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L'ombra è l'opposto del sole, ma si nutre di esso.
Un cielo grigio non genera ombre: nessun contrasto, nessun pensiero.


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venerdì 22 agosto 2014

Gabbia e leone

La gabbia
è un oggetto, spesso di metallo o di legno limitante parzialmente o totalmente la libertà di animali in generale.
Struttura di forma e dimensioni svariate, di metallo o di legno, costituita generalmente da un telaio, che sostiene una trama a sbarre, nella quale si tengono rinchiusi mammiferi, uccelli o altri animali, in cattività.
Le dimensioni, i materiali e gli accessori all'interno della gabbia dipendono dal numero e dal tipo di animali che si trovano in essa.
Le gabbie trovano impiego anche nella caccia, per contenere gli uccelli che debbono servire da richiamo.
Questo tipo di caccia è permessa in Italia solo in particolari condizioni, regolamentate strettamente dalla legge
(Wikipedia e TRECCANI).


La gabbia con il leone

Il leone è colui che emana fiori di sangue,
baffuto Maupassant, la morte con la criniera,
inspira col respiro le belle donne oltre le sbarre
e lecca la soave durezza dei loro ventri.

I loro capelli fluttuano attraverso il ferro,
i loro fianchi si muovono, tremanti,
le loro dita nella criniera, come in un bosco,
sono camosci pavidi, goccioline amare,

le gole di cristallo, gli occhietti
fumosi, le lingue vivaci...
S'intreccia un dolce sospiro nella criniera,
urlano le leonesse, impallidiscono i giovani.


Traduzione di Paolo Galvagni
Bu-Ba-Bu, L'ironia e la parodia della poesia ucraina

Viktor Neborak



Eugene Delacroix, Testa di un leone
 



fiere nel verde
 e nel marrone;
una tigre
uccisa,
un elefante
divelto:
un mondo così
cos'è?..

giovedì 21 agosto 2014

Gange


Quello che volevo dire
e che non ho detto
era solo questo:
Attraverso la mia porta
davanti agli occhi
ho visto mille volte
l’universo eterno.
L’eterna intelligenza dello sconosciuto
ogni giorno in tanta semplicità
ha riempito l’intimo del cuore:
non so se potrò dire con parole semplici
questa verità.
Risuona il canto della nuda terra
sotto l’ombra solitaria del gelso:
sull’altra sponda del fiume
ara il contadino la ripida riva:
volano via le anitre dalla spiaggia sabbiosa
senza erba e senza gente.
Le acque stanche del fiume dimesso
come occhio spento e mezzo attento
chissà se vanno o sono ferme.
Da molto tempo segnata da impronte di piedi,
la strada, amica del raccolto,
cammina tortuosa lungo i campi:
corre una parentela tra la capanna e il fiume.
quante volte il poeta ha contemplato
tutte queste immagine,
questo villaggio alla luce di marzo,
quella terra desolata, quel traghetto,
quella linea azzurra del fiume,
in quel lontano seno di sabbia
presso le acque solitarie
nel luogo del mercato,
quel bisbiglio serrato,
solo questo guardare,
questo camminare sulla strada,
questa luce, questa aria,
questo fuggire improvviso di nubi
sulla corrente del fiume,
il cammino silenzioso delle ombre:
il cuore ha cercato di vedere
quello che nelle gioie e nelle pene
a più riprese lo ha reso perfetto.

Sul Gange, 19 febbraio 1916
da "Stormi nel cielo"
Rabindranath Tagore

fiume come percorso,
verso un lago, poi il mare;
ricordi legate alle brezze,
sartie e gomene che stirano
voglie di barche legate...


Gange (sanscr. e indost. Gaṅgā) - enciclopedia TRECCANI 
Fiume dell’India e del Bangladesh (2700 km). Il suo bacino (circa 1 milione di km2) ha per limiti a N le cime più alte della catena himalaiana, a S i monti Vindhya che formano l’orlo settentrionale del Deccan. A Ovest una bassa soglia (277 m s.l.m.) lo distingue dal bacino dell’Indo e a Est si fonde, nel Bangladesh, con quello del Brahmaputra. Esso poi include per gran parte un’ampia pianura alluvionale, creata dal fiume e dai suoi affluenti.
Il G. nasce dai ghiacciai nella regione himalaiana, a oltre 4500 m s.l.m. sul versante N del Monte Gangotri. Ha nome Bhagirathi nella sezione più alta, in cui scorre veloce e con alveo fortemente inclinato o accidentato da rapide in cui si versano grossi affluenti alimentati da numerosi ghiacciai. Ma a Haridwar (dopo 300 km ca.) è già a 320 m di quota e sbocca in pianura. Qui prende una direzione complessiva verso SE – che a Benares diventa verso E – e la conserva fino alla regione del Bengala. In pianura il fiume si ingrossa rapidamente per gli apporti di numerosi notevoli affluenti himalaiani, che sono anche essi alimentati quasi tutti da ghiacciai: per es. i fiumi Gandak e Sun Kosi, che scendono dalle montagne nepalesi. Molto meno rilevanti gli affluenti di destra. Appartiene però a questi il più lungo di tutti, lo Yamuna, che si getta nel G. ad Allahabad. Il regime del G. ha forti piene primaverili causate dallo scioglimento delle nevi, portate riguardevoli e stabili in estate per le abbondanti piogge dovute ai monsoni (portata media aBenares 7700, a Bhagalpur 12.500 m3/s), magre in inverno, durante le quali tuttavia il fiume è ancora largo a Benares 430 m, e profondo quasi 20. Nella regione del Bengala, il G. inclina di nuovo a SE, dividendosi in numerosi rami. Quello maggiore incontra, 70 km a O di Dhaka, il Brahmaputra e forma con esso un unico corso d’acqua denominato Padma. Questo, 100 km più a valle sfocia in mare, dando luogo al delta-estuario del G.-Brahmaputra che si estende per ca. 75.000 km2. La quantità di sedimenti scaricati in mare dall’insieme dei due corsi d’acqua è valutato di molto superiore a un milione di t al giorno; l’interazione tra le correnti fluviali e quelle di marea ha così determinato la costruzione dell’intero apparato deltizio e la sua attiva progradazione verso mare. 
Le forti portate estive del G. sono usate largamente per irrigazioni (Upper Ganges Canal, aperto nel 1854, che dà acqua a 3900 km2; Lower Ganges Canal, aperto nel 1878, che distribuisce acqua a 3320 km2). Il fiume naturalmente è navigato su ampia scala per quasi 2200 km (la navigazione inizia 80 km a valle di Hardwar), ed è solcato soprattutto da imbarcazioni, anche di grandi dimensioni, che scendono verso Calcutta con prodotti agricoli (grano, cotone, canna da zucchero) e salgono verso monte con manufatti e riso. Ma lo costeggiano anche per gran parte del corso dense maglie di ferrovie e presso le sue rive o quelle dei suoi maggiori affluenti sono sorte innumerevoli città, fra cui molte notevolmente popolate (tra le altre, Calcutta, Delhi, Kanpur).  
archeologia
Nella valle del G. datano dal 9000 al 3000 a.C. insediamenti di cacciatori-raccoglitori e necropoli relative a nuclei abitativi, con sepolture e corredi assai semplici. Insediamenti con ceramica e strumenti di rame sono piuttosto tardi (2000-800 a.C., Chirand). Nel Doab, popolatosi nel corso del 2° millennio a.C., compaiono villaggi tardoharappani (Hulas, Alamgirpur, Baragon, Lal Qila), dove sono stati rinvenuti oggetti di rame. Nel corso del 1° millennio a.C. si verificò una grande espansione degli insediamenti (Shravasti, Kaushambi, Bitha, Ramchaura, Vaishali, Manjhi, Rajghat). Una nuova classe ceramica (Painted Grey Ware) caratterizza i villaggi stanziali del Doab dall’8° secolo, mentre la Northern Black Polished Ware è presente fino al 1° sec. a.C. (Shravasti, Ayodhya, Kaushambi, Rajghat). Alcuni di questi villaggi furono probabilmente centri dominanti, accresciuti ulteriormente nel 4° e 3° sec. a.C., sfociando nella formazione del primo impero del subcontinente a opera della dinastia dei Maurya: ne sono testimonianza editti incisi su colonne o sulla roccia, colonne con iscrizioni rivolte alle comunità monastiche (Sarnath, Kaushambi, Delhi, Rampurva). Altri centri urbani di grande importanza sono Bitha, Rajgir, Champa, Vaishali; nel Bengala occidentale e nel Bangladesh le città principali sono Tamluk, Mangalkot e Mahastangarh. L’autonomia raggiunta tra 2° e 1° sec. a.C. da molti centri urbani è testimoniata da emissioni monetarie indipendenti e da opere di fortificazione. In età Kushana la cultura urbana raggiunse il massimo splendore (capitali di Peshawar e Mathura). Lo sviluppo dell’arte è documentato dai templi e dalle sculture rinvenute nei siti di Mathura, Sonkh, Sanghol e Shravasti.
religione
Il G. è il primo dei fiumi sacri dell’India, considerato donatore di prosperità e fecondità, e grande purificatore. Divinizzato in figura femminile, è identificato con Pārvatī e con altre forme della Grande dea e appellato come «madre Gaṅgā». Quale fiume scorreva dapprima in cielo e la sua discesa sulla terra costituisce il tema di un famoso racconto leggendario. Il G., sulle cui rive abitano molti anacoreti, è oggetto di culto, con templi e immagini (è rappresentato o con una figura in parte donna e in parte pesce e come donna seduta su un mostro acquatico). È meta dei pellegrinaggi di immense folle, soprattutto in occasione di feste periodiche e in alcuni mesi dell’anno. Il culto, caratterizzato da sacrifici gettati nell’acqua e dall’offerta dei capelli, è amministrato da brahmani specializzati, detti figli del G. Anche l’incinerazione dei morti avviene di preferenza sulle rive del G.; le ceneri di coloro che muoiono lontani vengono spedite per esser sparse nel fiume.

mercoledì 20 agosto 2014

A thousand years


una bella canzone,
il video ufficiale
(molto suggestivo)
e una versione studio
(molto ricercata);
lei...
una bella voce,
il testo...
una bella intensità...
buon ascolto!

 
A thousand years

Heart beats fast
Colors and promises

How to be brave
How can I love when I'm afraid to fall

But watching you stand alone
All of my doubt suddenly goes away somehow

One step closer

I have died everyday waiting for you
Darling don't be afraid I have loved you
For a thousand years
I'll love you for a thousand more

Time stands still
Beauty in all she is
I will be brave
I will not let anything take away
What's standing in front of me
Every breath
Every hour has come to this
One step closer

I have died everyday waiting for you
Darling don't be afraid I have loved you
For a thousand years
I'll love you for a thousand more
And all along I believed I would find you
Time has brought your heart to me
I have loved you for a thousand years
I'll love you for a thousand more

One step closer
One step closer

I have died everyday waiting for you
Darling don't be afraid I have loved you
For a thousand years
I'll love you for a thousand more
And all along I believed I would find you
Time has brought your heart to me
I have loved you for a thousand years
I'll love you for a thousand more

Christina Perri

 

Mille anni

Il cuore batte veloce
Colori e promesse
Come essere coraggiosi?
Come posso amare se ho paura di cadere?
Ma guardandoti stare da solo
Tutti i miei dubbi all’improvviso
svaniscono in qualche modo
Un passo più vicina...
Sono morta ogni giorno aspettandoti
Tesoro, non aver paura
Ti ho amato per mille anni
E ti amerò per altri mille
Il tempo resterà fermo e
la bellezza resterà in tutto quello che lei è
Sarò coraggiosa
Non lascerò che nulla porti via
Quello che adesso ho davanti a me
Ogni respiro, ogni ora che ha portato a questo
a farmi essere un passo più vicina...
Sono morta ogni giorno aspettandoti
Tesoro, non aver paura
Ti ho amato per mille anni
E ti amerò per altri mille
E per tutto il tempo ho creduto
Che ti avrei trovato
Il tempo ha portato il tuo cuore da me
Ti ho amato per mille anni
E ti amerò per altri mille
un passo più vicina...
un passo più vicina...
Sono morta ogni giorno aspettandoti
Tesoro, non aver paura
Ti ho amato per mille anni
E ti amerò per altri mille
E per tutto il tempo ho creduto
Che ti avrei trovato
Il tempo ha portato il tuo cuore da me
Ti ho amato per mille anni
E ti amerò per altri mille


martedì 19 agosto 2014

Maternità


''Aspettando'', quei quadri che raccontano la maternità
Gino Severini, Maternità


chissà domani?
le grige piogge,
il sole a
singhiozzo,
madri lontane... 


maternità 
enciclopedia TRECCANI
Il periodo della vita della donna dall’inizio della gestazione fino all’allevamento del neonato. Per la tutela della m. delle donne lavoratrici.
Nel contesto delle tecniche di fecondazione assistita, si parla di m. surrogata (o sostitutiva) quando, al fine di portare a termine una gravidanza, una donna: 
a) cede il proprio utero (madre portante o madre gestazionale) per accogliere un ovocita fecondato proveniente da un’altra donna (madre genetica);  
b) cede al tempo stesso sia l’ovocita sia l’utero (madre genetica e gestazionale).
Nel primo caso, l’ovulo estratto dalla donna e fecondato in vitro con il seme del marito viene impiantato nell’utero di un’altra donna, che dopo il parto si impegna a consegnare il figlio ai genitori genetici e committenti. 
Nella seconda ipotesi, invece, si feconda, in vivo o in vitro, l’ovocita della stessa donna che porterà avanti la gravidanza, partorirà il bambino e lo consegnerà dopo la nascita alla coppia committente (padre genetico e madre sociale, o genitori sociali, nell’ipotesi in cui anche il gamete maschile derivi da un donatore anonimo estraneo alla coppia). 


Maternità
 
Io sento, dal profondo, un'esile voce chiamarmi:
sei tu, non nato ancora, che vieni nel sonno a destarmi?
 
O vita, o vita nova!... le viscere mie palpitanti
trasalgono in sussulti che sono i tuoi baci, i tuoi pianti:
 
tu sei l'Ignoto. - Forse pel tuo disperato dolore
ti nutro col mio sangue, e formo il tuo cor col mio core;
 
pure io stendo le mani con gesto di lenta carezza,
io rido, ebbra di vita, a un sogno di forza e bellezza:
 
t'amo e t'invoco, o figlio, in nome del bene e del male,
poi che ti chiama al mondo la sacra Natura immortale.
 
E penso a quante donne, ne l'ora che trepida avanza,
sale dal grembo al core la stessa devota speranza!...
 
Han tutte ne lo sguardo la gioia e il tremor del mistero
ch'apre il loro seno a un essere novello di carne e pensiero.
 
Urne d'amore, in alto su l'uomo e la fredda scienza,
come su altar, le pone del germe l'inconscia potenza.
 
È sacro il germe: è tutto: la forza, la luce, l'amore:
sia benedetto il ventre che il partorirà con dolore.
 
Oh, per le bianche mani cucenti le fascie ed i veli
mentre negli occhi splende un calmo riflesso dei cieli:
 
pei palpiti che scuoton da l'imo le viscere oscure
ove, anelando al sole, respiran le vite future:
 
per l'ultimo martirio, per l'urlo de l'ultimo istante,
quando il materno corpo si sfascia, di sangue grondante:
 
pel roseo bimbo ignudo, che nasce - miserrima sorte... -
su letto di tortura, talvolta su letto di morte:
 
uomini de la terra, che pure affilate coltelli
l'un contro l'altro, udite udite!... noi siamo fratelli.
 
In verità vi dico, poiché voi l'avete scordato:
noi tutti uscimmo ignudi da un grembo di madre squarciato.
 
In verità vi dico, le supplici braccia traendo:
non vi rendete indegni del seno che apriste nascendo.
 
Gettate in pace il seme nei solchi del campo comune
mentre le forti mogli sorridon, cantando, a le cune:
 
nel sole e ne la gioia mietete la spica matura,
grazie rendendo in pace e l'inclita madre, Natura.
 
Ada Negri

lunedì 18 agosto 2014

Autogrill

Autogrill

La ragazza dietro al banco mescolava birra chiara e Seven-up,
e il sorriso da fossette e denti era da pubblicità,
come i visi alle pareti di quel piccolo autogrill,
mentre i sogni miei segreti li rombavano via i TIR...

Bella, d' una sua bellezza acerba, bionda senza averne l' aria,
quasi triste, come i fiori e l' erba di scarpata ferroviaria,
il silenzio era scalfito solo dalle mie chimere
che tracciavo con un dito dentro ai cerchi del bicchiere...

Basso il sole all' orizzonte colorava la vetrina
e stampava lampi e impronte sulla pompa da benzina,
lei specchiò alla soda-fountain quel suo viso da bambina
ed io.... sentivo un' infelicità vicina...

Vergognandomi, ma solo un poco appena, misi un disco nel juke-box
per sentirmi quasi in una scena di un film vecchio della Fox,
ma per non gettarle in faccia qualche inutile cliché
picchiettavo un indù in latta di una scatola di té...

Ma nel gioco avrei dovuto dirle: "Senti, senti io ti vorrei parlare...",
poi prendendo la sua mano sopra al banco: "Non so come cominciare:
non la vedi, non la tocchi oggi la malinconia?
Non lasciamo che trabocchi: vieni, andiamo, andiamo via."

Terminò in un cigolio il mio disco d' atmosfera,
si sentì uno sgocciolio in quell' aria al neon e pesa,
sovrastò l' acciottolio quella mia frase sospesa,
"ed io... ", ma poi arrivò una coppia di sorpresa...

E in un attimo, ma come accade spesso, cambiò il volto d' ogni cosa,
cancellarono di colpo ogni riflesso le tendine in nylon rosa,
mi chiamò la strada bianca, "Quant'è?" chiesi, e la pagai,
le lasciai un nickel di mancia, presi il resto e me ne andai...
 
Francesco Guccini
 
 
Autogrill è il primo operatore nel mondo nei servizi di ristorazione. Presente in 38 Paesi con circa 62.800 dipendenti, gestisce più di 5.300 punti vendita in oltre 1.200 località ed opera prevalentemente tramite contratti di concessione all'interno di aeroporti, autostrade e stazioni ferroviarie, con presenze selettive nelle città, nei centri commerciali, nei poli fieristici, nei musei e in altri siti culturali.
Il Gruppo è attivo nel settore della ristorazione (Food & Beverage) che rappresenta il business storico del gruppo, sviluppato prevalentemente in Nord America e in Europa. Autogrill, quotata alla Borsa di Milano segmento FTSE MIB, controllata da Schematrentaquattro S.r.l. (Schema34), società interamente controllata da Edizione S.r.l., finanziaria della famiglia Benetton, che ne detiene il 50,1% del capitale sociale.
Nel campo della ristorazione autostradale il marchio Autogrill ha assunto una tale rilevanza da far sì che ormai la parola "autogrill" (che è nome commerciale e marchio registrato) sia entrata nella lingua italiana quale nome comune sinonimo di "area di servizio" e non solo per indicare l'azienda o il suo servizio (Wikipedia).
 

domenica 17 agosto 2014

Il ragno, l'ape e un prato

Il ragno e l'ape 

Una mattina di primavera un'ape operaia andava girovagando da un fiore all'altro in cerca di polline.
All'improvviso, uscendo da una corolla, cascò nella rete di un ragno.
Nascosta dietro una foglia, il piccolo ragno si rallegrò ed accorse.
- Sei un traditore! - gli gridò l'ape. - Tendi le tue trappole per uccidere chi lavora! -
Il ragno si avvicinò ancora di più, e l'ape, voltandosi, cercò di colpirlo sfoderando dall'addome il lungo pungiglione.
Ma il ragno si scansò in tempo e le saltò addosso.
- Ape, con che diritto osi giudicarmi? - le rispose tenendola stretta. - Tu sei come la frode: hai il miele in bocca e di dietro il veleno. -

Leonardo Da Vinci


Prato

Bagnato di pioggia o rugiada,
gli steli piegati, un inchino;
nel mondo nascosto si beve
e fragranze nell'aria
ai primi raggi di sole.
Ramingo un refolo di vento
accarezza il verde mare,
qualche petalo vola
una farfalla si posa.

Anonimo
del XX° secolo
poesie ritrovate

sabato 16 agosto 2014

Occidente

L'ovest o occidente o ponente è uno dei quattro punti o direzioni cardinali. È opposto all'est e perpendicolare a nord e sud.
Ovest è la direzione verso la quale il Sole tramonta all'equinozio.
L'origine della parola ovest deriva dal francese ouest, a sua volta derivato dal tedesco west che discende dallo svedese vester e dal gotico vasi. Vasi deriva probabilmente dalla stessa radice sanscrita vas-ati (notte) da cui discende il latino ves-per (sera) per andare ad indicare il punto in cui tramonta il sole. La parola vespri è rimasta per l'appunto in italiano ad indicare le preghiere del tramonto. Nelle lingue romanze si unì l'articolo alla parola west e questa divenne ovest.

Occidente
 
Al fuoco d' occidente
popolosa declina
la via di festa; e filtra
a quel raggio d' ebrezza
la folla che già fonde
in amorosa amalgama di membra.
 
A fiotti a fiotti il florido
fiume di carne scende;
si rigonfia sul ciglio
dell' alta rampa, poi rovescia ombroso
e franto in ime gole
di tetri rioni e di chiese.
 
Giorgio Vigolo
 
Ovest, ad Ovest,
nel mentre dei sempre
nel seno dei poi,
ad Ovest... 

Nella mitologia norrena esisteva un nano posto a ovest che reggeva la volta celeste: Vestri, a conferma della radice nordica della parola.
Con l'espressione "L'Occidente" spesso ci si riferisce all'insieme delle nazioni occidentali. Quando viene usato in questo senso, può indicare qualsiasi cosa dalla NATO, ad Europa e Nord America, con o senza Giappone, fino all'intera civiltà giudaico-cristiana. Questo significato della parola si fonde con quello di società occidentale.
Nella Cina pre-moderna, l'ovest indicava la terra del Buddha e il luogo dal quale provengono le sacre scritture buddiste (Wikipedia).

venerdì 15 agosto 2014

Viandanti


Viandante, le tue orme sono
il cammino, e niente più;
viandante, non c’è cammino,
se non andando avanti.
Andando nasce il cammino,
e girandosi si vede
il sentiero laggiù che mai
si tornerà a calcare.
Viandante, non c’è cammino
se non scie sul mare.

Antonio Machado



Caspar David Friedrich, olio su tela, 
Viandante sul mare di nebbia
sempre in viaggio,
sentieri impervi, strade a volte;
confuso da discordanti segnali
proseguo ed osservo;
stanchezza ed oblio
profuse nel sonno...



Viandante sul mare di nebbia (Der Wanderer über dem Nebelmeer) è un dipinto a olio su tela di Caspar David Friedrich realizzato nel 1818. È attualmente esposto al Hamburger Kunsthalle nella città di Amburgo. 
In primo piano, un uomo dalla figura scura, dando la schiena all'osservatore, si staglia su un precipizio roccioso. È avvolto in un soprabito verde scuro e nella mano destra, appoggiata al fianco, impugna un bastone da passeggio. Con i capelli scompigliati dal vento, il viandante contempla il panorama, coperto da un mare di nebbia, da cui il titolo dell'opera. In secondo piano, si ergono diverse cime sulle quali si può notare la presenza di alberi e vegetazione. In lontananza, a sinistra si ergono sbiadite montagne che digradano verso destra. Più oltre, la nebbia si espande in modo indefinito arrivando a mescolarsi con l'orizzonte e a diventare indistinguibile dal cielo nuvoloso.
L'opera trae spunto dagli Elbsandsteingebirge in Boemia. Sullo sfondo, a destra, è presente lo Zirkelstein, mentre a sinistra è rappresentato il Rosenber o il Kaltenberg. Le rocce sopra le quali si erge il viaggiatore fanno parte di un gruppo della Kaiserkrone.
 L'opera è fedele allo stile romantico e in particolare a quello di Friedrich, essendo simile ad altre sue opere come Kreidefelsen auf Rügen e Mare di ghiaccio. Il viandante porta già nel suo nome l'emblema del personaggio romantico, irrequieto, tormentato, alla ricerca dell'infinito rappresentato dal paesaggio e dall'orizzonte in lontananza; l'individuo si perde di fronte alla stupefacente grandiosità della Natura, in un atteggiamento contemplativo visto come estrema esperienza interiore e spirituale. Secondo Gorra (2004), l'opera vorrebbe trasmettere una delle introspezioni kantiane espressa attraverso la contemplazione del viaggiatore del mare di nebbia. Dembo (2001) sostiene che il Viaggiatore sia una metafora del futuro sconosciuto. Gaddis (2004) ritiene che la posizione del viaggiatore sul precipizio trasmetta un significato ambiguo perché essa "è contraddittoria, visto che lascia intendere il dominio sul paesaggio e l'irrilevanza dell'individuo all'interno di esso" (da Wikipedia).

giovedì 14 agosto 2014

Fogli

Foglio di via
 
Dunque nulla di nuovo da questa altezza
Dove ancora un poco senza guardare si parla
E nei capelli il vento cala la sera.
 
Dunque nessun cammino per discendere
Se non questo del nord dove il sole non tocca
E sono d'acqua i rami degli alberi.
 
Dunque fra poco senza parole la bocca.
E questa sera saremo in fondo alla valle
Dove le feste han spento tutte le lampade.
 
Dove una folla tace e gli amici non riconoscono.
 
Franco Fortini
 
  come quella volta,
col sole al tramonto,
con gli occhi stanchi;
poi il sentiero
 in discesa
le voci provate
ma era tutto così vero... 

foglio  
/'fɔʎo/ s. m. [lat. fŏlium]. TRECCANI
- 1. [pezzo di carta per lo più rettangolare di varie dimensioni]. 
- 2. (estens.) a. [pezzo di carta rettangolare, scritto a mano o stampato] ≈ cartella, (pop.) facciata, pagina. ● Espressioni: fig., foglio elettronico (o di calcolo) [programma di calcolo per personal computer] ≈ spreadsheet. b. [pezzo di carta contenente domande a cui si deve rispondere con notizie particolari: compilare un f.] ≈ formulario, modello, modulo, questionario, stampato. 
- 3. (estens.) [sottile strato di metallo: un f. d'argento]


mercoledì 13 agosto 2014

Frammento#5

framménto (ant. fragménto)
 s. m. [dal lat. fragmentum, der. di frangĕre «rompere»]. – Dizionario TRECCANI

1. 
Ciascuno dei pezzi in cui s’è rotto un oggetto, o, più genericam., piccola parte staccatasi o tolta da un oggetto: un f. di vetro, di ceramica; un f. d’osso; un f. del frontone del Partenone; esaminare al microscopio un f. di tessuto; frammenti di fissione nucleare, i due, o più, nuclei leggeri che si originano dalla fissione di un nucleo atomico pesante.  
2.
a. Parte di opera letteraria pervenutaci mutila: i f. degli storici greci; i f. di Saffo, di Alceo; anche, singolo brano di un’opera concepita frammentariamente e che, per ragioni artistiche o per altro motivo, non abbia avuto una sua esteriore unità: i f. delle «Grazie» del Foscolo.
b. Denominazione usata dagli studiosi del diritto romano per designare ogni singolo passo di cui si compone il Digesto. c. Nella letteratura moderna, breve componimento lirico, in prosa o in versi, caratteristico del frammentismo. 
◆ Dim. frammentino, frammentùccio, frammentuzzo; pegg. frammentàccio.






rumori scorsi passano

nel duro di un cielo grigio

compaiono segni nel nulla

poi tutto s'acquieta....




le file dei propositi impegnano

antiche vie di città nascoste,

ricorro con gli occhi

le dune riarse, la sabbia...






comparse incoscienti attirano

ancora qualche visione

ripesco l'essenza, i profumi

e riesco a contenere il respiro...








nel vago sentore di muschio

affondo passi insicuri

la pioggia è sospesa

mugula un tuono lontano...






Anonimo
del XX° secolo
frammenti ritrovati