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L'ombra è l'opposto del sole, ma si nutre di esso.
Un cielo grigio non genera ombre: nessun contrasto, nessun pensiero.


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domenica 13 marzo 2011

Marzo 1821

Soffermàti sull'arida sponda.
vòlti i guardi al varcato Ticino,
tutti assorti nel novo destino .
certi in cor dell'antica virtù.
han giurato: Non fia che quest'onda
scorra piu tra due rive straniere;
non fia loco ove sorgan barriere
tra l'Italia e l'Italia, mai piu!
L' han giurato: altri forti a quel giuro
rispondean da fraterne contrade.
affilando nell'ombra le spade
che or levate scintillano al sol.
Già le destre hanno stretto le destre;
già le sacre parole son porte:
o compagni sul letto di morte.
o fratelli su libero suol

Con quel volto sfidato » e dimesso,
con quel guardo atterrato ed incerto.
con che stassi un mendico sofferto
per mercede nel suolo stranier,
star doveva in sua terra il Lombardo:
l'altrui voglia era legge per lui:
il suo fato, un segreto d'altrui:
la sua parte. servire e tacer

O stranieri, nel proprio retaggio
torna Italia , e il suo suolo riprende:
o stranieri, strappate le tende
da una terra che madre' non v'è.
Non vedete che tutta si scote,
dal Cenisio alla balza di Scilla?
non sentite che infida vacilla
sotto il peso de' barbari piè?
Cara Italia!

Quante volte sull' Alpe spiasti
l'apparir d'un amico stendardo!
quante volte intendesti lo sguardo
ne' deserti nel duplice mar!
ecco alfin dal tuo seno sboccati,
stretti intorno a' tuoi santi colori ,
forti, armati de' propri dolori,
i tuoi figli son sorti a pugnar.

Oggi, o forti, sui volti baleni
il furor delle menti segrete:
per l'Italia si pugna, vincete!
il suo fato sui brandi vi sta.
O risorta per voi la vedremo
al convito de' popoli assisa ,
o piu serva, piu vii, piu derisa
sotto l'orrida verga starà.

Oh giornate del nostro riscatto!
oh dolente per sempre colui
che da funge, dal labbro d'altrui,
come un uomo straniero, le udrà!
che a' suoi figli narrandole un giorno
dovrà dir sospirando: io non c'era:
che la santa vittrice bandiera
salutata quel dì non avrà

Alessandro Manzoni
 

sabato 12 marzo 2011

 
come fiume tranquillo
esplodo in impetuosa cascata
quando l'anima è colma di tutto
e straborda nel rivolo energico
che si suole chiamare vita

anonimo del XX° secolo
frammenti ritrovati

venerdì 11 marzo 2011



Luci libere

E’ un sole bianco che intenerisce
sui monumenti le donne di bronzo.

Vorresti sparire alle case, destarti
ove trascinano lenti i carri
sbarre di ferro verso la campagna -

ché là pei fossi infuriano bambini
nell’acqua, all’aurora
e vi crollano immagini di pioppi.

Noi, per seguir la danza
di un vecchio organo
correremmo nel vento gli stradali…

A cuore scalzo
e con laceri pesi

di gioia.
 
27 gennaio 1938
Antonia POZZI

giovedì 10 marzo 2011

La Forza
A Mario B., lottatore

Bestialità divina, amico Mario,
quando affatichi i muscoli ben atti
e cingi e premi, ansando, e scuoti a tratti
il torso dell'atletico avversario!

Bene sai l'arte della forza. In vario
modo lo spossi e incalzi e pieghi e abbatti;
ti sussulta nei muscoli contratti
non so che desiderio sanguinario.

Gràvagli sopra, crudelmente bello,
con le scapole fa ch'egli riverso
tocchi la rena e "vinto" gli si gridi!

Ridevole miseria d'un cervello
quando il proteso già pollice verso
"Uccidi - griderei - Uccidi! Uccidi!"

Guido Gozzano

mercoledì 9 marzo 2011

 
Paesaggio

Gli alberi del giardino
si stagliano nell'aria lieve della sera
come se fossero dipinti
sopra una seta fina;
il bell'uccello grigio che si dondola
sul ramo di un pesco fiorito
si guarda bene dal turbare il silenzio
foss'anche con un grido soltanto;
tutto è in sonno,
e la luna che si specchianell'acqua del lago
è come esile barca
in mezzo a un prato illuminato di oro.

Tristan Klingsor
Schéhérazade, 1903

martedì 8 marzo 2011



Mani che più non stringono
si abbandonano a me ed implorano
la via di casa, del rifugio
dove trascorrere le ore che restano
prima che arrivi la sera e che sia serena.
Mi chiedo
e non trovo che banali risposte
chi sono e che faccio,
dove vado e con cosa.
Un'ombra compare alla soglia, si allunga,
ricopre e sbiadisce i colori,
li stempera in tristi ritagli,
sempre più scarni...

anonimo del XX° secolo
frammenti ritrovati



lunedì 7 marzo 2011


Il Labirinto è una struttura, solitamente di vaste dimensioni, costruita in modo tale che risulti difficile per chi vi entra trovare l'uscita.
Anticamente per lo più univiario (o unicursale), ovvero costituito da un unico, involuto percorso che conduceva inesorabilmente al suo centro, il labirinto è oggi sinonimo di tracciato multiviario (o multicursale). Nel linguaggio comune è pertanto divenuto sinonimo di rompicapo. In alternativa, un tracciato inestricabile di strade, si può definire come un dedalo (termine chiaramente nato dalla figura del mitico Dedalo, il leggendario costruttore del labirinto di Creta per il re Minosse, il più noto tra quelli dell'antichità).
Labirinto deriva dal nome greco labyrinthos (λαβύρινθος), usato nella mitologia per indicare il labirinto di Cnosso. La parola ha origine dalla lingua pre-greca dei Pelasgi, e deriva probabilmente dal lidio "labrys", l'ascia a due lame, simbolo del potere reale a Creta. La parola "labirinto" significherebbe quindi "palazzo dell'ascia labrys" (con il suffisso -into a significare "luogo", su modello del greco "Corinto"), cioè il palazzo del re Minosse a Cnosso, dalla pianta intricata al punto da dare origine alla leggenda. A sostegno dell'ipotesi, sono state ritrovate all'interno del palazzo diverse raffigurazioni dell'ascia bipenne (da Wikipedia).



domenica 6 marzo 2011


INTRODURMI


Introdurmi nella tua storia
Come un eros sbigottito
Se ha col nudo piede toccato
Un po' d'erba del territorio
Contro ghiacciai attentatore
Io non so l'ingenuo peccato
Che tu avrai impedito
D'alto riso la sua vittoria
Dì se il contento in me è poco
Tuono e rubini alla mia trave
Di veder nell'aria ove sale
Con dispersi reami un fuoco
Morir la ruota sangue e croco.
Di mie bighe prece serale.

Stephane Mallarmé

sabato 5 marzo 2011


























girandole di emozioni alternano
pacate veglie a sonni assai agitati
in uno scorrere di umori esternano
giocose aridità,  sensi larvati

Non ho trovato ciò che sto cercando
pellegrino incostante ancora incedo
nel vasto mondo in cui vado errando
nell'orizzonte vago che ora più non vedo...

anonimo del XX° secolo
frammenti ritrovati

venerdì 4 marzo 2011



I sonetti del ritorno

I.
Sui gradini consunti, come un povero
mendicante mi seggo, umilicorde:
o Casa, perché sbarri con le corde
di glicine la porta del ricovero?

La clausura dei tralci mi rimorde
l'anima come un gesto di rimprovero:
da quanto tempo non dischiudo il rovero
di quei battenti sulle stanze sorde!

Sorde e gelide e buie... Un odor triste
è nell'umile casa centenaria
di cotogna, di muffa, di campestre...

Dalle panciute grate secentiste
il cemento si sgretola se all'aria
rinnovatrice schiudo le finestre.

II.
Il profumo di glicine dissìpi
l'odor di muffa e di cotogna. Sotto
la viva luce palpiti il salotto!
E il mio sogno riveda i suoi princìpi

nei frutti d'alabastro sugli stipi -
martirio un tempo del fanciullo ghiotto -
nei fiori finti, nello specchio rotto,
nelle sembianze dei dagherottipi.

O casa fra l'agreste e il gentilizio,
coronata di glicini leggiadre,
o in mezzo ai campi dolce romitaggio!

Fu bene in te, che, immune d'artifizio,
serenamente il padre di mio padre
visse la vita d'un antico saggio!

III.
O Nonno! E tu non mi perdoneresti
ozi vani di sillabe sublimi,
tu che amasti la scienza dei concimi
dell'api delle viti degli innesti!

Eppur la fonte troverò di questi
sogni nei tuoi ammonimenti primi,
quando, contento dei raccolti opimi,
ti compiacevi dei tuoi libri onesti:

il tuo Manzoni... Prati... Metastasio...
Le sere lunghe! E quelle tue malferme
dita sui libri che leggevi! E il tedio,

il sonno... il Lago... Errina... ed il Parrasio...
E in me cadeva forse il primo germe
di questo male che non ha rimedio.

IV.
Nonno, l'argento della tua canizie
rifulge nella luce dei sentieri:
passi tra i fichi, tra i susini e i peri
con nelle mani un cesto di primizie:

"Le piogge di Settembre già propizie
gonfian sul ramo fichi bianchi e neri,
susine claudie... A chi lavori e speri
Gesù concede tutte le delizie!".

Dopo vent'anni, oggi, nel salotto
rivivo col profumo di mentastro
e di cotogna tutto ciò che fu.

Mi specchio ancora nello specchio rotto,
rivedo i finti frutti d'alabastro...
Ma tu sei morto e non c'è più Gesù.

V.
O tu che invoco, se non fosse l'io
una sola virtù dell'Apparenza,
ritorneresti dopo tanta assenza
tra i frutti del frutteto solatio.

Verresti dal frutteto dell'oblio,
d'oltre i confini della conoscenza,
a me che vivo senza fedi, senza
l'immaginosa favola d'un Dio...

Ma non ritorni! Sei come chi sia
non stato mai, o tu che vai disperso
nel tutto della gran Madre Natura.

Ohimè! Sul pianto pianto nella via
l'implacabilità dell'Universo
ride d'un riso che mi fa paura.

VI.
        "Beati mortui qui in domino moriuntur"
               (Cartiglio dell'orologio solare)

Avventurato se colui che visse
pellegrinando, eppure così v'agogna,
o vecchie stanze, aulenti di cotogna,
o tetto dalle glicini prolisse,

avventurato se colui morisse
in voi! E in Te, Gesù, nella menzogna
dolce, rendesse l'anima che sogna
alle tue buone mani crocefisse!

Questo è nei voti del perduto alunno,
o Gesù Cristo! Un letto centenario
m'accolga sotto il monito dell'Ore.

Ritorna la viola a tardo autunno:
non morirò premendomi il rosario
contro la bocca, in grazia del Signore?

Guido Gozzano