinò alle guardie di aggiungere altra legna al fuoco che stava spegnendosi.
Appena la legna fu posta, la fiamma si alzò alta nel buio notturno e cominciò a parlare, dapprima con voce incomprensibile, poi via via più chiara.
Il terrore invase il corpo degli armigeri che, stupiti ed intimoriti, si disposero a cerchio intorno alla fiamma.
La bocca spalancata di Mizaurio non riusciva a proferire parola, Gujil dal canto suo, a spada sguainata, si diresse coraggiosamente verso il centro del fuoco.
- Fermati Gujil! - risuonò nell'aria un comando imperioso.
A quelle parole il giovane Principe fermò il suo stupore e la sua lama.
Come per incanto, quella che prima era solamente una massa informe, si tramutò in una figura di vecchio il cui corpo scintillava, rivestito com'era di fiamme.
- Come sei irruente giovane Gujil, - continuò quella strana apparizione - ho forse fatto del male a te o ai tuoi uomini? Figliolo, non essere mai precipitoso nelle tue azioni, non tutto ciò che risulta alla mente incomprensibile è necessariamente qualcosa di negativo.
Non ti sembra?
Lo stupore di Gujil e del suo seguito era enorme.
La calma era nuovamente tornata nella foresta.
- Dove diavolo ho messo ... - riprese il vecchio senza badare agli inebetiti spettatori - ah ... eccoli!
Scusami figliolo, ma senza le mie lenti sono cieco come una vecchia talpa. - disse l'apparizione inforcando sul naso uno strano marchingegno che reggeva due limpidissimi pezzi di vetro perfettamente arrotondati.
- Cosa stavo dicendo? ... ah! ecco, si ..., si ... dunque.
Scusami questo strano modo di presentarmi ma le mie arti si sono un po' arruginite in questi ultimi tempi di inattività.
E' veramente tanto che da queste parti non passa più nessuno ed io avevo quasi perso la speranza di rivedere gente, anche se la mia sfera ha sempre affermato il contrario.
Benedetto figliolo, vi vedo preoccupati!
- Chi ... chi sei? - chiese Gujil senza peraltro abbandonare né la sua spada né l'atteggiamento difensivo.
- Come chi sono.
Sono Noretex!
Già, già ... Noretex ...
Piuttosto, lascia stare la tua curiosità ed ascoltami perché non ho molto tempo.
Ciò che vuoi fare è buono e lodevole ed io sono ormai molte lune che aspetto che qualche uomo di valore riesca a trovare il coraggio necessario per raggiungere Sinocon.
Perché tu vuoi raggiungere Arhiac a Sinocon, nevvero?
Il giovane Principe, più stupito che spaventato, limitò la sua risposta ad un breve cenno di assenso con il capo.
- bene, bene.
Ho visto giusto allora.
Sentimi ora.
Domattina riprendi il tuo cammino e noi ci rivedremo assai presto.
Quando questo sarà potrò spiegare tutto ciò che ora al tuo cervello frulla sotto forma di troppe domande.
Quando raggiungerai la collina dei cipressi là ferma il tuo campo e sali con Miz..., insomma, con chi come cavolo si chiama?
- Mizaurio forse? - arrischiò il fedele scudiero di Gujil con un filo di voce tremolante.
- Si, si, proprio quel tale ... - riprese il vecchio - proprio lui!
Dicevo, sali in cima a quell'altura e là troverai Phuxarius, lui sa tutto.
Hai capito bene?
Ricorda!
Ricord...!
Ricor...!
Rico...!
Ric...!
Ri...!
R...!
sabato 21 febbraio 2009
A Cinque Lune da Nobegmor
Da anni la foresta che diradava i suoi alberi, alti e possenti, nei pressi della città di Sinocon, era percorsa, in lungo ed in largo, solamente dagli ululati dei lupi.
Tutti i forestieri sapevano che era pericoloso attraversarla e, benché Sinocon fosse stata centro di un florido e ricco mercato, anche i mercanti più avidi ed audaci la evitavano.
Strane voci correvano riguardo alla città ed alla Principessa Arhiac, padrona di Sinocon e legittima regnante del reame di Opoflop.
Si mormorava, nei lunghi racconti dei viandanti nelle notti di luna, che un tempo il reame avesse vissuto giorni di enorme splendore, fatti di feste e banchetti a cui tutti i dignitari dei paesi vicini facevano a gara per essere invitati.
Ma, da quando la Principessa Arhiac aveva perso il sorriso, le cose erano improvvisamente ed inspiegabilmente mutate.
Ciò che era stato splendore fulgente divenne colore velato di tristi visioni, la popolazione, un tempo assai ricca, si trovò a mietere scarni raccolti che appena bastavano al suo sostentamento e le porte del castello si chiusero mute intorno al segreto che circondava, con un alone di fitto ed impenetrabile mistero, quello stranissimo cambiamento.
Opoflop non fu più meta agognata da tutti, venne così presto dimenticata dalle rotte degli uomini.


