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L'ombra è l'opposto del sole, ma si nutre di esso.
Un cielo grigio non genera ombre: nessun contrasto, nessun pensiero.


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martedì 17 dicembre 2013

Shangri-La

è un luogo immaginario descritto nel romanzo Orizzonte perduto, scritto da James Hilton nel 1933. L'idea giunse a James Hilton dalle letture delle memorie dei gesuiti che avevano soggiornato in Tibet e che erano venuti a conoscenza delle tradizioni legate al Kalachakra Tantra in cui si descrive un mitico regno di Shambhala. Nel romanzo di Hilton si parla di un luogo racchiuso nell'estremità occidentale dell'Himalaya nel quale si vedevano meravigliosi paesaggi, e dove il tempo si era quasi fermato, in un ambiente di pace e tranquillità. Shangri-La era organizzato come una comunità lama perfetta, professante però, non il buddhismo ma il Cristianesimo nestoriano. Dalla comunità erano bandite, non a norma di legge ma per convinzione comune, tutta una serie di umane debolezze (odio, invidia, avidità, insolenza, avarizia, ira, adulterio, adulazione e così via), facendone un Eden materiale e spirituale in cui l'occupazione degli abitanti era quella di produrre cibo nella misura strettamente necessaria al sostentamento e trascorrere il resto della giornata nell'evoluzione della conoscenza interiore della scienza e nella produzione di opere d'arte. Il successo di questo romanzo nella società dell'epoca diede origine al mito: così sognatori, avventurieri ed esploratori provarono a trovare questo paradiso perduto. L'onda orientalista dell'Occidente fu ispirata dal mito, e così il nome di Shangri-La è stato utilizzato non solo da gruppi musicali e teosofi, ma anche da molti luoghi di villeggiatura in Asia e perfino in America. Il luogo geografico più simile, e che probabilmente ha ispirato James Hilton, è il territorio di Diqing dove, nel 2001, il governo cinese ha cambiato il nome alla contea di Zhongdian e le ha assegnato il nome Shangri-La. Il suo territorio faceva parte del Tibet prima dell'annessione cinese, dopo la quale è stato assegnato alla provincia dello Yunnan. Nelle vicinanze sorge il monastero di Hong Po Si, dove vivono una sessantina di monaci e cinque lama tibetani. Parecchie regioni, mosse da interessi turistici, sostengono di essere la regione geografica descritta da Hilton e di essere così il mitico luogo ispiratore della misteriosa Shangri-La. Nel romanzo, l'autore cita il territorio a nord del Ladakh, oggi noto come Aksai Chin, comprendente la catena del Kun Lun e l'altopiano delle Soda Plains, una regione tra le più inospitali e meno abitate del pianeta, presso l'attuale confine indocinese, ricco di vette alte tra i 5.000 ed i 7.000 m (wikipedia).


Our Shangri-La

“It’s the end of a perfect day for all the surfer boys and girls
The sun’s dropping down in the bay and falling off the world
There’s a diamond in the sky, our evening stone in our Shangri-La
Get that fire burning strong right here and right now
It’s here and then it’s gone, there’s no secret anyhow.
We may never love again to the music of guitars in our Shangri-La
Tonight your beauty burns into my memory
The wheel of heaven turns above us endlessly
This is all the heaven we got, right here where we are in our Shangri-La.
Tonight your beauty burns into my memory
The wheel of heaven turns above us endlessly
This is all the heaven we got, right here where we are in our Shangri-La.
In our Shangri-La
In our Shangri-La…”


“E’ la fine di un giorno perfetto per i ragazzi e le ragazze del surf,
Il sole sta calando sulla spiaggia facendo spegnere il mondo.
C’è un diamante nel cielo, la nostra stella della sera, nel nostro Shangri-La
Lascia bruciare forte quel fuoco, proprio qui e proprio adesso,
è qui e poi non c’è più, non è un segreto tuttavia.
Potremmo non amarci mai più sulla musica delle chitarre, nel nostro Shangri La
Stasera la tua bellezza brucia nei miei pensieri,
la ruota del Paradiso gira su di noi senza fine.
Questo è tutto il Paradiso che abbiamo, proprio qui dove siamo, nel nostro Shangri La
Stasera la tua bellezza brucia nei miei pensieri,
La ruota del Paradiso gira su di noi senza fine.
Questo è tutto il Paradiso che abbiamo, proprio qui dove siamo, nel nostro Shangri
La
Nel
nostro Shangri-La
Nel nostro Shangri-La…”.

Mark Knopfler, Our Shangri-La - 5.41
Album: Our Shangri-La (2004)

lunedì 16 dicembre 2013

La nebbia

La nebbia è un fenomeno piuttosto diffuso nella pianura padana, ma non solo, principalmente nei periodi invernali e primaverili dominati da un campo d’alta pressione piuttosto pronunciato ed da un elevato tasso d’umidità. Ma come si forma tale fenomeno? Innanzitutto iniziamo col dire che in meteorologia è considerata una delle tante idrometeore e si differenzia dalla foschia in base alla visibilità; ovvero in presenza di visibilità inferiore ai 1000mt si inizia a parlare di nebbia, tra 1000 e 10000 di foschia. La nebbia si forma per condensazione, in prossimità del suolo, del vapor d’acqua risultando pertanto una vera e proprio nube presente in prossimità del suolo. La sua formazione può avvenire per diversi motivi, ma l’ingrediente principale è l’elevato tasso d’umidità. Andiamo ad analizzare, pertanto, le condizioni ideali e le caratteristiche per la formazione della nebbia: 1) Nebbia da evaporazione: avviene per umidificazione della massa d’aria adiacente al suolo o al di sopra di specchi d’acqua ( laghi o fiumi); tipiche delle zone dei laghi. 2) Nebbia da raffreddamento: può avvenire per processo isobarico ( temperatura inferiore a quella di rugiada con consensazione) o adiabatico; di questa “famiglia” fanno parte altre due sottosezioni: 2a) Nebbia da irraggiamento: tipiche dei periodi primaverili ed invernali sulla Pianura Padana, avvengono per il raffreddamento notturno del suolo che irraggia calore verso l’atmosfera raffreddando pertanto gli strati prossimi al suolo. Tale fenomeno avviene in condizioni anticicloniche con cieli sereni, ventilazione praticamente assente, masse d’aria prossime alla saturazione ed interessano in genere strati inferiori ai 200/300mt. In genere la nebbia nel corso delle ore più calde tende a diradarsi o sollevarsi parzialmente, per il riscaldamento del suolo apportato dai raggi del sole, ma qualora il regime anticiclonico sia duraturo, con condizioni d’inversione termica estesa anche agli starti superiori, la condizione di nebbia potrebbe persistere anche durante il giorno. La dissolvenza della nebbia è causata dal riscaldamento del suolo e degli strati d’aria adiacenti, a causa del riscaldamento adoperato dal sole; in seguito, con l’attivazione dei moti verticali avviene il rimescolamento degli strati superiori con conseguente rottura dell’inversione. 2b) Nebbia d’avvezione: si forma per scorrimento di masse d’aria calde ed umide al di sopra di superfici più fredde. Un tipico esempio sono le nebbie marittime che interessano i settori costieri principalmente nei periodi invernali, quando correnti umide meridionali scorrono al di sopra di un mare ancora freddo. Dai radiosondaggi si può riconoscere tale fenomeno per un aumento, partendo dal suolo, con la quota della temperatura ed un calo della temperatura di rugiada. La densità della nebbia dipende dal contenuto di vapor d’acqueo nella massa d’aria, quindi aumenta con maggior umidità. La nebbia è il principale nemico nelle maggiori metropoli, non solo per la scarsa visibilità, ma anche per l’aumento degli inquinanti. Difatti con il persistere di subsidenza, correnti discendenti, ed aria quindi stagnante nei bassi strati, lo smog e gli inquinanti rimangono intrappolati nei bassi strati causando problemi alle vie respiratorie (dalla rete).


Nebbia

La nebbia arriva
su zampine di gatto.
 
S’accuccia e guarda
la città e il porto
sulle silenziose anche
e poi se ne va via.

Carl Sandburg


silenziosa,
nasconde e cela
un abbraccio
una svista...

domenica 15 dicembre 2013

Aforisma

 
Anelo all'eternità,
perchè lì troverò
i miei quadri non dipinti,
e le mie poesie non scritte.
 
Kahlil Gibran
 
 
o ci sarà il nulla?
il vuoto?
l'oblio?

sabato 14 dicembre 2013

Poesia


Rimasugli

Briciole di tempo
impegnano alibi e pensieri,
giù. nel fondo del cuore,
rimane un'eco lontana.
Nel frettoloso viavai
mi perdo in un attimo solo,
fuori, nel mattutino gelo,
ghiacciano alcune risposte.

Anonimo
del XX° secolo
poesie ritrovate

venerdì 13 dicembre 2013

Santa Lucia tra fede e musica




Santa Lucia

Santa Lucia per tutti quelli che hanno gli occhi
e un cuore che non basta agli occhi
e per la tranquillità di chi va per mare
e per ogni lacrima sul tuo vestito
per chi non ha capito.
Santa Lucia per chi beve di notte
e di notte muore e di notte legge
e cade sul suo ultimo metro
per gli amici che vanno e ritornano indietro
e hanno perduto l’anima e le ali.
Per chi vive all’incrocio dei venti ed è bruciato vivo
per le persone facili che non hanno dubbi mai
per la nostra corona di stelle e di spine
e la nostra paura del buio e della fantasia
Santa Lucia il violino dei poveri
è una barca sfondata e un ragazzino
al secondo piano che canta ride e stona
perché vada lontano fa che gli sia dolce
anche la pioggia nelle scarpe, anche la solitudine.

Francesco De Gregori




Santa Lucia (Siracusa, 283 – Siracusa, 13 dicembre 304)
fu una martire cristiana, morta durante le persecuzioni di Diocleziano a Siracusa; è venerata dalla Chiesa cattolica e dalla Chiesa ortodossa. Nell'introduzione al romanzo storico Lucia di René du Mesnil de Maricourt, Ampelio Crema ha scritto che: «la prima e fondamentale testimonianza sull'esistenza di Lucia ci è data da un'iscrizione greca scoperta nel giugno del 1894 dal professor Paolo Orsi nella catacomba di san Giovanni, la più importante di Siracusa: essa ci mostra che, già alla fine del quarto secolo o all'inizio del quinto, un siracusano - come si deduce dall'epigrafe alla moglie Euschia - nutriva una forte e tenerissima devozione per la "sua" santa Lucia, il cui anniversario era già commemorato da una festa liturgica.
Tale iscrizione è stata trovata su una sepoltura del pavimento, incisa su una pietra di marmo quadrato, misurante cm 24x22 e avente uno spessore di cm 3, tagliata irregolarmente. Le due facce della pietra erano state ricoperte di calce: ciò indica che la tomba era stata violata». E così suona l'epigrafe o iscrizione di Euschia: Euschia, irreprensibile, vissuta buona e pura per circa 25 anni, morì nella festa della mia santa Lucia, per la quale non vi è elogio come conviene. Cristiana, fedele, perfetta, riconoscente a suo marito di una viva gratitudine.
Di santa Lucia esiste a Siracusa il «loculo», cioè la tomba primitiva, sulla quale fin dai tempi antichi sorse una chiesa, rifatta poi nel Seicento. Inoltre - come ha scritto Piero Bargellini nel suo libro I Santi del giorno - «esistono iscrizioni, che testificano una remota e fervida devozione per la Martire e un culto liturgico già stabilito dai primi secoli. Infine, esiste una di quelle "Passioni" con le quali la devozione dei fedeli ha ricamato di fantasia, sopra un canovaccio certamente storico». Narrano di una giovane, orfana di padre, appartenente ad una ricca famiglia di Siracusa, che era stata promessa in sposa ad un pagano. La madre di Lucia, Eutichia, da anni ammalata, aveva speso ingenti somme per curarsi, ma nulla le era giovato. Fu così che Lucia ed Eutichia, unendosi ad un pellegrinaggio di siracusani al sepolcro di Agata, pregarono S. Agata affinché intercedesse per la guarigione della donna. Durante la preghiera Lucia si assopì e vide in sogno S. Agata che le diceva: Lucia, perché chiedi a me ciò che puoi ottenere tu per tua madre? Nella visione S. Agata le preannunciava anche il suo patronato sulla città di Siracusa. Ritornata a Siracusa e constatata la guarigione di Eutichia, Lucia comunicò alla madre la sua ferma decisione di consacrarsi a Cristo. Il pretendente, insospettito e preoccupato nel vedere la desiderata sposa vendere tutto il suo patrimonio per distribuirlo ai poveri, verificato il rifiuto di Lucia, la denunciò come cristiana. Erano in vigore i decreti di persecuzione dei cristiani emanati dall'Imperatore Diocleziano. Il processo che Lucia sostenne dinanzi all'Arconte Pascasio attesta la fede ed anche la fierezza di questa giovane donna nel proclamarsi cristiana. Minacciata di essere esposta tra le prostitute, Lucia rispose: "Il corpo si contamina solo se l'anima acconsente". Il proconsole allora ordina che la donna sia costretta con la forza, ma lei diventa così pesante, che decine di uomini non riescono a spostarla. Il dialogo serrato tra lei ed il magistrato vede addirittura quasi ribaltarsi le posizioni, tanto da vedere Lucia quasi mettere in difficoltà l'Arconte che, per piegarla all'abiura, la sottopone a tormenti. Lucia esce illesa da ogni tormento fino a quando, inginocchiatasi, viene decapitata. Prima di morire annuncia la destituzione di Diocleziano e la pace per la Chiesa. Privo di ogni fondamento, ed assente nelle molteplici narrazioni e tradizioni, almeno fino al secolo XV, è l'episodio di Lucia che si strappa gli occhi. L'emblema degli occhi sulla coppa, o sul piatto, è da ricollegarsi, semplicemente, con la devozione popolare che l'ha sempre invocata protettrice della vista a motivo del suo nome Lucia (da Lux, luce). La sua iconografia vede spesso gli occhi accompagnati dal pugnale conficcato in gola. Il motivo di questa raffigurazione risiede nel racconto dei cosiddetti Atti latini che descrivono la morte di Lucia per jugulatio piuttosto che per decapitazione. Statua di Santa Lucia venerata in Montefalcione (Avellino). Attestato dalla testimonianza scritta di un testimone oculare, come il miracolo della fine della carestia dell'anno 1646, domenica 13 maggio 1646, una colomba fu vista volteggiare dentro la Cattedrale durante la Messa. Quando la colomba si posò sul soglio episcopale, una voce annunciò l'arrivo al porto di un bastimento carico di cereali. La popolazione tutta vide in quella nave la risposta data da Lucia alle tante preghiere che a lei erano state rivolte.
La sua festa liturgica ricorre il 13 dicembre; antecedentemente all'introduzione del calendario gregoriano (1582), la festa cadeva in prossimità del solstizio d'inverno (da cui il detto "santa Lucia il giorno più corto che ci sia"), ma non coincise più con l'adozione del nuovo calendario (differenza di 10 giorni). Nei paesi nordici, che adottarono il calendario gregoriano circa duecento anni più tardi, il solstizio continuò a cadere il 13 dicembre (calendario gregoriano). È curioso notare che questa tradizione si può applicare anche per il calendario gregoriano, se si interpreta il "giorno più corto" come il giorno in cui il sole tramonta prima. Ovviamente nell'emisfero sud della Terra è uno dei giorni più lunghi dell'anno. La celebrazione della festa in un giorno vicino al solstizio d'inverno, è probabilmente dovuta alla volontà di sostituire antiche feste popolari che celebravano la luce e si festeggiano nello stesso periodo nell'emisfero nord. Altre tradizioni religiose festeggiano la luce in periodi vicini al solstizio d'inverno come ad esempio la festa di Hanukkah ebraica, che dura otto giorni come le celebrazioni per la santa a Siracusa, o la festa di Diwali celebrata in India.
È considerata dai devoti la protettrice degli occhi, dei ciechi, degli oculisti, degli elettricisti e degli scalpellini e viene spesso invocata nelle malattie degli occhi. Il corpo della santa, prelevato in epoca antica dai Bizantini a Siracusa, è stato successivamente trafugato dai Veneziani che conquistarono Costantinopoli (l'attuale Istanbul) ed è quindi attualmente conservato e venerato nella chiesa di San Geremia a Venezia. Le sacre spoglie della santa siracusana tornarono eccezionalmente a Siracusa per sette giorni nel dicembre 2004 in occasione del 17º centenario del suo martirio. L'arrivo e la partenza delle spoglie furono salutati da una incredibile folla di siracusani; riscontrata l'elevatissima partecipazione e devozione dei devoti, siracusani e non, da allora si è fatta strada la possibilità di un ritorno definitivo tramite alcune trattative tra l'Arcivescovo di Siracusa Giuseppe Costanzo e il Patriarca di Venezia Angelo Scola (da wikipedia).


mercoledì 11 dicembre 2013

Emily ancora

La descrizione del ciclo della natura come "prodigiosa rotazione" che ha bisogno soltanto dei suoi dodici mesi per compiersi ogni volta.
I versi 5-8 si riferiscono probabilmente alla fioritura, che corona le teste di fiori, o anche di rami o alberi, e al suo contrario, a quel recesso spoglio dove le stesse cose risiedono, come se fossero nascoste, nei mesi invernali.

 
Frequently the woods are pink -
Frequently are brown.
Frequently the hills undress
Behind my native town.
Oft a head is crested
I was wont to see -
And as oft a cranny
Where it used to be -
And the Earth - they tell me -
On it's axis turned!
Wonderful Rotation!
By but twelve performed!
   Sovente i boschi sono rosa -
Sovente sono bruni.
Sovente le colline si spogliano
Dietro il mio paese natio.
Spesso è coronata una testa
Che ero solita visitare -
E altrettanto spesso un recesso
Dove usava stare -
E la Terra - mi dicono -
Sul suo asse ha girato!
Prodigiosa Rotazione!
Da appena dodici compiuta!

Emily Dickinson

martedì 10 dicembre 2013

Poesia


Sole in Inverno

Inverno di sole
riflette cristalli di luce
ricordo le viole
nel tempo più truce
di questo dolore
che sovrasta l'amore.
Nel cuore di anime
perse nel vento, vaganti
lacrime e rime
di pensieri inquietanti;
vorrei correre forte
sfuggire alla sorte.

Anonimo
del XX° secolo
poesie ritrovate

lunedì 9 dicembre 2013

Samarcanda

Samarcanda (uzbeko: Samarqand; in tagico e in russo: Самарқанд, Samarkand; in Persiano: سمرقند ; in greco: Μαρακάνδα, Marakánda) è la terza città per dimensioni in Uzbekistan (popolazione 352.047 abitanti calcolati per il 2010) e il capoluogo della regione di Samarcanda. La città è per lo più conosciuta per essere nel mezzo della Via della seta nel percorso tra la Cina e l'Occidente. È collocata a 702 metri sopra il livello del mare e, nonostante sia un'importante città dell'Uzbekistan, la maggior parte degli abitanti è di lingua tagica. Nel 2001, dopo vari tentativi, l'UNESCO ha inserito la città, vecchia di 2700 anni, nella lista dei patrimoni dell'umanità sotto il titolo di Samarcanda - Crocevia di culture. Samarcanda è una delle più antiche città del mondo, che ha prosperato per la sua posizione lungo la Via della seta, la maggiore via commerciale di terra tra Cina ed Europa. Un tempo Samarcanda fu la città più ricca dell'Asia centrale e per la maggior parte della sua storia fece parte dell'Impero persiano. Fondata circa nel 700 a.C., era già capitale della satrapia Sogdiana sotto gli Achemenidi di Persia quando Alessandro Magno (nella zona conosciuto come Iskander Khan) la conquistò nel 329 a.C. Sotto i Sasanidi, Samarcanda rifiorì e diventò una delle città maggiori dell'Impero. Dal VI al XIII secolo la popolazione si ingrandì e divenne più popolosa anche della moderna Samarcanda. In quegli anni la città conobbe l'invasione araba (che portò il suo alfabeto e convertì all'Islam la sua popolazione), quella dei Persiani e di diverse successive dinastie turche. Fu saccheggiata nell'anno 1220 dai Mongoli. Sopravvisse solo una minima parte della popolazione ma essa dovette superare anche un sacco successivo condotto da un altro condottiero mongolo: Barak Khan. La città impiegò decenni per ristabilirsi da quei disastri. Timpano della madrasa Sherdar, completata nel 1660, nel Registan di SamarcandaNel 1370, Tamerlano decise di rendere Samarcanda una città stupenda e usarla come capitale dell'impero che avrebbe costruito e che si sarebbe esteso dall'India alla Turchia. Per 35 anni la città fu ricostruita e fu piena di cantieri con artigiani e architetti provenienti dalle parti più disparate dell'Impero timuride. Tamerlano fece così crescere la città, che divenne il centro della regione chiamata in Occidente Transoxiana e similmente dagli Arabi Mā warāʾ al-Nahr, «Ciò che è al di là del fiume Oxus». L'osservatorio astronomico di Ulugh Beg a Samarcanda, costruito nel 1420.Suo nipote Ulugh Beg governò il paese e la sua capitale per 40 anni. Creò varie scuole scientifiche dedite allo studio della matematica e dell'astronomia. Ordinò anche la costruzione di un grande osservatorio, di cui restano imponenti tracce. Nel XVI secolo gli Uzbeki spostarono la capitale a Bukhara e Samarcanda iniziò un lento declino. Dopo l'assalto dei Persiani guidati da Nadir Shah, la città fu abbandonata nel XVIII secolo. L'emiro di Bukhara tentò di ripopolare la città alla fine di quel secolo. Nel 1868, la città divenne parte dell'Impero russo, essendo stata conquistata dal colonnello A.K. Abramov, nonostante il contrattacco da parte di forze guidate da Abdul Malik Tura, figlio dell'Emiro di Bukhara, e dal Bek di Shahrisabz. Abramov divenne il primo governatore militare della città di Okrug che i Russi scelsero come capitale amministrativa della zona. La città divenne successivamente capitale del Turkestan russo e venne raggiunta dalla ferrovia transcaspica nel 1888. Divenne capitale della Repubblica Socialista Sovietica Uzbeka dal 1925 fino al 1930. Attualmente la città è reclamata dai nazionalisti tagiki, che oltre a essere maggioranza nel luogo, vorrebbero che essa tornasse a far parte del Tagikistan al quale dicono essa apparterrebbe storicamente. A questo scopo hanno fondato un movimento clandestino chiamato "Rinascimento (wikipedia).


ora la guerra paura non fa

Un vecchio video
una canzone stranota,
eppure
ci sento qualcosa di diverso,
ritmo meno serrato
sguardi contenuti.
Buon ascolto.

domenica 8 dicembre 2013

Aforisma e riflesso


Sempre camminerò
per queste spiagge
tra la sabbia e la schiuma dell'onda.
L'alta marea cancellerà l'impronta
e il vento svanirà la schiuma.
Ma sempre
spiaggia e mare rimarranno.

Kahlil Gibran


scie e tracce
in un continuum
sempre...

sabato 7 dicembre 2013

Felis silvestris catus

gatto
Nome riferito a numerose specie di Mammiferi Felidi appartenenti al genere Felis e in particolare al g. domestico; è attribuito anche ad alcuni generi affini, la cui posizione sistematica è talvolta controversa.
Al genere Felis si ascrivono alcune specie in declino numerico: il g. cinese del deserto o di montagna (Felis bieti), endemico del plateau tibetano; il g. della giungla (Felis chaus), diffuso in ambienti con densa copertura vegetale e raccolte d’acqua, dal delta del Nilo, attraverso la Penisola Arabica, l’Asia centrale e l’India, fino al Sud-Est Asiatico; il g. delle sabbie (Felis margarita), dei deserti dell’Africa Settentrionale, Penisola Arabica e Medio Oriente; il raro g. dai piedi neri (Felis nigripes), delle zone aride dell’Africa meridionale. Di queste specie, Felis bieti e Felis nigripes sono considerate vulnerabili, ossia ad alto rischio di estinzione nel medio periodo.
Il g. selvatico (Felis silvestris) è diffuso dall’Europa occidentale all’India, alla Cina occidentale e alla Mongolia, e in quasi tutto il continente africano. Il g. selvatico europeo (Felis silvestris silvestris) è la sottospecie presente in Europa, Caucaso e Asia minore. Ha corpo lungo 45-70 cm; peso 2-8 kg; mantello con strisce nere lungo il dorso; coda (circa 35 cm) a forma di clava, con evidenti anelli neri. Frequenta gli habitat boschivi; è territoriale e solitario. Caccia di notte, sugli alberi e al suolo, animali di piccole e medie dimensioni: roditori, uccelli, lepri, conigli, rettili, ma anche pesci o insetti. Il g. selvatico del deserto o africano(Felis silvestris lybica) è la sottospecie diffusa in Africa e Vicino Oriente, cui sono attribuite anche le popolazioni di Sardegna (g. selvatico sardo) e Corsica, forse derivanti da un’introduzione umana. Dall’Iraq all’India è diffuso il g. selvatico ornato o delle steppe (Felis silvestris ornata).
Il g. domestico è uno degli animali da compagnia più comuni, scelto per l’affettività (sebbene conservi una notevole indipendenza), ma anche per l’abilità nella caccia a roditori o piccoli rettili, specie comunemente indesiderate (v. fig.). Si ritiene che la domesticazione del g. sia avvenuta circa 10.000 anni fa, nel Vicino Oriente, dalla sottospecie del Felis silvestris lybica. Tra le molte razze,sono particolarmente apprezzate le comuni soriano ed europeo; le pregiate certosino e siamese, a pelo corto, d’Angora, a pelo medio e persiano, a pelo lungo. Il g. possiede caratteri tipici della famiglia Felidi, tra cui: clavicola non articolata, che gli permette di attraversare varchi angusti e di arrampicarsi con facilità, deambulazione digitigrada, zampe provviste di cuscinetti plantari, unghie retrattili, occhi e naso circondati da lunghe vibrisse con funzione tattile, buona vista notturna, ottima percezione dei suoni acuti, olfatto finissimo. Ha taglia di 2,5-7 kg; alcune razze fino a 11 kg. Vive in media 14-20 anni; raggiunge la maturità sessuale in 4-10 mesi. Il g. domestico va in estro più volte nel corso dell’anno; la gravidanza dura 63-65 giorni e sono partoriti 3-5 piccoli. Comunica per mezzo di una varietà di vocalizzazioni, miagolii, fusa e soffi.
Al contrario del solitario g. selvatico, i g. randagi si raggruppano spesso in colonie, nelle quali si instaura una rete di rapporti tra individui, interpretata da molti etologi come una forma primitiva di socialità. I g. randagi che riacquistano un comportamento selvatico (g. ferali) possono ibridarsi con il g. selvatico, alterandone il patrimonio genetico. Sono inoltre vettori di malattie e, soprattutto in condizioni di isolamento geografico (come nelle isole), la loro attività di predazione può pesare notevolmente sulle specie selvatiche più vulnerabili. Il sistema più noto per contrastare il randagismo felino è la sterilizzazione.
Il g. può contrarre malattie infettive contagiose anche per l’uomo (rabbia, tubercolosi, setticemia emorragica ecc.), parassitarie (dermatofizie come la tigna favosa e l’erpete tonsurante; parassitosi intestinali quali le teniasi e l’ascaridiosi), disturbi gastro-intestinali ecc. Il graffio del g. può essere causa, tra l’altro, di linforeticulosi benigna da inoculazione.
Tra le molte specie un tempo collocate nel genere Felis e in seguito incluse in generi affini, sono comunemente denominate g.: nel genere Prionailurus il g. pescatore o g. viverrino (Prionailurus viverrina), dell’India settentrionale e del Sud-Est asiatico, fino alla Malesia, e il g. del Bengala o g. leopardo (Prionailurus bengalensis) dell’India, Cina, Sud-Est asiatico e Siberia meridionale; nel genere Leopardus il g. delle Pampas (Leopardus pajeros), delle regioni orientali dell’America Meridionale, il g. tigrino o margay (Leopardus wiedii), dell’America Centrale e fascia tropicale dell’America Meridionale, e il g. pantanal o pantanal (Leopardus braccatus) del Brasile, Uruguay e Paraguay; il g. di Pallas (Otocolobus manul), dell’Asia Centrale, da molti tassonomi incluso nel gen. Felis, e un tempo ritenuto il progenitore del g. persiano; il g. dorato asiatico o di Temminck (Catopuma temmincki) della Cina e del Sud-Est asiatico; il g. dorato africano (Profelis aurata) dell’Africa equatoriale; il g. marmorato o pantera marmorata (Pardofelis marmorata) del Sud-Est asiatico, fino al Borneo e Sumatra (enciclopedia Treccani).

Il gatto

Vieni sul mio cuore innamorato, mio bel gatto:
trattieni gli artigli della zampa,
e lasciami sprofondare nei tuoi occhi belli
misti d’agata e metallo.

Come s’inebria di piacere la mia mano
palpando il tuo elettrico corpo
con le dita che tranquille ti accarezzano
la testa e il dorso elastico!

E penso alla mia donna, a quel suo sguardo
come il tuo, amabile bestia,
freddo e profondo che taglia e fende come freccia,

e a quell’aria, a quel profumo
che pericoloso fluttua sul suo corpo
dai piedi su fino alla testa!

 
Charles Baudelaire


 
lentezze aggraziate
slegano vincoli leggeri,
un attimo vaga
raccolto da passi felpati...