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L'ombra è l'opposto del sole, ma si nutre di esso.
Un cielo grigio non genera ombre: nessun contrasto, nessun pensiero.


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domenica 12 gennaio 2014

Poesia


Raggi

Sole tra i vetri
nel cuore è sempre uguale
i raggi non scaldano
pensieri un pò terti
costringono al solito male
concentrici, elittici, vagano.

Anonimo
del XX° secolo
poesie ritrovate

sabato 11 gennaio 2014

dubbio
Stato soggettivo d’incertezza, da cui risulta un’incapacità di scelte, essendo gli elementi oggettivi considerati insufficienti a determinarle in un senso piuttosto che in quello opposto.
filosofia: Il d. trova la sua più ampia applicazione presso gli scettici che lo intendono come «esitazione a affermare o negare», come quel momento cioè, nel corso dell’indagine, che, in radicale opposizione al dogmatismo, conduce poi, mediante il riconoscimento dell’«indifferenza» delle opposte ragioni, alla sospensione del giudizio. Si è tradizionalmente contrapposto a questo primo tipo di d., indicato come «scettico», il d. cartesiano, qualificato come d. «metodico»; Cartesio avrebbe inteso cioè, applicando il procedimento del d. a tutte le conoscenze in suo possesso, recuperarle poi in una superiore certezza, una volta passate a rigoroso vaglio critico. Il d. apparirebbe quindi, anche nella sua massima estensione (d. iperbolico ) allorché vengono sottoposte a esso le stesse scienze matematiche e le verità eterne, come strumentale e diretto precisamente a questo scopo. Nella filosofia contemporanea la problematica del d. nella sua forma radicale appare ormai abbandonata; ben altra ampiezza ha l’impostazione fenomenologica di E. Husserl, che pur si richiama, sotto certi aspetti, al d. cartesiano.
psicologia: Il d. che raggiunge una certa persistenza e che allo stesso tempo viene autocriticato per la sua infondatezza è considerato in psichiatria come esempio di dubbio coazione (enciclopedia Treccani).
 
 
Dubbi

Cosa dici cosa dico
cosa dicono di noi
cosa pensi cosa penso
cosa penso di te
cosa dici di me
cosa dicono quelli
che tornano dal mare
dentro le auto in fila
cosa cazzo voglio
cosa cazzo vuoi
cosa vogliono da noi
cosa credono di fare
quelli che non credono
Cosa vuoi sapere
cosa vuoi che ti dica
cosa è una casa vuota
dove più nessuno dice
cosa più non va
dove sei dove sei
cosa dico oh dio
cosa hai fatto oh dio
cosa mai farò
cosa ti è successo
cosa è cambiato
cosa sarà stato
forse il troppo mangiare
nel tornar dal mare
cosa avrà pensato
quando si è schiantato
cosa farà adesso
cosa ci sarà dopo
dopo cosa poi
cosa dici cosa dico
cosa vuoi sapere
cosa dovrei fare
cosa c'è stasera
che ieri non c'era?

Stefano Benni


le mille domande,
i tanti perchè
mi perdo in un cosa
mi adagio in un quando...

venerdì 10 gennaio 2014

Azzurro, poesia e riflesso

L'azzurro è il colore di un cielo limpido o del mare vicino alle coste, e può indicare una gamma di tonalità fra il celeste e il turchese, o anche più chiare.
Nella lingua italiana l'azzurro è uno dei colori base: esso sta al blu come il rosa sta al rosso.
Il termine deriva dal persiano (lâžvard, lâžavard), l'etimologia riporta al colore della pietra lapislazzulo.
È il colore nazionale della Repubblica Italiana, utilizzato in eventi e manifestazioni militari e istituzionali parallelamente alla bandiera. Il colore deriva dal blu Savoia, successivamente diventato simbolo dell'unità d'Italia, assieme al tricolore. È usato come colore ufficiale in tutte le competizioni sportive dalle rappresentative italiane, per questo la divisa sportiva nazionale viene detta maglia azzurra, ma la tonalità varia dall'azzurro stesso, al celeste fino al blu, a seconda di quanto deciso tra le federazioni e i fornitori ufficiali dell'abbigliamento tecnico.
E' anche il colore sociale della Società Sportiva Calcio Napoli.
Nei segnali stradali è il colore di sfondo di quelli verticali relativi agli obblighi e nella medesima maniera è utilizzato nei cartelli relativi all'indicazione di località da raggiungere con percorsi non autostradali.
L'azzurro, a partire dagli anni cinquanta, viene associato con il sesso maschile, mentre il rosa con il femminile.
L'azzurro, di tonalità più scura rispetto al colore qui rappresentato, è uno smalto in araldica (da wikipedia).


Il mare è tutto azzurro.
Il mare è tutto calmo.
Nel cuore è quasi un urlo
di gioia. E tutto è calmo.

Sandro Penna

blu cobalto
e tenue celeste
così ricordo
spuma bianca
ai piedi...

giovedì 9 gennaio 2014

Marinetti

Nato ad Alessandria d’Egitto nel 1876, compì gli studi superiori a Parigi, laureandosi poi in Giurisprudenza all’Università di Genova. Marinetti entra a diretto contatto con le novità della cultura parigina (simbolismo) e Apollinaire Guillame. Scrisse in francese le sue prime opere: le poesie Les vieux marins del 1897, La conquete des étoiles del 1902, Descruction del 1904, la commedia Le roi Bombance. Quest’ultima, che contiene una satirica rappresentazione della democrazia, fu rappresentata al Théàtre de l’Ouevre e venne in seguito tradotta in italiano. Nel 1905 fondò a Milano la rivista "Poesia" con l’intento di far conoscere le voci dei nuovi scrittori italiani e stranieri. Nel 1909 scelse un prestigioso giornale parigino, "Le Figaro" per lanciare il Manifesto del Futurismo, che costituisce l’atto ufficiale della fondazione del gruppo. Espose i principi ispiratori del movimento, basati su un rifiuto radicale del passato e proiettati verso l’edificazione di una cultura completamente rinnovata. Nello stesso anno pubblicò l’Enquete internationale sur le vers libre e la rivista "Poesia", fondata nel 1904 e diretta dal poeta, diventò organo del movimento futurista. Nel 1910 pubblicò Mafarka il futurista; il romanzo fu accusato di oltraggiare il pudore, e l'8 ottobre Marinetti fu processato dal Tribunale di Milano e condannato. Nell'occasione fu difeso da Luigi Capuana in veste di perito. Nel 1911 pubblicò Distruzione, che era la traduzione dal francese in versi liberi. Nel 1912 pubblicò il Manifesto tecnico della letteratura futurista, in cui definiva i procedimenti della scrittura letteraria. Marinetti fu un grande organizzatore di cultura, capace di favorire il successo del movimento utilizzando le tecniche moderne della rèclame, della diffusione editoriale e della ricerca del consenso, ottenuto anche attraverso la provocazione e lo scandalo. L’ideologia di tipo individualistica e antidemocratica condizionò le scelte politiche di Marinetti, il quale già nel 1909 aveva proclamato la «Guerra sola igiene del mondo». Nel 1914 si verificarono delle dimostrazioni interventiste a Milano: in piazza Duomo i futuristi bruciarono otto bandiere austriache, poi Marinetti venne arrestato e rimase cinque giorni nel carcere di S.Vittore. Nel mese di febbraio del 1915 venne ancora arrestato a Roma di fronte a Montecitorio. In quell’anno partecipò ad una manifestazione interventista con Mussolini e Balla. Scrive nelle sue memorie: Il patriottismo milanese proiettato a Roma riunisce in Piazza di Trevi 150 repubblicani e 100 poeti pittori scultori musicisti futuristi. Sono frettolosi nell’insorgere quanto i duecento predisposti carabinieri in agguato con carrozzelle pronte. Crudo sussultante scambio di cazzotti legnate intorno ai due discorsi iniziati sui gradini della piccola vecchia chiesa che sotterfugia la messa. Noi agitatori siamo incarozzellati e portati in prigione cherubini ammanettati di raggi. Dopo aver pubblicato La battaglia di Tripoli del 1912 ed essere stato un acceso interventista, prese parte alla prima guerra mondiale dando prove di grande valore, che furono ammirate anche da D’Annunzio. Fu favorevole all’avvento del fascismo, nel quale si illuse di vedere realizzate le sue idee rivoluzionarie. Nel 1914 Marinetti si arruolò nel "Battaglione lombardo volontari ciclisti" per poi passare nel settembre negli alpini. Partecipò a combattimenti sull’Altissimo e alla presa di Dosso Casina. Nel 1918 il poeta, comandante di una blindata durante le operazioni militari di Vittorio Veneto, ottenne una medaglia al valore. Nello stesso anno fondò con Settimelli e Carli il giornale del partito politico futurista "Roma futurista". Nel 1924 pubblicò Futurismo e fascismo. Alla fine Marinetti si trasformò in un intellettuale di regime, tanto che venne nominato nel 1929 accademico d’Italia. Pur continuando nella sua opera di scrittore e collaborando a importanti organi di stampa, soprattutto alla "Gazzetta del popolo" di Torino che era favorita dal fascismo, Marinetti assistette allo svuotamento progressivo del suo programma. Nel 1944 pubblicò Canto eroi e macchine della guerra mussoliniana e il 28 luglio partì per il fronte russo. Morì il 2 dicembre del 1944 a Bellagio, sotto la Repubblica di Salò: fu colpito da infarto e venne tumulato del cimitero monumentale di Milano (dalla rete).


 

 
ed io contavo i grilli,
le vite distese
e gli ulivi
tra filari di pioppi
e struggenti note...

mercoledì 8 gennaio 2014

Poesia e riflesso

Basta che un lume

Basta anche il lume in fondo alla vallata,
quel lume che ogni sera torna.E' come
quando si dice a un premuroso che
ci si vede, e altro lume non occorre...
Basta il mistero, sulla delusa terra,
del lume che a intervalli appare e spare,
e avvezzo a sè fa il cuore, come a un palpito...
Basta che un lume, in una lontananza,
si riaccenda nel mondo , a quando a quando.

Gaetano Arcangeli


luce lontana
pace, silenzio
e qualche volta
si è pure sereni

martedì 7 gennaio 2014

Cavalcata

cavalcare v. intr. e tr. [lat. tardo caballĭcare, der. di caballus «cavallo»] (io cavalco, tu cavalchi, ecc.; come intr., aus. avere). –

1. intr. Andare a cavallo, viaggiare a cavallo: imparare a c.; sapere, non saper c.; aveva cavalcato fino al tramonto; c. a cambiatura, mutando il cavallo quando sia stanco; c. a bisdosso, senza sella; c. all’amazzone (v. amazzone); prov., chi cavalca la notte, convien che posi il giorno.

2. tr.

a. Montare un cavallo o anche altro animale (ciuco, mulo); per la locuz. fig. c. la tigre, v. tigre. Fig., congiungersi nell’atto sessuale, detto degli animali o dell’uomo: ciascuna provar volle come il mutolo sapeva c. (Boccaccio); anche intr.: i becchi Cavalcan sovra le caprette irsute (Salvini).

b. estens. C. un albero, un ramo, una seggiola e sim., starci sopra a cavalcioni; ant., c. una strada, un luogo, passarvi a cavallo.

3. tr. e intr., ant. Scorrere con la cavalleria un paese nemico per saccheggiarlo, muovere all’assalto con l’esercito: cavalcò in Versilia e Lunigiana con ottocento cavalieri e seimila pedoni (G. Villani); potrete spargervi per la campagna, c. il paese che vi è innanzi, foraggiarlo, predarlo (Algarotti).

4. tr. e intr. Detto di ponte o arco, esser posto sopra una via, un fiume o sim (dizionario Treccani).


Cavalcata del freddo

Sorgere dell'alba
tra freddi corridoi,
rami intrecciati e spogli,
pozzanghere semigelate.
Le brezze del freddo
attanagliano redini e sproni
ripensa ad un attimo
sensazione sospesa.

Anonimo
del XX° secolo
poesie ritrovate

lunedì 6 gennaio 2014

La befana

La Befana

Viene viene la Befana
vien dai monti a notte fonda.
Come è stanca! La circonda
neve, gelo e tramontana.
Viene viene la Befana.
Ha le mani al petto in croce,
e la neve è il suo mantello
ed il gelo il suo pannello
ed il vento la sua voce.
Ha le mani al petto in croce.
E s’accosta piano piano
alla villa, al casolare,
a guardare, ad ascoltare
or più presso or più lontano.
Piano piano, piano piano.
Che c’è dentro questa villa?
Uno stropiccìo leggero.
Tutto è cheto, tutto è nero.
Un lumino passa e brilla.
Che c’è dentro questa villa?
Guarda e guarda...tre lettini
con tre bimbi a nanna, buoni.
guarda e guarda...ai capitoni
c’è tre calze lunghe e fini.
Oh! tre calze e tre lettini.
Il lumino brilla e scende,
e ne scricchiolan le scale;
il lumino brilla e sale,
e ne palpitan le tende.
Chi mai sale? Chi mai scende?
Co’ suoi doni mamma è scesa,
sale con il suo sorriso.
Il lumino le arde in viso
come lampada di chiesa.
Co’ suoi doni mamma è scesa.
La Befana alla finestra
sente e vede, e s’allontana.
Passa con la tramontana,
passa per la via maestra,
trema ogni uscio, ogni finestra.
E che c’è nel casolare?
Un sospiro lungo e fioco.
Qualche lucciola di fuoco
brilla ancor nel focolare.
Ma che c’è nel casolare?
Guarda e guarda... tre strapunti
con tre bimbi a nanna, buoni.
Tra la cenere e i carboni
c’è tre zoccoli consunti.
Oh! tre scarpe e tre strapunti...
E la mamma veglia e fila
sospirando e singhiozzando,
e rimira a quando a quando
oh! quei tre zoccoli in fila...
Veglia e piange, piange e fila.
La Befana vede e sente;
fugge al monte, ch’è l’aurora.
Quella mamma piange ancora
su quei bimbi senza niente.
La Befana vede e sente.
La Befana sta sul monte.
che vede è ciò che vide:
c’è chi piange e c’è chi ride;
essa ha nuvoli alla fronte,
mentre sta sull’aspro monte.

Giovanni Pascoli



la befana
vien di notte...


La Befana, (termine che è corruzione di Epifania, cioè manifestazione) è nell'immaginario collettivo un mitico personaggio con l'aspetto da vecchia che porta doni ai bambini buoni la notte tra il 5 e il 6 gennaio. La sua origine si perde nella notte dei tempi, discende da tradizioni magiche precristiane e, nella cultura popolare, si fonde con elementi folcloristici e cristiani: la Befana porta i doni in ricordo di quelli offerti a Gesù Bambino dai Magi. L'iconografia è fissa: un gonnellone scuro ed ampio, un grembiule con le tasche, uno scialle, un fazzoletto o un cappellaccio in testa, un paio di ciabatte consunte, il tutto vivacizzato da numerose toppe colorate. Vola sui tetti a cavallo di una scopa e compie innumerevoli prodigi. A volte, è vero, lascia un po' di carbone (forse perché è nero come l'inferno o forse perché è simbolo dell'energia della terra), ma in fondo non è cattiva. Curioso personaggio, saldamente radicato nell'immaginario popolare e - seppure con una certa diffidenza - molto amato. Fata, maga, generosa e severa... ma chi è, alla fine? Bisogna tornare al tempo in cui si credeva che nelle dodici notti fantastiche figure femminili volassero sui campi appena seminati per propiziare i raccolti futuri. Gli antichi Romani pensavano che a guidarle fosse Diana, dea lunare legata alla vegetazione, altri invece una divinità misteriosa chiamata Satia (dal latino satiaetas, sazietà) o Abundia (da abundantia). La Chiesa condannò con estremo rigore tali credenze, definendole frutto di influenze sataniche, ma il popolo non smise di essere convinto che tali vagabondaggi notturni avvenissero, solo li ritenne non più benefici, ma infernali. Tali sovrapposizioni diedero origine a molte personificazioni diverse che sfociarono, nel Medioevo, nella nostra Befana. C'è chi sostiene che è vecchia e brutta perché rappresenta la natura ormai spoglia che poi rinascerà e chi ne fa l'immagine dell'anno ormai consunto che porta il nuovo e poi svanisce. Il suo aspetto laido, rappresentazione di tutte le passate pene, assume cosi una funzione apotropaica e lei diventa figura sacrificale. E a questo può ricollegarsi l'usanza di bruciarla. Nella tradizione popolare però il termine Epifania, storpiato in Befana, ha assunto un significato diverso, andando a designare la figura di una vecchina particolare. Come abbiamo avuto modo di vedere per le altre tradizioni italiane che si svolgono in tutto l'arco dell'anno, molte nostre festività hanno un'origine rurale, affondando le loro radici nel nostro passato agricolo. Così è anche per la Befana. Anticamente, infatti, la dodicesima notte dopo il Natale, ossia dopo il solstizio invernale, si celebrava la morte e la rinascita della natura, attraverso la figura pagana di Madre Natura. La notte del 6 gennaio, infatti, Madre Natura, stanca per aver donato tutte le sue energie durante l'anno, appariva sotto forma di una vecchia e benevola strega, che volava per i cieli con una scopa. Oramai secca, Madre Natura era pronta ad essere bruciata come un ramo, per far sì che potesse rinascere dalle ceneri come giovinetta Natura, una luna nuova. Prima di perire però, la vecchina passava a distribuire doni e dolci a tutti, in modo da piantare i semi che sarebbero nati durante l'anno successivo. In molte regioni italiane infatti, in questo periodo, si eseguono diversi riti purificatori simili a quelli del Carnevale, in cui si scaccia il maligno dai campi grazie a pentoloni che fanno gran chiasso o si accendono imponenti fuochi, o addirittura in alcune regioni si costruiscono dei fantocci di paglia a forma di vecchia, che vengono bruciati durante la notte tra il 5 ed il 6 gennaio. La Befana coincide quindi, in certe tradizioni, con la rappresentazione femminile dell'anno vecchio, pronta a sacrificarsi per far rinascere un nuovo periodo di prosperità. Questa festa ha però assunto nel tempo, anche un significato lievemente diverso. Nella cultura italiana attuale, la Befana non è tanto vista come la simbolizzazione di un periodo di tempo ormai scaduto, quanto piuttosto come una sorta di Nonna buona che premia o punisce i bambini. I bambini buoni riceveranno ottimi dolcetti e qualche regalino, ma quelli cattivi solo il temutissimo carbone, che simboleggia le malefatte dell'anno passato. Il potere psicologico della Befana sui bambini è quindi molto forte ed i suoi aspetti pedagogici non vanno di certo trascurati. In alcune regioni, come il Lazio, la Befana è una figura molto importante ed intorno alla sua festa si svolgono importanti fiere culinarie, ma è anche l'ultimo giorno di vera festa, l'ultimo in cui si tiene l'albero di Natale a casa. Addirittura, in molte regioni d'Italia, c'è l'usanza, anche tra gli adulti, di scambiarsi dei regali più modesti rispetto a quelli del 25 dicembre, oppure, soprattutto tra innamorati, cioccolatini e caramelle (dalla rete).

domenica 5 gennaio 2014

Aforisma



Scegliamo
le nostre gioie
e i nostri dolori
molto prima di viverli.

Kahlil Gibran


e cosa rimane?
quanto rimane?
come si stempera?

sabato 4 gennaio 2014

Poesia e riflesso

Già la pioggia è con noi

Già la pioggia è con noi,
scuote l’aria silenziosa.
Le rondini sfiorano le acque spente
presso i laghetti lombardi,
volano come gabbiani sui piccoli pesci;
il fieno odora oltre i recinti degli orti.

Ancora un anno è bruciato,
senza un lamento, senza un grido
levato a vincere d’improvviso un giorno.

Salvatore Quasimodo




piove su un mondo da vivere,
piove sul giorno che è qua...
piovr sul tempo che arriverà

venerdì 3 gennaio 2014

Emily Dickinson


The feet of people walking home
With gayer sandals go -
The Crocus - till she rises
The Vassal of the snow -
The lips at Hallelujah
Long years of practise bore
Till bye and bye these Bargemen
Walked singing on the shore.

Pearls are the Diver's farthings
Extorted from the sea -
Pinions - the Seraph's wagon
Pedestrian once - as we -
Night is the morning's Canvas
Larceny - legacy -
Death, but our rapt attention
To Immortality.

My figures fail to tell me
How far the village lies -
Whose peasants are the angels -
Whose Cantons dot the skies -
My Classics vail their faces -
My faith that Dark adores -
Which from it's solemn abbeys
Such resurrection pours.
   I piedi di chi cammina verso casa
Con più allegri sandali vanno -
Il Croco - finché non spunta
Il Vassallo della neve -
Le labbra all'Alleluia
Lunghi anni di pratica sostennero
Finché dai e dai quei Barcaioli
Camminarono cantando sulla riva.

Le perle sono gli spiccioli del Tuffatore
Estorti al mare -
Le piume - il carro del Serafino
Appiedato un tempo - come noi -
La notte è la Tenda del mattino
Latrocinio - lascito -
La morte, solo rapita attenzione
All'Immortalità.

Le mie cifre non riescono a dirmi
A che distanza sia il villaggio -
I cui contadini sono gli angeli -
I cui Campi costellano i cieli -
I miei Classici chinano il volto -
La mia fede adora quel Buio -
Che dalle sue solenni abbazie
Tale risurrezione riversa.



Tre strofe, ciascuna delle quali descrive un aspetto del nostro rapporto con l'aldilà. Nella prima, la strada del Paradiso è lunga, ma chi è consapevole di quella meta la percorre in allegria, sapendo che lasciare il gelido manto della vita, come per un fiore che spunta dalla neve dopo esserne stato prigioniero, significherà vedere la luce della primavera, e anche riuscire a camminare sulla riva promessa, come un barcaiolo che dopo le fatiche del suo andare avanti e indietro torni felice nella sua casa. Nella seconda la narrazione procede attraverso i contrasti fra la vita terrena e quella immortale: i pochi momenti di gioia che riusciamo a estorcere al mare della vita, come le perle che un tuffatore estrae con fatica al mare, sono ben misera cosa rispetto alle eteree piume che ci porteranno in cielo, a quel carro angelico riservato a chi ha dovuto percorrere appiedato i sentieri terreni. La notte-morte, che ci fa così paura, non è altro che una tenda pronta ad alzarsi per rivelare la luce del mattino; quello che ci sembra un furto di luce si rivela in realtà un lascito di luce più splendida e perenne. E così la morte diventa soltanto un'estatica rivelazione dell'immortalità. Nella terza, dove l'impersonalità delle prime due strofe lascia il campo all'uso della prima persona, viene adombrato quel dubbio che avrà tanta parte nella produzione poetica dickinsoniana: nulla riesce a svelarmi dove sarà mai quel paradiso abitato da angeli e collocato in un cielo indistinto, né la scienza, né quei classici che ci sembrano portatori di sapienza; l'unica cosa di cui disponiamo è la fede in una risurrezione che riesca a trasformare il buio della morte nella luce dell'immortalità (dalla rete).