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L'ombra è l'opposto del sole, ma si nutre di esso.
Un cielo grigio non genera ombre: nessun contrasto, nessun pensiero.


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lunedì 14 novembre 2011

Clemente Rebora

Nato a Milano nel 1885 da famiglia piccolo borghese, Clemente fece nella città lombarda i suoi primi studi e successivamente si iscrisse alla “Accademia Scientifico-letteraria” presso la quale conseguì la laurea in Lettere.
Nel 1908 iniziò la sua attività di insegnante sia nelle scuole pubbliche che in quelle private. Negli anni successivi entrò in contatto con “La Voce”, sulla quale pubblicò alcuni articoli, che riguardavano il problema della educazione dei ragazzi dei ceti più umili, ed altri invece rivolti ai suoi amici letterati, ai quali rimproverava un eccessivo intellettualismo, asserendo la necessità di un avvicinamento ai problemi reali e alla quotidianità.
Scoppiata la grande guerra, fu arruolato ed inviato al fronte con il grado di sottotenente.
Lì scampò alla morte, ma un colpo di mortaio esploso vicinissimo a lui gli provocò uno shock tale, che fu prima ricoverato in ospedale, poi congedato. Nel 1919 abbandonò l’insegnamento nelle scuole governative per andare ad insegnare nelle scuole serali dei quartieri più poveri della città: fu la sua prima scelta vocazionale.
Cominciò così un’esperienza di carità che lo portò ad esempio ad ospitare nella sua modesta abitazione barboni del quartiere (ma talora anche prostitute) per offrire loro un pasto caldo o un letto per la notte.
Nel 1931 entrò nell’Istituto della Carità dei Padri rosminiani di Domodossola e nel ‘36 fu ordinato sacerdote.
Cominciò così per lui un lungo isolamento durante il quale però non cambiò le sue abitudini, né smise di comporre versi, anche se ormai di contenuto prevalentemente religioso.
Colpito da una paralisi, morì dopo molte sofferenze fisiche nel 1957, nel Collegio Rosmini di Stresa.
Clemente Rebora fu un uomo mite, altruista, estremamente sensibile nei confronti della sofferenza altrui, sin dalla giovinezza animato dal desiderio di giovare agli altri, di essere vicino ai poveri e ai bisognosi.
Umile di carattere, ma forte di temperamento, fece dell’amore fraterno la legge della sua vita traducendolo in atti concreti di carità e di dedizione al prossimo suo.
Sacerdote in pectore prima ancora di essere consacrato, seppe fare sin dalla gioventù una scelta di campo che non tradì mai.
Rebora sotto questo riguardo incarna veramente l’ideale del buon Samaritano e ci trasmette un modello di vivere cristiano raro per i giorni nostri.
Benché di educazione familiare laica e positivistica, dilaniato da problematiche esistenziali in un’oscillazione continua tra una fiducia nell’opera dell’uomo e un disgusto per il mondo, tra desiderio di perfezione e coscienza dei suoi limiti, riuscì a trovare una strada d’uscita solo approdando alla fede, dopo per altro aver fatto esperienze religiose diverse ed essere stato per un po’ vicino al buddismo, e abbracciando la vita sacerdotale, dopo l’esperienza sentimentale con la pianista russa Lidia Natus cessata nel ‘19.
Egli pertanto ci ha lasciato alcune raccolte di poesie, e cioè i “Frammenti lirici” del 1913, i “Canti anonimi” del 1922.
Dopo lungo periodo di silenzio apparvero le poesie religiose, il “Curriculum vitae”, biografia in versi del 1955, e i “Canti dell’infermità” del 1957, appartenenti al periodo del sacerdozio e della malattia. A queste seguirono altre poesie religiose (dalla rete).



Dall'immagine tesa

Dall'immagine tesa
vigilo l'istante
con imminenza di attesa -
e non aspetto nessuno:
nell'ombra accesa
spio il campanello
che impercettibile spande
un polline di suono -
e non aspetto nessuno:
fra quattro mura
stupefatte di spazio
più che un deserto
non aspetto nessuno:
ma deve venire,
verrà, se resisto
a sbocciare non visto,
verrà d'improvviso,
quando meno l'avverto:
verrà quasi perdono
di quanto fa morire,
verrà a farmi certo
del suo e mio tesoro,
verrà come ristoro
delle mie e sue pene,
verrà, forse già viene
il suo bisbiglio.

Clemente Rebora



domenica 13 novembre 2011

Poesia su due riflessioni


Soldati

Si sta come
d'autunno
sugli alberi
le foglie.


Giuseppe Ungaretti



Riflessione

La poesia è stata dedicata ai soldati che andavano in guerra e di cui il destino è già scritto.
Ma forse non si riferisce solo a loro, bensì a tutti.
Siamo tutti come delle foglie, non conosciamo il nostro futuro.
Abbiamo una solo certezza...la morte.
Il non senso, il buio, il terrore, è dovuto a questa profonda e reale incertezza che l'uomo ha da sempre.
Solo un grande come Ungaretti poteva racchiudere il pensiero di molti in poco meno di un verso (dalla rete).

Foglie cadenti di autunno, Vincent Van Gogh

poi infine si cade,
si svolazza per quel poco
che il vento ci dà
e poi si cade;
in una pozza fangosa
o su un asfalto corroso,
su di un madido prato
o sulla riva sassosa;
si cade e si scivola in nulla
per dare substrato alla vita
mentre un fiore resiste
ed il freddo si insinua...

sabato 12 novembre 2011

Frammento


nè fu un fine raggiunto
il decorso stanco,
nè raggiunse mete
se non di poco conto;
respiri grevi,
movimenti vaghi,
i gesti impetuosi là
dove il pensiero geme...


anonimo del XX° secolo
frammenti ritrovati

venerdì 11 novembre 2011

L'Estate di San Martino

E' una delle date più famose della meteorologia popolare, quella dell'11 Novembre, in quanto è legata alla celebre "Estate di San Martino", un periodo mite che interrompe la discesa verso l'Inverno.
Non è chiaro quando sia nata la leggenda del mantello, né quando sia stata associata dalla memoria popolare e contadina al periodo di bel tempo che spesso insorge nel corso della seconda decade del mese di Novembre.
E' probabile che risalga a tempi antichissimi, di poco seguente alla morte del Santo, e che si sia diffusa poi rapidamente in tutta Europa, tanto che l'"Estate di San Martino" è conosciuta praticamente ovunque, e perfino negli Stati Uniti, dove questo periodo di intervallo di bel tempo viene definita "Estate Indiana".
Sia come sia San Martino e l'Estate Indiana vengono festeggiate a partire dall'11 novembre e per tre o quattro giorni.
Martino, vissuto nel IV, secolo era nato in Ungheria. Il padre, ufficiale dell'esercito romano, aveva dato al figlio il nome di Martino in onore di Marte, Dio della Guerra. La famiglia di Martino si trasferì dapprima a Pavia dove, all'età di quindici anni, Martino entrò nell'esercito. Da Pavia venne inviato in Gallia e qui si convertì al cristianesimo e divenne monaco nella regione di Poitiers.
L'episodio del mantello avvenne quando Martino era ancora un soldato. Dopo aver ricevuto in sogno la visita del Signore Martino prese i voti e si adoperò per la conversione al cristianesimo delle popolazioni galliche. Nel 371 i cittadini di Tours lo vollero vescovo della loro città. L'11 novembre si festeggia la data della sepoltura di San Martino e la basilica a lui dedicata nella città di Tours fu a lungo meta di pellegrinaggi medievali. In Italia San Martino è patrono di Belluno e di un centinaio di altri comuni.
Il culto del Santo è tanto amato che si perde il conto delle feste a lui dedicate.
La popolarità è confermata anche dai moltissimi proverbi dedicati a San Martino e alla festa dell'11 novembre: ”a San Martino uccidi il maiale e bevi vino”, “a San Martino ogni mosto diventa vino”.
Un tempo l'11 novembre segnava per i contadini la fine di un anno di lavoro e il momento in cui scadevano i contratti agrari. Se il padrone chiedeva ai contadini di non rimanere per l'anno successivo questi dovevano traslocare e andare alla ricerca di un nuovo padrone e di un nuovo alloggio. Da qui il detto “fare San Martino” che è divenuto sinonimo di traslocare. Prima di partire si faceva una grande mangiata di arrosto di oca o di tacchino e tra i piatti tipici di questo periodo non mancavano quelli a base di maiale. La tradizione racconta infatti che i contadini, in occasione della fine dei contratti agricoli, pagassero l'affitto della terra al padrone in parte con la carne dei maiali che allevavano e macellavano proprio durante i giorni dell'estate di San Martino. Il clima mite di questi giorni permetteva infatti una ottima macellazione delle carni.
Alla scadenza dei contratti si aprivano anche le botti per assaggiare il primo bicchiere di vino novello accompagnato alle castagne e ai dolci tipici del periodo.
Ogni Regione italiana ha le sue usanze e le proprie rievocazioni storiche della leggenda del Santo e ogni città o borgo festeggia l'Estate di San Martino che “dura tre giorni e un pochinino” con sagre, eventi, feste che hanno come comun denominatore il vino, le castagne, i funghi, l'olio, le frittelle, i biscotti e centinaia di altre specialità (dalla rete).

giovedì 10 novembre 2011

Poesia e parafrasi

La quiete dopo la tempesta

Passata è la tempesta:
Odo augelli far festa, e la gallina,
Tornata in su la via,
Che ripete il suo verso. Ecco il sereno
Rompe là da ponente, alla montagna;
Sgombrasi la campagna,
E chiaro nella valle il fiume appare.
Ogni cor si rallegra, in ogni lato
Risorge il romorio
Torna il lavoro usato
L'artigiano a mirar l'umido cielo,
Con l'opra in man, cantando,
Fassi in su l'uscio; a prova
Vien fuor la femminetta a còr dell'acqua
Della novella piova;
E l'erbaiuol rinnova
Di sentiero in sentiero
Il grido giornaliero.
Ecco il Sol che ritorna, ecco sorride
Per li poggi e le ville. Apre i balconi,
Apre terrazzi e logge la famiglia:
E, dalla via corrente, odi lontano
Tintinnio di sonagli; il carro stride
Del passegger che il suo cammin ripiglia.
Si rallegra ogni core
Sì dolce, sì gradita
Quand'è, com'or, la vita?
Quando con tanto amore
L'uomo a' suoi studi intende?
O torna all'opre? o cosa nova imprende?
Quando de' mali suoi men si ricorda?
Piacer figlio d'affanno;
Gioia vana, ch'è frutto
Del passato timore, onde si scosse
E paventò la morte
Chi la vita abborria;
Onde in lungo tormento,
Fredde, tacite, smorte,
Sudàr le genti e palpitàr, vedendo
Mossi alle nostre offese
Folgori, nembi e vento.
O natura cortese,
Son questi i doni tuoi,
Questi i diletti sono
Che tu porgi ai mortali. Uscir di pena
È diletto fra noi.
Pene tu spargi a larga mano; il duolo
Spontaneo sorge: e di piacer, quel tanto
Che per mostro e miracolo talvolta
Nasce d'affanno, è gran guadagno. Umana
Prole cara agli eterni! assai felice
Se respirar ti lice
D'alcun dolor: beata
Se te d'ogni dolor morte risana.

Giacomo Leopardi



Parafrasi

La tempesta è passata, sento gli uccelli far festa, e la gallina, tornata sulla strada che ripete il suo verso. Ecco che il sereno rompe le nuvole là da occidente, verso la montagna; la campagna si libera dalle nubi e lungo la valle appare chiaro e ben distinto il fiume.
Ogni animo si rallegra, da ogni parte riprendono i soliti rumori e riprende il consueto lavoro. L’artigiano, con il lavoro in mano, si avvicina cantando verso l’uscio a guardare il cielo umido; esce fuori la giovane ragazza (la popolana) per vedere se sia possibile raccogliere l’acqua della pioggia da poco caduta; e l’ortolano ripete di sentiero in sentiero il consueto richiamo giornaliero. Ecco che ritorna nel cielo il sole, eccolo che sorride per i poggi e per i casolari. La servitù apre le finestre, apre le porte dei terrazzi e delle logge: e dalla strada principale si sente un tintinnio di sonagli; il carro del viandante che riprende il suo viaggio stride.
Ogni animo si rallegra. Quando la vita è così dolce e così gradita come ora? Quando l’uomo si dedica con così tanto amore alle proprie occupazioni come in questo momento? O torna al lavoro? O intraprende una nuova attività? Quando si ricorda un po’ di meno dei suoi mali? Il piacere è figlio del dolore, è solo una gioia vana (un illusione), frutto del timore ormai passato, è frutto di quella paura che scosse chi odiava la vita ed ebbe terrore della morte; a causa della quale le persone fredde, silenziose, pallide sudarono ed ebbero il batticuore nel vedere fulmini, nuvole e vento diretti a colpirci.
O natura benevola, sono questi i tuoi doni, sono questi i piaceri che tu porgi ai mortali. Fra noi il piacere è uscire dalla paura, cessare di soffrire. Tu spargi in abbondanza dolore; il dolore nasce spontaneamente: e quel nostro piacere che ogni tanto per prodigio e per miracolo nasce dal dolore, è un gran guadagno. O genere umano caro agli dei! ti puoi ritenere molto felice se ti è concesso di tirare il respiro da qualche dolore: ti puoi ritenere beato se la morte ti guarisce da ogni dolore (dalla rete).

mercoledì 9 novembre 2011

Hey Jude

Hey Jude è una delle canzoni più famose dei Beatles.
Fu scritta da Paul McCartney, originariamente per l'album The Beatles, meglio conosciuto come White Album, ma poi venduta come singolo nel 1968 e infine pubblicata sulla raccolta Hey Jude. Nonostante la durata eccezionale per un singolo (7 minuti e 11 secondi) rimase nelle classifiche britanniche e statunitensi per ben 19 settimane.
La rivista Rolling Stone la colloca all'ottavo posto nella classifica delle 500 migliori canzoni di sempre.
Intitolata originariamente Hey Jules e rinominata in seguito Hey Jude per motivi fonetici, fu scritta da McCartney per confortare Julian, il figlio di Lennon, nel momento del divorzio tra il padre e Cynthia Powell. Nonostante questa versione ufficiale dei fatti, alcuni giornalisti, come per esempio Judith Simons del Daily Express, ritennero che potesse riferirsi o al momento sentimentale difficile di McCartney dopo il fallimento della relazione con Jane Asher oppure fosse dedicata ai Beatles stessi, impegnati in un periodo artistico e storico molto particolare.
Hey Jude inizia con la voce solista di McCartney accompagnata dal pianoforte suonato sempre da lui. Nella seconda strofa l'accompagnamento è arricchito con l'inserimento della chitarra e delle percussioni.
Una delle caratteristiche peculiari della canzone è il coro finale, lungo quattro minuti circa, "Naaa-naaa-naaa-na-na-na-naaaaa-na-na-na-naaaaa Hey Jude". Questa coda della canzone richiese la presenza di un'orchestra formata da dieci violini, tre viole, tre violoncelli, due flauti, due contrabbassi, un clarinetto basso, un fagotto, un controfagotto, due clarinetti, quattro tromboni, quattro trombe, due corni, una percussione (dalla rete).



Hey Jude

Hey Jude, don't make it bad.
Take a sad song and make it better.
Remember to let her into your heart,
then you can start to make it better.
Hey Jude, don't be afraid.
You were made to go out and get her.
The minute you let her under your skin,
then you begin to make it better.
And anytime you feel the pain,
hey Jude, refrain,
don't carry the world upon your shoulders.
For well you know that it's a fool
who plays it cool
by making his world a little colder.
Hey Jude, don't let me down.
You have found her, now go and get her.
Remember to let her into your heart,
then you can start to make it better.
So let it out and let it in,
hey Jude, begin,
you're waiting for someone to perform with.
And don't you know that it's just you,
hey Jude, you'll do,
the movement you need is on your shoulder.
Hey Jude, don't make it bad.
Take a sad song and make it better.
Remember to let her under your skin,
then you'll begin to make it better
better better better better better, oh.
na,na,na,na,na,na,na,na,na, hey Jude.
na,na,na,na,na,na,na,na,na, hey Jude.
na,na,na,na,na,na,na,na,na, hey Jude.
na,na,na,na,na,na,na,na,na, hey Jude.
na,na,na,na,na,na,na,na,na, hey Jude.
na,na,na,na,na,na,na,na,na, hey Jude.
na,na,na,na,na,na,na,na,na, hey Jude.
Hey Jude, non peggiorare le cose:
prendi una canzone triste e rendila migliore.
Ricordati di riporla nel tuo cuore
e poi comincia a migliorarla.
Hey Jude, non essere dispiaciuto:
tu sei fatto per uscire e per stare con lei.
Nel momento in cui la lasci penetrare attraverso la tua pelle
puoi iniziare a migliorarla.
Ed ogni qualvolta provi dolore
hey Jude, fermati:
non portare il peso del mondo sulle tue spalle.
Per quanto tu ben sai che è stupido
e che c'è chi ne fa motivo d'orgoglio
rendendo il proprio mondo un pò più distaccato.
Hey Jude, non abbattermi:
tu l'hai trovata, ora vai e prendila.
Ricordati di riporla nel tuo cuore,
e poi comincia a migliorarla.
Quindi, lasciala uscire ed entrare,
hey Jude, incomincia:
tu stai aspettando qualcuno con cui esibirti.
E non sai che sei proprio tu,
hey Jude, tu lo farai:
la spinta di cui hai bisogno è sulle tue spalle.
Hey Jude, non peggiorare le cose:
prendi una canzone triste e rendila migliore.
Ricordati di lasciarla nel tuo cuore
e poi comincia a migliorarla.
Lennon - McCartney

martedì 8 novembre 2011

Donna al Focolare

una donna seduta di fianco ad un camino,
una figura di altri tempi nei suoi vestiti tipici
impegnata a far cosa non si capisce,
forse un ricamo, forse solamente appisolata;
il lume che si intuisce sulla mensola a sinistra
ha sapore di altri tempi.
Questo olio su tavola l'ho scoperto girovagando nella rete,
mi ha colpito per l'immediatezza,
per quel senso del colore che stupisce,
che riesce a fermare come in un fotogramma
un momento apparentremente insignificante della vita.
Bello!


Augusto Laforet (1881-1970) - Donna al focolare, olio su tavola


lunedì 7 novembre 2011

Poesia e Riflesso

Nella frescura d'autunno è bello

Nella frescura d'autunno è bello
scuotere al vento l'anima - che pare una mela -
e guardare l'aratro del sole
che solca sopra al fiume l'acqua azzurra.

È bello strapparsi dal corpo
il chiodo ardente d'una canzone
e nel bianco abito di festa
aspettare che l'ospite bussi.

Io mi studio, mi studio col cuore di serbare
negli occhi il fiore del ciliegio selvatico.
Solo nel ritegno i sentimenti si scaldano
quando una falla rompe il petto.

In silenzio rimbomba il campanile di stelle,
ogni foglia è una candela per l'alba.
Nessuno farò entrare nella stanza,
non aprirò a nessuno la porta.

Sergej Eisenin
 - a questa immagine e' collegata l'immagine
ingrandita

Sergej Aleksandrovitch Esenin


Sergej Aleksandrovitch Esenin nacque nel 1895 e morì nel 1925, famoso poeta russo sovietico, la sua opera è strettamente legata alla vita del popolo e alla tradizione folcloristica.
Egli fu un profondo e sottile lirico, capace di rendere con insolita forza ed emozione gli stati dell'animo, di esprimere la poesia dei sentimenti e della natura della sua terra.
Molte sue poesie fanno parte di antologie.
La poesia di Esenin gode in Russia del riconoscimento e della simpatia di tutti.


vortici lenti inghiottono luci
che folate fredde hanno spento,
il mio io si comporta di rado
mentre un cero rimbalza la notte;
nelle solitarie attese si alimenta
un dolore indicibile e stanco,
crepita il ciocco  ormai arso
nel focolare segreto del cuore...

In edilizia, il termine focolare indica il piano del camino, in pietre o mattoni, su cui si accende il fuoco (latino: foco).
Viene usato, in senso figurato, per indicare la casa o la famiglia.
Nella moderna tecnologia è passato ad indicare la parte di un impianto di combustione dove viene incendiato il combustibile (wikipedia).

domenica 6 novembre 2011

Paul Eluard (Eugène Emile Grindel)

Eugène Emile Grindel (Paul Eluard) nacque a Saint-Denis (Paris) il 14 gennaio 1895 (morto a Charenton-le-Pont, il 18 novembre 1952).
Nel 1912 interruppe gli studi per essere ricoverato in sanatorio.
Vi conobbe Elena Diakonova (Gala) che fu sua moglie (1917-1931). Nel 1913 pubblicò i primi versi. Fu sotto le armi nel 1915-1917.
Dal 1919 partecipò al dadaismo e al surrealismo. Nel 1926 aderì al PCF. Nel 1934 sposò Marie Benz (Nusch). Nel 1935 fu portavoce di Breton al congresso degli scrittori antifascisti; nel 1935 è in Spagna e a London; nel 1938 rompe con Breton; nel 1942 si riscrisse al PCF e partecipò alla resistenza; nel dopoguerra compì numerosi viaggi, soprattutto nei paesi dell'est europeo.
La sua opera poetica è sparsa in decine di raccolte; molte le opere in collaborazione (con Breton, Char), e gli scritti a commento di opere d'arte (Picasso, Max Ernst, Man Ray, Dubuffet, Baudin).
Le sue prose sono raccolte in 3 volumi di scritti sull'arte e in "I sentieri e le vie della poesia" (Les sentiers et les routes de la poésie, 1952). L'esperienza della prima guerra mondiale gli ispirò una serie di poesia pacifiste: Il dovere e l'inquietudine (1917), Poesie per la pace (1918).
Al periodo surrealista, in cui sviluppò la tematica amorosa, appartengono Morire di non morire (1924), Capitale del dolore (Capitale de la douleur, 1926) illuminata dall'amore per Gala, L'amore la poesia (L'amour la poésie, 1929), La rosa pubblica (La rose publique, 1934).
La sua poesia ha come primo movente la certezza di una felicità possibile, e di un superamento dei limiti umani nella purezza del rapimento amoroso.
Il tema della coppia si sviluppa in quello di una collettività che celebra se stessa nel movimento verso una rivoluzione di gioia liberatrice.
In Gli occhi fertili (Les yeux fertiles, 1936) è la presa di coscienza della partecipazione alla vita comune e la ricerca di un'espressione poetica più immediata. L'impegno politico si afferma in "Guernica" (in Corso naturale, Cours naturel, 1938). Entrato nella resistenza, accentua l'impegno: Il libro aperto (Le livre ouvert, 1940-42), Poesia e verità (Poésie et vérité, 1942), Appuntamento con i tedeschi (Au rendez-vous allemand, 1944).
Dopo la guerra scrisse: Poesie politiche (Poèmes politiques, 1948), Una lezione di morale (Une leçon de morale, 1950), La fenice (Le phénix, 1951), Poesia initerrotta (1946-1953).
Fondato sull'esclamazione e l'iterazione (es. "Libertà" in Poesia e verità) il linguaggio eluardiano è un 'parlato' di candore e delirio.
Importante è l'automatismo surrealista, ma corretto da un uso sapiente di echi tradizionali (la lirica francese del '5-600), e da una misura ritmica veloce e leggera (dalla rete).


Ta chevelure d'oranges dans le vide du monde

Ta chevelure d'oranges dans le vide du monde
Dans le vide des vitres lourdes de silence
Et d'ombre où mes mains nues cherchent tous tes reflets.

La forme de ton coeur est chimérique
Et ton amour ressemble à mon désir perdu
O soupirs d'ambre, rêves, regards

Mais tu n'as pas toujours été avec moi. Ma mémoire
Est encore obscurcie de t'avoir vu venir
Et partir. Le temps se sert de mots comme l'amour.

  
I tuoi capelli aranciati nel vuoto del mondo

I tuoi capelli aranciati nel vuoto del mondo,
nel vuoto dei vetri grevi di silenzio e
d'ombra ove a mani nude cerco ogni tuo riflesso,

Chimerica è la forma del tuo cuore
e al mio desiderio perduto il tuo amore somiglia.
O sospiri di ambra, sogni, sguardi.

Ma non sempre sei stata con me, tu. La memoria
m’è oscurata ancora d’averti vista giungere
e sparire. Ha parole il tempo, come l’amore.

Paul Eluard

sabato 5 novembre 2011

Poesia

Occhi oscuri

E' la mia nostalgia ed il mio amore
oggi in questa notte calda
dolce come il profumo di fiori esotici,
svegliati ad una vita che scotta.

La mia nostalgia ed il mio amore
e' tutta la mia fortuna e sfortuna
e' scritta come una muta canzone
nel tuo sguardo oscuro da fiaba.

E' la mia nostalgia ed il mio amore,
sfuggito al mondo e ad ogni suo rumore,
si e' costruito nei tuoi occhi oscuri
un segreto trono da re.

Herman Hesse