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L'ombra è l'opposto del sole, ma si nutre di esso.
Un cielo grigio non genera ombre: nessun contrasto, nessun pensiero.


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domenica 6 dicembre 2009


Il senso della vita?
Chissà per quanto ancora
dibatterò offuscato di sovente
e la mente
annebbiata ricerca cadenze
insistente,
trepidante.
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La chiave che apre
è già posta
La fede si maschera
e l'assioma corrompe il pensiero
la ricerca è costante
infinita
non come la vita.
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Anonimo del XX° Secolo
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sabato 5 dicembre 2009


Nostalgia

Tra le nubi ecco il turchino
Cupo ed umido prevale:
Sale verso l'Apennino
Brontolando il temporale.
Oh se il turbine cortese
Sovra l'ala aquilonar
Mi volesse al bel paese
Di Toscana trasportar!
Non d'amici o di parenti
Là m'invita il cuore e il volto:
Chi m'arrise a i dí ridenti
Ora è savio od è sepolto.
Né di viti né d'ulivi
Bel desio mi chiama là:
Fuggirei da' lieti clivi
Benedetti d'ubertà.
De le mie cittadi i vanti
E le solite canzoni
Fuggirei: vecchie ciancianti
A marmorei balconi!
Dove raro ombreggia il bosco
Le maligne crete, e al pian
Di rei sugheri irto e fosco
I cavalli errando van.
Là in maremma ove fiorío
La mia triste primavera,
Là rivola il pensier mio
Con i tuoni e la bufera:
Là nel ciel nero librarmi
La mia patria a riguardar,
Poi co 'l tuon vo' sprofondarmi
Tra quei colli ed in quel mar.
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Giosuè Carducci

venerdì 4 dicembre 2009

Essere o Avere

Il professor Grammaticus, viaggiando in treno, ascoltava la conversazione dei suoi compagni di scompartimento. Erano operai meridionali, emigrati all'estero in cerca di lavoro: erano tornati in Italia per le elezioni, poi avevano ripreso la strada del loro esilio. - Io ho andato in Germania nel 1958, - diceva uno di loro. - Io ho andato prima in Belgio, nelle miniere di carbone. Ma era una vita troppo dura. Per un poco il professor Grammaticus li stette ad ascoltare in silenzio. A guardarlo bene, però, pareva una pentola in ebollizione. Finalmente il coperchio saltò, e il professor Grammaticus esclamò, guardando severamente i suoi compagni: - Ho andato! Ho andato! Ecco di nuovo il benedetto vizio di tanti italiani del sud di usare il verbo avere al posto del verbo essere. Non vi hanno insegnato a scuola che si dice: "Sono andato"? Gli emigranti tacquero, pieni di rispetto per quel signore tanto perbene, con i capelli bianchi che gli uscivano di sotto il cappello nero. - Il verbo andare, - continuò il professor Grammaticus, - è un verbo intransitivo, e come tale vuole l'ausiliare essere. Gli emigranti sospirarono. Poi uno di loro tossì per farsi coraggio e disse: - Sarà come lei dice, signore. Lei deve aver studiato molto. Io ho fatto la seconda elementare, ma già allora dovevo guardare più alle pecore che ai libri. Il verbo andare sarà anche quella cosa che dice lei. - Un verbo intransitivo. Ecco, sarà un verbo intransitivo, una cosa importantissima, non discuto. ma a me sembra un verbo triste, molto triste. Andare a cercar lavoro in casa d'altri... lasciare la famiglia, i bambini. Il professor Grammaticus cominciò a balbettare. - Certo... veramente... insomma, però... comunque si dice sono andato, non ho andato. Ci vuole il verbo "essere": io sono, tu sei, egli è... - Eh, - disse l'emigrante, sorridendo con gentilezza, - io sono, noi siamo!... Lo sa dove siamo noi, con tutto il verbo essere e con tutto il cuore? Siamo sempre al paese, anche se abbiamo andato in Germania e in Francia. Siamo sempre là, è là che vorremmo restare, e avere belle fabbriche per lavorare, e belle case per abitare. E guardava il professor Grammaticus con i suoi occhi buoni e puliti e il professor Grammaticus aveva una gran voglia di darsi dei pugni in testa. e intanto borbottava tra sé: - Stupido! Stupido che non sono altro. Vado a cercare gli errori nei verbi... ma gli errori più grossi sono nelle cose!
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Gianni Rodari

martedì 1 dicembre 2009



NAUFRAGHI

Naufraghi sugli scogli,
ognuno narra
a sé solo – la storia
di una dolce casa
perduta,
sé solo ascolta
parlare forte
sul deserto pianto
del mare.-
Triste orto abbandonato l’anima
Si cinge di selvaggi siepi
Di amori:
morire è questo
ricoprirsi di rovi
nati in noi.


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Antonia Pozzi


1912 - Antonia Pozzi nasce a Milano, il 13 febbraio, in una famiglia della società lombarda di antico lignaggio. Dalle grandi ville delle nonna materna, a Carate Lario e a Bereguardo, i Pozzi si stabiliscono nell’elegante casa milanese di via Mascheroni.
1917 - I Pozzi acquistarono a Pasturo, in Valsassina, la settecentesca villa dei Marchiondi e ne fanno la loro residenza estiva. Alla figlia è offertaun’educazione perfetta: le scuole migliori, il pianoforte, l’arte applicata (disegno, scultura), lo sport (sci, nuoto, equitazione).

Fin dall’infanzia Antonia manifesta una sensibilità particolare.
1927 - Si iscrive al liceo classico Manzoni di Milano. Il suo interesse per la letteratura contemporanea si accresce con la conoscenza diretta delle lingue moderne (parla correttamente francese, inglese, tedesco), e con altrettanta passione affronta i testi classici. Le sue capacità intellettuali sono fuori dal comune ma anche la sua inquietudine. In quegli anni nasce un intenso e drammatico legame con Antonio Maria Cervi, suo professore di latino e greco. La relazione è contrastata dalla famiglia e finirà con una dolorosa e drammatica rinuncia di entrambi al loro sogno d’amore.
1930 - Si iscrive alla facoltà di lettere dell’Università Statale di Milano, indirizzo in filologia moderna. È allieva di Baratono, Borgese, Castiglioni, Errante, Terracini, ma soprattutto di Antonio Banfi, cui chiederà la tesi in Estetica. Tra gli amici e i compagni degli anni universitari: Luciano Anceschi, Clelia e Ottavia Abate, Giancarlo Vigorelli, Mario Monicelli, Alberto Mondadori, Luigi Romagnoni, Enzo Paci; e gli intimi: Remo Cantoni, Vittorio Sereni, Dino Formaggio.
1935 - In novembre discute con grande successo la sua tesi (pubblicata postuma): Flaubert. La formazione letteraria. Seguono numerosi viaggi di studio e di vacanza, e l’appassionata lettura di Goethe e Mann.
1936 - Frequenta un corso universitario estivo in Austria, al castello Gmunden, sul lago di Traun, e da lì inizia un viaggio attraverso la Germania meridionale.

1937 - In inverno, un nuovo viaggio la porta in tutte le capitali mitteleuropee. Rientrata a Milano accetta una cattedra di lettere all’Istituto Tecnico Schiapparelli. Contemporaneamente si dedica ad attività di assistenza sociale: visita le case degli sfrattati in via dei Cinquecento e assiste ad alcuni processi al Tribunale dei minori.
1938 - In Aprile, su invito di Banfi, tiene in università due conversazioni su Aldous Huxley (di cui la prima sarà pubblicata su “ Corrente”). In questo periodo, in previsione della realizzazione di un progettato romanzo storico intensifica le visite alla nonna Maria Lavagna, nipote di Tommaso Grossi. In giugno è costretta a un ricovero in ospedale per essere operata di appendicite: durante la convalescenza a Pasturo traduce Manfred Hausmann (Lampioon bacia ragazze e giovani betulle). Ma neppure nella tranquillità di questa casa riesce a trovare una pace interiore durevole. Trascorre l’estate a Misurina e , di ritorno a Pasturo la sorprende la notizia della guerra imminente (che il compromesso di Monaco allontana solo di pochi anni), delle leggi razziali e della censura. Il 2 dicembre viene ritrovata semiassiderata alla periferia di Milano, verso Chiaravalle: inutile qualsiasi sforzo per tenerla in vita. Muore la sera del 3. E’ seppellita nel cimitero di Pasturo sotto tre grandi massi della Grigna. La versione ufficiale trasmessa dalla famiglia parla di un “ improvviso malore”; il suo testamento è distrutto e riscritto a “memoria” dal padre.

La biografia è contenuta in: Antonia Pozzi, L’età delle parole è finita.
Lettere(1925 – 1938), a cura di A. Cenni e O. Dino, Milano, Archinto, 1989

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Foglie Morte

Oh! che già il vento volta
e porta via le pioggie!
Dentro la quercia folta
ruma le foglie roggie
che si staccano, e fru . . .
partono; un branco ad ogni
soffio che l'avviluppi.
par che la quercia sogni
ora, gemendo, i gruppi
del novembre che
fu.
Volano come uccelli,
morte nel bel sereno:
picchiano nei ramelli
del roseo pesco, pieno
de' suoi cuccoli già.
E il roseo pesco oscilla
pieno di morte foglie:
quale s'appende e prilla,
quale da lui si toglie
con un sibilo, e va.
Ma quelle foglie morte
che il vento, come roccia,
spazza, non già di morte
parlano ai fiori in boccia,
ma sussurrano—Orsù!
Dentro ogni cocco all'uscio
vedo dei gialli ugnoli:
tu che costì nel guscio
di più covar ti duoli,
che ti pèriti più?
Fuori le aluccie pure,
tu che costì sei vivo!
Il vento ruglia . . . eppure
esso non è cattivo.
Ruglia, brontola: ma
contende a noi! Chè tutto
vuol che sia mondo l'orto
pei nuovi fiori, e il brutto,
il secco, il vecchio, il morto,
vuol che netti di qua.
Noi c'indugiammo dove
nascemmo, un po', ma era
per ricoprir le nuove
gemme di primavera.. .—
Così dicono, e fru . . .
partono, ad un rabbuffo
più stridulo e più forte.
E tra un voletto e un tuffo
vanno le foglie morte,
e non tornano più.
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Giovanni Pascoli
da, I Canti di Castelvecchio

lunedì 30 novembre 2009

E Siamo Partiti

Le analogie mi sembrano fin troppo evidenti ma mi fa piacere cercare di ribadirle; i nostri bisnonni loro malgrado emigravano verso gli Stati Uniti ed il continente americano ammassati nelle stalle dei bastimenti o, quando andava bene, stipati nelle loro stive in mezzo ad ogni genere di carico e mercanzia. Poi una volta arrivati trattati peggio di animali subivano quarantena su un isolotto senza cibo nè assistenza...oggi, anche se invertendo l'ordine dei fattori il prodotto continua a non cambiare, sembra che almeno sembra vada un pò meglio ed il trattamento sia quantomeno il più umano possibile.

"L'onda di ieri porta l'onda di oggi"...si sono solo capovolti i ruoli ed oggi siamo noi il paese in cui emigrare.

La nemesi storica avanza imperterrita di fronte ad ogni pensiero od azione, indipendentemente da qualsiasi parte arrivi o si ponga. I popoli vanno dove si mangia perchè quando si ha la pancia piena si (s)ragiona assai meglio. La relatività della posizione che ognuno di noi nutre nei confronti di chi emigra è frutto solo di contrapposizioni etniche ben pilotate dalla classe politica, c'è chi è contro e c'è chi è a favore, anche qualche neutrale a dir la verità che si riserva il posizionamento in un futuro più o meno prossimo.



Un grazie a Davide Bernasconi (VanDeSfroos) per questa bella canzone che ha un testo (dialettale) di estrema attualità ed è socialmente asssolutamente corretto e condivisibile.

Per favore meditiamoci molto seriamente.

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E Semm Partii:

Come figli raccolti in braccio da questa nave che non sa partire, ricamiamo il mare con lo sguardo a punta, l'ancora più grossa ce l'abbiamo qui. Come figli portati a spasso dalle onde a pezzi che san tutto loro, verso un'orizzonte con il sole al collo, dondolando sempre, ma cadendo mai. L'unda de ieer porta l'unda de incöö l'öcc de un vecc l'era l'öcc de un fiöö. E sèmm partii e sèmm partii, per questa America sugnàda in prèssa, la fàcia dùpia cumè una munéda e una valìsa che gh'è deent nagòtt. E sèmm partii e sèmm partii, cumè tocch de vedru de un büceer a tocch, una vita noeva quaand finìss el maar mentre quèla vègia la te pìca i spàll... E sèmm partii... Come figli salutati a mano da questa gente che non riesci più a vedere, fazzoletti bianchi che non san volare, non ci seguiranno e resteranno là. Come figli presi a calci in culo da una paura con le scarpe nuove e gli occhi bruciano senza rumore, non è solo il vento, non è solo il sale. L'unda de ieer porta l'unda de incöö l'öcc de un vecc l'era l'öcc de un fiöö. E sèmm partii e sèmm partii, per questa America che maja tücc un gratacieel o una rivultèla se la furtoena la me baserà. E sèmm partii e sèmm partii, cumè una cicàda cuntra la bufera , se ghe la foo cambi la mia vita, se fùndi mea l'è giammò quajcòss. E sèmm partii..... Come figli raccattati al volo da questa statua che nasconde il cielo, ha una faccia dura e ci guarda strano, sarem poi simpatici alla Libertà? E sèmm partii e sèmm partii, per questa America sugnàda in prèssa, la fàcia dùpia cumè una munéda e una valisa che gh'è deent nagòtt. E sèmm partii e sèmm partii, cumè tòcch de vedru de un büceer a tòcch, una vita noeva quaand finìss el maar mentre quèla vègia la te pica i spàll. E sèmm partii.....

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Dura essere emigranti specie agli inizi del secolo, dobbiamo solo ricordarci che le generazioni successive di queste persone che allora erano poco più che derelitti ora sono cemento e parte integrante di grandi nazioni democratiche, indipendentemente da origini, cultura e credo religioso.

"Mamma mia dammi cento lire, che in America voglio andar... Cento lire io te le do ma in America no, no, no..."

...I canoni fondamentali dei canti di emigrazione prescindono, in realtà, dalla specificità dell’argomento.

Nel senso che esistono canoni generali: sono canti di lavoro, canzoni d’amore e canti che esprimono fondamentalmente la nostalgia...
...sul finire dell’Ottocento, la corsa all’America.

Un immenso territorio al di là dell’Oceano, tutto da "riscoprire", e che può offrire grandi opportunità.

La "Merica" diventa anche l’ancora di salvezza per gente che in Italia non vede futuro...

Prof. Emilio Franzina

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PIANTO
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Più bello il fiore cui la pioggia estiva
lascia una stilla dove il sol si frange;
più bello il bacio che d'un raggio avviva
occhio che piange.
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Giovanni Pascoli

sabato 28 novembre 2009

Tieni sempre presente
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Tieni sempre presente che la pelle fa le rughe,
i capelli diventano bianchi,
i giorni si trasformano in anni.
Però ciò che é importante non cambia;
la tua forza e la tua convinzione non hanno età.
Il tuo spirito e` la colla di qualsiasi tela di ragno.
Dietro ogni linea di arrivo c`e` una linea di partenza.
Dietro ogni successo c`e` un`altra delusione.
Fino a quando sei viva, sentiti viva.
Se ti manca cio` che facevi, torna a farlo.
Non vivere di foto ingiallite…
insisti anche se tutti si aspettano che abbandoni.
Non lasciare che si arruginisca il ferro che c`e` in te.
Fai in modo che invece che compassione, ti portino rispetto.
Quando a causa degli anni
non potrai correre, cammina veloce.
Quando non potrai camminare veloce, cammina.
Quando non potrai camminare, usa il bastone.
Pero` non trattenerti mai!
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Madre Teresa di Calcutta

venerdì 27 novembre 2009



EBRIETA'

Sotto il salice avvinto dall'edera,
cerchiamo scampo all'intemperie.
Ci ripara le spalle un mantello,
intorno a te le mie braccia si avvincono.
Ma no. Le piante nel folto
non s'avvolgono d'edera, ma d'ebrietà.
Stendiamo, allora, questo mantello.

Boris Pasternak

giovedì 26 novembre 2009

Una croce di marmo


Una croce di marmo
viva come una pianta di vite
radici nel dolore
tralci nelle braccia di Cristo
il suo abbraccio morbido
su noi
come un grappolo maturo.

Io resto così
con l’idea dell’amore
versato e inutile
sulla terra d’autunno
senza foglie
un nodo di linfa
che prelude all’inverno.

Il gelo comincia dal cuore
prima che la brina
fiorisca
su ogni gesto
su ogni pensiero.

26 novembre 2009