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L'ombra è l'opposto del sole, ma si nutre di esso.
Un cielo grigio non genera ombre: nessun contrasto, nessun pensiero.
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L'ombra è l'opposto del sole, ma si nutre di esso.
Un cielo grigio non genera ombre: nessun contrasto, nessun pensiero.
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sabato 31 ottobre 2009
venerdì 30 ottobre 2009
L'Uragano
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L'uragano tutto svelle intorno a me
L'uragano svelle in me foglie e parole futili.
Turbini di passione sibilano in silenzio
Ma pace è sul tornado arido, sulla fuga della stagione delle piogge!
Tu Vento ardente Vento puro, vento della-bella-stagione, brucia ogni fiore ogni pensiero vano
Quando la sabbia ricade sulle dune del cuore.
Anvella, ferma il tuo gesto di statua e voi, fanciulli, fermate i vostri giochi e le vostre risa d'avorio.
A te consumi la voce insieme col corpo, secchi i profumo della tua carne
La fiamma che illumina la mia notte, come una colonna e come una palma.
Infiamma le mie labbra di sangue, Spirito soffia sulle corde della mia kôra
Che si levi il mio canto, puro come l'oro di Galam.
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Léopold Sédar Senghor
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L'uragano tutto svelle intorno a me
L'uragano svelle in me foglie e parole futili.
Turbini di passione sibilano in silenzio
Ma pace è sul tornado arido, sulla fuga della stagione delle piogge!
Tu Vento ardente Vento puro, vento della-bella-stagione, brucia ogni fiore ogni pensiero vano
Quando la sabbia ricade sulle dune del cuore.
Anvella, ferma il tuo gesto di statua e voi, fanciulli, fermate i vostri giochi e le vostre risa d'avorio.
A te consumi la voce insieme col corpo, secchi i profumo della tua carne
La fiamma che illumina la mia notte, come una colonna e come una palma.
Infiamma le mie labbra di sangue, Spirito soffia sulle corde della mia kôra
Che si levi il mio canto, puro come l'oro di Galam.
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Léopold Sédar Senghor
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giovedì 29 ottobre 2009
L'Acca in Fuga
C'era una volta un'Acca.Era una povera Acca da poco: valeva un'acca, e lo sapeva. Perciò non montava in superbia, restava al suo posto e sopportava con pazienza le beffe delle sue compagne. Esse le dicevano:
E così, saresti anche tu una lettera dell'alfabeto? Con quella faccia?
Lo sai o non lo sai che nessuno ti pronuncia?
Lo sapeva, lo sapeva. Ma sapeva anche che all'estero ci sono paesi, e lingue, in cui l'acca ci fa la sua figura.
" Voglio andare in Germania, - pensava l'Acca, quand'era- più triste del solito. - Mi hanno detto che lassù le Acca sono importantissime ".
Un giorno la fecero proprio arrabbiare. E lei, senza dire né uno né due, mise le sue poche robe in un fagotto e si mise in viaggio con l'autostop.
Apriti cielo! Quel che successe da un momento all'altro, a causa di quella fuga, non si può nemmeno descrivere.
Le chiese, rimaste senz'acca, crollarono come sotto i bombardamenti. I chioschi, diventati di colpo troppo leggeri, volarono per aria seminando giornali, birre, aranciate e granatine in ghiaccio un po' dappertutto.
In compenso, dal cielo caddero giù i cherubini: levargli l'acca, era stato come levargli le ali.
Le chiavi non aprivano più, e chi era rimasto fuori casa dovette rassegnarsi a dormire all'aperto.
Le chitarre perdettero tutte le corde e suonavano meno delle casseruole.
Non vi dico il Chianti, senz'acca, che sapore disgustoso. Del resto era impossibile berlo, perché i bicchieri, diventati " biccieri", schiattavano in mille pezzi.
Mio zio stava piantando un chiodo nel muro, quando le Acca sparirono: il " ciodo " si squagliò sotto il martello peggio che se fosse stato di burro.

La mattina dopo, dalle Alpi al Mar Ionio, non un solo gallo riuscì a fare chicchirichi': facevano tutti ciccirici, e pareva che starnutissero. Si temette un'epidemia.
Cominciò una gran caccia all'uomo, anzi, scusate, all'Acca. I posti di frontiera furono avvertiti di raddoppiare la vigilanza. L'Acca fu scoperta nelle vicinanze del Brennero, mentre tentava di entrare clandestinamente in Austria, perché non aveva passaporto. Ma dovettero pregarla in ginocchio: Resti con noi, non ci faccia questo torto! Senza di lei, non riusciremmo a pronunciare bene nemmeno il nome di Dante Alighieri. Guardi, qui c'è una petizione degli abitanti di Chiavari, che le offrono una villa al mare. E questa è una lettera del capo-stazione di Chiusi-Chianciano, che senza di lei
diventerebbe il capo-stazione di Ciusi-Cianciano: sarebbe una degradazione
L'Acca era di buon cuore, ve l'ho già detto. È rimasta, con gran sollievo del verbo chiacchierare e del pronome chicchessia. Ma bisogna trattarla con rispetto, altrimenti ci pianterà in asso un'altra volta.
Per me che sono miope, sarebbe gravissimo: con gli "occiali" senz'acca non ci vedo da qui a lì.
Gianni Rodari
mercoledì 28 ottobre 2009
FORSE UN MATTINO ANDANDO---
Forse un mattino andando in un'aria di vetro,
arida, rivolgendomi vedró compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.
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Poi come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto
alberi case colli per l'inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n'andró zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.
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Eugenio Montale
martedì 27 ottobre 2009
Un Vaso che tutti abbiamo

Non bisogna mai aprirlo.
Non si deve aprire mai.
Il vaso dove tutto c'è e si confondono bene e male in un'entità inscindibile e terribile allo stesso tempo, piena di fascino e mistero, dove non esistono confini precisi ma solo aree di passaggio che mescolano colori ed umori a formare sentimenti ed impressioni, la nostra anima insomma.
Quando in preda alla curiosità sbirciamo nel vaso succede di tutto e troppo in fretta.
Lasciamo che il tempo ci aiuti nella scoperta e ricordiamoci le cose che siamo e quelle che facciamo, tutto sarà più chiaro una volta diventato vissuto..."panta rei!"...nella ricerca assennata del senso che troppo a lungo ci sfugge e si incista in malevoli pensieri di negatività e tristezze.
Teniamo con noi il tempo del ricordo ed il nostro vaso rimarrà chiuso, pieno o svuotato poco importa, ma che rimanga chiuso.
Noi sappiamo bene cosà c'è dentro, che senso ha cercare di vederlo con gli occhi quando abbiamo la mente?
Non sfidiamo gli Dei, impariamo a conviverciPer punire gli uomini Zeus ordinò ad Efesto di creare una bellissima fanciulla, Pandora (dal greco "pan doron" = "Tutti I Doni"), alla quale gli dei donarono grazia e ogni sorta di virtù.
Ermes, che aveva dotato la giovane di astuzia e curiosità, venne incaricato di condurre Pandora dal fratello di Prometeo, Epimeteo (fratello stupido). Questi nonostante l’avvertimento del fratello di non accettare doni dagli dei, sposò Pandora. Ella aveva con sé un vaso regalatole da Zeus, che però le aveva ordinato di lasciare sempre chiuso. Ma, spinta dalla curiosità, Pandora disobbedì: aprì il vaso e da esso uscirono tutti i mali del mondo (la vecchiaia, la gelosia, la malattia, la pazzia, ecc.) che si abbatterono sull’umanità.
Ermes, che aveva dotato la giovane di astuzia e curiosità, venne incaricato di condurre Pandora dal fratello di Prometeo, Epimeteo (fratello stupido). Questi nonostante l’avvertimento del fratello di non accettare doni dagli dei, sposò Pandora. Ella aveva con sé un vaso regalatole da Zeus, che però le aveva ordinato di lasciare sempre chiuso. Ma, spinta dalla curiosità, Pandora disobbedì: aprì il vaso e da esso uscirono tutti i mali del mondo (la vecchiaia, la gelosia, la malattia, la pazzia, ecc.) che si abbatterono sull’umanità.
Sul fondo del vaso rimase solo la speranza, l’ultima a morire.
Secondo un’altra versione il vaso, aperto da Epimeteo, conteneva tutti i beni, che volarono verso gli dei, lasciandone sprovvisti gli uomini.
« Così disse ed essi obbedirono a Zeus signore, figlio di Crono.
E subito l’inclito Ambidestro, per volere di Zeus, plasmò dalla terra una figura simile a una vergine casta; Atena occhio di mare, le diede un cinto e l’adornò; e le Grazie divine e Persuasione veneranda intorno al suo corpo condussero aurei monili; le Ore dalla splendida chioma, l’incoronarono con fiori di primavera; e Pallade Atena adattò alle membra ornamenti di ogni genere. Infine il messaggero Argifonte le pose nel cuore menzogne, scaltre lusinghe e indole astuta, per volere di Zeus cupitonante; e voce le infuse l’araldo divino, e chiamò questa donna Pandora, perché tutti gli abitanti dell'Olimpo l’avevano donata in dono, sciagura agli uomini laboriosi. Poi, quando compì l’arduo inganno, senza rimedio, il Padre nabdò a Epimeteo l’inclito Argifonte portatore del dono, veloce araldo degli dèi; né Epimeteo pensò alle parole che Prometeo gli aveva rivolto: mai accettare un dono da Zeus Olimpio, ma rimandarlo indietro, perché non divenisse un male per i mortali. Lo accolse e possedeva il male, pria di riconoscerlo. Prima infatti le stirpi degli uomini abitavano la terra del tutto al riparo dal dolore, lontano dalla dura fatica, lontano dalle crudeli malattie che recano all’uomo la morte; (rapidamente nel dolore gli uomini avvizziscono.)
« Così disse ed essi obbedirono a Zeus signore, figlio di Crono.
E subito l’inclito Ambidestro, per volere di Zeus, plasmò dalla terra una figura simile a una vergine casta; Atena occhio di mare, le diede un cinto e l’adornò; e le Grazie divine e Persuasione veneranda intorno al suo corpo condussero aurei monili; le Ore dalla splendida chioma, l’incoronarono con fiori di primavera; e Pallade Atena adattò alle membra ornamenti di ogni genere. Infine il messaggero Argifonte le pose nel cuore menzogne, scaltre lusinghe e indole astuta, per volere di Zeus cupitonante; e voce le infuse l’araldo divino, e chiamò questa donna Pandora, perché tutti gli abitanti dell'Olimpo l’avevano donata in dono, sciagura agli uomini laboriosi. Poi, quando compì l’arduo inganno, senza rimedio, il Padre nabdò a Epimeteo l’inclito Argifonte portatore del dono, veloce araldo degli dèi; né Epimeteo pensò alle parole che Prometeo gli aveva rivolto: mai accettare un dono da Zeus Olimpio, ma rimandarlo indietro, perché non divenisse un male per i mortali. Lo accolse e possedeva il male, pria di riconoscerlo. Prima infatti le stirpi degli uomini abitavano la terra del tutto al riparo dal dolore, lontano dalla dura fatica, lontano dalle crudeli malattie che recano all’uomo la morte; (rapidamente nel dolore gli uomini avvizziscono.)

Ma la donna di sua mano sollevò il grande coperchio dell’orcio e tutto disperse, procurando agli uomini sciagure luttuose. Sola lì rimase Speranza nella casa infrangibile, dentro, al di sotto del bordo dell’orcio, né se ne volò fuori; ché Pandora prima ricoprì la giara, per volere dell’egioco Zeus, adunatore dei nembi.
E altri mali, infiniti, vanno errando fra gli uomini. » (da Wikipedia)
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Il mito di Pandora è sequenziale al mito di Prometeo il quale, rubando il fuoco agli dei per restituirlo agli uomini, fece infuriare il padre degli dei Zeus (Giove per i romani).
Secondo il racconto di Esiodo (il più antico poeta greco di cui si abbia notizia, che visse tra l’VIII e il VII secolo a.C.), Zeus ordinò a Efesto (Vulcano, dio del fuoco e fabbro degli dei) di forgiare una bellissima figura femminile: Pandora, dicendo: "essi (gli uomini) riceveranno da me, in cambio del fuoco, un male di cui gioiranno, circondando d'amore ciò che costituirà la loro disgrazia".
Secondo il racconto di Esiodo (il più antico poeta greco di cui si abbia notizia, che visse tra l’VIII e il VII secolo a.C.), Zeus ordinò a Efesto (Vulcano, dio del fuoco e fabbro degli dei) di forgiare una bellissima figura femminile: Pandora, dicendo: "essi (gli uomini) riceveranno da me, in cambio del fuoco, un male di cui gioiranno, circondando d'amore ciò che costituirà la loro disgrazia".
Gli dei dell'Olimpo donarono a Pandora ogni sorta di pregio e di virtù, da cui il nome che significa "tutta un dono".Ma il dio Mercurio le donò la curiosità e Zeus un vaso da custodire, ma con il divieto di aprirlo.Pandora però, spinta dalla curiosità lo aprì e dal vaso uscirono tutti i mali: la vecchiaia, la morte, la malattia, la pazzia, solo per ultima uscì la speranza. Forse non tutti sanno che il termine sanscrito che traduce "speranza", ha in realtà un senso negativo che lo avvicina più all’italiano "aspettativa" che non a "speranza"; per questo la "speranza" rimasta sul fondo del vaso di Pandora è forse il più terribile dei beni o il più dolce dei mali .
lunedì 26 ottobre 2009

Poesia di Saffo
A me pare uguale agli dei
chi a te vicino così dolce
suono ascolta mentre tu parli
e ridi amorosamente. Subito a me
il cuore si agita nel petto
solo che appena ti veda, e la voce
si perde sulla lingua inerte.
Un fuoco sottile affiora rapido alla pelle,
e ho buio negli occhi e il rombo
del sangue alle orecchie.
E tutta in sudore e tremante
Come erba patita scoloro:
e morte non pare lontana
a me rapita di mente.
A me pare uguale agli dei
chi a te vicino così dolce
suono ascolta mentre tu parli
e ridi amorosamente. Subito a me
il cuore si agita nel petto
solo che appena ti veda, e la voce
si perde sulla lingua inerte.
Un fuoco sottile affiora rapido alla pelle,
e ho buio negli occhi e il rombo
del sangue alle orecchie.
E tutta in sudore e tremante
Come erba patita scoloro:
e morte non pare lontana
a me rapita di mente.
traduzione Salvatore Quasimodo
sabato 24 ottobre 2009
Il Profeta
Sulla Libertà
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E un oratore disse: Parlaci della Libertà.
E lui rispose: Alle porte della città e presso il focolare vi ho veduto, prostrati, adorare la vostra libertà, Così come gli schiavi si umiliano in lodi davanti al tiranno che li uccide.
Sì, al bosco sacro e all'ombra della rocca ho visto che per il più libero di voi la libertà non era che schiavitù e oppressione.
E in me il cuore ha sanguinato, poiché sarete liberi solo quando lo stesso desiderio di ricercare la libertà sarà una pratica per voi e finirete di chiamarla un fine e un compimento. In verità sarete liberi quando i vostri giorni non saranno privi di pena e le vostre notti di angoscia e di esigenze.
Quando di queste cose sarà circonfusa la vostra vita, allora vi leverete al di sopra di esse nudi e senza vincoli.
Ma come potrete elevarvi oltre i giorni e le notti se non spezzando le catene che all'alba della vostra conoscenza hanno imprigionato l'ora del meriggio?
Quella che voi chiamate libertà è la più resistente di queste catene, benché i suoi anelli vi abbaglino scintillando al sole.
E cos'è mai se non parte di voi stessi ciò che vorreste respingere per essere liberi?
L'ingiusta legge che vorreste abolire è la stessa che la vostra mano vi ha scritto sulla fronte.
Non potete cancellarlabruciando i libri di diritto né lavando la fronte dei vostri giudici, neppure riversandovi sopra le onde del mare. Se è un despota colui che volete detronizzare, badate prima che il trono eretto dentro di voi sia già stato distrutto.Poiché come può un tiranno governare uomini liberi e fieri, se non per una tirannia e un difetto della loro stessa libertà e del loro orgoglio? E se volete allontanare un affanno, ricordate che questo affanno non vi è stato imposto, ma voi l'avete scelto. E se volete dissipare un timore, cercatelo in voi e non nella mano di chi questo timore v'incute.In verità, ciò che anelate e temete, che vi ripugna e vi blandisce, ciò che perseguite e ciò che vorreste sfuggire, ognuna di queste cose muove nel vostro essere in un costante e incompiuto abbraccio. Come luci e ombre unite in una stretta, ogni cosa si agita in voi. e quando un'ombra svanisce, la luce che indugia diventa ombra per un'altra luce. E così quando la vostra libertà getta le catene diventa essa stessa la catena di una libertà più grande.venerdì 23 ottobre 2009
Eldorado

Abbigliato gaiamente,
Un leggiadro cavaliere,
Con la luce e con le ombre,
Da gran tempo ormai viaggiava
E cantava una canzone,
Per cercare l'Eldorado.
Ma avvenne che invecchiava,
Un tal prode cavaliere,
E sul cuore un'ombra scese
Perché egli non trovava
Nessun luogo della terra
Che era come l'Eldorado.
E così quando alla fine
Gli mancarono le forze,
In un'ombra pellegrina
S'imbatté e le chiese: «Ombra
Dove mai si può trovare
Questa terra d'Eldorado?».
«Laggiù oltre le montagne
Della Luna, su cavalca
Per la valle delle Ombre,
Oh mio prode su cavalca»
«Se tu cerchi l'Eldorado!»
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Edgard Allan Poe
giovedì 22 ottobre 2009
Babino lo Sciocco
Un giorno, uno sciocco di nome Babino si mise in cammino per vedere il mondo e per mostrare a tutti quant'egli fosse cortese. Ed ecco, cammina cammina, trovò sulla sua strada una casa disabitata. Guardò nella cantina e vide alcuni diavoli coi baffi irti, con gli occhi accesi e grossi còme bocce, con la testa a pera. I diavoli, con le loro lunghe dita ricurve, giocavano a carte e a dadi. Babino li salutò: Dio vi aiuti, buona gente! Non l'avesse mai detto! I diavoli, furibondi, afferrarono lo sciocco e lo percossero a sangue. Solo quando lo videro più morto che vivo, lo lasciarono andare. Allora Babino tornò a casa piangendo. La madre gli si fece incontro e, saputo ciò che era successo, gli disse: Babino, sei proprio uno sciocco. Lo vedi? Hai parlato a sproposito. Ai diavoli bisogna dire: «Dio vi sprofondi nell'inferno!». Se tu avessi parlato così, i diavoli sarebbero fuggiti, lasciando sul tavolo la posta del gioco, e tutto l'oro sarebbe stato tuo. Impara, Babino! Ho capito fece lo sciocco. 

Ho sbagliato, ma un'altra volta starò attento. E Babino si mise di nuovo in cammino. Sulla strada trovò quattro fratelli che stavano trebbiando il grano. Babino si accostò e disse: Dio vi sprofondi nell'inferno! I quattro fratelli, a quell'insulto, gli saltarono addosso e gliene diedero tante e poi tante da lasciarlo a terra tramortito. Quando Babino rinvenne, se ne tornò a casa malconcio peggio dell'altra volta. Sua madre, saputo ciò che era successo, lo rimproverò aspramente: Sei uno sciocco, Babino: anche questa volta hai parlato a sproposito. Ai fratelli tu dovevi dire, indicando i sacchi di grano: «Possiate portarne cento ogni giorno di quei carichi, amici miei». Ho capito fece Babino. -Sono stato uno sciocco. ma non succederà più. E si mise nuovamente in cammino. Strada facendo, incontrò sette fratelli che gemevano e piangevano, portando a seppellire un loro caro, morto da poco.S alve, amici miei! gridò lo sciocco ai sette fratelli. Possiate portarne cento ogni giorno di quei carichi! All'udire quelle parole, i sette fratelli si asciugarono le lacrime, saltarono addosso allo sciocco, e giù botte da orbi! Babino, pesto e malconcio, se ne tornò a casa piangendo. Raccontò ogni cosa a sua madre, ed ella scosse la testa desolata. Quando mai riuscirò a farti capire che bisogna parlare a proposito? Sei uno sciocco, Babino. Tu avresti dovuto accostarti ai sette fratelli e dir loro: «Requiem aeternam nel paradiso di Dio...». Ho capito fece Babino. E si mise di nuovo in cammino. S'imbatté questa volta in un corteo nuziale. Tutti erano vestiti a festa e gli sposini erano seguiti da un gruppo di robusti giovanotti che cantavano in coro. Babino si accostò agli sposi e disse tutto contento: «Requiem aeternam» nel paradiso di Dio! Gli sposini si guardarono spaventati. Ma i giovanotti del corteo gli saltarono addosso e lo picchiarono di santa ragione. Anche lo sposo, riavutosi dalla sorpresa, non restò indietro, e gliene diede la sua parte... Babino, anche questa volta, tornò a casa in lacrime. Sei stato uno sciocco! gridò la madre spazientita. Agli sposi dovevi dire: « Il Signore vi conceda nozze felici e numerosi figli! ». Ho capito: fece Babino sono stato uno sciocco, ma non sbaglierò più. E si mise di nuovo in cammino. Giunse finalmente presso la grotta di un eremita. Salve, amico disse Babino. Il Signore ti conceda nozze felici e figli numerosi. L'eremita si rannuvolò. Per quanto egli fosse abituato ad avere pazienza, questa volta gli saltò la mosca al naso. E prendendo le parole di Babino come una beffa, afferrò il bastone che gli serviva per scacciare i diavoli e lo ruppe sul groppone di Babino. Sciocco che non sei altro! lo rimprovero la madre. All'eremita tu dovevi dire: Benedicimi, padre! Ho capito fece Babino. E si mise di nuovo in cammino. Questa volta incontrò un orso che stava divorando una mucca. Babino gli si avvicinò incuriosito e disse all'orso: Benedicimi, padre! L'orso, disturbato nel bel mezzo del suo pasto principale, afferrò Babino tra le sue zampe, lo gettò a terra, lo pestò ben bene e alla fine lo fece rotolare in un fosso. E' stato un orso anche tropo gentile! commentò la madre appena seppe la cosa. Sciocco di un Babino! All'orso tu dovevi dire: Fatti da parte, brutta bestiaccia! Ho capito fece Babino. Sono stato uno sciocco, ma un'altra volta non succederà: più. E si mise di nuovo in cammino. Mentre stava attraversando la pianura, Babino incontrò un capitano coi suoi soldati. Lo sciocco gli andò incontro e gli disse: Fatti da parte, brutta bestiaccia! Allora il capitano fece un cenno ai suoi uomini: questi afferrarono Babino e gliene diedero tante e poi tante da lasciarlo a terra più morto che vivo. Quando Babino si rialzò, aveva le ossa tutte rotte. Se ne tornò a casa piangendo e, da quel giorno, non ebbe più voglia di mettersi in cammino per vedere com'era fatto il mondo, né per mostrare a tutti la sua cortesia.
Lev Nikolajevic Tolstoi
mercoledì 21 ottobre 2009
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Dolce tristezza, pur t'aveva seco,
non è molt'anni, il pallido bambino
sbocconcellante la merenda, chino
sul tedioso compito di greco...
Più tardi seco t'ebbe in suo cammino
sentimentale, adolescente cieco
di desiderio, se giungeva l'eco
d'una voce, d'un passo femminino.
Oggi pur la tristezza si dilegua
per sempre da quest'anima corrosa
dove un riso amarissimo persiste,
un riso che mi torce senza tregua
la bocca... Ah! veramente non so cosa
più triste che non più essere triste!
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Guido Gozzano
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