...........................................................................................................................................

L'ombra è l'opposto del sole, ma si nutre di esso.
Un cielo grigio non genera ombre: nessun contrasto, nessun pensiero.


...........................................................................................................................................

martedì 16 febbraio 2016

Campane e invernale #5

Jean Francoise Millet
(L'Angelus)
Ognuno di noi conserva nel proprio cuore il suono delle campane del proprio paese.Un suono che riecheggia in noi ogni volta che sentiamo la voce d'un campanile. Pochi, però, si sono mai addentrati alla scoperta dei suoni delle campane, sul loro significato, sulla loro storia, e perché ognuno di noi le porta nel proprio cuore.
Forse l'arrivo del moderno non concede più il “contatto fisico” con le campane e con i suoi suoni: difatti ormai quasi tutte le chiese anche della nostra unità pastorale hanno tutto computerizzato e per suonare le campane non servono più fatica ed impegno.
Le campane costruite in lega di bronzo, dal VII secolo sino ai giorni nostri producono il caratteristico ed inconfondibile suono e hanno scandito i vari momenti delle nostre giornate. È un richiamo collettivo quello del suono della campana, soprattutto un simbolo di appartenenza.
Con il suono della campana si scandivano i ritmi della vita quotidiana di ogni comunità.
Così si potevano ascoltare i rintocchi dell’alba alla nascita del sole (mattutino), del mezzogiorno (per segnalare la sospensione dei lavori agricoli per mangiare), del vespro all’imbrunire.
I loro rintocchi annunciavano gli atti liturgici: la messa, il rosario, le confessioni, l’innalzamento dell’Ostia e del calice durante i Santus all’interno della stessa Messa.
La campana festeggia la vita e annuncia la morte, con rintocchi lenti e profondi.
E ancora regolavano la vita comune, avvertivano del fuoco e altri tipi di allarme, segnalavano la giusta via ai pellegrini in cammino. Esiste un’ampia antologia di aneddoti di campane che suonavano «a distesa», «a festa», «a doppio», di campane «a martello» e «a stormo», «a fuoco», «a scongiuro», «a tempesta», o «ad acqua bona».
A tutto era legato il suono delle campane, e tutti conoscevano all’udito per qual motivo venissero suonate e con qual significato. Tutte le comunità, persino le più disperse tra i monti, vivevano e crescevano al suono delle campane (stralcio...dalla rete).
 
 
una campana stamane,
all'alba, nel buio,
di cosa sarà, perché?
Silenzi interrotti
da suoni, da voci,
bisbiglia il mattino...
 
Gujil

lunedì 15 febbraio 2016

Nuvole


Nuvole
 
Nuvole, mie nuvole tremende,
 come batte il cuore, rimpianto e mestizia della terra
 nubi, nuvole bianche e silenziose,
 vi guardo all'alba con occhi pieni di lacrime
 e so che in me l'orgoglio e il desiderio,
 la crudeltà e il seme del disprezzo
 intrecciano il giaciglio per un sogno morto,
 e i colori più belli della mia menzogna
 occultarono il vero. Allora abbasso gli occhi
 e sento in me il soffio secco e ardente
 della bufera. Oh come siete tremende,
 custodi del mondo, nuvole! Oh possa
 io dormire, e mi abbracci la notte pietosa.

 Vilna 1935

 Czeslaw Milosz
La poesia come un magico specchio
Traduzione di Valeria Rossella
 
 
Cieli tersi, imbruniti,
qualche traccia di nuvola,
cirri, pecorelle e nembi,
nella mia vita sempre,
sempre...

domenica 14 febbraio 2016

Rispettare il passato

Rispettare il passato
 
 Non serve
 che parli
 del tuo amore passato
 non dirmi
 che il tuo amore passato
 è stato un errore
 nelle notti stellate
 davvero hai camminato
 con l'altro
 piano piano
 lungo le piccole strade
 devi ricordare bene
 la luce della luna
 come l'acqua
 non negare
 il tuo amore passato
 è bellezza
 tutto ciò
 che è fatto
 con cuore sincero
 non si può rinnegare
 in futuro
 non mi lamento
 mia cara
 rispetta il passato
 amami sinceramente

 Wang Guozhen
La marea della giovinezza
Traduzione di Francesca Ferrari e Yu Gong
 
 
passato, presente, passato,
occhi indietro o il suore,
poco importa, sappiamo,
qualcosa dimentichiamo...

sabato 13 febbraio 2016

Invernale #4



casualità imprescindibili i dubbi,
le quote prendono peso;
viste di sbieco le cose
assumono contorni vaghi...
 
Gujil

venerdì 12 febbraio 2016

Lontananza


La lontananza
 
Questo aroma di te/ sale?/scende?/
viene da te?/da me?/in che altro
mi dovrei trasformare?/che altro
di me/dovrei essere/
per sapere/vedere/i frammenti
di mondo che in silenzio unisci?/
così bruci distanze?/
mi restituisci al mio animale?/così
mi dai grandezza/o corpo
che invadi con la tua assenza?/
con il tuo sguardo che
non tornerà al tuo occhio/già febbre
senz’altro padrone che il cammino?/
sei qui/è come dire/tutto è qui/
il vuoto e l’unione/e tu/e la
disordinata solitudine/
 
Juan Gelman
traduzione  Laura Branchini
 
 

lontananza
sostantivo femminile
[der. di lontano]
- TRECCANI -
 
1. a.- L’essere, il trovarsi lontano, cioè a lunga o relativamente lunga distanza, di un luogo da altro luogo o da un punto di riferimento: la costa era poco visibile per la l.; comparve una figura, che, per la l. (o per la l. dal luogo dove mi trovavo), non riuscivo a distinguere nettamente; segnali di l., in marina, v. segnale; anche, posizione lontana: come facevo a riconoscerlo, da (o a o in) quella lontananza?; e come locuz. avv., in lontananza, in un punto lontano: guardare, vedere, mostrare in l.; una nave finalmente apparve in l.; era tutto buio ed in l., nel cielo, riflessi rossi dei villaggi che bruciavano (Mario Rigoni Stern). In queste accezioni, l’uso del termine concorre con il sinon. distanza.
b.- Al plurale, nell’uso letterale, luoghi lontani, sfondo di paesaggio, e similitudini: vedute di sfuggita, passando, lontananze verdi (De Amicis); anche come oggetto di rappresentazione pittorica: un paesaggio ampio, con lontananze sfumate.
c.- L’esser lontano nel tempo: la lontananza del pericolo acqueta i timori; vedere le cose in lontananza, prevedere il loro svolgersi a distanza di tempo; poetico, al plurale: m’affondo nelle lontananze Del tempo (A. Negri).  
2. - Con riferimento a persona, il fatto e la condizione d’esser lontano (e s’intende in genere da casa, dal paese, dalla famiglia o da una persona amata): tornò dopo una lunga l.; tanti anni di l. non l’avevano per nulla invecchiato; egli è il vero che, par la l. di mio marito non potendo io agli stimoli della carne né alla forza d’amor contrastare, ... a divenire innamorata mi sono lasciata trascorrere (Boccaccio); la l. di Renzo, senza nessuna probabilità di ritorno, ... le parve ora una disposizione della Provvidenza (Manzoni); anche, il tempo, il periodo in cui si è lontani (come sinon. del più com. assenza): molte cose erano cambiate durante la mia l. dalla città; volle essere informato su ciò che era avvenuto durante la sua l.; componimento di l., poesia che ha per argomento la sofferenza del poeta, lontano dalla persona amata. Più spesso, e con uso più proprio, con allusione ai sentimenti provocati dalla separazione: soffriva per la l. dei suoi, o per la l. dalla famiglia, da casa, dal proprio paese.  
 

lontano, lontano...,
quante volte, quante frasi,
nel silenzio del saluto
la potenza di un addio...

giovedì 11 febbraio 2016

Le Ceneri

L'origine del Mercoledì delle ceneri è da ricercare nell'antica prassi penitenziale. Originariamente il sacramento della penitenza non era celebrato secondo le modalità attuali.
Il liturgista Pelagio Visentin sottolinea che l'evoluzione della disciplina penitenziale è triplice: "da una celebrazione pubblica ad una celebrazione privata; da una riconciliazione con la Chiesa, concessa una sola volta, ad una celebrazione frequente del sacramento, intesa come aiuto-rimedio nella vita del penitente; da una espiazione, previa all'assoluzione, prolungata e rigorosa, ad una soddisfazione, successiva all'assoluzione".
La celebrazione delle ceneri nasce a motivo della celebrazione pubblica della penitenza, costituiva infatti il rito che dava inizio al cammino di penitenza dei fedeli che sarebbero stati assolti dai loro peccati la mattina del giovedì santo.
Nel tempo il gesto dell'imposizione delle ceneri si estende a tutti i fedeli e la riforma liturgica ha ritenuto opportuno conservare l'importanza di questo segno.
La teologia biblica rivela un duplice significato dell'uso delle ceneri.
1 - Anzitutto sono segno della debole e fragile condizione dell'uomo. Abramo rivolgendosi a Dio dice: "Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere..." (Gen 18,27). Giobbe riconoscendo il limite profondo della propria esistenza, con senso di estrema prostrazione, afferma: "Mi ha gettato nel fango: son diventato polvere e cenere" (Gb 30,19).
In tanti altri passi biblici può essere riscontrata questa dimensione precaria dell'uomo simboleggiata dalla cenere (Sap 2,3; Sir 10,9; Sir 17,27).
2 - Ma la cenere è anche il segno esterno di colui che si pente del proprio agire malvagio e decide di compiere un rinnovato cammino verso il Signore.
Particolarmente noto è il testo biblico della conversione degli abitanti di Ninive a motivo della predicazione di Giona: "I cittadini di Ninive credettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono il sacco, dal più grande al più piccolo. Giunta la notizia fino al re di Ninive, egli si alzò dal trono, si tolse il manto, si coprì di sacco e si mise a sedere sulla cenere" (Gio 3,5-9). Anche Giuditta invita invita tutto il popolo a fare penitenza affinché Dio intervenga a liberarlo: "Ogni uomo o donna israelita e i fanciulli che abitavano in Gerusalemme si prostrarono davanti al tempio e cosparsero il capo di cenere e, vestiti di sacco, alzarono le mani davanti al Signore" (Gdt 4,11).
La semplice ma coinvolgente liturgia del mercoledì delle ceneri conserva questo duplice significato che è esplicitato nelle formule di imposizione: "Ricordati che sei polvere, e in polvere ritornerai" e "Convertitevi, e credete al Vangelo".
Adrien Nocent sottolinea che l'antica formula (Ricordati che sei polvere...) è strettamente legata al gesto di versare le ceneri, mentre la nuova formula (Convertitevi...) esprime meglio l'aspetto positivo della quaresima che con questa celebrazione ha il suo inizio.
Lo stesso liturgista propone una soluzione rituale molto significativa: "Se la cosa non risultasse troppo lunga, si potrebbe unire insieme l'antica e la nuova formula che, congiuntamente, esprimerebbero certo al meglio il significato della celebrazione: "Ricordati che sei polvere e in polvere tornerai; dunque convertiti e credi al Vangelo".
Il rito dell'imposizione delle ceneri, pur celebrato dopo l'omelia, sostituisce l'atto penitenziale della messa; inoltre può essere compiuto anche senza la messa attraverso questo schema celebrativo: canto di ingresso, colletta, letture proprie, omelia, imposizione delle ceneri, preghiera dei fedeli, benedizione solenne del tempo di quaresima, congedo.
Le ceneri possono essere imposte in tutte le celebrazioni eucaristiche del mercoledì ma sarà opportuno indicare una celebrazione comunitaria "privilegiata" nella quale sia posta ancor più in evidenza la dimensione ecclesiale del cammino di conversione che si sta iniziando.
Enrico Beraudo, dalla rete
 
 
mestizia e credo, non credenza,
le Ceneri e la polvere,
qualcosa di mistico, in fondo,
lo abbiamo un po' tutti
 
Gujil
 

  
Mercoledì delle Ceneri
 
Perch’i’ non spero più di ritornare
 Perch’i’ non spero
 Perch’i’ non spero più di ritornare
 Desiderando di questo il talento e dell’altro lo scopo
 Non posso più sforzarmi di raggiungere
 Simili cose (perché l’aquila antica
 Dovrebbe spalancare le sue ali?)
 Perché dovreí rimpiangere
 La svanita potenza del regno consueto?
Poi
 che non spero più di conoscere
 La gloria incerta dell’ora positiva
 Poi che non penso più
 Poi che ormai so di non poter conoscere
 L’unica vera potenza transitoria
 Poi che non posso bere
 Là dove gli alberi fioriscono e le sorgenti sgorgano, perché non c’è più nulla
Poi che ora so che il tempo è sempre il tempo
 E che lo spazio è sempre ed è soltanto spazio
 E che ciò che è reale lo è solo per un tempo
 E per un solo spazio
 Godo che quelle cose siano come sono
 E rinuncio a quel viso benedetto
 E rinuncio alla voce
 Poi che non posso sperare di tornare ancora
 Di conseguenza godo, dovendo costruire qualche cosa
 Di cui allietarmi
E prego Dio che abbia pietà di noi
 E prego di poter dimenticare
 Queste cose che troppo
 Discuto con me stesso e troppo spiego
 Poi che non spero più di ritornare
 Queste parole possano rispondere
 Di ciò che è fatto e non si farà più
 Verso di noi il giudizio non sia troppo severo
E poi che queste ali più non sono ali
 Atte a volare ma soltanto piume
 Che battono nell’aria
 L’aria che ora è limitata e secca
 Più limitata e secca della volontà
 Insegnaci a aver cura e a non curare
 Insegnaci a starcene quieti.
Prega per noi peccatori ora e nell’ora della nostra morte
 Prega per noi ora e nell’ora della nostra morte.
II
 Signora, tre leopardi bianchi giacevano sotto un ginepro
 Nella frescura del giorno, nutriti a sazietà
 Delle, mie braccia e del mio cuore e del mio fegato e di quanto
 Era stato contenuto nel cavo rotondo del mio cranio. E Dio disse
 Vivranno queste ossa? vivranno
 Queste ossa? E tutto quanto era stato contenuto
 Nelle ossa (che già erano aride) disse stridendo
 Per la bontà di questa Signora
 E, per la sua grazia, e perché
 Ella onora la Vergine in meditazione
 , Noi risplendiamo con tanta lucentezza. E io che sono
 Qui dismembrato offro all’oblìo le mie gesta, e il mio amore
 Alla posterità del deserto e al frutto della zucca.
 E’ questo che ristora
 Le mie viscere le fibre dei miei occhi e le porzioni indigeste
 Che i leopardi rifiutano. La Signora si è ritirata
 In una bianca veste, alla contemplazione, in una bianca veste.
 Che la bianchezza dell’ossa espii fino all’oblìo.
 In esse non c’è vita. E come io sono dimenticato e vorrei essere
 Dimenticato, così vorrei dimenticare
 Consacrato in tal modo, ben saldo nel proposito. E Dio disse
 Profetizza al vento, al vento solo perché
 Il vento solo darà ascolto. E le ossa cantarono stridendo
 Col ritornello della cavalletta, dicendo
Signora dei silenzi
 Quieta e affranta
 Consunta e più integra
 Rosa della memoria
 Rosa della dimenticanza
 Esausta e feconda
 Tormentata che doni riposo
 La Rosa unica
 Ora è il giardino
 Dove ogni amore finisce
 Terminato il tormento
 Dell’amore insoddisfatto
 Più grande tormento
 Dell’amore soddisfatto
 Fine dell’ínfinito
 Viaggio verso il nulla
 Conclusione di tutto ciò
 Che non può essere concluso
 Linguaggio senza parola
 E parola di nessun linguaggio
 Grazia alla Madre
 Per il Giardino
 Dove tutto l’amore finisce.
Sotto un ginepro le ossa cantarono, disperse e rilucenti
 Noi siamo liete d’essere disperse, poco bene facernmo l’una all’altra,
 Nella frescura del giorno sotto un albero, con la benedizione della sabbia,
 Dimenticando noi stesse e l’un l’altra, unite
 Nella serenità del deserto. Questa è la terra che voi
 Spartirete. E né divisione né unione
 Hanno importanza. Questa è la terra. Ecco, abbiamo la nostra eredità.
III
 Là dalla prima rampa della seconda scala
 Mi volsi e vidi in basso
 La stessa forma avvinta alla ringhiera
 Sotto la nebbia nell’aria fetida
 In lotta col demonio delle scale
 Dall’ingannevole volto della speranza e della disperazione.
Alla seconda rampa della seconda scala
 Li lasciai avvinghiati, volti in basso;
 Non v’erano più volti e la scala era oscura,
 Scheggiata ed umida, come la bocca guasta
 E bavosa di un vecchio, o la gola dentata di un antico squalo.
Là sulla prima rampa della terza scala
 Una finestra a inferriata con il ventre gonfìo
 Come quello di un fico e al di là
 Del biancospino in fìore e della scena agreste
 Quella figura dalle spalle ampie vestita in verde e azzurro
 Affascinava il maggio con un flauto antico.
 Sono dolci le chiome arruffate, le chiome brune arruffate sulla bocca,
 Lillà e chiome brune;
 Lo sgomento, la musica del flauto, le pause e i passi della mente sulla terza scala,
 Svaniscono, svaniscono; al di là della speranza e al di là della disperazione
 La forza sale sulla terza scala.
Signore, non son degno
 Signore, non son degno
 ma di’ una sola parola.
IV
 Colei che camminò fra viola e viola
 Che camminò
 Fra i diversi filari del variato verde
 In bianco e azzurro procedendo, colori di Maria,
 Parlando di cose banali
 In ignoranza e scienza del dolore eterno
 Che mosse in mezzo agli altri che già stavano andando
 Che allora fece forti le fontane e fresche le sorgenti
Rese fredda la roccia inaridita e solida la sabbia
 In blu di speronella, blu del colore di anni Maria,
 Sovegna vos
Ecco gli anni che passano in mezzo, portando
 Lontano i violini e i flauti, ravvivando
 Una che muove nel tempo fra il sonno e la veglia, che indossa
Luce bianca ravvolta, di cui si riveste, ravvolta.
 Passano gli anni nuovi ravvivano
 Con una splendida nube di lacrime, gli anni, ravvivano
 La rima antica con un verso nuovo. Redimi
 Il tempo. Redimi
 La visione non letta nel sogno più alto
 Mentre unicorni ingioiellati traggono il catafalco d’oro.
La silenziosa sorella velata in bianco e azzurro
 Fra gli alberi di tasso, dietro il dio del giardino,
 Il cui flauto tace, piegò la testa e fece un cenno ma non parlò parola
Ma la sorgente zampillò e l’uccello cantò verso la terra
 Redimi il tempo, redimi il sogno
 La promessa del verbo non detto e non udito
Finché il vento non scuota mille bisbigli dal tasso
E dopo questo nostro esilio
V
 Se la parola perduta è perduta, se la parola spesa è spesa
 Se la parola non detta e non udita
 E’ non udita e non detta,
 Sempre è la parola non detta, il Verbo non udito,
 Il Verbo senza parola, il Verbo
 Nel mondo e per il mondo;
 E la luce brillò nelle tenebre e
 Il mondo inquieto contro il Verbo ancora
 Ruotava attorno al centro del Verbo silenzioso
.
0 mio popolo, che cosa ti ho fatto.
Dove ritroveremo la parola, dove risuonerà
 La parola? Non qui, che qui il silenzio non basta
 Non sul mare o sulle isole, né sopra
 La terraferma, nel deserto o nei luoghi di pioggia,
 Per coloro che vanno nella tenebra
 Durante il giorno e la notte
 Il tempo giusto e il luogo giusto non sono qui
 Non v’è luogo di grazia per coloro che evitano il volto
 Non v’è tempo di gioire per coloro che passano in mezzo al rumore e negano la voce
Pregherà la sorella velata per coloro
 Che vanno nelle tenebre, per coloro che ti scelsero e si oppongono
 A te, per coloro che sono straziati sul corno fra stagione e stagione, tempo e ternpo, Fra ora e ora, parola e parola, potenza e potenza, per coloro che attendono
 Nelle tenebre? Pregherà la sorella velata
 Per i fanciulli al cancello
 Che non lo varcheranno e non possono pregare:
 Prega per coloro che ti scelsero e ti si oppongono
0 mio popolo, che cosa ti ho fatto.
Pregherà la sorella velata fra gli alberi magri di tasso
 Per coloro che l’offendono e sono
 Terriffcati e non possono arrendersi
 E affermano di fronte al mondo e fra le rocce negano
 Nell’ultimo deserto e fra le ultime rocce azzurre
 Il deserto nel giardino il giardino nel deserto
 Della secchezza, sputano dalla bocca il secco seme di mela.
0 mio popolo.
VI
Benché non speri più di ritornare
 Benché non speri
 Benché non speri di ritornare
A oscillare fra perdita e profitto
 in questo breve transito dove i sogni si incrociano
 Il crepuscolo incrociato dai sogni fra nascita e morte
 (Benedicimi padre) sebbene non desideri più di desiderare queste cose
 Dalla fìne finestra spalancata verso la riva di granito
 Le vele bianche volano ancora verso il mare, verso il mare volano
 Le ali non spezzate
E il cuore perduto si rinsalda e allieta
 Nel perduto lillà e nelle voci del mare perduto
 E Io spirito fragile s’avviva a ribellarsi
Per la ricurva verga d’oro e l’odore del mare perduto
 S’avviva a ritrovare
 Il grido della quaglia e il piviere che ruota
 E l’occhio cieco crea
 Le vuote forme fra le porte d’avorio
 E l’odore rinnova il sapore salmastro della terra sabbiosa
 Questo è il tempo della tensione fra la morte e la nascita
 Il luogo della solitudine dove tre sogni s’incrociano
 Fra rocce azzurre
 Ma quando le voci scosse dall’albero di tasso si partono
 Che l’altro tasso sia scosso e risponda.
 Sorella benedetta, santa madre, spirito della fonte,. spirito del giardino
 Non permettere che ci si irrida con la falsità
 Insegnaci a aver cura e a non curare
 Insegnaci a starcene quieti
 Anche fra queste rocce,
 E’n la Sua volontarie è nostra pace
 E anche fra queste rocce
 Sorella, madre
 E spirito del fiume, spirito del mare,
 Non sopportare che io sia separato
E a Te giunga il mio grido.
 
Thomas Stearns Eliot

mercoledì 10 febbraio 2016

Poesia e invernale


Ora è il tempo di entrare nell'inverno.
Sfiammata la stellata,
è la via battuta dai tordi,
dai tempestosi suoni dei colombi,
dai soffi delle tortore
che si ripetono al mondo.
Batteranno ore e ore alla torre
di un borgo, senza alcuno a
svegliarsi, senza l'alba
protetta da un chiamare.

Ora vieni, che è inverno,
scendi con noi a distendere ossa
dissaldate dal freddo,
il sangue morto dell'anima idraulica
sì che si svegli il soffio. O scenda immane,
doppia e senza fiammella, un altra pace.
 
Daniele Piccini
Inizio fine
  
 
speriamo di uscire dall'inverno,
questo grigio mi deprime,
la pioggia mi scaglia a sasso
in cupi pensieri di buio...

martedì 9 febbraio 2016

Invernale #3


indecisi, attimi, molecole,
le strane sensazioni approdano
in lunghi, lunghissimi istanti;
le gocce di pioggia,
i vetri bagnati,
il freddo e sottile pensare...
 
Gujil

lunedì 8 febbraio 2016

Profondo


Alessandro Andreuccetti
 Nel-profondo-della-foresta
Nel profondo
 
Dentro l’anima mia, dove ruina
Il fondo e il cieco abisso si spalanca,
Quando la notte in ciel siede regina

Suona una voce dolorosa e stanca;

E un vasto e sordo fremere di pianti
Sale pel bujo che s’addensa quivi;
Come un fiotto d’ignude anime erranti.

Come un lamento di sepolti vivi;

E sospiri pel negro aer travolti,
E fioche voci dai singhiozzi rotte:
Son l’anime dei morti e dei sepolti

Che si destan piangendo a mezzanotte.
 
Arturo Graf
 
 
profondo
[pro-fón-do] - dizionario Hoepli
 
A aggettivo
1 - Caratterizzato da una notevole distanza tra la superficie e il fondo: mare profondo; una cavità profonda
2 - estens. Che penetra molto all'interno sia in verticale, sia in orizzontale: un taglio profondo; un'insenatura profonda || Respiro profondo, con cui si immette nei polmoni una notevole quantità di aria || Sguardo profondo, penetrante o rivelatore di un'intensa vita interiore || Voce profonda, di tono grave
3 - fig. Molto intenso: sonno profondo; blu profondo; buio profondo. || Di sentimento molto radicato e intenso: amore profondp; profondo rispetto || Silenzio profondo, assoluto
4 - Della parte più interna o più meridionale di un territorio: le profonde steppe dell'impero russo; il profondo sud
5 - fig. Non superficiale, approfondito; vasto, articolato: profonda cultura
6 - Musica: Di tono grave: basso profondo
7 - ant. Difficilmente comprensibile, oscuro.
B avverbio
raro, lett. In modo profondo: scavare profondo; parlare profondo.
C sostantivo maschile
1 - La parte più interna e più fonda di qualcosa: nel prosondo del mare; nel profondo della giungla; fig. Dal profondo del cuore || raro Nel suo profondo, nell'intimo.
2 - Psicologia. Inconscio: gli impulsi del profondo.   
 
dentro di me, di noi,
qualcosa, qualcuno;
dentro di noi, di me si fa strada,
rassegnata condizione,
io so, noi sappiamo...

domenica 7 febbraio 2016

Estasi

Michelangelo Merisi "Il Caravaggio"
Maddalena in estasi
 

Estasi
 
Nei tuoi pensieri tutto il giorno, tu nei miei.
Gli uccelli cantano al riparo di un albero.
Sopra la preghiera della pioggia, un blu sterminato,
non il paradiso, che non va da nessuna parte, senza fine.
Perché mai le nostre vite si allontanano
da noi stesse, mentre rimaniamo intrappolate nel tempo,
in fila verso la morte? Sembra che nulla possa mutare
lo schema dei nostri giorni, alterare la rima
data da lutto in assonanza con diletto.
Poi sopraggiunge l’amore come un volo lesto di uccelli
dalla terra al paradiso dopo la pioggia. Un tuo bacio,
rievocato, sfila, come fossero perle, questa catena di parole.
Cieli immensi ci congiungono, unendo qui a lì.
Desiderio e passione nell’aria che pensa.
 
Carol Ann Duffy
Lo splendore del tempio. Poesie d’amore
Traduzione di Floriana Marinzuli e Bernardino Nera

 

Salvatore Rizzuti
Estasi 2
quante estasi, quante gioie!
liberi nel giovanile impeto,
soli con la propria persona;
infine un suono, sempre...
 

estasi 

Nel significato più generico, stato di isolamento e d’innalzamento mentale dell’individuo assorbito in un’idea unica o in un’emozione particolare; più propriamente, nella mistica, il rapimento dell’anima in diretta comunicazione con il soprannaturale.
Come esperienza mistico-religiosa, l’estasi si ritrova in tutti gli stadi culturali; nelle società tribali può avere parte nelle cerimonie d’iniziazione e viene per lo più provocata con mezzi fisici e meccanici.

filosofia
Un ruolo importante assume l’estasi nella filosofia alessandrina e nella filosofia neoplatonica, soprattutto in Plotino, per il quale l’estasi è l’atto semplice e intuitivo con cui l’anima, abbandonati le forme e gli intelligibili che ha in sé, ritorna alla ‘patria celeste’ e si unisce all’Uno, uscendo da sé.
Attraverso le opere di Dionigi l’Areopagita, la concezione neoplatonica dell’estasi, cristianizzata e identificata con il più alto grado dell’ascesa mistica a Dio, si ritrova nei mistici medievali (s. Bernardo, Ugo e Riccardo di S. Vittore, s. Bonaventura, Eckhart Hochheim e J. Tauler), e in autori rinascimentali, come G. Bruno che fa dell’estasi la meta ultima del processo filosofico ed etico (➔ misticismo).

psicologia
In psichiatria, più o meno impropriamente, spesso sono denominate estasi, per la similitudine dei loro caratteri esteriori, manifestazioni accessionali stuporose che possono osservarsi in soggetti nevrotici (isterici, mitomani) o psicotici (schizofrenici, paranoici).
enciclopedia TRECCANI